Lalla Romano

La scrittrice della memoria

Così la chiamavano, e lei non riusciva a capire perché. Forse era giusto così. Lalla Romano ha profumato di arte, di giardini, di edere casalinghe. Non è facile scrivere su di lei. Quando muore uno scrittore, in genere, i giornali hanno più o meno pronti i pezzi che in gergo si chiamano 'coccodrilli'. Sono qualcosa che sta a metà strada fra la rievocazione personale e la collocazione biografica su un'enciclopedia. Per la Romano occorrerebbe spostarsi più sulla prima, perché l'esuberanza della persona la rende ancora una volta difficilmente collocabile.

Nasce in Piemonte, in provincia di Cuneo, nel 1906. Si laurea in lettere (molto prima della Cederna, anche qui un raro esempio di tenacia e di forza nella Italietta senza donne del tempo). Insegna per qualche tempo nelle scuole medie, poi nel secondo dopoguerra viene catturata dal fascino di Milano (e andrà alla fine ad abitare a Brera, suo quartiere congeniale), dove studia pittura con Felice Casorati e critica con Lionello Venturi.

A questo punto è già autrice. La prima raccolta di versi, 'Fiore', non era piaciuta a Pavese, e così l'Einaudi gliela aveva rimandata indietro con la motivazione che quei versi 'non facevano una raccolta'. La Romano pubblicò ugualmente con Frassinelli nel 1941. Non ha mai perdonato Einaudi per lo sgarbo, e così preme negli anni del trasferimento a Milano, finché non riesce a ricucire e pubblicare proprio con l'editore torinese brevi prose che chiama in maniera un po' civettuola 'Le metamorfosi'. E siamo nel 1951. Da questo momento Einaudi sarà il punto di riferimento fisso, tanto da costruire alla Romano una vera e propria fortuna editoriale (come capita a Moravia e capiterà ad Eco con Bompiani). L'incontro non ha probabilmente nulla di alchemico. Ossia è semplicemente un accordo di convenienza tra due soggetti che capiscono di avere armi non indifferenti e di poterle utilizzare in coppia. La Romano comincia a vincere negli anni '50 una caterva di premi e nel '69 vincerà quello più importante (lo Strega) con 'Le parole tra noi leggere'. Si sposa con Innocenzo Monti, impiegato della Banca Commerciale. Nei primi anni '60 appare già come una signora raffinata, autoritaria, con molto nerbo. Ed è quella vitalità segreta dei provinciali, di quelli che hanno ricevuto il latte delle mucche più sane, dal quale hanno ricavato da adulti quella sana vitalità che li distingue dagli altri. E quella sarà sempre fino alla fine, alternando ricordi, brevi prose a solenni 'arrabbiature' (memorabile quella con la Cima contestata dei Diari postumi di Montale) che vengono scambiate per 'protervia'.

La psicologia della Romano è singolare: detesta i salamelecchi, le parole grosse o troppo fini, perfino se vengono rivolte con ammirazione a lei. La sua vita si snoda come un serpente libero, che nulla pianifica e si diverte così a recepire con grande libertà tutto quel che la dinamica quotidiana le propone. Negli altri cerca di vedere e trovare quello che non è. Talvolta lo trova, e allora è grande nell'innamorarsi di cose fuori dalla sua età (finirà la vita facendosi accompagnare da un uomo molto più giovane), nell'uscire da qualsiasi convenzione 'fregandosene' di tutto. La incontro nel 1987, in un treno che scende al sud da Milano. Si stupisce che un giovane che viaggia nello stesso scompartimento la abbia riconosciuta, e così gli chiede come, da quando e perché la conosce. Anche gli altri sorridono e si divertono a quella improvvisa curiosità. Anziché chiacchierare domanda di poter ascoltare l'immagine che quel giovane si è formato di lei.

Nell'età migliore i frutti sono quelli di 'Una giovinezza inventata', libro pubblicato nel 1979 e che raccomandiamo caldamente ancora oggi come uno dei più belli degli ultimi trent'anni del secolo. Ci sono professori che entrano ed escono dall'aula, compagni di camera d'affitto, scoperte di quadri, camminate nella Torino ante-guerra, ricordi di personaggi mitici dei primi del secolo. Davvero una cosa grande. Ripetiamo, la Romano non va presa come un oggetto bibliografico, non è un autore del Novecento, non ha una scrittura che si impone o che attira occhiaie di lettori assorti. Va ricordata solo come una donna forte e interessante con qualche bagaglio di ingenuità mai stroncata dall'altro sesso, e che si è espressa 'anche' con la scrittura. Ma solo chi l'ha incontrata e le ha parlato può dire di lei. Lasciate perdere i critici letterari.

Pagina pubblicata il 29 giugno 2001