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Come siamo giunti a questo punto 1. Ciò che non esiste, non può essere provato in alcun modo Se l'oggetto non esiste e non è conosciuto, non se ne può in ipotesi domandare la prova né in un senso (dimostrativo dell'esistenza) né nell'altro (dimostrativo della inesistenza). Se io dico che 'Winchapilg è buono' non posso spiegare o dimostrare nulla, perché l'oggetto non esiste. Se dico che 'Dio è buono, generoso e onnipotente' posso farlo (e continuare) solo perché mi sto muovendo nell'ambito delle parole (e con le parole potrò persuadere persone stupide) e non in quello della realtà. Così, se si nomina un oggetto irreale e non conosciuto da nessuno, lo si può fare a piacimento, in quanto si comunica una semplice fantasia, ma al momento di quella operazione (risalire da parola a suo oggetto) si è costretti ogni volta a raccontare una storiella. Se un giorno prese diffusione la trasmissione in giro di questa storiella, è chiaro che possono anche formarsi patrimoni culturali di grandi dimensioni (pomposamente chiamati 'tradizioni'). Ma essi restano semplici mitologie, tramandate. Così, tutte le operazioni che tramandarono un falso concetto non potevano che essere un inganno. Cosa facevano? Divisero l'umanità in due tronconi, credenti e miscredenti. Lo fecero necessariamente, altrimenti avrebbero dovuto concepire (e qualcuno arrivò anche a questo) un oggetto che esiste per alcuni ma non per altri. 2. Di ciò che non esiste non possiamo cercare documenti sulla sua esistenza, poiché non è mai esistito Memoriale rigetta da subito anche le eventuali obiezioni di chi richiedesse documenti storici. Non siamo in un campo che viene rafforzato o viceversa smentito da documenti del passato. Che questi vengano (un giorno) rinvenuti o meno, non ha nessuna importanza. Anzi, darebbe inutile spazio a un argomento che essendo di pura fantasia non può occupare la realtà della nostra vita. A parte la naturale precarietà, che rende difficile prenderli in considerazione, documenti e reperti di 2000 o di 2500 o di 3000 anni fa provengono da uomini molto diversi da noi che neppure possedevano gli strumenti della logica. 3. Per ciò che non esiste è inutile avere un suono che lo definisce Qualcosa o qualcuno che non può essere presentato o mostrato in alcun modo rende inutile anche l'esistenza attuale di un suono (parola) che lo definisce. Siccome la parola designa un oggetto non conosciuto e non esistente, il suo effetto è altamente nocivo, poiché potrà essere impiegata da chiunque e con innumerevoli scopi, anche di guerra e di distruzione. Dopo la formattazione non possediamo più il concetto di Esseri soprannaturali non umani. 4. Se qualcosa esiste ma non è visibile non ha senso parlarne Se qualcosa esiste ma nessuno lo ha mai visto o conosciuto, il dato della sua esistenza verrà recepito solo al momento in cui queata cosa verrà vista e conosciuta. In quel momento sarà giustificato anche un battesimo, cioè la definizione dell'oggetto mediante un nuovo suono (neologismo). Prima che questa conoscenza si realizzi, non ha alcun senso parlare di quell'oggetto. In questo caso, dunque, una svolta sarebbe possibile solo se un Essere soprannaturale apparisse a tutti. Allo stesso modo, non ha senso parlare di eventuali esseri extra-terrestri, poiché di essi non si è avuta mai cognizione certa e univoca. E così anch'essi, rimanendo ancora allo stadio di oggetti non esistenti e non conosciuti, possono suscitare migliaia di immagini differenti. CONCLUSIONE: Occorre tornare alla realtà. Pagina del 6 febbraio 2003, leggermente modificata il 13 novembre 2005 e poi il 14 febbraio 2006 |
Benvenuti su Memoriale - Formattazione In presenza di dati errati, annulliamo i dati Per entrare nel muovo mondo - se non lo avete ancora fatto - dovrete formattare la parola, cioè agire nel senso di distruggere l'accoppiamento suono-immagine stabilito un giorno falsificando il vero concetto. Se non lo si fa, si continua a convivere con un inganno della mente. Per fare un esempio, è come se il computer avesse installata una scheda errata. Se questo succedesse, le conseguenze sul nostro lavoro sarebbero letali poiché lavoreremmo con una macchina difettosa. Noi qui poniamo rimedio a un'istruzione errata che qualcuno diede in origine. E' un rimedio sul software, non sull'hardware. L'hardware (cervello) funziona bene, tanto è vero che qualcuno che lo ha (Giovanni Monni) un giorno è arrivato a trovare un difetto di origine. Il problema viene dal software, perché qualcuno un giorno impiantò un falso programma, e così facendo portò a una serie di equivoci. Quindi il dato assunto in conseguenza di quella istruzione viene annullato. - Si può richiamare passaggi testuali di molti secoli fa soltanto in funzione storica: - Non possiamo più agire sul passato. Quel che è fatto è fatto. - I testi antichi resteranno così, a testimoniare di alcune fasi della nostra evoluzione. Una grande massa di teorici si era gettata su quel testo I teologi erano filosofi. Questo sia ben chiaro. Nonostante le distinzioni che poi vennero fatte dai posteri tra religione e filosofia, tutti i discorsi dei teologi furono allora formidabili conversazioni retoriche sulla morale, sugli scopi dell'uomo migliore, sul metodo di esser diversi, sul modo di accedere a una conoscenza trascendente. Questo accadde in un'epoca in cui si riteneva che il trascendente fosse questo, ecco il punto. Qui non siamo più ai conflitti e alle visioni interiori del Giudaismo arcaico, in cui si chiamava Dio ciò che non si conosceva della psiche. Siamo un pochino più avanti. Nel VII° o nel XIII° secolo era convinzione dei più dotti e dei più saggi che tutti gli sforzi degli uomini migliori dovessero concentrarsi verso l'assoluto, e questo assoluto veniva chiamato 'Dio'. Da questo si arrivò facilmente alla teologia in epoca medioevale, come campo di analisi della ricerca dell'assoluto. Per i teologi del secolo XX°, restare in quel campo è stato segno di una grande arretratezza. Un conto è figurare tra i ricercatori della Scolastica o della Patristica, un conto è mettersi a parlare di cose astratte in un'epoca in cui abbiamo microscopi, astronavi e aeroplani. Fa un'enorme differenza. Se i teologi medioevali erano veramente il fior fiore del pensiero dell'epoca, i teologi del Novecento sono povera gente, sono miseri mendicanti dell'anima, sono le vittime inconsapevoli di un mondo in cui 'spirito' è ritornato ad essere 'forza' e non 'passività'. Con un nuovo concetto a disposizione, è fin troppo facile definire questa gente 'imitatori'. Tutti fecero la medesima cosa. Si misero a studiare un testo ripetendo quel che trovavano da una traccia precedente. La genesi della parola più alta Non c'è dubbio che dopo la parola qui formattata quella più alta di tutta la storia sia stata questa. Il latino 'spiritus' però era più forte. più virile di quello che ne faranno poi i Cristiani. Significava aria, soffio, ma anche forza vitale. La parola fu per così dire 'resa femminea e passiva' proprio da chi si mise a predicare i vangeli e a commemorare Gesù all'inizio. Quel che aleggiava tra i filosofi come 'realtà ultima dell'Universo' o come 'forza che pervade' divenne Santo (eccoli), a significare che Dio era spirito e che lo Spirito Santo sarebbe stata diretta emanazione, insieme con il figlio. Ecco l'alterazione, che trasformò il primo filosofare in una vignetta tripartita, con Padre, Figlio e Spirito Santo. Cosa volesse dire nessuno mai comprese. 'Spirito' fu parola buona per tutti, e proprio per questo andò a riempire il dizionario in tanti angoli, senza mai ricoprirne uno preciso, distinto e intero. Divenne alta e pretenziosa perché nessuna parola come questa riusciva a dare 'forza' e 'anima' allo stesso tempo. Se fosse stata soltanto forza sarebbe stata invisa ai primi Cristiani, che volevano sempre riferirsi a una sostanza non materiale. Così divenne - assurdamente - l'antitesi volgare di 'materia', come se un pezzo di roccia fosse in antitesi col vento che gli spirava sopra. Qui siamo nel punto cruciale della formattazione, poiché dobbiamo distruggere l'enorme confusione gravitante attorno a questa parola, che fu contrabbandata in mille modi suscitando ancora una volta migliaia di immagini diverse. Nel primo Medioevo, che non era più aggressivo e bellicoso come al tempo dei Greci e dei Romani, fu presa a prestito dai primi seguaci dei vangeli per indicare un concetto simile a 'passività eroica'. Oggi sappiamo che 'spirito' di un uomo è la sua presenza, che è esattamente il contrario della passività di quei martiri. Si dice che ha forza di spirito chi ha savoir-faire, prontezza, chi se la sa cavare in qualsiasi circostanza. Il peggiore contrabbando fu dunque lo spirito contrapposto al materialismo. Il vertice massimo della corruzione, nel popolo, fu questo. Pensare che il tempo dedicato alle preghiere, alle icone e alla invocazione di trapassati fosse un esercizio di spiritualità. Colui che si prostrava, colei che si inginocchiava (procurandosi anche malattie al corpo), coloro che si inchinavano davanti a immagini, sarebbero passati per uomini dediti alla spiritualità. La mentalità dei secoli passati separò addirittura il tempo, vedendo una bipartizione tra tempo 'materiale' e tempo 'spirituale'. Vedete che pian piano questa parola, tra sostantivo, aggettivi e derivati si accaparrò tutto il campo a disposizione. E volle sempre significare il bene, contrapposto non tanto a un male quanto al futile. Oggi potremmo difficilmente concepire che la recitazione di una formula sia tempo spirituale rispetto all'ascolto di un disco o alla lettura di un libro. Ma nelle menti fu questo, e continuò ad esserlo almeno fino a 2/3 del secolo XX° (con la Mass Technology quel modello andrà definitivamente in crisi, come abbiamo visto).
Tutti
i derivati dalla parola 'spirito', fino al sostantivo altissimo
('spiritualità'), divennero un passaporto sempre facile e
pronto ogni volta che si facesse un discorso generale sulle cose o su
un uomo visti nella loro ottica. E questo passaporto non fu mai da
rinnovare. Era sempre lì, a portata di mano e di bocca. |