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LA
VIOLAZIONE DELLO STATUTO |
La grande responsabilità dell'amministrazione Bush
Cominciamo dall'autunno 2002, nel quale fu deliberata dalle Nazioni Unite la risoluzione 1441. La vittoria elettorale del presidente Usa nelle consultazioni di metà mandato agevolò l'approdo a questa risoluzione, che per giorni gli altri membri del CdS avevano tenuto in sospeso per problemi sul testo. Appena venuti a conoscenza del risultato elettorale, Francia e Russia telefonarono alla Casa Bianca non solo per congratularsi ma per offrire l'appoggio incondizionato che era mancato nei giorni precedenti. Altri governi seguirono lo stesso atteggiamento. Questo genere di comunicazioni, tuttavia, ha vita corta. Non appena si torna alla vita politica e agli interessi, ciascuno si dimentica sia dei compleanni sia delle consultazioni elettorali parziali.
La risoluzione diceva che 'false dichiarazioni od omissioni irachene sarebbero considerate violazione materiale agli obblighi imposti dal Consiglio'. Cosa era successo? Si era allora nel pieno di una massiccia attività di ispezione ai siti militari (e non) dell'Iraq, che durò per molti mesi. Ben conoscendo l'utilizzazione di gas nervino da parte di Saddam Hussein all'epoca del Restauro (presidenza George Bush senior) si cercava la presenza di armi considerate pericolose. Un po' retoricamente, per tutto il 2002, si diffuse l'espressione 'weapons of mass destruction'. L'ispettore Hans Blix fu a capo di un gruppo impegnato in questa meticolosa ricerca. Per mesi i media di tutto il mondo furono impegnati a riferire, con frasi e commenti a caldo. Il governo Usa ingaggiò fin dai primi mesi 2002 una intensa campagna contro il governo iracheno che - a suo dire - non stava disarmando e possedeva mezzi chimici e biologici di sterminio che nascondeva da qualche parte. Si arrivò, dopo la 1441, a un discorso accusatorio con video alle Nazioni Unite da parte del segretario di Stato Colin Powell ai primi di febbraio. Secondo il governo Usa, l'Iraq teneva contatti con un membro operativo di Al Qaeda, Abu Musab Zarqawi. Di tutte queste cose, gli Stati Uniti non diedero mai prove (che gli alleati avevano domandato a più riprese e soprattutto a gennaio 2003), mentre l'Iraq continuò a rigettare quelle accuse permettendo comunque le ispezioni disposte dall'organismo internazionale. Blix si comportò in maniera debole. Durante le ispezioni ondeggiò tra i due contendenti, un giorno dichiarando che gli Iracheni non avevano prestato la necessaria collaborazione e un altro dicendo che mancavano comunque i requisiti minimi per deliberare una guerra contro di loro. Ben più franco egli fu a guerra ultimata, quando denunciò l'atteggiamento vessatorio e menzognero degli Stati Uniti, che avrebbero premuto per fare dichiarare l'Iraq in palese violazione della 1441. A Memoriale non è piaciuto questo atteggiamento di Blix. Se si hanno cose gravi da rivelare, questo si deve fare immediatamente (non sei mesi dopo, a tempesta già avvenuta).
Siamo dunque alla prima settimana di febbraio 2003, in una situazione di stallo. L'Iraq controaccusa gli Stati Uniti di 'fabrication', cioè di avere inventato e montato ad arte quelle accuse. Questi non recedono, e intanto mandano ingenti foze navali, aeree e militari in Medio Oriente. In Europa, Francia e Germania si oppongono risolutamente all'iniziativa militare Usa in Iraq. La Russia di Putin si mantiene in una strana posizione, non favorevole ma neppure contraria. Berlusconi, come al solito, fa la solita confusione annunciando prima pieno appoggio alla nazione americana e poi dichiarando che però non si può fare una guerra fuori dal quadro Onu (come dire: "Io sono per il bianco e per il nero"). Il premier Tony Blair, che si era mostrato fino a metà febbraio moderato affermando di auspicare una soluzione pacifica, aggiunge però che in mancanza di collaborazione irachena la guerra sarà inevitabile. Un gran numero di 'marce per la pace' si susseguono in tutto il mondo. Compresi gli Stati Uniti. Decine di migliaia di terrazze e finestre italiane si vestono con quel drappo (perfino ossessivo) recante la scritta 'pace'.
A fine febbraio, a prova di dummies, vengono perfino distrutti alcuni missili Al Samoud2 (gittata appena di 180 km.), che erano l'unica arma convenzionale di cui Saddam Hussein poteva disporre. Il presidente Bush si incontra con Aznar e Blair, uomini che più degli altri sembrano pronti a sostenere la sua idea di una campagna militare. La decisione definitiva si ha poche ore prima dell'equinozio di primavera. La sera del 20 marzo parte l'attacco anglo-americano. Solo il 10 aprile , dopo il bombardamento di un palazzo-residenza e l'abbattimento di una statua che effigia il dittatore, si saprà con sicurezza che del regime iracheno non resta nulla. Il 1 maggio, discorso finale del presidente Bush a bordo della Abraham Lincoln, per annunciare che la fase centrale del conflitto è terminata, ma che ora si apre un periodo transitorio per garantire la sicurezza del paese e procedere a una ricostruzione.
Fin qui i fatti, del cui seguito conosciamo ormai gli sviluppi. Dal 1 maggio 2003 a oggi si sono avuti ancora più morti che nei 41 giorni del conflitto vero e proprio. L'Iraq, occupato militarmente dalle truppe Usa, è stato infatti oggetto sistematico di attentati (alcuni a scopo di rappresaglia, cioè mirati su alcune persone) che ne hanno fatto un pericoloso teatro di guerra molto meno sicuro del paese governato da Saddam stesso.
FAQ.
Quali sono specificamente le funzioni di pace delle Nazioni Unite?
Uno dei fini principali dell'organizzazione è la soluzione con mezzi pacifici e in conformità ai principi di giustizia di tutte le controversie internazionali suscettibili di portare a una rottura della pace. Come si deve procedere? Con invito agli Stati ad addivenire a un accordo pacifico (art.36) o con precise raccomandazioni (art.37). Il mantenimento della pace è proprio uno degli scopi che mossero alla costituzione nel 1945 di questo organismo, che ereditò una esperienza fallimentare della Società delle Nazioni. Lo statuto attribuisce il compito di adoperarsi per la sicurezza proprio al Consiglio di Sicurezza (Usa, Russia, Cina, Francia, Gran Bretagna). In tale ottica, uno degli strumenti è l'adozione di misure che non implichino l'uso della forza (art.41), come ad esempio la sospensione di forniture commerciali o l'interruzione di rapporti diplomatici. Qualora non si riesca nell'intento, l'Onu può anche disporre un'azione coercitiva militare, mediante impiego di forze armate degli Stati membri (numerosi i casi in Africa, o ad esempio nella ex-Jugoslavia). Nel caso del conflitto in Corea, 1951, si ebbe il primo caso di operazione militare congiunta. Ma mai, da nessuna parte, è stabilito che uno degli Stati membri possa intraprendere di sua iniziativa un'operazione unilaterale.
Gli Stati Uniti hanno deciso di propria iniziativa una operazione militare non deliberata dall'organizzazione, e della quale - tra l'altro - non esistevano neppure presupposti sufficienti. Difatti, le ispezioni in Iraq che l'organizzazione aveva compiuto nei mesi precedenti l'attacco non avevano dato la risposta che in Iraq si trovassero armi, o siti o progetti pericolosi.
Quali sono gli obblighi attribuiti agli Stati membri delle Nazioni Unite?
Anzitutto, l'obbligo di astenersi dalla minaccia o dall'uso della forza contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di uno Stato (esempio: l'invasione del Kuwait da parte di Saddam, nel 1990), secondo l'art.2. Tale obbligo fu preannunciato dal patto Briand-Kellogg del 1928, che per la prima volta richiese agli Stati di non ricorrere alla guerra come strumento di politica internazionale. Gli sviluppi nefasti dei regimi nazionalisti degli anni '30 e il secondo conflitto mondiale (1939-1945) resero dunque necessario che un nuovo organismo, sulle ceneri della Società delle Nazioni, stabilisse chiaramente questo principio. E così fecero gli Stati che firmarono la carta delle Nazioni Unite, nel 1945, ponendo a ciascuno l'obbligo preliminare di risolvere i problemi con mezzi che non fossero la guerra. Questo obbligo, naturalmente, è stato violato decine di volte nei decenni seguenti. Episodi atroci come la guerra tra Iran e Iraq negli anni '80, gli stermini vari negli anni '90, furono la dimostrazione che di quell'obbligo c'era bisogno, ma anche che le Nazioni Unite non erano in grado di approntare un rimedio pronto che fosse atto a scongiurarli. E siamo così alla giornata del 23 settembre 2003, che ha confermato la cattiva predisposizione di uno Stato (Usa) ad osservare la carta. Esso, nell'invasione del 20 marzo 2003, aveva palesemente violato lo statuto. Si noti che l'obbligo dell'art.2, pur essendo generico, riguarda un po' tutte le situazioni in cui la sicurezza e la giustizia siano messe in pericolo. Perche l'azione Usa del 20 marzo fosse giustificata, avremmo dovuto avere come minimo un attacco o una minaccia concreta proveniente dall'Iraq. Ma questo non si ebbe, e nessuna prova venne mai portata. Questo significa che l'attacco Usa non ebbe neppure attenuanti o pretesti.
L'art.37 impone l'obbligo di sottoporre al Consiglio di Sicurezza una controversia che possa minacciare la pace e la sicurezza, qualora la soluzione non possa raggiungersi con procedimenti pacifici. Diciamo dunque che in questo caso, stante il risultato negativo delle ispezioni effettuate, gli Stati Uniti avrebbero avuto bisogno di una risoluzione specifica che li autorizzasse a compiere l'attacco. Avrebbero, in pratica, dovuto sollecitare una risoluzione successiva alla 1441. Qualche tentativo fu fatto a venti giorni dall'attacco, ma esso non portò ad alcun documento. L'operazione del 20 marzo fu dunque un arbitrio deciso a tavolino dall'amministrazione Bush.
L'art.51 impone l'obbligo degli Stati di portare a conoscenza del CdS le misure prese nell'esercizio del diritto di autotutela contro un attacco armato, affinché il CdS si adoperi per comporre il conflitto. In questo caso, l'azione degli Stati Uniti fu solitaria, poiché Cina e Francia si dichiararono contrari all'operazione e dunque non avrebbero votato in favore (diritto di veto). Che lo statuto piaccia o meno, questo è. Ogni volta che uno dei membri del CdS si dichiari non d'accordo, nessuno degli Stati può effettuare di sua iniziativa un'operazione di guerra contro un altro.
A coronamento di tutto questo, aggiungiamo che in base all'art.2 è precluso che le Nazioni Unite possano intervenire nelle questioni di competenza interna di uno Stato. Tutti i discorsi del presidente Bush sulle condizioni dell'Iraq erano dunque inutili ed eccedevano il suo ambito operativo, che è quello semplice del presidente di una nazione (americana). Questo significa che anche in caso di dittature e di regimi sanguinari, la teoria dello statuto volle qui garantire i singoli popoli da interferenze esterne. Si chiama 'principio di autodeterminazione dei popoli', più volte stabilito e ricordato dai trattati internazionali.
CONCLUSIONE - Se fossero state trovate (prima, non dopo la guerra) armi pericolose in Iraq, ci sarebbe stato almeno un motivo per rivendicare una guerra di difesa. Non avendone mai trovato, né prima né dopo, l'amministrazione Bush ha violato lo statuto delle Nazioni Unite.