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12 settembre 2002 - Esagerati. Visionari. Al sindaco di Genova è stato chiesto cosa porta la città in eredità dell'11 settembre 2001. Tanto vale giocare ai videogame... Ecco la dichiarazione che tradisce. Il presidente Usa ha detto: 'Un anno fa uomini e donne furono assassinati solo perché erano cittadini degli Stati Uniti'. Ma le pare che se questo fosse atato l'intento avrebbero colpito il palazzo più 'multinazionale' di tutti? Nel World Trade Center c'erano persone di tutte le nazionalità, compresi uomini e donne che non erano neppure cittadini degli Stati Uniti. Altro cartellino rosso per chi l'ha detto, e cartellino giallo per chi l'ha pubblicato oggi in prima pagina. Anche questa cosa delle 'ispezioni' fa ridere. Ci va l'ispettore americano, dice che non hanno trovato prove e quelli dicono che non ci credono (perché hanno visto movimenti sospetti nelle foto dei satelliti). Ma allora è inutile chiedere ispezioni. O le si fa credendoci, o non le si fa neppure perché tanto non si crede a quel che si vede. 13 settembre 2002 - La stesura di queste pagine è facile, perché facile è fare una critica dei quotidiani che escono ogni giorno. Essendoci solo il 2 o il 3% di interessante, ho addirittura il 97% che mi dà spunti. Ma a un certo punto uno dice 'Vado a fare altre cose'. E se un giorno non compri nessun quotidiano è vero che manca il gesto (come a chi improvvisamente riesce a smettere di fumare), ma assicuro che di sera stai di un bene... Ieri ho guardato con un certo interesse 'Sfide', che riproiettava alcune immagini calcistiche degli anni '60. Quando vedi i giocatori di calcio 40 anni dopo ti sembra che provengano da un altro pianeta. Come se in tutto questo tempo si fossero ibernati. Siccome li conoscevi con quel viso, ti sembrano buffi da vecchi. E se parlano correttamente ti stupisci, perché in fondo il loro mestiere non era quello. Quarant'anni possono anche istruire, ma se un giocatore che aveva 20 anni nel 1962 oggi diventasse un letterato (non è mai successo) nessuno lo seguirebbe. Vedete quanto è triste il destino di chi è andato sui media calciando un pallone? Internet espone a uno spazio infinitamente più grande di quello della carta stampata. Qui non c'è un'Eco della Stampa che ti spedisce a casa tutti i ritagli in cui parlano di te. Ecco perché mi sembra utile e auspicabile che si prenda l'iniziativa e in certi casi si avverta la persona. 'Guarda che su www.quelsito.com stiamo parlando di te', oppure 'parleremo di te il giorno x'. Evita brutte sorprese ed è profondamente leale - se non si esagera - nel senso del rispetto per gli altri. Io lo feci per P.G., giornalista al Giornale. Anche se la cosa generò una brutta sorpresa (per lui) fu utile per entrambi.
14 settembre 2002 - Nelle annate c'erano tante cose, tanti dettagli che nella versione rinnovata il lettore non troverà più. Un caso per tutti. Mi dava brividi vedere un giocatore nella Nazionale italiana senza motivo e non potei fare a meno di dirlo. Chiunque sa di calcio si accorge che quel giocatore non ha doti particolari. E' sgraziato, poco elegante nei movimenti, senza ruolo preciso, e per di più combina sfracelli provocando ogni volta una discreta quantità di rigori contro la sua squadra. Venuta fuori la cosa dei finti massaggi nell'appartamento di Torino, aveva perfino un'aggravante a tutto il resto. In questi casi la convocazione rimane un autentico mistero. Quando il giocatore è semplicemente discusso (innumerevoli i casi) tutti concordano che la convocazione è un fatto che può anche accadere. Ma se non è nemmeno uno 'discusso' la cosa appare davvero indiscutibile. Sembra un intruso e basta. Le convocazioni hanno sempre degli arrivi improvvisi (esordienti) che si comprendono poco. G.T. ad esempio è uno che va a simpatie personali ('L'ho visto sulla fascia in quella partita e mi è sembrato devastante'). Avete notato - A PROPOSITO - che appena il T. ha scomodato l'Altissimo le ha beccate? La partita successiva (Corea) è stato estromesso dai Mondiali. Vedete cosa significa non darmi retta. Dal gennaio 2002 - l'ho detto varie volte, e tante volte la realtà lo ha dimostrato - ogni iniziativa rétro è destinata a fallire miseramente. Non avete altra strada che Memoriale. Rassegnatevi.
'E adesso?'. Molti si domandano cosa succederà nel caso - ormai probabile - che gli Stati Uniti portino guerra all'Iraq. Non è difficile fare previsioni. Due casi mi sembrano più probabili. Il primo è una ripetizione di quello che già successe con la Guerra del Golfo all'inizio del 1991: il soggetto attaccato, soffrendo ingenti perdite e in condizioni di minoranza, si arrende dopo qualche settimana. Tuttavia, qui sono ancora oscure le conseguenze. Non si vede come si possa dire: 'Vi abbiamo affondato, procuratevi un nuovo governo'. O il tiranno viene ucciso o non te lo levi di torno (come non se lo levarono di torno nel 1991, giusto?). Ma non sappiamo neppure se è stato ucciso l'altro spaventapasseri, e come si vede siamo sempre al punto di partenza (a che pro?). Il secondo caso è anomalo. Potrebbe accadere che il soggetto attaccato usi un'arma potente che chi attacca non aveva previsto. Qui gli Stati Uniti avrebbero qualche difficoltà in più, perché subirebbero ingenti perdite e pur conducendo una guerra vittoriosa - per forze e per alleanze - è da verificare se il Congresso permetterebbe una strage di militari Usa senza neppure una contropartita sicura. Io non sono ancora andato via dai miei dubbi, che in fondo sono gli stessi di 11 anni fa e che si ripetono ad ogni annuncio di impegno militare bellico. Il mondo - sia detto in poche parole - non si migliora annientando nemici e sparando ai pazzi che ci sono in giro. Il mondo si migliora portando contributi di cultura e di pace a chi ne ha bisogno. Se mi avessero dato la parola dopo il presidente Usa, avrei detto molto semplicemente che 'Il pazzo che si vuole sconfiggere non ha mai minacciato seriamente l'Europa con armi di distruzione. Quanto all'invasione del 1990, anche lì ci sono forti dubbi sulla origine e sul modo in cui fu decisa. Come mai in quell'epoca gli Stati Uniti si contentarono e non chiesero subito la destituzione del tiranno? Allora sì che ci sarebbero stati più motivi. Da quell'anno non si può dire di aver visto questo tiranno - invecchiato e stanco - in azione. Farne il simbolo del male con un simile ritardo non serve più. e al limite potrebbe essere più pericoloso. Pensateci bene. Non abbiamo un organismo incaricato da qualcuno di stanare i governi che non piacciono. Con lo stesso criterio un potente dittatore del mondo arabo potrebbe dire quasi le stesse cose riferite al presidente Usa, cioé che stanno sviluppando armi di distruzione, che hanno ucciso già molta gente in giro per il mondo, ecc.' Questo avrei detto alle Nazioni Unite. Vedo poi che nessuna delle nazioni occidentali fa quello che dovrebbe essere il suo dovere, affrontare una discussione dettagliata in Parlamento, che dopo tutto è l'organo di espressione popolare. Ogni volta che gli Stati Uniti si muovono per fare una guerra io mi domando: ma il presidente della Casa Bianca non è lì per presiedere la nazione? Perché fa questi proclami, se il suo incarico non prevede questa funzione di gendarme del pianeta? Da quella parte dicono sempre la stessa cosa: 'In certe situazioni siamo autorizzati all'uso della forza'. Già, ma da chi? La presenza di un governante pericoloso vi autorizza?
Non credo che partite 'scaglionate' a due a due nel corso di 32 ore possano interessare come gli anni scorsi. Questo potrebbe essere il fattore che darà un colpo definitivo al baraccone del calcio. Stiamo a vedere. 15 settembre 2002 - Comincia a sfaldarsi l'enorme carrozzone chiamato 'Pubblica Istruzione', sotto il peso di voci contrapposte, pareri discordanti e visioni conflittuali della realtà scolastica. Il palazzone che dava da mangiare alla più grossa fetta di personale della nazione risulta sempre più scombinato e disarticolato, soprattutto perché nessuno ha l'abilità di tenere tutti uniti. Non è impresa facile, perché qui non hai una piazza S.Giovanni, ma tanti vicoli ciascuno dei quali porta a una strada diversa. Ma solo questo potrebbe tenerlo in piedi. Ora che i direttori regionali vedranno levarsi la poltrona sarà problematico anche ricominciare da capo nei casi in cui il nuovo dirigente aggiunga ulteriore frammentazione al quadro. L'unica pagina che mi creò qualche scrupolo fu quella su I.M., perché alla sua morte fu un coro generale di lodi e rimpianti. Mi sentii troppo diverso, e così quella pagina - da ordinaria che era - divenne tabù. Tabù sono le pagine che pubblicavo ma che lasciavo solo qualche ora. La pagina su I.M. tornerà prestissimo, e questa volta sono più tranquillo. Ho trovato in giro anche persone che non lo sopportavano. La mia era tutt'altro che un'antipatia. L'uomo era godibile, divertente, e lo guardavo con piacere. Sentivo però che era troppo intento ad esibirsi, per di più in un settore a lui troppo inferiore, e dunque trovavo che fosse troppo facile la sua scelta di vita. Quest'anno R.R. e C.S. sono andati via dalla poltrona di ministro con il metodo della 'frase'. Nel primo caso la cosa fu ben congegnata, e un quotidiano collaborò con una intervista che sparse irritazione. R.R. avrebbe potuto benissimo dire: 'Mi dimetto, perché non sono d'accordo con la visione generale di questo governo'. In fondo era questo il messaggio, e se avesse detto soltanto quella frase - al posto di una lunga intervista - avremmo risparmiato lite e carta da leggere. Il caso di C.S. è più complesso. Qui la percentuale di sospetto cala, ma più bassa dovesse essere più dovremmo concludere che un microfono aperto (l'orecchio di due giornalisti) ha fatto dimettere il ministro. Supponiamo che C.S. fosse stanco. Qui il metodo sarebbe più ortodosso. Supponiamo ora che un altro - dello stesso partito - scalpitasse per avere quella poltrona al posto suo. In questo caso sarebbe stato più bello operare una cosa simile a un semplice ricambio. C'è sempre una cerimonia, nella vita di chi si inserisce in una carriera. Se vi partecipano molti invitati, il promosso si sente ancora più in alto. Se non vi partecipa nessuno, la cosa resta per lui o per pochi intimi. Noi, anziché guardare al promosso, dovremmo guardare di più a chi si reca per riferirne. Con tutto il rispetto. 16 settembre 2002 - Quando dò la data dell'indomani con qualche ora di anticipo sull'orario del mio paese chi legge ha capito che su Internet si viaggia con un fuso elastico, che considera giorno dopo quello del Giappone, mentre in Occidente stanno ancora digerendo il primo pasto. Mentre scrivo l'Oriente è già al 16 di settembre. Non è solo una cosa teorica. Se ci fosse anche un solo abitante di Tokyo che mi sta leggendo io inizio da lui. Poi gli ultimi - che sicuramente sono di più - in California spengano la luce e chiudano la porta quando credono. La cosa per cui pagherei più denaro è sapere cosa stanno dicendo i governanti dell'Iraq se - puta caso - stessero leggendo in questo momento. Non è a dire che io sia ben disposto verso questi. Per una serie di circostanze diciamo che mi trovo ad aiutarne - senza motivo preciso - la sopravvivenza. E' come se vedessi mio padre imbracciare un mitra per sparare contro un rapinatore notturno. Non è che io ami quest'ultimo. E' che tra le due cose in palio (avere 50.000 euro di gioielli in meno e la vita di un uomo sulla coscienza) preferisco ancora la prima. Non so quanti saranno d'accordo con me. Sicuramente pochi, specialmente nei paesi - tipo gli Stati Uniti - in cui sparano per un nonnulla. Se mi stessero seguendo in alcuni dei Palazzi americani mi farebbe meno effetto. Quel che mi preoccupa è l'ossessione cieca per il terrorismo. Non sanno dire altro, non sanno parlare di altre cose... da dodici mesi. Io la trovo una forma morbosa, soprattutto considerato il fatto che non abbiamo avuto quasi nulla per il resto. Una grossa strage e basta nello spazio di 12 mesi significa 'periodo calmo'. Qui loro mi direbbero: 'Ma perché noi abbiamo sorvegliato la sicurezza di tutto e di tutti'. E anche qui ho molti dubbi. Se avessero davvero voluto una strategia del terrore ne avrebbero fatto altri, nel frattempo. Negli ultimi 24 mesi ho sentito molti 'passati remoti' nell'italiano orale. Finalmente. A questo mi illudo di aver contribuito anch'io un pochino. Questo sito non ha mai risparmiato la sua attenzione nell'evitare l'uso del passato prossimo quando non si deve usarlo. Ora occorre raggiungere questo obiettivo anche nella lingaa scritta. Non si può vedere ad esempio: 'Il pubblico quella sera a Venezia ha applaudito il film alla fine della proiezione'. Se non ci fosse 'alla fine della proiezione' andrebbe bene, poiché significherebbe 'Il pubblico ha applaudito il film a più riprese, non una sola volta'. Se l'azione si riferisce a un momento preciso è quasi blasfemo usare il passato prossimo. Dire 'Mi sono sposato nel 1961' è assolutamente errato, perché quella cosa si è fatta una sola volta, è un'azione isolata nel tempo. Dice: ma se il passato remoto non mi viene? Certo, a nessuno viene da dire 'cossi' o 'redassi'. Il problema si pone anche in inglese ma soprattutto nella lingua francese. In quei casi basta usare un altro verbo (nessuno ci obbliga). L'importante è tenere quel tempo. Così anziché dire 'cossi il pollo a fuoco lento' si può dire 'misi il forno (o il gas) a bassa temperatura'. Tenerlo corrisponde a un grande obiettivo, che è quello di conservare - per quanto possibile - un istituto (passato remoto) che già esiste. Le cose si buttano via quando non servono. Se non vengono più per disabitudine basta riabituarsi.
Da un po' di mesi uso pochissimo la lingua inglese. Quando scrivevo le pagine in inglese in realtà davo lavoro supplementare ai miei connazionali, e la cosa - a pensarci bene - non è positiva. Dopo tutto siamo sempre noi a dover faticare passando dalla loro alla nostra. Pubblicando solo in italiano realizzo l'obiettivo di far lavorare i lettori di madrelingua inglese. Ma naturalmente i pericoli non diminuiscono. Ci sono molte espressioni che è difficile tradurre in inglese, così come accade in direzione inversa. Per quanto riguarda il pubblico dell'Europa occidentale non ho mai avuto problemi a pensare che in Spagna e in Francia mi possano correttamente leggere in italiano pur non conoscendo la lingua. Ormai le parole - nel secolo XX° - hanno circolato talmente che anche chi non ha studiato sa cosa significa 'pane' o 'carne'. Capita anche da noi: tutti sanno cos'è il pastiche o una mujer. Per questi sussistono però difficoltà di espressione. Leggendo questa pagina un lettore francese si chiederebbe ad esempio perché mai in italiano si dica 'stare di un bene...' e soprattutto perché lo si scriva necessariamente coi puntini di sospensione. Queste sono le preziosità che ciascuna lingua possiede e solo i madrelingua sanno correttamente adoperare. Una certa curiosità mi nasce a pensare come un lettore straniero possa recepire tutti questi discorsi con le persone munite di iniziali. Il traduttore automatico renderebbe abbastanza bene i concetti, ma è ovvio che poi un lettore di Madrid dirà: 'E chi è P.G.?'. Sicuramente la pagina resterà interessante, ma se lo sapesse sarebbe meglio. Curiosa questa commistione di persone note - e dunque facilmente identificabili - con persone sconosciute ma presenti nella mia vita passata. Il giornalista conosciuto da tutti qui resterà insieme con la ragazzina avuta da me per qualche mese. La cosa mi piace. In questo 2002 a un certo punto ho avuto la sensazione di rimanere da solo, su Internet. Ho avuto qualche visione in cui tutti si ritiravano (perché dicevano che la rete non è quello che sembrava all'inizio) e così restavo solo io a lavorarci. Una notte l'ho sognato, e mi sono trovato a disagio. Se è vero che 'fare molti soldi in rete' al 98% è una balla messa in giro da chi te li scuce è anche vero che si può fare tranquillamente cultura. Io l'ho fatta per tre anni. Era il lontano 29 settembre 1999 quando acquistai un dominio e misi una piccola pagina sul Web. All'inizio il momento più emozionante fu il primo aggiornamento in FTP. Ti dà la sensazione di volare, perché capisci che hai la possibilità di farti un giornale da solo (la cosa soltanto dieci anni fa era utopia). Io questo giornale l'ho fatto e - scusate se è poco - Memoriale potrebbe essere (stato) l'unico sito individuale al mondo ad avere aggiornate regolarmente le pagine con la cadenza di un quotidiano. Altri lo hanno fatto ma erano amministrati da un team, cioé da un gruppo di persone. Qui l'autore ha 'creato' ogni sera contenuti diversi per trenta mesi, da solo. Più di questo cosa c'è? |
TACCUINO DI MEMORIALE - APPENDICE
L'INDIGNAZIONE DEI MIEI STIVALI - Iniziare un pezzo con la dichiarazione: 'Mi è stato chiesto se...' è cosa non da poco. Scritta da una persona che ha un nome e un appeal va bene. A.M., lo scrittore italiano più conosciuto del secolo, usava spesso questo incipit. Se vediamo lo stesso inizio con G.G., padre di un ragazzo morto durante incidenti di piazza, comincia a venirci qualche dubbio. Insomma, ricapitoliamo. Otto leader politici decidono di incontrarsi in una grande città. Da tempo una parte della società non è d'accordo con queste riunioni governative, che trattano l'economia come un semplice mercato di grosse potenze, e così contestano le riunioni stesse organizzandosi per disturbarle (la cosa vien chiamata 'no global', fate voi...). Fin qui va bene. Ora, essendo evidente che questi disturbi non possono avvenire in maniera esclusivamente 'pacifica' (perché le riunioni stesse vengono circondate da poliziotti, che spesso devono soffocare sassaiole) è normale che la piazza registri scontri tra 'forze dell'ordine' e manifestanti. Si dirà che non è normale che ci siano morti. Ma non è vero. E' normalissimo, proprio per il carattere violento di questi scontri. Le polizie di tutto il mondo, se si trovano davanti a manifestanti con manganelli e altro, sono PIU' CHE autorizzate all'uso della forza e se necessario delle armi. In tre giorni di scontri violenti si farà il possibile, ma se scappa UNA VITTIMA tra migliaia di dimostranti (con centinaia di feriti e contusi) non ne facciamo 'la fine del mondo'. Nessun paese al mondo sarebbe andato al di là della pubblicazione della notizia. Negli Stati Uniti fatti simili avvengono tutti i giorni e non finiscono neppure sui giornali. In Italia ne hanno fatto un argomento di stampa senza fine. In quelle giornate di luglio 2001, a Genova, una camionetta dei Carabinieri ha l'ingenuità di farsi chiudere in un angolo e così ecco che decine di ragazzi vi si scagliano. Tra questi c'è anche il figlio di G.G. che tutte le telecamere hanno inquadrato mentre fa il gesto di lanciare un estintore (atto non certo pacifico, che avrebbe causato danni della stessa portata a chi stava dentro l'auto). Dall'interno dell'auto sparano un colpo. La direzione, non mirata, della traiettoria fece ricadere la pallottola sul corpo di quel ragazzo. Questo non è né un incidente (nel senso che poteva essere evitato, non è una casualità) né uno scandalo (nel senso che le forze dell'ordine PER LEGGE hanno l'incarico di usare le armi, in determinati frangenti). Così, se un automobilista non si ferma al posto di blocco e fugge... ugualmente... le forze dell'ordine sono autorizzate a sparare e se quello muore non potremo far altro che dire 'se l'è cercata lui'. Un giovane che muore perché viene colpito da uno sparo 'non mirato' della polizia che si sta difendendo da un attacco del giovane stesso non può essere considerato un eroe, perché mancano gli ingredienti necessari (sacrificio volontario della vita, missione, ecc.). Ora questo signore viene a dirci: 'Mi hanno chiesto se il 14 settembre vado a Roma per manifestare...'. Lo abbiamo abbracciato, gli abbiamo manifestato la nostra solidarietà ma più di questo cosa c'è? Per favore, non chiedetegli più nulla... altrimenti nel 2010 ci troveremo ancora a parlare di quel ragazzo. Cosa vuole G.G. da noi? Cosa vuole il padre di questo ragazzo che è andato incontro a una morte in piazza? Di che accidenti si indigna? PER STRADA DOPO LA TV - Questi giorni mi è venuto in mente che una ventina di anni fa P.C. scrisse un pezzetto in cui osservava che ogni volta che appariva alla Tv il giorno dopo per strada la gente lo guardava in modo strano. Naturalmente la cosa ha un senso se detta da chi in Tv compare poco (chi vi abita viene al contrario guardato in maniera normale), e così può capitare che egli proietti sulle persone e sul loro sguardo un'attenzione del mondo che egli stesso crede di calamitare in quel momento. La cosa è vera per i vicini, perché effettivamente i vicini del palazzo o del quartiere non ti avevano mai visto su quello schermo e la prima o la seconda volta che ti vedono restano soggiogati. Per tutti gli altri, un po' meno. Oggi le città sono grandi formicai in cui la gente non fa più caso a nulla e a nulla si appassiona o si stupisce veramente. Quando sentiamo - come è successo ieri - una ragazza che dice: 'In Egitto mi hanno riconosciuto, arriva anche a loro Canale5' restiamo più che altro divertiti, perché ciò che conta non è lo sguardo degli altri (che nel giro di due mesi si dimenticheranno) ma l'attenzione che quella ragazza ha colto nel prossimo. E' una procedura abbastanza infantile, ma ancora in funzione nelle province o nei piccoli centri. Mia nonna paterna un giorno esclamò: 'Hai visto quei biscotti... devono essere importanti, gli ha fatto pubblicità perfino la Tv...' Ma eravamo nel 1963 e in un paesino di 2.500 abitanti. Non confondiamo i colori e le visioni della nostra mente con l'ignoranza dei meno informati. NE PARLATE PER LA CORNICE - Molte delle cose che restano mesi sulla stampa vi restano soprattutto perché sono legate a una particolare manifestazione. Quel ragazzo sarebbe potuto morire in quelle circostanze in qualsiasi altro momento. Morendo nell'ambito di una tre-giorni di violenza urbana ce ne siamo ricordati di più. Capita anche con le canzoni. Tutti diciamo un titolo o cantiamo un'aria richiamando al cervello ogni volta il legame con il festival di Sanremo di quell'anno. In caso contrario quella canzone sarebbe finita nel dimenticatoio come tante altre. Dovremmo imparare a contrastare questa tendenza. Perché poi non è detto che in futuro troviamo sempre uno che ci chiede quale brano arrivò al terzo posto 35 anni prima. La mia speranza è che ci sia qualcuno che chiede cosa facevamo noi, in quel periodo. E così quel brano anziché esser legato a quella serata Tv sarà legato a un ricordo della nostra vita. Molti pensano al solito fatto dell'essersi incontrati con la propria moglie o dell'essersi sposati con quello. Io penso invece a cose del tipo: 'A cosa colleghi quella musica?'. Se si avesse una memoria a prova di bomba si potrebbe dire: 'A un'indigestione di cozze' oppure 'A una notte insonne'. Io conservo molti incubi giovanili nella mia memoria. Uno fu 'Il pretesto', di F.H., che accompagnò in maniera ossessionante una notte difficile. Al piano di sopra lo suonarono per venti volte di seguito. Si era intorno a mezzanotte, e io urlai richiamando l'attenzione dei miei genitori. Trenta minuti dopo ero nel mondo dei sogni. Ma da allora quel brano mi rimase come quello della insonnia ossessiva.
DONNA CON GLI ATTRIBUTI - Quando il direttore del Corriere andò a disturbarla, era come se uno zombie si rimettesse in circolazione tra di noi. O.F. guardava il soffitto, da anni, in una stanzetta di New York. La sensazione, in quel momento, fu che F.d.B. provasse 'ammirazione per il pene', riferito a una persona del sesso opposto. Difficile infatti trovare due persone altrettanto antitetiche. O.F. gli disse: 'Va bene, mi hai rotto i c. (vedete che li ha), ti dò il pezzo ma poi non rompermeli più'. Per rispettare il suo sesso avrebbe dovuto dire: 'Te la dò, ma una volta sola'. In realtà poi abbiamo visto come la signora si sia concessa più volte in seguito, anche a settimanali. Una volta rotto il ghiaccio, se c'è un filo di orgasmo, anche la donna più renitente (lo abbiamo spiegato) si concede ancora. Quelle della F. però erano cose che in gergo si definiscono 'pisciatine'. Si vedeva lontano un miglio che la signora vive(va) fuori dal mondo e che non segue più la politica internazionale. Quando avevo 14 anni O.F. era identica. Si arrabbiava per un nonnulla, e in compenso girava da super-star. Aveva infatti trovato un modo originale: fare quello che neppure gli uomini facevano. Chiedere appuntamenti a capi di Stato e politici di tante nazioni e imbastire spinose interviste. Un suo libro molto bello fu 'Intervista con la storia'. Poi però si spense, grosso modo tra il 1976 e il 1978. L'era del vuoto portò un vuoto anche a lei. IL PUBBLICO CHE PARLA LEGGENDO - Davvero incresciosa questa tendenza recente a telefonare ai programmi radiofonici interattivi con un foglio già scritto. Oggi 3 persone su 4 usano prepararsi prima un foglio, con il testo completo, e poi leggerlo al telefono facendo credere a chi ascolta che stiano dialogando. La cosa toglie interesse e curiosità, perché nessuno sente il respiro discorsivo in diretta, nessuno può verificare quanta sintassi spontanea la persona abbia in quel momento. Alla fine alcuni dicono anche: 'Resto in attesa di una risposta'. LA FORBICE DELLA SERA - La stessa cosa succede anche nello Zapping serale di Rai1. Il programma ha un target molto basso. E' l'Italia dei camionisti, delle persone dabbene, dei pensionati, delle casalinghe arrabbiate, che ogni sera alle 19.30 si ricorda di accendere la radio e qualche volta telefona. La creatura di A.F. è come una lunga 'rimuginata' dello stesso Aldo davanti all'apparecchio, perché il conduttore è solito sottolineare ciò che sente dall'altra parte del filo con leggeri grugniti di approvazione o disapprovazione. Così l'ascoltatore segue praticamente due programmi: le chiamate telefoniche e in contemporanea i commenti di gola dello stesso A.F.. Trascorsi novanta secondi, in genere, l'ascoltatore viene a sapere che quella sera 'hanno troppa carne al fuoco' e così non c'è tempo (tre su quattro vengono mozzati in gola con un 'Grazie, arrivederci' mentre stanno ancora parlando). Poi arrivano quelli dei giornali, che dicono ciascuno la sua sui fatti del giorno. Nel 1994, quando il conduttore ebbe l'idea, egli pensò che fosse un programma molto creativo e di grande fantasia. La realtà ha detto esattamente il contrario. 'Zapping' è il programma meno creativo e più ripetitivo di tutti.
'NOI VENDIAMO MOLTE COPIE' - Lo stesso conduttore - severo con gli ascoltatori quanto mellifluo con i giornalisti - quando un anno e mezzo fa gli feci notare alcune incongruenze del suo programma, mi rispose con degli slogan. Lo slogan è una frase già pronta, quando non hai voglia di discutere con chi ti fa una critica costruttiva. In questo caso lo slogan di A.F. fu: 'Peccato che centinaia di migliaia di ascoltatori non la pensino come lei'. Qui per la verità siamo dentro uno di quei discorsi che impegnerebbero mesi. Se il target è basso, perché si fa un programma 'omnibus', è chiaro che ascoltano in tanti. Tutti o quasi tutti parlano quella lingua e così ascoltano. Ma non è di per sé un valore. Per fare soltanto un esempio (lontano da questo, sia chiaro, ma indicativo) le rivistine porno vanno in tutte le caserme e vengono lette da un numero molto consistente di giovani alle armi. Il fatto che vendano indurrà l'editore a stamparne ancora molte copie e a pensare che la pubblicazione abbia un grande successo. Ma qui l'equivoco è il medesimo di quelle ragazze che pensano che essere riconosciute per strada dopo aver mosso il corpo con una musica alla Tv sia 'diventare famose'. Fate sempre attenzione alla lingua, perché le parole non hanno un significato estensibile fin dove si vuole.
'LUI VENDE MOLTE COPIE' - Il fatto di vendere molte copie di un prodotto arreca vantaggi economici e pubblicitari all'autore, ma non è indice di qualità. Anzi, proprio per le ragioni menzionate, indica tre volte su quattro una bassa qualità. La cosa funziona in maniera molto soggettiva. C'è l'autore che tiene al record di botteghini e si esalta, diventando euforico ('Sono grande!'). C'è l'autore - più raro - a cui non importa nulla o quasi nulla, e in questo caso anzi terrà all'esoterismo del prodotto. In quest'ultimo caso sentirete da lui le argomentazioni più strane e complicate. compreso il fatto che 'non essere capito' sia una cosa normale per il suo prodotto (che si presume di alta qualità proprio per questo). 'SIEDE SULLA POLTRONA DI...' - Arrivare al numero uno di qualcosa dovrebbe essere esercizio molto più faticoso di quel che è nella realtà di oggi. Qui gli errori partono dalla società stessa, con la sua visione dei miti e dei Palazzi. Quando un giornalista arriva ad essere direttore di un grande quotidiano tutti dicono: 'Oggi lo zio Mauro' siede sulla poltrona che fu di 'Ingegno de Scalfari' (fate conto, 25 anni prima). E la cosa, se pure ha un senso linguistico, non ne ha alcuno nella realtà. Quella cosa infatti aveva un grande valore 60 o 100 anni fa ma non oggi. Quindi è inutile vedere sul corpo dello zio le insegne dell'Ingegno. Quelle insegne non ci sono più. Se fossimo intelligenti dovremmo dire la stessa frase per ciò che emana oggi, non per quello che emanava 60 anni fa. Cambierebbe molto. Più che altro, molte persone a cui viene attribuito un 'parterre du roi' scenderebbero immediatamente da quel trono usurpato. Ciascuno ha una dote - Non si va agli estremi, perché in tutti troviamo qualcosa di positivo. Io apprezzo molto che F.d.B. non abbia pubblicato neppure un libro (almeno così mi pare). Nella sua posizione lo facevano tutti. Lui ha avuto per ora il buon senso e l'eleganza di non imitarli. La cosa mi piace molto ed è certamente degna di rispetto.
LO SCANDALO NON E' UNA TECNICA CINEMATOGRAFICA - Lo scoop di oggi è quello di Repubblica, per conto del quale E.A. è andata a sentire una delle ex-segregate in convento di cui parla il film di P.M, premiato al festival di Venezia. Qui però credo che chi ha protestato su quel film non avesse tutti i torti. E forse si è spiegato male dicendo che la 'Chiesa non è quello'. Io avrei fatto un discorso molto più semplice. Quella pellicola va bene, se mostrata in un determinato contesto. Se le si conferisce un primo premio a una Mostra del cinema si cade in una debolezza, perché significa che si viene assoggettati dal clamore o dallo scandalo (componenti sociali ma non appartenenti alla cinematografia in senso stretto).
NON CI SONO ALTRI MODI DI RAPPRESENTARE - Io credo che lui dica: 'Noi procediamo, poi si tirerà i conti'. Mi capita di essere quasi sempre d'accordo con quello che dice P.F.d'A., una delle due menti attuali dei girotondi. Solo, non capisco in che senso un 'tenersi per le mani in strada' possa portare a una nuova forma di democrazia rappresentativa. Se si dice - come fa lui - che non si era mai avuto prima un uso così esteso di questa politica si dice una verità, ma più che aggregazione e solidarietà non si conquista. Se democrazia significa 'governo del popolo' e questo popolo governa mandando in un certo luogo persone che lo rappresentino occorre un meccanismo di selezione comunque. Che lo si chiami votazione o altro, che lo si faccia con schede o con biglie, che lo si faccia tutti insieme o per suffragio limitato, comunque una scelta deve farsi. Se si va in piazza per protestare bloccando l'attività si fa una scelta politica perché si causa un danno 'dimostrativo' e si lancia in questo modo un messaggio. Se si va in piazza a fare casino o spostamenti col corpo si fa folklore o aerobica. IL FINTO DOCENTE DEL TERRORE - G.S. è un uomo friulano con barba che ebbi nei primi anni '80 come docente di procedura penale. Era il terrore della facoltà. Passare con lui era considerata roba da pochi. Arrivava all'esame senza pietà e interrogava come un aguzzino. Così dicevano... Credo invece che sia un uomo profondamente dolce e mite. Capita però che vestiti dell'abito professionale della docenza molti uomini si lascino trasportare dalla passione e non pensino che lo studente non potrà mai aderire perfettamente a quell'abito. Se l'università fosse un insegnamento impartito a tutti alla luce del sole, tutti penderebbero dalle labbra di chi insegna e avrebbero un amore per le materie. Ma a questo non ci arriva più nessuno oggi. E' considerato già un piccolo privilegio potersi sedere, alle 9 del mattino, e ascoltare un docente nelle prime file. Se questi è bravo, avrà 10 allievi prediletti (di cui tre diverranno suoi assistenti). Se non è bravo neppure quelli. G.S. è sicuramente un uomo di altri tempi calatosi un giorno in un maglione o in un loden degli anni '80 (oggi, nel 2002, già non spaventa più).
IL RESPONSABILE DI UNA SCONFITTA - Una delle cose più difficili è l'attribuzione di responsabilità di una sconfitta, negli sport che prevedono la presenza di un arbitro. Chi subisce ingiustizie da quest'ultimo potrà sempre appellarsi ad esse. Ma da parte opposta si potrà sempre dire: 'Se avessi fatto un grande match avresti vinto comunque'. Ci sono casi in cui sia arbitro sia perdente collaborano e così il risultato finale è ancora più sicuro. Uno è stato certo quello della partita Italia-Corea. Anche qui, perfino con un arbitro più incapace di quello che l'ha diretta, se nei momenti topici la palla fosse stata messa in rete non ci sarebbe stata una quantità equivalente di recriminazioni e discussioni. A me - che non vidi quella partita - ha sempre colpito il fatto che più di tutti collabori alla sconfitta della sua squadra C.P., che prima provoca con un intervento maldestro un rigore e poi scivola sul più bello regalando la palla a chi la metterà in rete. Tuttavia, in questo caso, diversamente che con l'arbitro, nessuno si sogna mai di adombrare dubbi sulla condotta sportiva del giocatore che determina la sconfitta. Nessuno dice mai: 'Ti hanno dato soldi per sbagliare'. Nel calcio. Ma nel basket ad esempio è più facile pensarlo, ipotizzarlo e farlo nella realtà, perché le situazioni sono ancora più determinanti. Se si esce subito per falli è come andar via dalla partita, se si manda fuori la palla con 2 canestri su 15 tentativi si potrà dire che è una giornata di scarsa mira, se si fanno infrazioni sono normali, ecc. Si capì subito che il brasiliano Ronaldo non gradiva più l'Italia (più che una singola città), perché fu l'unico al mondo a dire che l'arbitro di Italia-Corea aveva diretto bene.
IL FISCHIO PREVENTIVO - La partita Spagna-Corea. dei mondiali 2002, fu più significativa e clamorosa. In essa infatti si ebbe una doppia comparsa del famoso problema del 'fischio anticipato'.
PUO' NON ESSERE QUELLO CHE CREDI - La caratteristica principale di G.S. (e quella di molti suoi colleghi) era quella di scrutare da subito il candidato all'esame e poi di condurre essi stessi l'esame. G.S. arrivava alla cattedra, si trovava davanti allo studente e faceva lui. Ti guardava in un certo modo, e conduceva lui il discorso intervenendo di continuo su quello che tu dicevi. L'inizio naturalmente era importante. Bastava un silenzio o una risposta parziale al primo argomento e G.S. ti diceva: 'Ci vediamo al prossimo appello'. Quando riuscivi a restare davanti a lui, la valutazione stessa era molto soggettiva. Ricordo dei 26, dei 21, dei 22, dei 27 assegnati con grande libertà, quasi creativa. In pratica decideva lui - almeno al 75% - che voto avresti preso. Era una situazione in cui il singolo studente poteva fare ben poco, anche perché G.S. era molto diretto. Ti fissava, molto spesso ti chiamava per nome anziché per cognome, e ti poneva in una sua casella. Questo non è un metodo raro, anzi è qualcosa che fanno molti professori anche di liceo (dove spesso fanno lezione camminando tra i banchi). Non sarebbe sbagliato, se il docente instaurasse anche una relazione... con chi esamina. Viceversa, era come se il docente guardasse un film. Se il film a G.S. non piaceva, dopo cinque minuti andava via dal cinema. L'ESPLOSIONE CHIAMATA E QUELLA SPONTANEA - Nell'ultima settimana, due nomi hanno dilagato più di altri nella stampa. Il primo è P.G., musicista inglese, venuto in Italia per alcuni concerti e per il lancio di un nuovo Cd. Questa si chiama 'esplosione chiamata'. C'è un artista che fa la promozione, e tutti accorrono a sentirlo. Tanti giornali gli hanno fatto un servizio, e così i lettori non hanno visto altro che P.G. per tutta la settimana. Il secondo è A.B., scrittore leggermente esaltato che ha un debole per il linguaggio scurrile. A.B. è esploso da solo. Capita a tutti. In una certa fase ci sentiamo attivi, abbiamo voglia di scrivere e di pubblicare e questa forma di socievolezza ci spinge a fare tante cose, a proporci, a mandare fax, a scrivere articoli da una parte e dall'altra. DESIDERI PROIBITI - Soprattutto, tra le cose che non si potevano immaginare c'era Internet. Fino a quel momento molte cose avvenute in quei corridoi erano rimaste nei corridoi stessi. Chi avrebbe immaginato che di lì a poco tutto sarebbe finito facilmente in rete? I desideri proibiti vengono quando ti accorgi che qualcosa non va bene. Per cui non ha senso domandare: 'Ma se hai quel concetto basso della professione perché li stuzzicavi?'. Io stuzzico chi non lavora bene. Se quel settore andasse a gonfie vele non ci sarebbe neppure bisogno di parlarne. Sommando tutti i fattori (immaturità della nuova situazione determinatasi nell'era dell'Assestamento, scarsa abitudine a muoversi con autonomia fuori dal giornale al di fuori delle mansioni, corpi in cancrena, ecc.) venne fuori una vicenda con molti interrogativi e pochissime risposte. Eppure, se queste persone avessero messo insieme tutti i frammenti delle mie lettere, le avrebbero avute. Perché dicevo tutto, seppure in parti separate. L'unica cosa in cui non riuscii a spiegarmi fu 'la magia del testo'. I destinatari capirono che ero stato io a mettere tutti i riferimenti e tutti i simboli, mentre quei simboli erano interni al testo e basta. Quando un autore scrive di getto un suo pezzo, sfoga un improvviso bisogno che si esprime - in questo caso - con la scrittura o - altrove - con le arti figurative o con la composizione musicale. L'impulso creativo nasce da una caratteristica dello spazio-tempo, cioé dal periodo in cui si scrive (tanto è vero che diciamo 'Quell'anno mi sentii in vena, ero ispirato... ecc.ecc.), che si sentirà più o meno in sintonia con lui. Questo lo abbiamo spiegato nelle annate ('uomini in linea con l'anno in questione'). Se l'autore costruisse il testo con suoi inserimenti sarebbe soltanto un imbroglione. Una magia del testo - quando è vera, cioé non contraffatta - prorompe dal testo stesso, come la lava di un vulcano. Dunque, non può che essere involontaria. Io stesso scoprii quei messaggi in seguito e in seguito li comunicai. Era come se il testo mi parlasse e mi rivelasse a un certo punto - qualche settimana dopo - che dentro c'erano altre figure. Se li avessi messi io a bella posta sarei stato un banale trucchista e basta. DESIDERI PRIVATI - Un caso interessante è quello di un 'single' azzeccato per un gruppo o un cantante emergenti. Oggi indovinare tre minuti che piacciono - con relativo videoclip - è un affare che vale milioni di euro. E' stato il caso dei C. con 'Trouble' e di T.F. con 'Perdono'. Quando un artista prorompe improvvisamente è come se il suo essere si proiettasse in un certo periodo, che lo ama. Tanto è vero che diciamo: 'Mi dannai tanto, poi improvvisamente mi trovai le porte aperte senza accorgermi'. Queste porte aperte sono 'stanze private' di quel periodo, e non di un altro. Prima l'essere si teneva chiuso, poi improvvisamente si apre come se rinascesse. Dentro la sua opera, in genere, sono contenuti desideri privati ma comuni a ciascuno di noi. E così dentro un testo o una musica troviamo quei messaggi che inconsciamente avremmo sentito ugualmente nella nostra vita. Molte volte lo scopriamo in ritardo, perché ci capita di riascoltare un Cd anni dopo e di trovarci cose che all'epoca non entrarono. Se un album è un capolavoro dovrebbe restare nel tempo, e in questo caso i desideri privati di allora sono i medesimi di oggi. Io metto sul compact 'John Barleycorn Must Die' dei T. e mi vibrano ancora le cellule. Ma stiamo ai tempi nostri. Tornate a cosa successe nel 2000 quando ascoltammo per la prima volta 'Trouble'. Se voi scomponete oggi questo pezzo nota per nota vi accorgerete che non è un granché. Sentito suonato in quel modo, soprattutto con quegli accordi intermedi al pianoforte, molti allora dissero: 'Mamma mia'. Il gruppo aveva espresso un prodotto che è risultato gradito, e chi lo ha sentito vi ha trovato in quel momento degli elementi acustici che desiderava. Con piacere va al negozio e acquista quel Cd. Se ci ragionasse farebbe molta più fatica a farlo, perché metterebbe in conto altre spese, il fatto che lo può registrare dalla radio ecc.ecc. Invece lo fa perché in questo modo realizza una sua aspirazione individuale, privata. Quello di acquistare prodotti di successo in un certo periodo è uno dei modi in cui si esprimono i desideri della nostra epoca. DESIDERI QUELLO? - Il fantasma del desiderio viene sempre agitato da chi deve fare un favore nel mondo del lavoro, con una raccomandazione. Il favore presuppone che chi ti procura un posto lo fa per soddisfare un tuo legittimo desiderio. Purtroppo, questo è un falso concetto. Ciascuno di noi arricchisce - se ha qualità - l'organizzazione nella quale entra. Non è il contrario, non è l'organizzazione che fa un favore a te dandoti uno stipendio perché altrimenti succede come nei giornali. Arrivi senza che l'organizzazione avesse neppure bisogno di te e ti mescoli ad altre 249 persone. Ciascuno dovrebbe porsi un'unica domanda: 'Sarei andato a fare quella cosa se non ci fosse stato uno stipendio?'. Solo se la risposta è affermativa si può dire che è giustificato che svolga quell'attività. Il legame tra individuo e attività dovrebbe essere uno dei concetti più alti di tutta la nostra esistenza. Perché altrimenti una vita in fabbrica o una vita da presidente della Repubblica si equivalgono. Se accetti la prima per sbarcare il lunario è come prendere la seconda per avere un conto in banca più sostanzioso. Da quel legame dovrebbe sempre essere escluso il denaro. Un vero datore di lavoro dovrebbe dire ai dipendenti appena assunti: 'Non vi dò la stessa paga. Quello che mi dimostra di essere nato per questo lavoro avrà denaro in più'. 'NO, DESIDERO ALTRO' - Desiderare altro al giorno d'oggi ha poco senso, perché tutti più o meno desideriamo il mondo dello spettacolo o quello che vediamo dalla pubblicità e così manca una maturazione corretta dell'individuo. Se fanno un concorso per rimpiazzare due ragazze che ballano sopra un tavolo, in Tv, arrivano tutte le ragazze carine della nazione tra i 18 e i 25 anni. Se fanno un concorso pianistico arrivano in tutto sette candidate. Però queste non desiderano altro che il meglio di se stesse, cioé di dare quello che sanno nella performance che sarà premiata. Se alle pianiste si chiede: 'Desìderi altro?' ti dicono tutte di no (fuori dalla carriera pianistica per loro non c'è nulla). Evidente la deduzione finale: tutte le strade portano - come desiderio - al mondo dello spettacolo. Solo una porta -come desiderio - a dare concerti davanti a un pubblico.
'E POI FARO' DEI VIAGGI' - Quando poi si sia raggiunto quel che si desiderava le dichiarazioni successive sono sempre varie. Ma tra le più frequenti c'è quella di spendere il denaro in viaggi. Pare che oggi viaggiare per il mondo sia una meta da soddisfare alla fine ('quando avrò molti soldi') anziché all'inizio ('il denaro ora mi serve per altro'). Io l'ho sempre pensata in modo diverso. Se appena hai 600 o 700 euro è più istruttivo buttarli subito in un viaggio. Se invece ne guadagni improvvisamente 70.000 non c'è equazione, perché dovresti stare in viaggio per due o tre anni di seguito. I FATTI SI CONDANNANO, MA NON SI CANCELLANO - Chi ha un'unica automobile al centro della pista non può scontrarsi con nessuno e così è normale che vinca sempre. Nella vita reale, non scontrarsi con nessuno è una grande dote (se non è apatia sociale). La dote prevede il fatto di non arrivarci neppure se ti fanno il torto più grande del mondo. Ecco perché il perdono è uno dei concetti più inconsistenti che esistano al mondo. E' fatto di nulla. Se una persona ha ucciso un mio parente stretto non c'è bisogno di un atto specifico, perché - non essendo io polizia - non posso fare più nulla. Dentro di me avrò un grande dolore, ma soltanto le forze dell'ordine avranno diritto di agire sull'omicida. Egli sarà GIA' confrontato da sé medesimo col suo passato. Se lo incrocierò - da libero - avrò scelta se salutarlo o meno (e questo è l'unico caso in cui non salutare è lecito per l'educazione), ma più di questo non posso fare. Tutte le persone civili si fanno ragione di quel che è successo e tutto finisce lì. Se dicessi: 'Ti perdono per quello che hai fatto' direi 'parole in aria', perché non interverrebbero più sul fatto (che è già passato). Se quello si sentisse rinfrancato dal mio 'perdono' la cosa sarebbe poi controproducente, perché lo indurrebbe a sollevarsi moralmente dalla grande responsabilità per quello che ha commesso. Se il danneggiato dice a se stesso: 'Cercherò di dimenticare' è ugualmente inutile, perché il meccanismo del riaffiorare dei ricordi non è volontario. Quindi non ci si può fare nulla. Se quel fatto ritornerà alla coscienza, sarà perché è rimasto impresso più di altri. Dice: 'Hai perdonato Giulio?'. Se quello risponde di no sarà ancora un continuo rimuginare, con pensieri cattivi che indurranno alla ritorsione. Se quello risponde di sì autorizza la commissione del fatto, perché questo implica che a una ripetizione si perdonerà nuovamente. Siamo dunque al punto da dover buttare a mare questo concetto. Se la confessione come rito è una delle cose più incivili di tutta la storia, il concetto del perdono è una delle più inconsistenti.
LA POLITICA SENZA CRISTALLO - Chi ha seguito le annate sa che il 1998 fu un'annata abilissima negli imbroglietti, negli aggiustamenti improvvisi. Quando M.d.A. si vide consegnare l'incarico fu una manna dal cielo, per il gruppetto dei Comunisti. A quel punto la palla passò al leader, A.C. Difatti al momento di compilare la rosa dei ministri, il premier incaricato chiamò lui tra i primi. A quel punto O.D. aveva il posto assicurato, perché per quattro anni era stato il più in vista, si era fatto nominare capo della delegazione parlamentare ecc.ecc.
BLIND DATE - 'Blind date' è un'espressione molto bella della lingua inglese che si può tradurre 'appuntamento alla cieca'. Definisce la situazione di due persone che si diano un appuntamento senza mai essersi incontrate prima. E' un fenomeno sociale che può funzionare per ovvi motivi tra persone di sesso opposto. L'interesse della cosa appare proporzionalmente inverso alla quantità di dati posseduti da ciascuno sull'altro: meno se ne ha più si è entusiasti e incuriositi di realizzare l'incontro. Per arrivarci occorre una grande curiosità per la vita e una certa disponibilità umana che sono più facili a riscontrarsi nelle giovani generazioni. Le statistiche dicono che le probabilità di riuscita (=incontri che portino conseguenze, creazione di coppie, amicizia. relazioni ecc.) sono molto basse, diciamo tra il 10 e il 15%. Attualmente, in modo vario, si organizzano in tutto il mondo - in media - non meno di 5.000 blind dates al giorno. Se la persona si presenta accetta almeno il rischio o il piacere della novità. Il blind date si fa abortire non presentandosi. Tre persone su cinque, anche dopo averne fissato uno, fuggono. Occorre dire che l'essere umano del XXI° secolo - specialmente nel sesso femminile - non è facile a combinarsi con i suoi simili. L'evoluzione ha portato a garantirsi determinate comodità e a conoscere talmente bene le cose che ormai ci si sbaglia sempre meno. Lo sbagliare meno nei primi approcci significa che anche gli uomini posseggono - per fortuna - una loro 'anima terrestre' che fa sì che anche questo campo non sia soltanto materialistico. In caso contrario il genere umano sarebbe fortemente sbilanciato verso un modello di uomo o di donna (i bellissimi e/o i ricchissimi) che prevarrebbe in maniera schiacciante su tutti gli altri. |