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Come ebbe origine il tutto? Non ci interessa
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Parte Prima - Il concetto delle religioni Al centro della concezione religiosa l'idea che il mondo abbia avuto origine dalla creazione di Dio. Perché lo abbia creato e come, non si disse mai con precisione. Con la stessa genericità si sostenne che Dio stesso lo mantiene con la sua volontà. Volontà con la quale potrebbe (chissà perché) annientarlo. I due poli (creazione - disfacimento) si opponevano soltanto in forza di una considerazione morale e deterministica di qualcuno superiore a noi. Fino a due o tre secoli fa, l'idea non occupò più di tanto i pensatori, che in mancanza di dati precisi preferirono lasciar stare la teoria senza darle disturbi ma anche senza nutrire in merito un grande amore. Salvo naturalmente gli adepti più tenaci e sicuri, i Wojtyla che per tutta la vita si riferirono a un'entità costante e precisa decantandone le grandi doti e la bellezza del suo atto creativo. Secondo questi non dovremmo mai smettere di ringraziarlo. Alla base della Creazione, in senso biblico e mitologico, sta ovviamente la coscienza che in principio nulla vi era. Anche qui, si omise di definire cosa era il nulla. Qualche racconto mitologico parlò della presenza di un abisso, qualche altro di un caos, qualche altro di una lotta con potenze del male. |
In principio la Terra non esisteva... Fino a un certo punto si conosceva e si citava soltanto la Creazione. Avendo testi definiti 'sacri', nulla più di questi poteva fare testo per uomini che non erano ancora arrivati a concepire un'origine autonoma. Il primo testo a descriverla fu il Pentateuco, con la Genesi. Il Corano fu rigidissimo - molto più della Bibbia, che lo descrive - nell'imporre come certezza (diciamo pure dogma) il fatto che tutto fosse stato creato da Dio. Il CORANO afferma che la Creazione ebbe una durata di sei giorni, ma a differenza della Bibbia non parla di un riposo. 'Perché Dio si sarebbe dovuto stancare?', direbbero i Musulmani. Secondo loro Dio si sedette sul trono. La BIBBIA è molto chiara nella descrizione che fa della Creazione proprio nell'incipit dell'Antico Testamento, 'In principio Dio creò il cielo e la terra'. Dio creò liberamente il mondo e lo fece in otto singoli atti creativi durante sei giorni con il sabato come riposo. La concezione che si ricava è quella di un immenso universo, sul quale regna la volontà sovrana di Dio, che lo creò per mezzo della Parola ('Dio disse'), e al centro di tutte le cose create pose l'uomo, fatto a sua immagine e somiglianza. Cosa significhi quest'ultima espressione non è molto facile sapere, perché di essa si è data una varietà di interpretazioni, la più reputata delle quali vede un conferimento di anima, intelligenza, cuore e libero arbitrio. Secondo Memoriale, non significa proprio nulla poiché l'uomo non può essere fatto a immagine di qualcuno che non si è mai neppure visto.
Il CORANO
dice che che Dio creò sette cieli, che fece scendere l'acqua,
che fece crescere giardini, che fece schiudere il seme del grano, che
fece le stelle, che fece nascere gli uomini da un solo individuo
(creato con una goccia di sperma), che lanciò sulla Terra
montagne salde. Molto importante ricordare che, secondo il Corano, Dio
è ancora all'opera ogni giorno. La Creazione
continua. Quest'ultima affermazione ha suscitato un certo interesse,
per l'ovvia analogia con l'odierno concetto di materia che si ricrea
e dell'Universo non stazionario. Ma sia per questa affermazione sia
per tutto il resto, ribadiamo ancora una volta che si
tratta di letteratura, in un dato momento storico e niente più. Lo ribadiamo
perché abbiamo la forza di quasi 400 anni di scienza
galileiana, e non possiamo che sorridere a leggere di 'sette cieli'
o di Terra piatta come una superficie piana, o di stelle 'sotto la
volta celeste'. L'Apocalisse parla di un conflitto tra forze del bene e forze del male, in seguito al quale si sarebbe avuta una catastrofe e infine il trionfo di Dio. Il giudizio finale con rinnovamento del Creato rappresenta il contenuto di questo annuncio, che percorrerà poi tutte le letterature e le dottrine del mondo causando un lunghissimo brivido (tuttora esistente), riprodottosi poi con la medesima intensità anche in altre profezie. Le Chiese e gli uomini del clero ebbero terrore di questa catarsi finale, e all'inizio l'Apocalisse non fu neppure inserita nel Canone ufficiale. Varie visioni percorsero la storia. Un'interpretazione moderata e di carattere esclusivamente storico ha visto in tutti questi avvenimenti una semplice descrizione dell'attrito allora esistente tra Cristianesimo nascente e Impero romano persecutore. La data probabile (68-70 d.C.) testimonia comunque di questo attrito e coincide con la distruzione del Tempio ebraico. |
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Parte Seconda - La nascita di un'idea autonoma Perché in precedenza non si era arrivati a concepire un'origine autonoma del mondo? Principalmente per via dell'imprigionamento entro un principio che sembrava invalicabile e indiscutibile: nulla nasce dal nulla. Non si concepiva che 'da solo' qualcosa di materiale e di così grande potesse venire ad esistenza. Inoltre, un fenomeno di stretta fisica e di 'sola natura' come una grande esplosione primigenia non poteva venire in mente e soprattutto non poteva avere una scia culturale in un mondo che aveva eretto il principio della immutabilità delle cose a dogma. Un conto è parlarne in maniera innocua nella filosofia (Parmenide, Eraclito), un altro è sostenerlo in maniera documentata dal punto di vista scientifico. I filosofi presero il metodo dei principi solo nel senso di vedere elementi della realtà, del divenire. Per il resto, nell'antichità tutto si presentava sotto due distinti e contrapposti fenomeni: l'ordine e il caos, anch'essi soggetti - secondo le fonti - all'azione di divinità. Naturalmente, come abbiamo spiegato, queste fonti devono essere prese con beneficio d'inventario. Ormai sappiamo che quando i libri dicono che 'i Greci pensavano questo' significa semplicemente che dieci tra di loro elaborarono quelle idee. |
L'idea di una espansione fa crollare l'idea della immutabilità Quale fu la chiave che fece crollare il precario castello della concezione creazionista? L'espansione dell'Universo. Quest'idea rimase praticamente sconosciuta fino agli anni '20 del secolo XX°. Edwin Hubble per la prima volta diede la prova dell'allontanamento delle galassie a velocità crescente in senso proporzionale alla loro distanza. Poi si chiarì che è lo spazio a espandersi con un effetto come di trascinamento delle galassie. Momento magico. Per la prima volta un'idea storica entrava nel cervello degli studiosi di cosmologia. Fu naturalmente creata una 'costante di Hubble' (si era in epoca di amore per le formule e per le lavagne), ma la datazione indietro - data l'enorme distanza temporale - non poteva che essere approssimativa. In tutti questi anni, l'Universo non aveva cessato di dilatarsi fino a quel momento. Il primo a capire qualcosa fu Georges Lemaitre, che all'inizio degli anni '30 affermò la concezione di un atomo primordiale ma non riuscì a completare la sua teoria con un numero soddisfacente di riscontri e di osservazioni. Colui che fu accreditato ufficialmente della teoria della grande esplosione fu George Gamow, che a partire dal 1948 portò per la prima volta l'ipotesi di un nocciolo primordiale di gas ad altissima temperatura, dal quale sarebbe nato l'Universo. Il nome - big bang - venne, a quanto pare, da Fred Hoyle. Quest'ultimo però non aderiva inizialmente a quella teoria, poiché anzi affermò l'idea opposta di una continua creazione di materia. Le fonti dicono che quell'espressione nacque da una conversazione radiofonica di Hoyle, in cui questi la usò in maniera ironica e sprezzante nei confronti delle teorie sulla esplosione primordiale. Cosa cambia con queste teorie? Per la prima volta si afferma un'origine autonoma dell'Universo, che in precedenza era soltanto oggetto di una presunta creazione da parte di uno che non a caso si chiamava Creatore. C'è anzitutto un problema del 'dove'. Ai primi pensatori si presenta un problema preliminare del capire come sia avvenuta questa esplosione. In genere noi pensiamo a qualcosa che parta da un punto preciso e poi si diffonda nell'aria. Ad esempio, esplode una fabbrica e il fuoco si espande guadagnando aria tutto attorno. Qui il punto quale sarebbe stato? Non c'era, non poteva esserci, perché prima non vi era un ambiente per fare 'avvenire' questa esplosione. Ecco il primo problema. In presenza di un 'nulla' precedente non si ha idea di un punto di partenza preciso. Alla domanda 'dove sia avvenuto il big bang' giustamente i fisici rispondono da subito 'in ogni luogo', che significa 'dappertutto' poiché lo spazio-tempo non ebbe una sua localizzazione. Dunque, 'un cataclisma universale', una grande esplosione che fabbrica al principio (dei tempi) l'Universo che conosciamo oggi. Quando ci si arriva, la teoria della relatività era già stata confermata, ma il suo scopritore non era arrivato (neppure) a immaginare il big bang. Questo perché al momento della sua elaborazione l'Universo era considerato 'statico'. Molti degli esperimenti di allora (primi tre decenni) non si poterono fare proprio per questo motivo. Come concezione non si era ancora arrivati alla espansione e operativamente mancavano poi mezzi e macchine potenti. Il 'big bang' (espressione certamente poco felice, in quanto nata tra l'altro da una reazione a quel che significava) all'inizio è solo un'idea di un ristretto gruppo di ricercatori. Viene affermata, a livello di ipotesi molto realistica. Tutti coloro che la ricevono a livello scientifico pretendono naturalmente conferme, dimostrazioni, sviluppi. Appare ovvio che la teoria, data la sua omnicomprensività, debba riuscire a spiegare quel che osserviamo. Tutto quel che viene accettato con riserva dalla comunità scientifica attraversa fasi successive in cui molti si affannano a svilupparlo nella matematica e nelle dimostrazioni sperimentali. |
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Parte Terza - La grande esplosione cosmica Possibile che, dopo tutto quel baccano creazionista di tanti secoli, tutto si potesse ridurre a un fatto - diciamo - di fisica nucleare durato pochi secondi? Questa potrebbe essere una domanda lecita e interessante, già negli anni '50 del secolo XX°. In effetti, la brevissima durata del tutto sembrava quasi sbeffeggiare il genere umano che per secoli aveva coltivato l'idea contrapposta dell'atto di un demiurgo. Questo però accade ogni volta che una singola intuizione o una scoperta polverizzi la cultura precedente del fenomeno. Anche Memoriale per certi versi può apparire come una ironica e svelta dissacrazione di tanti secoli di religione. Non possiamo farci nulla. Spazio e tempo erano separati in quell'istante? Sì, perché altrimenti non avremmo avuto un fenomeno in un ambiente 'vuoto' e con una certa durata. Nel primo istante, certamente, lo spazio fu infinitamente contratto e in uno stato di densità infinita. In quello stato, è quasi impossibile che fosse definibile lo spazio-tempo. La temperatura arrivava a qualcosa come cento miliardi di gradi centigradi. Si è affermato che se c'è espansione l'Universo doveva essere in passato molto più piccolo. A parte gli istanti iniziali, qui Memoriale ha avanzato dubbi. Non abbiamo riferimenti per fare questa affermazione. Dovremmo situare questa espansione, e sappiamo che non siamo su una superficie o uno spazio definito. In secondo luogo, non sappiamo se davvero il processo fu graduale e costante come lo abbiamo descritto. Non abbiamo certezza in merito ad eventuali collassi gravitazionali susseguenti o altre esplosioni. Noi ragioniamo sulla base di un'intuizione che ha ricostruito tutto, senza sapere bene quali furono le condizioni dello spazio nei primi anni. |
Come avviene il 'big bang' Il 'big bang' è una specie di botto primordiale che squassa tutto. Così dovremmo dire. In realtà, se prima c'era nulla, non può squassare alcunché. Sarebbe meglio dire che 'irrompe' creando materia da una estrema concentrazione. Se voi pensate che tutta l'energia e la materia (diciamo così, perché allora non era ancora concepibile l'equivalenza di Einstein) siano concentrate in un punto, potete anche immaginare quale enorme e potente cataclisma ne venga fuori. Basta un secondo o giù di lì e quel punto diventa una sfera ampia trecentomila chilometri. Ancora qualche altro secondo e la sfera è diventata un sistema più ampio, simile a quello solare. E così via, fino a sopravvivere per miliardi di anni raffreddandosi ed espandendosi in base alle teorie che già conosciamo. Da quella esplosione nascono i principali costituenti della materia. Secondo la fisica contemporanea, nacquero ovviamente le particelle elementari, gli atomi, le stelle e certamente anche le galassie. Con il procedere dell'esplosione la temperatura dovette calare (come del resto avviene nella combustione dei motori in cui gli ultimi secondi vanno a decrescere) e a quel punto cominciarono a combinarsi le particelle dando vita a nuclei più complessi. Di quali elementi? All'inizio c'erano: a) qualcosa degli elementi leggeri, idrogeno ed elio (più tardi si sarebbero uniti in un unico nucleo); b) radiazioni; c) gas disperso, che si addensò in nuclei che formarono stelle e galassie. La materia distribuita si raggruppò nelle galassie e queste formarono ammassi in allontanamento per via dell'espansione. Ecco cosa fu sostanzialmente, fin da allora, l'Universo. Un grosso sciame di galassie in espansione. In quelle epoche, in quei primi anni (ipotizzati) dell'Universo, lo scenario non era simile a quello attuale. Data l'espansione in presenza di gravitazione, le galassie dovevano essere vicine tra loro. Una cinquantina di anni fa si calcolò che se la costante di Hubble è all'incirca 15 km. al secondo per milione di anni-luce, il tempo trascorso da allora sarebbe un milione diviso per 15 km. al secondo, qualcosa come 20 miliardi di anni. Questo è un tempo di espansione calcolato in base a quella velocità di allontanamento proporzionale alla distanza. Calcolati vari fattori di riduzione, i ricercatori arrivarono a quantificare in qualcosa meno, attorno ai 10-15 miliardi di anni. Il problema è di capire cosa significa, in fisica, distanza tra le galassie. Quando noi pensiamo in termini di geometria piana, diciamo che la distanza tra due corpi è la misura dello spazio che si impiega per andare da uno all'altro. Coi nostri mezzi. In quel caso, la distanza tra le galassie è soltanto il percorso della luce alla sua velocità. Questa è sempre l'unità di misura adottata dagli astrofisici (anche se oggi c'è perfino chi mette in discussione quella). Il semplice fatto dell'allontanamento delle galassie diede origine alla teoria dell'espansione, che non fu messa in dubbio anche perché si dimostrò poi lo spostamento verso il rosso degli spettri delle galassie. A questo punto, ci si potrebbe chiedere allora perché e da cosa sia nata quella espansione (che abbiamo detto essere dimostrata dalla scoperta di Hubble). Questa domanda riporta alla famosa 'notte dei tempi', in cui non possiamo sapere cosa sia avvenuto. Oggi sappiamo che se l'universo fosse statico e in condizioni stazionarie (c'è ancora chi afferma questo) ci sarebbero alcune conseguenze, mentre se lo immaginiamo in espansione le conseguenze sono diverse. L'unica cosa che si può dire è che in quella notte qualcosa dovette avvenire, nell'ordine di grandezze e misure oggi difficilmente immaginabili. Per fare un paragone, si potrebbe pensare a una massa scagliata nell'universo e tale da sconvolgere gli equilibri. Questo furono i movimenti dei primi minuti. Certamente, l'espansione fu dovuta a un impulso iniziale scaturito da un'esplosione potentissima. Sulla Terra, se io lancio una palla a grande distanza davanti a me essa cadrà in un punto determinato e poi si muoverà ancora per qualche secondo fermandosi. Siamo su una superficie. Nel cosmo di allora, non si avevano né superfici né punti di attrito poiché lo spazio apparve da subito come qualcosa di indefinito e di non delimitabile. |
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Parte Quarta - La radiazione cosmica Anche qui vediamo l'ennesima dimostrazione delle teorie di Memoriale. Il 1964 fu un anno di successi, in generale. In questo settore, riuscirono sia le spedizioni con le sonde (anche dove erano fallite in precedenza) sia il primo serio tentativo di captare segnali radio. Questa scoperta del 1964-65 (che poi valse un Nobel agli autori) fu molto importante. Per spiegare la cosa con un paragone, potremmo ad esempio pensare a quello che capita a tutti noi. Quando ci svegliamo la mattina, spesso abbiamo già in testa parole e musica di un brano. Spesso è una canzone che abbiamo ascoltato il giorno precedente e le cui note sono rimaste depositate in un angolo di memoria del nostro cervello. Averle in testa diciotto ore dopo è un fatto interessante, poiché è come la scia, il residuo di percezioni e archivi cerebrali del passato più recente. Quando invece abbiamo in testa un brano di cinque o venti anni prima non abbiamo un riferimento diretto nelle ore immediatamente precedenti, ma il fatto è lo stesso. Un pezzo del passato ritorna, sotto forma di residuo. Se al contrario avessimo in testa una musica inedita e mai sentita, significherebbe che essa è venuta 'ex novo' e se siamo compositori ci metteremo a creare un nuovo pezzo. |
La scoperta della radiazione cosmica di fondo Il Bell Telephone Laboratory aveva fatto costruire un'antenna radio per comunicazioni via satellite con Echo, ma esso divenne in realtà soprattutto uno strumento potente per gli sviluppi della radioastronomia. Arno Penzias e Robert Wilson intendevano misurare l'intensità delle radio-onde emesse dalla nostra galassia. Nel 1964 essi si accorsero che a una certa lunghezza d'onda si captava una certa quantità di rumore (=radiazioni prodotte da onde). Messa su una scala di valori delle temperature, essa risultava pari a poco più di 3 gradi centigradi. Non era una cosa eclatante, ma neppure da buttar via. Nuovo momento-chiave. Quelle radiazioni corrispondevano al residuo della temperatura all'origine dell'universo, una specie di scia rimasta nel tempo che naturalmente doveva essersi raffreddata via via fino a raggiungere quella temperatura. La loro esistenza era stata già ipotizzata da Gamow molti anni prima, poiché era naturale che se la teoria della grande esplosione era vera qualcosa delle originarie radiazioni doveva essere rimasto da qualche parte. Ecco cosa si intende per 'risposta dall'Universo stesso'. In questo caso, tra il 1964 e il 1965, si ebbe una risposta dall'Universo stesso che permise una sostanziale conferma alla teoria del big bang. Vedremo più sotto come, senza risposte o messaggi dell'Universo stesso (che somigliano a messaggi di un hard disk all'utente) non sarebbe possibile o utile formulare teorie attendibili. Dopo il 1965, qualcuno si pose anche il problema di fare quelle misurazioni a una diversa lunghezza d'onda. E, stando alle fonti, pare che fu data ancora conferma. L'intensità della radiazione fossile fu misurata in una lunghezza variabile, tra 0 e 7 centimetri. La temperatura non si discostò molto da quella misurata da Penzias e Wilson. A questo punto, oggi, potremmo ragionevolmente domandarci come mai occorsero tutti quegli anni (35) per capire questa chiave e captarla mediante radio-onde. La risposta è complessa. In realtà, se n'era parlato. Ma la radioastronomia impiegò qualche decennio a perfezionarsi. Inoltre, la teoria sul big bang all'inizio appariva quasi da fumetto per essere presa in seria considerazione dappertutto. Si tardò un pochino a darle il giusto spazio.
Il problema più importante sarebbe stato un altro. Se la distribuzione di quelle radiazioni è uniforme - si disse - come si formarono le galassie? Nel 1992 il satellite Cobe - stando alle fonti - diede la risposta, rilevando lunghissime 'increspature' ad altissima temperatura che dovettero essere le zone di maggiore densità nei momenti immediatamente successivi alla grande esplosione. Un ulteriore residuo. |
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Parte Quinta - Prove e obiezioni Perché la teoria del Big Bang va bene? Perché, con tutti i presupposti che abbiamo detto, non presenta grosse obiezioni di fondo. Quando diciamo che qualcosa viene 'accettato' non stiamo fondando una certezza da prendersi come 'dogma scientifico'. In questo caso è giusto dire che gli scienziati hanno accettato il Big Bang come soluzione più probabile della sua assenza. A un certo punto, fu l'uomo del secolo XX° ad essere troppo distante dalla concezione creazionista. Pensare a un Essere che si mette a soffiare su un poco di polvere o che fa cadere una goccia di sperma da qualche parte (e poi da quale parte?) divenne semplice 'letteratura', se non proprio mitologia. |
La dimostrazione
Con gli anni, pian piano, si mise tutto insieme e si cercò di elencare gli elementi a favore (del Big Bang) e dall'altra quelli possibili di dubbio (che coincisero con il nome degli astrofisici che li sostennero più a lungo). La grande esplosione era comunque una conquista della scienza, qualcosa di inimmaginabile in passato. Pochi la misero in dubbio, da un certo punto in poi. Infatti si potè dire che:
Da un'altra parte del tavolo, si posero coloro che restarono fermi sulla loro tesi di un Universo stazionario, cioè non in espansione. Questi affermarono che il Big Bang continuava ad essere un azzardo, e che l'Universo era esistito uguale a se stesso per tutto il corso dei secoli. La sua espansione? Per questi non sarebbe altro che una creazione di materia. Il loro argomento-principe fu la regolarità osservata nell'Universo su grande scala, che avrebbe contraddetto la necessaria irregolarità di una espansione libera nello spazio. A questo proposito si rispose dall'altra parte del tavolo con la teoria della 'inflazione', secondo la quale l'Universo non avrebbe avuto il tempo di perdere la sua regolarità a causa di un rilascio di energia occorso nei primissimi decimi di secondo dalla sua comparsa. Si sono poi fatte altre piccole obiezioni di cui non vale la pena parlare in questa sede. |
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Parte Sesta - Come finirà Pensare come finirà è altrettanto 'stupido' che pensare a come iniziò, poiché rinvia a frammenti spazio-temporali che non conosciamo. Perfino la quantità di materia potrebbe essere molto diversa tra 'appena' qualche migliaio di anni. Una espansione di una bolla di vuoto potrebbe teoricamente funzionare come un 'buco nero' in cui tutto si annullerebbe. Quando noi parliamo di come finirà qualcosa facciamo dei procedimenti che hanno poco di naturale, poiché 'parliamo in anticipo'. Parlare in anticipo si può fare soltanto se è la natura stessa a farcelo fare. Un esempio classico è quello del 'profetizzare', che è un dono esclusivamente di natura, un talento primigenio. Giovanni Monni si trovò a profetizzare tante cose dal 1994. Lo fece involontariamente. Soltanto questa condizione permette di poter dire su qualcosa che deve ancora accadere. La previsione in base a modelli matematici o esperimenti è sempre lacunosa, poiché basta il comportamento anomalo di uno dei fattori a fare 'sballare' tutto. Se io avessi una cattedra di astrofisica non permetterei mai che gli studenti parlassero del 'come finirà l'Universo'. Sarebbe (spazio-)tempo sprecato. |
Le prospettive per la conclusione del tutto Qualcuno ebbe la naturale intuizione di osservare che a quel punto, se si sosteneva quella origine, si sarebbe dovuto postulare una conclusione non molto diversa. Si rispose con un 'ni', cioè dicendo 'forse sì, forse no'. Si rispose infatti che tutto dipende dalla quantità di materia che contiene. La forza di gravità dovrebbe rallentare l'espansione, in presenza di una certa abbondanza di materia, e far tendere le galassie verso il centro in un unico punto (in un periodo a lunghissima scadenza, si parla di decine o centinaia di miliardi di anni). Lo si è chiamato un 'Big Crunch', affermando che esso darebbe luogo a un nuovo Big Bang. Secondo Memoriale, pura immaginazione. Una simile affermazione non è vera né falsa, nel senso che non si può dimostrare in alcun modo. Di recente, due astrofisici americani, Krauss e Starkman, più altri australiani hanno fatto un esperimento sulle supernovae (stelle che esplodono) e hanno concluso che l'espansione dell'Universo sta accelerando. In questo caso, naturale concludere che il Big Crunch non sarebbe possibile. Perché? Anche questo resta un piccolo enigma, poiché non si conosce una forza che si comporta come 'antigravità'. Le conclusioni dei due astrofisici sono opposte a quella suddetta: tutte le galassie saranno talmente lontane da essere completamente invisibili. Tutte queste teorie hanno il difetto già detto di non poter essere supportate da riscontri. Se un satellite (spedito da noi) si mettesse ad osservare centinaia di supernovae non potrebbe ugualmente ricavare risposte, dato il numero enorme di fenomeni di quel genere. E' come se noi ci mettessimo ad osservare i possibili incidenti in una via di New York per avere risposte sulle statistiche di tutto il mondo. Quando elaboriamo delle teorie lo facciamo dando molta credibilità a una nostra visione (o a un complesso di teorie) piuttosto che a un'altra. Tuttavia, finché questa visione non è quella di tutti (come nel caso di una legge scientifica) siamo come in un laboratorio della mente che produce solo ipotesi e discussione teorica. Ecco perché passato e futuro, nell'ottica di Memoriale, si annullano a vicenda e si neutralizzano in favore del presente (l'unico che viviamo). Tornando alle origini, se noi restiamo nell'ottica dell'atto primigenio abbiamo esaurito più o meno il campo, poiché oltre alla grande esplosione e all'atto di un demiurgo al suo opposto sul tavolo non troviamo altro. Ma c'è dell'altro, potenzialmente? In base alla fisica quantistica siamo sempre nell'ambito di ipotesi molto più affascinanti di quello che è la nuda e cruda realtà di un meccanismo che vive soprattutto di cellule che vibrano e di pianeti che tutto tengono in equilibrio in uno spazio immenso. Si possono costruire infinite ipotesi come modelli di 'realtà virtuale', delle quali è interessante anche quella che concepisce l'origine come un semplice evento capitato (=che poteva accadere e che un giorno su un miliardo di anni è successo). Quest'ultima, per paradosso, sembra a Memoriale la teoria più interessante di tutte. L'ha sostenuta Alan Guth, ed è in effetti la più rappresentabile mediante un insieme di leggi scientifiche collegate (gravità, reazioni atomiche, ecc.) che diedero luogo a una semplice 'bolla quantistica' venuta fuori dal caso e dal nulla. Alla fin fine, però, neppure questa arriva al punto da costruire un'autonoma branca della scienza astrofisica. Noi infatti abbiamo tutte queste nozioni perché le abbiamo conquistate in un tempo successivo. Tutte queste analisi sono logiche e scientifiche, ma non possono fare altro che costruire modelli di laboratorio senza conoscere interamente le condizioni iniziali. |
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Parte Settima - La cosmologia
Questa è l'unica branca immaginabile dell'astrofisica che possa indagare in maniera scientifica sulla evoluzione del cosmo nel corso del tempo. La sua esistenza deve quasi tutto alla scoperta della espansione e alla contemporanea evoluzione della radioastronomia.
Una delle chiavi che più hanno circolato nella seconda metà del secolo XX° fu l'immagine del lenzuolo cosmico. Alcuni divulgatori trovarono l'idea di un lenzuolo steso al cui centro viene improvvisamente posta una pallina che ne deforma il profilo. E' il principio in base al quale erano state elaborate alcune delle tesi di Einstein, ed è quello che - stando alle fonti - intendono sperimentare attualmente alcuni scienziati americani che hanno organizzato una spedizione-con-palline nello spazio come 'test di quelle teorie' (cosa che Memoriale contesta).
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Gli enigmi della cosmologia
In astrofisica, gran parte dei problemi verte non su quel che si vede ma su quello che non si vede. E' come se anche nello spazio fosse presente una 'maggioranza silenziosa' che gli strumenti di rilevazione dello share non possono localizzare e che non appaiono mai in pubblico o sui rotocalchi. Una presenza di materia invisibile, necessaria, perché soltanto con questa potremmo spiegare come si tengano unite tante cose.
Cosa ha a che vedere questo fenomeno con l'origine del tutto? Beh, non è difficile pensarlo. Alcuni astrofisici (Hawking, una ventina d'anni fa) immaginarono il Big Bang come evaporazione esplosiva di un buco nero, provenuto da un tempo immaginario (tale è sempre quello del buco nero, che si trova fuori dall'Universo). Questa teoria può stare in piedi soltanto se si costruisce un modello di Universo con buchi neri che danno origine a sotto-universi (che non conosciamo). Caso classico di teoria logica e scientifica ma non dimostrabile in alcun modo. Per concepire un inizio delle cose in questo modo dovremmo pensare a un'uscita casuale avvenuta su miliardi di altre uscite possibili ma non avvenute, cosa che riporta a una semplice esplosione nell'Universo quantistico conosciuto. Come dire (volgarizzando ancora una volta) che tuo fratello Gianni esiste perché una notte tuo padre e tua madre, dormendo su un fianco, procrearono senza accorgersi. Può anche essere vero, ma dopo che l'abbiamo detto cosa ne abbiamo ricavato? Sempre fecondazione era. In questo caso, sempre esplosione fu.
In casi come questo siamo nell'ambito di un metodo che si avvale di continue ipotesi su un interrogativo da spiegare, utilizzando tutto quello che si conosce. Esiste uno stato diverso delle cose in stelle che esplodono? Bene, si cerca anche lì una possibile spiegazione a quello che manca. Finché la logica sostiene, tutto può apparire interessante. Se però non si trovano riscontri, siamo sempre nel caso di un uomo che circolò a Parigi nel 1700 con un'automobile e non fu visto da alcuno. Dire che questo sia stato possibile si può. Affermare che la cosa porti a una conclusione no.
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Parte Ottava - L'apparire di nuove dimensioni Questa è la frontiera più avanzata ed è uno scenario molto interessante. Nel concetto di 'stringa' qualcuno si spinse molto avanti - come al solito - ipotizzando perfino le origini dell'Universo mediante questo nuovo modello, secondo il quale il Big Bang diventerebbe nient'altro che un punto dello spazio-tempo senza intaccare la possibilità di un 'prima' temporale. La spiegazione classica fondava l'inizio dello spazio-tempo nel Big Bang. Stando così le cose, sarebbe stato normale e naturale rispondere che non ha senso porre la domanda 'cosa c'era prima'. E questa è fino a prova contraria la nostra posizione. Se noi fondiamo il concetto di spazio-tempo in quella esplosione primitiva, non possiamo ragionare su un momento antecedente perché tale concetto non rientrerebbe più in un dizionario delle cose conosciute dalla natura in quel momento. Se noi poniamo un istante iniziale diamo per forza a questo istante la caratteristica di far nascere tutto, con la conseguenza che prima di quell'istante se anche ci fosse stato qualcosa noi non potremo mai sapere cosa sia poiché non disponiamo di alcun dato. Supponiamo che io faccia oggi, alle 16.40, la formattazione del mio hard disk. Una volta formattato, questo non conosce più i dati utilizzati in sessioni della sua esistenza precedenti a quel momento. Qualcuno avanza altre ipotesi, come vediamo a destra. |
Il modello a stringhe
Negli ultimi anni, a più d'uno si sono rizzati i capelli nel trovare in edicola mensili scientifici che annunciavano la esistenza di un 'prima' anche col Big Bang. Si sapeva della teoria delle stringhe (corsa estrema verso il più piccolo del più piccolo), ma non si immaginava che i suoi teorici arrivassero ad estenderla anche alle origini dell'Universo. Andiamo per sintesi. Le stringhe - ci dissero - sono più piccole delle particelle nucleari miliardi di miliardi di volte. Si tratta probabilmente di una lunghezza tra le più infinitesimali della fisica quantistica. Diversi modi di vibrazione di queste stringhe - spiegarono - possono generare varie masse che corrisponderebbero comunque alle forze conosciute. Qui si trovò un collegamento tra gravità e meccanica quantistica, poiché una volta stabilito che esse reagiscono con normali cariche si ha una possibile spiegazione di tutti i fenomeni mediante un modello a stringhe di tutto l'Universo quantistico. Per farlo però occorre accettare nuove dimensioni della materia. Qui si è arrivati a concepirne 11. Fin qui va bene, è interessante.
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Parte Nona - A cosa è servita la cosmologia
L'epoca d'oro di questa branca si ebbe (vedete ancora una volta la nostra descrizione delle Annate) dal 1964 al 1974. Fu il periodo più gravido di osservazioni, esperimenti, interventi, perfino lettere e comunicazioni. Questa pagina non tragga in inganno. La cosmologia portò davvero una rivoluzione nella conoscenza con l'approfondimento di campi poco conosciuti come le pulsar e i quasar. L'infinitamente piccolo nelle particelle fu produttivo di molte scoperte e interessanti contributi. |
Finché c'è Universo?
Prima di Hubble ci si domandava se esistesse materia (e Universo) oltre la Via Lattea. L'astrofisico diede un grande contributo fornendo dei metodi per misurare la distanza delle galassie e arrivando a una distanza di 500 milioni di anni luce si riferì in pratica a non meno di un centinaio di milioni di galassie. Siccome il diametro della Via Lattea sarebbe stato di 100.000 anni luce si sarebbe ricavata una distanza molto superiore alle loro dimensioni.
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Parte Decima - A cosa non è servita la cosmologia In presenza di un mondo che con l'atomo si ricreò, a cavallo tra secolo XIX° e XX°, troppo scarsi sono stati i risultati in termini di penetrazione nella società. Ancora oggi si studia la fisica ai licei e alle università come qualcosa di distaccato dalla vita, di estraneo. Non ho mai conosciuto ragazzi esaltati dallo studio della fisica delle particelle, e va riconosciuto che il nucleare - che è la principale applicazione - non ha fatto innamorare di sé il genere umano. Tutto questo ha un significato, che non si può disconoscere. Parallelamente, scoprire che tutto ha avuto un'origine cosmologica 'storica' e non cosmogonica non ha suscitato - a quanto vedo - reazioni di massa paragonabili a quelle che si sono viste per secoli in chi ringraziava quel demiurgo presunto anche senza prove della sua esistenza. Ecco lo scacco del secolo XX°. E' come se un uomo avesse sradicato i fumetti e i divertimenti a un ragazzino senza farglieli sostituire con qualcosa di altrettanto pieno e sostanzioso. Di qui l'assenza di valori, di cui la classe media non ha fatto che lamentarsi per tutto il dopoguerra. |
I limiti nella idea di un'origine Quando parliamo di una catastrofe che fabbricò l'Universo mettiamo sul tavolo un fenomeno di grandissimi contorni, senza uguali in natura. Esso però ci dice - nel caso in cui si ammetta la sua veridicità - soltanto quello che successe in fisica. Non siamo nella pienezza di una rivelazione spirituale che colpisce l'uomo, non siamo in presenza di una visione che altera i sensi, non abbiamo la misura di un atto fondamentale quale la fecondazione. Lo stesso accumularsi di ipotesi sui primi istanti e su quelli successivi è certo sintomo di uno stato di non raggiunta certezza in merito a un evento che - per la sua importanza - l'avrebbe richiesta. Se io spiego a mio figlio come nascono i bambini non posso dirgli che sulla fecondazione esistono migliaia di diversi interventi, che esiste una teoria dell'inflazione, che esiste una ipotesi sulla dispersione delle particelle o un'altra sulla dissociazione della radiazione dalla materia stessa. Mio figlio giustamente pretenderebbe di capire il fenomeno senza una griglia infinita di obiezioni. Questo ci pone davanti a un dilemma: a che serve una ricostruzione del passato che arricchisca così poco il presente? Se io risalissi alla mia fecondazione, che avvenne nove mesi prima della mia fuoruscita dal ventre di mia madre, lo farei per un bisogno del presente. Vivo e respiro l'aria che mi circonda, voglio capire la mia vita di oggi (anche se collegata al passato o a un eventuale futuro). In questo caso, l'unico legame sul futuro è stata l'elaborazione di teorie su quel che succederà alla fine, ma nessuno ha ricavato dalla teoria del Big Bang una lezione che serva a vivere meglio il presente (anche quello degli scienziati, non solo quello dei cittadini). Il sapere fa vivere meglio quando dà strumenti operativi. Io conosco bene il computer e questo mi fa stare tranquillo nel caso in cui si guasti improvvisamente. So quello che devo fare. Se sapessi soltanto una serie di nozioni su come venne fabbricato il computer non saprei cosa farne nella mia vita. Qui è lo stesso.
La stessa nozione di Creazione in senso biblico ha (e aveva) qualcosa di feticistico. Adorare o pregare qualcuno per rassicurazione avrebbe avuto un senso. Saperlo anche Creatore di tutto e di tutti avrebbe avuto un senso ancora superiore. Davanti a questa doppia illusione nessuno pensò mai di separare i due concetti. Quell'Essere avrebbe potuto essere venerato anche senza farlo Creatore? Forse no. Questo fu comunque un dilemma che serpeggiò in maniera occulta per tutto l'Occidente, nel corso di secoli, a partire da quel lontano giorno in cui si cominciarono a iscrivere frammenti dell'Antico Testamento.
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Parte Undicesima - La crudità di quel momento La parte decima farebbe guardare con simpatia alle religioni. Esse hanno almeno fondato una 'attualità' della persona, nel legarla a riti compiuti durante la settimana, a discorsi ripetuti ogni settimana. Cosa che la fisica - che pure è materia di grandissima importanza - non ha mai conquistato. Si dirà che essa è oggettivamente difficile, di difficile comprensione. Ma gli amori non badano alla facilità. Ci s'innamora anche di un cieco o di uno storpio, di una lingua non conosciuta, di una impresa occulta, di un enigma. Qui non si è visto un amore. In fondo, dare un'esplosione come rivelazione di un fenomeno della natura non può prescindere dalla natura stessa dell'oggetto (l'esplodere di materia). Anche Giovanni Monni avrebbe da raccontare la sua esperienza (come apprese del Big Bang, a quale età, da quale persona). Se per ora non lo fa è anche per rispettare una persona (quella da cui lo apprese) che ormai non vede più da tanto tempo. Raccontare quell'esperienza darebbe anche qui il senso di una svolta, come in ogni scoperta. Ma una svolta amara, poiché non se ne ebbero consolazioni. Anzi, si disse semplicemente che era la cosa meno improbabile. Chi avrebbe potuto esaltarsi? Si leggeva la cosa, e basta. |
I limiti della scoperta
I limiti di questa scoperta riguardano proprio la natura feticistica della cosa. Sapere che la tua automobile venne fabbricata dalle 8.40 del 16 gennaio 1984 alle 19.10 del 2 febbraio 1984, avere i fotogrammi del montaggio dei pezzi, del loro assemblaggio, sentire il rumore di fondo dello stabilimento Mirafiori di Torino, la manovalanza che urla, gli ordini dati ecc.ecc. sono cose da collezionisti ma non creano obiettivamente grandi valori di vita. Mettiamo dunque tutto sul tavolo e arriviamo a un primo bilancio, alla fine della prima giornata (anch'io come tutti voi mi addormento, e non vado mai a letto pensando al Big Bang).
Finché non venissero fuori fatti nuovi o clamorosi, il problema è destinato a rimanere quello che era già 50 anni fa quando ancora lo conoscevano in pochissimi. Chi non crede più ai fumetti e ai soffi di polvere si è fatto un'idea. Scavare di più in questa idea non si può. Gli stessi libri che affrontano l'argomento sono parchi di dettagli, poiché quegli attimi hanno ugualmente qualcosa di vagamente mitologico. Ci dice poco, del resto, un'epoca pari a 15 miliardi di anni fa. Ci avessero detto 300 o 1500 anni fa l'avremmo sentita di più. Dunque, riprendiamo il discorso domani mattina perché dobbiamo affrontare un'altra questione, correlata. Quella della creazione, in generale. Cosa è la creazione? Cosa è creare? Se non si chiarisce questo, anche la creazione del mondo rischia di andare incontro a dubbi e incertezze. Esiste solo una creazione 'ex nihilo' o si ha anche una creazione in presenza dell'oggetto? Chi sono i creatori, nella vita? Perché l'umanità ha sempre dato valore alla creazione artistica? Esiste ancora arte nel 2004? Perché i grandi creatori furono all'inizio incompresi? Perché il verbo 'ricreare' è andato su un dominio che è sinonimo di svago e distrazione? Perché desideriamo conoscere il passato di una persona nuova che ci piace? Perché ci domandiamo 'come accidenti sia nata una cosa' quando questa non va bene? Sembrano questioni semplici e antiche, ma vanno affrontate per chiudere la pagina dandole i contorni di un'analisi completa. Se l'8 maggio sarà per me fonte di ispirazione, ne vedremo delle belle. |
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Parte Dodicesima - Importanza di un articolo L'articolo determinativo vale a dire che l'oggetto è soltanto quello. L'inglese lo capì meglio delle romanze, non permettendolo in alcuni casi. In questi, la differenza vale quanto una grande legge scientifica. Quando io dico 'le origini dell'universo' intendo dire soltanto di quello, globale, in cui tutto viviamo (MACRO). Se fossimo precisi dovremmo piantarci e considerare un altro concetto, che è espresso con l'altro articolo. Le origini di un universo, che è quello di ciascuno di noi (MICRO). E' un concetto a cui mai nessun fisico arrivò. Non arrivandoci, la fisica sarebbe rimasta sempre distaccata dalla nostra vita. |
Attenti alla lingua
I limiti del Big Bang sono anche la loro distanza dalla vita di tutti noi. Se io voglio scoprire un'intera realtà cerco di osservarla, ma se ho un telescopio - per quanto potente sia - posso coglierne soltanto una piccolissima parte. Lo stesso se vado nello spazio con una navicella. Quindi l'uso della parola 'universo' è più filosofico che scientifico. Per renderlo rigoroso, avrebbero dovuto - già da prima - collegarlo con un uso contrapposto al singolare (l'universo di ciascuno di noi). Provate a dirlo a un astrofisico e vi guarderà strano. Non capirà. Fu infatti formato a guardare in alto o a studiare, non a vivere entro la società una corrispondenza tra Terra e cielo. Ecco il vero problema.
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Parte Tredicesima - Quali metodi
Chi avrebbe pensato che l'astrofisica concepita in quel modo era troppo limitata? Eppure la insegnarono sempre in quel modo. Eppure dissero sempre che quello era il tutto, l'Universo.
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Stando in corridoio Se si hanno metodi più completi, non si andrà più alle origini con lo stesso interesse. Si andrà più su argomenti collegati all'attualità, poiché 'scienza' è osservazione dal vivo di elementi della nostra vita. E' vero che si possono studiare i fossili e i reperti del passato, ma se lo si fa senza collegarli al presente si guarda soltanto una parte dell'oggetto senza comprenderne altre. Autunno 1999 (credo). Domenica. Accendo la radio e su Radio Maria hanno invitato di sera tardi un noto fisico, di nome A. Z., per rispondere via telefono a domande degli ascoltatori. Lo sapevamo tutti. Estrazione filo-cattolica, anni di frequentazione con qualche politico democristiano, idee ben disposte verso la fede in generale, grandi apprezzamenti per il papa attuale. Ce ne sono altri come lui, del resto. Sono quei momenti in cui ti sbarazzi delle cose attorno, mandi la suocera in altra stanza e stai ad ascoltare con curiosità. Perché? Perché un astrofisico che si proclama ben disposto verso la fede cattolica suscita sempre una sana curiosità. Se non sta barando, lo ascolti proprio per capire se quello che dirà è nuovo o può dare apporti. Le telefonate ci sono, e - come è naturale, dato il livello di audience di quella radio - non danno stimoli molto seri.
A un certo punto arriva la solita questione. L'orecchio si aguzza ancor più, per sentire. Riporto testualmente, perché registrai le parole del fisico. "Beh, quando parliamo di fede non possiamo rifarci a manuali di scienza. Se uno parla di Dio, non ha un teorema pronto. Uno dice Vado-su-quel-teorema-e-me-lo-studio. Qui no. L'esistenza del trascendente è qualcosa di inspiegabile, qualcosa che non risponde ai nostri criteri razionali". Dichiarazioni che avrebbero potuto fare per sempre. Se si crea un oggetto inesistente e se ne parla senza poterlo dimostrare, esso resterà come una chiave passe-partout che aprirà tante porte senza far entrare mai in una stanza particolare. Però loro, rivendicando la eterna separazione tra scienza e fede, si sarebbero sempre rifugiati in quella impossibilità stando in un comodo corridoio davanti alla stanza. Ora sono sistemati. Finita l'epoca in cui si poteva dire qualsiasi cosa. A lui, come agli altri, direte: "Il teorema c'è. E' già stato dato. Vada su Memoriale".
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Parte Quattordicesima - Creare il mondo
Il dizionario vi dice che 'creare' significa 'produrre dal nulla, fornire esistenza'. E tra le frasi più ricorrenti troverete sempre 'Iddio creò il cielo e la terra'. I due significati sono paralleli, poiché produrre qualcosa dal nulla è anche farla venire ad esistenza. Solo quello che non c'era prima, secondo questi significati, può essere creato. Quindi siamo ancora a una condizione ex-nihilo.
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Perché non si poteva creare il mondo Perché non si può creare una cosa che si afferma erroneamente sia stata creata da qualcuno? Il motivo è che manca una relazione diretta tra creatore e oggetto. Il verbo 'creare' implica un rapporto tra 'faber' e 'res obiecta'. Geppetto crea Pinocchio. Lo scultore crea una statua. Il pittore crea un disegno. Chi è che potè creare il mondo? E' evidente. Nessuno. Mancava già un presupposto per una attribuzione 'autorale'. Ancora una volta, la lingua tradiva l'inghippo di chi si trovò a dire una cosa non vera. Se la lingua, usando altri verbi, avesse detto 'Iddio si scatenò mettendo insieme sette pianeti' già era diverso. Se avesse detto 'Iddio diede il suo sperma per far esistere il primo uomo' già era diverso. Detta in quel modo, con un unico verbo di fabbricazione dal nulla, tradì la scarsa evoluzione di quegli uomini.
I due significati paralleli sono interessanti nel loro continuo scambio. Produrre dal nulla fa venire ad esistenza poiché viene ad esistenza soltanto quello che non c'era (=che era nulla, come materia). Ma lo scambio non è perfettamente biunivoco. Non viene ad esistenza soltanto quel che viene prodotto dal nulla, poiché io posso far venire ad esistenza una mezza idea (non ancora formatasi ma non proprio inesistente), un cassetto che era già stato costruito al 90%, e così via. Questo porta a concludere che la venuta ad esistenza (il coming into being) è meno forte del produrre dal nulla, poiché quello che conta è il primo atto (il fatto di iniziare a costruire il cassetto). In quel caso ho già un cassetto in formazione, un abbozzo di cassetto. Se poi davvero in un'unica soluzione produco dal nulla (esempio, accordi nuovi di chitarra per comporre un pezzo musicale inedito) ho la formula più tipica della creazione in cui il produrre coincide con il farlo esistere nella realtà percepibile da tutti.
La precedente concezione, del faber unico che decide e poi mantiene, è soltanto un'immagine di favola perché non vi sarebbe stato né in origine né in seguito un collegamento tra soggetto e oggetto. Questo è il punto centrale del teorema-Memoriale sulla inesistenza del soggetto-Dio. Se si crea qualcosa, esiste sempre un come e un perché. Se non abbiamo addirittura nessuno dei due, non possiamo che essere dentro una favola. La Bibbia, come gli altri testi sacri dell'epoca, sono ai nostri occhi mitologia. Poiché, redatti in un mondo che non poteva distinguere il reale dall'irreale, raccontarono molte favole. |
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Parte Quindicesima - Creare un mondo
'Creare un mondo' è un'altra cosa. Nell'arte, si crea un mondo di personaggi di fantasia, oppure di figure o di sembianze o di parole o di accordi. Qui l'articolo indeterminativo vale a conferire sostanza di metafora. Dal grande si passa al piccolo, nel senso che l'artista dà consistenza a un universo figurato in cui prende forma la sua arte, la sua capacità creativa. In questo senso, la creazione coincide con la creatività. Crea soltanto chi è creativo di natura. Gli altri dovrebbero 'decidere' di creare, concetto che - similmente a quello divino - nega loro consistenza e attributi.
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Creare un mondo, anche senza volerlo Un mondo è un'entità più circoscritta del mondo, poiché è una rappresentazione in miniatura o su scala ridotta di un ambiente popolato da qualcosa. Il mondo di Beverly Hills è uno 'spaccato' della società. Questo spaccato può esser creato poiché un imprenditore o un magnate o un produttore cinematografico o una serie di attori possono creare un ambiente ristretto (in questo caso, jet-set, high society, il bel mondo, ecc.ecc.). Lo creano, in quanto lo fanno venir su dal nulla. Nel 1925 non c'era Beverly Hills. Prendiamo il World Wide Web, che contenendo la parola 'mondo' è già un concentrato significativo. Chi ha creato il World Wide Web? Non uno, ma alcune persone sì. Lo hanno creato progettisti dell'HTML, per esempio. Lo hanno creato i responsabili della vecchia Arpanet. Qui sono soddisfatti tutti i requisiti, perché possiamo spiegare tranquillamente il 'come' e il 'perché'. Quando io creo un mondo gli dò necessariamente delle caratteristiche, che valgono a distinguerlo da altri mondi. Questo sia nel visibile sia nel virtuale. Se creo un mondo nella realtà virtuale esso prende forma nella diretta percezione di chi indossa un casco o entra in una certa macchina. L'importante è che esista una relazione tra il fabbricatore e l'oggetto. Così, se mi domanderanno io risponderò ad esempio: "Creai il mondo virtuale Y per far convivere la tecnologia con la funzionalità di una progettazione domestica. Vorrei che il prodotto fosse destinato a un pubblico di ingegneri e di architetti". Ecco un caso tipico di creazione documentata. Naturalmente, esistono anche numerose tipologie di creazione involontaria. Finché l'artista crea dà impulsi coscienti a un'immagine suggerita dal cervello. Ma tutti noi compiamo anche creazioni involontarie, di cui spesso non si può ricostruire un punto iniziale. Un caso è quello di chi dica a un altro che sta 'creando tanto baccano per nulla'. Qui abbiamo una creazione involontaria che l'altro immediatamente riduce, nella sua importanza. Questo per dire come non sempre creare dal nulla sia cosa apprezzabile (specialmente per gli altri). Se si crea un mondo di depravazione la creazione incontrerà molti rifiuti da parte di chi la guarda. Questo discorso porta a una prima interessante conclusione. L'atto del creare dal nulla è neutro. Deriva da una capacità interiore (che si dice 'creatività') ma non ha attributi che valgano a qualificarlo di per sé. Giunti a questo punto, torniamo anche qui a un tema molto ricorrente nella dogmatica cristiana e altrove. La valutazione delle conseguenze dell'atto. Una persona venuta al mondo con handicap motori potrebbe potenzialmente domandare perché, cioè se valesse la pena di venire al mondo. E non c'è una risposta, poiché si viene al mondo per un fatto biologico di concepimento materno in cui non si ha un'anteprima. Proprio quella condizione di sospensione (avere un Dio da citare, senza sapere se esiste) fece dire a molte persone che 'in fondo il Signore era stato poco giusto, nel creare - in un mondo di diversi - tanti infelici'. Piccole sentenze che riflettevano quella miserevole condizione del fare i conti con un 'faber' di fantasia. Non appena si fosse dovuto valutare la sua creazione sarebbero apparse evidenti tutte le discriminazioni e le disuguaglianze del mondo da lui creato. Ciascuno dei mondi individuali avrebbe avuto gioie e dolori, ma guai se gli uomini avessero visto soltanto dolori. In quel caso, avendo una Creazione per opera divina, avrebbero avuto un'obiezione pronta: "Ma non ci avevate detto che Lui è buono e generoso?". Si veda da quale condizione di miseria intellettuale siamo usciti con il Trapasso. |
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Parte Sedicesima - Chi sono i creatori
'Creatori' sono in generale quelli dotati di una strana forza interiore che spinge verso l'oggetto. 'Creativi' sono quelli che sanno anche adoperarla in un certo modo, cioè che la esercitano secondo una loro tecnica (regolare o meno). Quando importa la differenza? Il primo termine è neutro, il secondo esprime un apprezzamento da parte di chi lo usa. Se noi diciamo che un uomo è un creatore di immagini, lo stiamo semplicemente classificando (=potrebbero essere immagini di scarsa qualità). Se diciamo che è creativo gli diamo una capacità.
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Vivere nella creazione Vivere nella creazione è un fatto professionale. Chi vive di creazioni sue, se vuole essere autosufficiente, ha bisogno di avere un nome e un'attività che diventi possibilmente molto nota. In quel caso (cosa abbastanza buffa, che vale ancora a ridurre gli umani) le sue creazioni verranno accettate per un semplice fatto di nome (firma) o per il fatto di provenire da una stima già consolidata che non si mette più in discussione. Chi acquista un abito 'firmato' lo fa con maggiore fiducia. Ma soprattutto, alla battuta del comico popolare si ride quasi per ordinazione. Ve ne accorgete dal fatto che la stessa battuta pronunciata da un altro non susciterà più la stessa reazione. Cosa abbastanza triste, perché qui l'umanità diventa 'passiva' e accetta in pratica un dato del nostro cervello. Altrove, non sarebbe la stessa cosa. Se mangiassimo una pizza disgustosa in un ristorante di grido non tenderemmo a giustificare o a mangiarla ugualmente con piacere. Per chi vive di creazione non è possibile vivere senza quella creazione. E' in fondo un corollario del fatto che si crea ma non si decide di farlo. Creare diventa così un tutt'uno con la vita, quasi un dato fisso del sistema nervoso che senza quello non saprebbe stare. Ci sono persone che creano - nel loro ambito - di continuo. Della creazione si accorgono gli altri, molto più della persona stessa che crea. Lo stesso 'crear baccano per nulla' è un'esemplificazione del fatto che la realtà si sviluppa da sola senza che noi la avvertiamo o la prepariamo. Anche qui, con un po' di riflessione, si potrebbe vedere una metafora del Big Bang. Tante volte ci troviamo in situazioni improvvisamente esplosive, con creazione di materia che non riusciamo a controllare. Gran parte di queste situazioni, però, è determinata da goffaggine o incapacità. Un esempio sono alcune scene di film di Laurel e Hardy in cui un gesto maldestro scatena una serie di reazioni collegate che distruggono un'intera messinscena (un oggetto che mancando il bersaglio va su un altro oggetto che ne sfonda un altro e così via fino a mettere sottosopra una o più stanze). Qui siamo nel caso della bolla quantistica suddetta, in cui un caso possibile su miliardi può aver determinato la creazione dell'Universo. Queste annotazioni sono utili perché collegano il concetto della creazione primigenia ad uno sempre presente nel momento in cui viviamo. Creatore di un certo universo significa - se la cosa è reale - protagonista, sempre e comunque. Un 'Big Bang' nostro con creazione improvvisa di materia è un fatto possibile solo nella realtà virtuale. In quella normale non è possibile, perché manca una possibilità di 'materializzazione', anche se ci sono persone che la attribuiscono a santoni o maestri (specie in India). Gli unici casi di materializzazione sono quelli che arrivano alla coscienza. Una visione, una improvvisa comparsa di una figura umana, un ricordo come flashback, un déjà vu. E' materia della mente, ma attenzione a non circoscriverla. Essa avviene sempre in determinate condizioni di spazio-tempo. Non succede mai a caso. |
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Parte Diciassettesima - Esiste arte?
Anche qui c'è un problema linguistico da premettere. Questa parola ha assunto una connotazione positiva, per cui si è detto cose come "Questa non è arte", intendendo che esistessero nella società veri artisti e impostori. Se andiamo a scavare nella sua essenza, la parola designa soprattutto la capacità di modificare l'ambiente per mezzo di un'attività che rappresenta un dramma o un fatto sociale mediante una certa tecnica.
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L'operare nella società
Avere una parola come 'arte' è stata una bella esperienza per tutti, poiché definiva tutto ciò che esula dalla stretta ripetizione della vita quotidiana. Possiamo dire, in un certo senso, che c'erano lavoratori e artisti. Senza diminuire i primi e senza aumentare i secondi. Oggi è proprio questo il primo problema da risolvere. Siamo sicuri che non ci si esprime in maniera artistica anche nella nuda e cruda attività e viceversa che un'attività che occupi al 100% la persona nella rappresentazione di contenuti sia necessariamente artistica? Probabilmente è tutto qui, il problema da risolvere.
Registrare il successo di qualcuno è pur sempre un fatto soggettivo. Basta pensare alle regole dell'autore di Memoriale per gli obituaries, e si ha chiara una situazione in cui l'essere conosciuti non dà più solidità come in precedenza. Oggi, con mille fonti di diffusione, tutti più o meno salgono su una ribalta o lasciano il proprio prodotto su un repertorio annuale. Del 99% ci scordiamo immediatamente. Alcuni siti Web registrano negli obituaries anche gente che è semplicemente comparsa tre giorni qui e là a Broadway o a Hollywood. Se non hanno creato qualcosa, Memoriale è restio a concedere importanza o lapidi, perché valuta l'apporto concreto che è stato dato. L'opera creata dà la vera presenza di un autore. Se ha modificato la società o ha lasciato una testimonianza profonda acquista una sua importanza a prescindere dal gradimento.
Se la società non era così avanti da poterla recepire abbiamo cose per pochi. Paradossalmente, l'artista - se non aveva problemi di denaro - se ne avvantaggia poiché preserva meglio l'opera, ma per continuare a creare in mancanza di un riconoscimento dei contemporanei occorre molta forza interiore. In genere si ha bisogno di quel riconoscimento. Questo spinge ad andare avanti. Sapere che c'è qualcuno che riceve e gradisce quello che crei è importante. Meno persone ci sono maggiore sarà la forza necessaria per resistere, poiché ci si confronta con un vuoto, con una mancanza di interlocutori. La creazione stessa ne viene influenzata, e quest'ultimo è un fatto triste.
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Parte Diciottesima - Ricreare è ri-creare?
Storicamente, no. Il ricreare, oltre al creare nuovamente, è andato a ricoprire un dominio che indica le attività con cui si ristora il corpo o ci si svaga. Di preferenza durante le pause del lavoro. Perché questo sia successo, mediante una lenta stratificazione linguistica, è cosa abbastanza misteriosa. Probabilmente, i primi a dare il ri-creare come ricreare furono monaci, poiché si vide il fatto di ricreare corpo e spirito con attività più leggere e meno impegnative. Soltanto dei religiosi sarebbero arrivati a unire il corpo al genere di attività. Oggi non si sente più usare questa accezione dalle ultime generazioni. La ricreazione si dice ancora, ma poco. Negli ambienti professionali domina oggi la 'pausa di lavoro' o il 'break'.
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La ricreazione del mondo per opera divina
Quando ero piccolo rimasi molto colpito da una frase udita in maniera vagamente profetica nel parentado. Poi Dio lascerà pochi uomini sulla Terra. Bellissima. Non capivano che proprio questa frase sarebbe stata la scure più grossa nei confronti dei fedeli e delle religioni monoteistiche che ci avevano creduto. In questa frase, Dio è esattamente il dio di Memoriale, non è quello che intendevano loro. Naturalmente, non posso spiegarla tutta perché sarei costretto a rivelare quel poco che ancora mi sono tenuto.
Frase da far tremare i polsi. Si diceva talvolta a coloro a cui si voleva far presente il decadimento della società o addirittura la sua fine per una mano divina che tutto avrebbe distrutto, evidentemente delusa dal nostro comportamento. Cose della fantasia umana. Ecco apparire il famoso Giudizio Finale, in cui il Giudicante anziché processare avrebbe fatto direttamente di testa sua (la famosa ira). L'obiezione però era pronta. "Ma se io ho bene operato nella mia vita?". "Niente paura - ti rispondevano - Dio salverà chi non ha peccato". Quei pochi che sarebbero rimasti sulla Terra erano come i buoni segnati in una lavagna a destra di una sbarra che conteneva a sinistra gli ignavi e i peccatori. Quali sarebbero stati? Qui si torna a una famosa scena in cui l'attore Troisi implora un Noè dei tempi moderni di farlo salire sull'Arca. Una scena che le repliche della Tv hanno mandato in onda più volte. In quella scena viene rappresentato il tentativo tragicomico di chi - davanti a una terribile minaccia - fa passare la sua vita per buona nonostante tutto. Arrivati a quel punto, siccome per il pentimento non ci sarebbe stato più tempo, avrebbero confermato oppure smentito di aver detto o fatto qualcosa secondo la convenienza.
La frase è tipica di un mondo ancestrale, in cui i comportamenti avrebbero generato colpe ed espiazioni. L'immaturità era data da una mancanza di raziocinio. Colui che sbaglia, se si rende conto che ha sbagliato, non lo rifarà più. Se non lo rifarà più non c'è più bisogno di confessione perché non ci sarà più nulla da ammettere e confessare. Davanti a questo semplicissimo ragionamento, certo, si resta trasecolati al fatto che ancora oggi ci siano persone che si confessano al buio presenziare di un prete dall'altra parte. Però, se si pensa che c'è chi crede alla distruzione minacciata da quella frase, non deve stupire neppure questo.
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Parte Diciannovesima - L'origine di tutto L'origine di tutto è un problema molto serio, che nella vita risolviamo meno che nel 50% dei casi. Quando domandassero anche a me come nacque Memoriale, potrei dire che nacque il 29 maggio 2000 quando una pagina della CNN sul Memorial Day americano mi diede uno spunto, ma anche questa risposta non sarebbe molto esauriente. E capita di molto peggio. Se ci domandiamo come è possibile che il nostro coniuge - da cui ci siamo separati - entrò un giorno nella nostra vita, ne sappiamo ancora meno. Lo incontrammo, questo è quel che sappiamo. Ma non sappiamo quasi mai il perché, né riusciamo a spiegare perché ci mettemmo con quella persona (e non con un'altra, che pure avrebbe desiderato stare con noi). Detto questo, dare addirittura un'origine del mondo o del cosmo appare una cosa fuori dalla portata di tutti, troppo complicata per arrivare a risposte soddisfacenti. Essendo tale, non è neppure un problema interessante. Quando ci dissero che questa era la ipotesi meno improbabile di tutte, hanno già fatto tanto. |
Come ebbe origine il tutto?
L'origine di alcuni elementi non può mai essere l'origine di tutto. Quindi, più allarghiamo il campo di indagine più difficile risulta dare la risposta. Per i confini delle città di Milano o Bari arriviamo a dire come nacquero, in base ai documenti. Per la Lombardia e la Puglia è già più difficile. Per l'Europa ancora di più.
Se non avessimo dato un'origine non avremmo pensato neppure alla sua fine (come fecero quei fisici di cui ho detto). Vedete un po' quali danni ha comportato la doppia attribuzione di un inizio e di una fine. Per le religioni fu un atto di fantasia e alla fine uno di castigo. Per la scienza astrofisica un'esplosione e poi un collasso finale (ma con dissenzienti in merito). Memoriale qui è stato coerente. Così come abbiamo sminuito l'importanza dell'inizio abbiamo anche svalutato quella conclusione, dicendo che è pura immaginazione (parlare di qui a 100 miliardi di anni). Chi di noi durante i primi anni di matrimonio si mette a dibattere su quando finirà? E' la vita stessa che deve suggerire queste cose, perché in caso contrario qualsiasi scienziato si perderà in discorsi che con la vita nulla hanno a che fare. Quando qualcosa finisce è perché davvero è accaduto che finisca, ma nessuno poteva saperlo da prima. Se lo stesso protagonista sapesse come va a finire una cosa della sua vita non proverebbe più gusto (a vivere).
Parte Ventesima - Perché quando non va?
Domanda interessante. Perché ci interroghiamo più spesso su come nacque una cosa quando va male? Questa è una costante della nostra esistenza. Va male la relazione con il nostro compagno? Noi improvvisamente ragioniamo sulle origini con frasi come: "Ma perché accidenti mi misi con lui?" o "Chi me lo fece fare?" o "Come ha potuto incastrarti?". Ricorsi a un momento precedente, per lo più iniziale, del quale si tenta di carpire il segreto. In realtà non risolveremmo nulla ugualmente. Anzi, la vita è bella proprio perché si sbaglia. L'istinto porta a fare domande sul momento in cui iniziammo quella relazione, quasi a processare noi stessi per averlo fatto. Sul momento però nessuno poteva sapere bene come sarebbe andata a finire. Ecco un'altra conferma del fatto che non è molto intelligente andare agli estremi. Se in quel momento avessimo ragionato sulla fine, pessimisticamente non avremmo contratto una relazione perché avremmo pensato che 'tanto sarebbe finita'.
Oggi le relazioni finiscono, molto spesso. Un tempo non succedeva. Era molto raro, cento anni fa, che una coppia matrimoniale si separasse per una semplice decisione di incompatibilità presa dopo appena qualche anno. Non ci si domandava neppure - come si fa oggi - in quale modo era nata la relazione. La si accettava, con maggiore applicazione. Qui, probabilmente, siamo andati peggiorando.
Come mi misi con te?
In molte famiglie, soprattutto quando non si è d'accordo, i familiari dicono: "Non riusciamo a capire cosa nostra figlia abbia visto in Gianni (per sposarlo)". Anche qui, problema di origini. La realtà è molto più semplice. Anche se si fanno calcoli, al momento in cui ci si unisce non si sta molto a pensare. Lo si fa, perché in quel momento piace, dà una piccola gioia farlo. I pianeti dicono tutto anche qui. Lo facciamo quando qualcosa di improvviso irrompe nelle nostre giornate, ed è appunto qualcosa che non riusciamo a frenare o a deviare dalla nostra esistenza.
La corrispondenza tra l'alto e il basso, che i fisici non conoscono (e anzi snobbano), fonda in pratica tutte le leggi della nostra vita associata. Conoscere queste leggi non significa - come qualcuno crede - farsi condizionare. Uno vive ugualmente quello che deve vivere. Nel frattempo, osservando col suo cervello quello che accade, annota dentro se stesso. E' chiaro che dopo 30 anni di esperienza si ha un patrimonio di osservazioni in cui tutto quadra e corrisponde. Allora, un esperto interprete dell'alto e del basso non domanda quasi mai quali furono le origini di qualcosa perché le ha già scoperte da solo, le conosce. Io so ad esempio che sotto quella configurazione si verificò un colpo di fulmine nella vita di Marina (attenzione, successe non perché c'era quella configurazione... ma perché sotto quella Marina era diversa), e quando osservo la medesima cosa nelle vite di Piera e di Augusto ho già un mio quadro completo che dice tante cose. Quando dovessi parlare a queste persone, sapendo che nell'estate 1983 già gravida di amorazzi si verificarono quelle cose le ricostruisco senza fare molte indagini. E così ho fatto quando ho scritto le Annate, che nella colonna centrale sono un miscuglio di osservazioni mie della realtà con particolari che io stesso ho vissuto e sentito, quasi che avessi avuto relazione e frequentazioni con l'Annata stessa. Qui è come se capitando il lettore sul Web io dicessi: "Ti presento il 1983... è un essere brillante ma velleitario, ogni tanto ha degli sprazzi ma poi...". Era questo, questo e quell'altro. Certo, lo spazio-tempo non ha quelle cose, non ha caratteri umani. Quella descrizione però dice in grande sintesi cosa succedeva - come costante - nel periodo considerato. Quel periodo non nacque, né morì. I frammenti spazio-temporali sono come tanti segnalibro messi l'uno dopo l'altro lungo una strada infinita che è tutto il tempo che ci accompagna. Prima di uno c'era quell'altro, e a quello ne succederà un altro ancora. Chi viene dopo non potrebbe farlo senza i presupposti creati da quello che è venuto prima. E' lo stesso che dire: "Se mi fanno ministro della Difesa, devo operare sulla strada che è stata tracciata da Martino". Cambierò alcune cose, altre me le troverò già preparate dall'ultimo ministro. Così sono quei frammenti. Non c'è una origine. Se noi ragionassimo, vedremmo lo scorrere del tempo come un flusso senza pause, costante. Se anche al potere ci fossero uomini ancora più mediocri di quelli che ci sono attualmente, quel flusso andrebbe ugualmente avanti imperterrito a dirci che la storia umana continua e che è da persone poco intelligenti pensare a una fine così come pensare a un inizio.
Ma il tema natale non è anch'esso un inizio?
Pagina pubblicata il 7 e l'8 maggio 2004, con piccole integrazioni del 9 maggio
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