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(questo frammento fu pubblicato il 29 gennaio 2001 intorno alla mezzanotte e poi aggiornato alle ore 12.00 GMT dello stesso giorno)
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Questa pagina è scritta in maniera semplice, affinché anche persone poco intelligenti o sfornite di dialettica possano sempre replicare a coloro che si definiscono 'credenti' e possano così smontare qualsiasi ulteriore velleità. Due sono i punti-chiave, e con questi due punti potrete innalzare per sempre un muro davanti a qualsiasi obiezione contraria. 1) Qualsiasi oggetto della cui realtà si parla presuppone che di esso si abbia conoscenza. Una volta raggiunta questa conoscenza, non è più possibile tornare indietro. Esempio. Tu non conosci l'oggetto-computer. Io te lo mostro, e da quel momento - una volta scopertolo - non potrai più dire che quell'oggetto non esiste. In questo caso (che, ripetiamo, era unico) la persona che dichiarava di avere acceduto alla conoscenza di Dio poi poteva tornare indietro, cioè da una dichiarazione di esistenza (adesione, credenza) poteva passare alla dichiarazione opposta (inesistenza, ateismo). Questo succedeva proprio perché l'oggetto non esisteva. Soltanto un oggetto irreale permette di attribuirgli una cosa o qualità (sua esistenza) e un'altra opposta (sua inesistenza) contemporaneamente. Dopo che a voi presentano una persona o un nuovo oggetto non è possibile tornare indietro dicendo di non averli mai conosciuti. 2) Qualsiasi oggetto della cui realtà si parla presuppone che di esso si abbia un'unica immagine, perché altrimenti non si saprebbe di cosa si parla e uno parlerebbe di una cosa che l'altro interpreta in un altro modo. Io dico "Ieri ho spedito una lettera raccomandata al signor Rossi'. Chi mi ascolta sa che 'lettera raccomandata' è una busta contenente un foglio che si consegna a un impiegato dell'ufficio postale affinché la inoltri al destinatario. Non pensa che 'lettera raccomandata' sia un tipo di pantaloni in velluto o che sia un genere di banana tropicale. Questo - che si chiama univocità dell'immagine - permette a due individui che parlano una medesima lingua di comunicare dei pensieri e di capirsi sempre mediante concetti espressi appunto con parole che suscitano un'unica immagine presso tutti. Questo era l'unico caso in cui l'uso di una parola costituiva una comunicazione precaria, poiché chi riceveva la frase non sempre aveva al 100% la stessa immagine di chi la pronunciava. Così, se uno diceva: "Dio è con noi, è in ogni cosa, in ogni istante della mia vita" chi sentiva la frase capiva il concetto (essere onnipresente) ma non aveva un'immagine definita, proprio perché nulla può essere onnipresente e così se si dà questa attribuzione si dà un'immagine tipica dell'irrealtà. Sono tanti gli altri casi in cui non si stabiliva una univocità della immagine. Pensate a un tossicodipendente che dentro una metropolitana improvvisamente minacci un passeggero con una pistola chidendogli del denaro. Un sacerdote dice: "In nome di Dio, gli dia il denaro". Un altro signore dice: "In nome di Dio, non gli dia il denaro". In questo caso, si veniva a costituire un'attribuzione irreale, poiché veniva invocato uno stesso nome per scopi esattamente contrari. E' come se dicessimo: "Gino è favorevole al pagamento del riscatto" e contemporaneamente "Gino non è favorevole al pagamento del riscatto". Uno avrebbe detto alla fine: "Ma questo Gino, se esiste, che accidenti vuole? O ancora, pensiamo sempre al famoso treno che arriva in ritardo. Se - come capita spesso - molti dicono: "Grazie a Dio, siamo arrivati" non stanno comunicando un concetto univoco, perché avrebbero ringraziato Dio anche se il treno fosse arrivato esattamente in orario. Ma allora di che ringraziavano? Tutti questi accadimenti si hanno proprio perché ci fu in origine qualcuno che tradì. O fu capito male un concetto, o fu presa a prestito una parola con un altro significato. E così cominciò a diffondersi una parola corrotta. Da lì partì il più grosso fraintendimento di tutta la storia. |
ECCO
LA DIMOSTRAZIONE Occorre un percorso all'inverso per giungere alla conclusione di questa lunghissima storia. Una storia che in fondo ossessiona il genere umano da tanti secoli, senza avere apportato alcun beneficio materiale. Anzitutto, Dio non è un'ideologia per cui uno si possa dire 'anti'. C'è l'anticomunismo, c'è l'antifascismo, c'è l'anticlericalismo, c'è l'antiCristo perfino. Ma non c'è un anti-percorso, non c'è un anti-destino, non c'è un'anti-necessità e per lo stesso motivo non c'è un anti-Dio. Proprio per dare un taglio netto con l'antica prassi di concludere per la indimostrabilità (che ha costituito un comodo alibi per non affrontare seriamente la questione) descriviamo le fasi che portano invece a dimostrare l'inesistenza del concetto (che prima, non essendo chiaro, divideva la cultura occidentale tra 'gente che crede' e 'gente che non crede'). UN CONCETTO (INESISTENTE) SI E' ASSOCIATO A UN CERTO PUNTO A UN SUONO CHE DEFINIVA UN ALTRO CONCETTO (cosiddetta CORRUZIONE SEMANTICA). Dunque, facciamo il punto. Qui abbiamo già un SUONO, che forma una PAROLA, la quale è stata accettata dalla comunità dei parlanti in un momento storico precedente con un CONCETTO prevalente di 'Signore della Vita e dell'Universo, Creatore di tutto'. Questa parola tuttora divide l'umanità. Se ci pensate, qualsiasi concetto esistente (compresi quelli non materiali come l'aria e quelli immaginari ma presenti nell'uomo come Diabolik) deve essere necessariamente corredato di una situazione di assenza o mancanza dell'oggetto. Ad esempio, una stanza o una cella possono mancare di aria oppure si può mancare del giornale Diabolik nelle edicole qualora la casa editrice cessi di stampare il giornale a fumetti. Anche le ideologie o una fede politica/religiosa contengono una situazione tale perché se un regime crolla si dice che 'in Russia non c'è più il comunismo' oppure ad esempio che 'il culto dei Mormoni manca in Arabia Saudita'. E in tutti questi casi la situazione registra una mancanza oggettiva, cioè manca l'oggetto (l'oggetto non viene ricollegato come attributo a un uomo, non si dice 'Sono rimasto Stopolinizzato', oppure 'I Sauditi sono amormonici'). Con questa premessa abbiamo dunque sgomberato il campo da possibili obiezioni: se un oggetto manca il verbo deve sempre poter far riferimento a questo oggetto, mentre nel nostro caso non diciamo 'Dio non c'è in Corea' - perché per qualcuno potrebbe esserci - ma eventualmente 'i Coreani sono atei'. Nacquero due categorie, prima l'ATEISMO (condizione del soggetto che è senza l'oggetto) e poi l'AGNOSTICISMO (condizione del soggetto che non si pronuncia per l'oggetto). Per dire che Dio non c'è abbiamo dunque già una condizione irregolare: dobbiamo qualificare un uomo anziché constatare proprio l'assenza dell'oggetto. Allora facciamo l'equazione l'oggetto Dio non c'è=i soggetti C, D, E mancano dell'oggetto Dio A questa equivalenza si oppone una situazione interna di un altro soggetto-uomo. E dunque i soggetti F, G, H, I dicono di avere l'oggetto Dio=l'oggetto Dio esiste nei soggetti F, G, H, I ma non nei soggetti C, D, E
Il
soggetto C può in qualsiasi momento passare all'altro
settore, cioè dichiarare di ritenere improvvisamente esistente
il concetto. Il soggetto F ugualmente può in qualsiasi momento
passare all'altro settore, cioè dichiarare improvvisamente di
non ritenere più esistente il concetto. Questa equivalenza,
cioè una specie di biunivocità dei due movimenti
dimostra già un'irregolarità semantica molto grave, perché
non
esiste un concetto che possa essere potenzialmente esistente e non
esistente al tempo stesso.
Se il concetto
esistesse davvero esso sarebbe univoco, cioè questo passaggio
sarebbe possibile soltanto nel caso di C, che scoprirebbe l'oggetto
(un qualsiasi concetto può non essere conosciuto da parte di
una persona che viene a scoprirlo a un certo momento), ma non nel
caso di F (un concetto di cui ho già accertato l'esistenza non
può cominciare a non esistere più; può morire
come essere biologico ma è comunque esistito in vita e
continua a esistere come concetto anche in seguito). Con un
qualsiasi oggetto inesistente noi ci informiamo prima della sua
identità (confronta nel riquadro che segue) ma questo non facemmo mai con Dio.
Con Dio questo non succedeva, poiché alla domanda 'Credi in Dio?' alcuni (detti credenti) rispondevano sì, altri (detti atei o miscredenti) no e nessuno replicava all'interlocutore domandando a lui chi o cosa fosse questo Dio Questa è la riprova di un atteggiamento pregiudiziale, di un lungo sonno del pensiero che accettò un concetto senza conoscerlo. L'elemento culturale è che di questo concetto non conosciuto la nostra mente si compiacque addirittura, poiché ad esso vennero associati valori suggestivi di 'mistero' o di 'sacro' che si affermavano essere alti e intangibili.
Ora torniamo all'analisi del reale. Sappiamo che l'oggetto non può che essere unico, anche se può generare diversi significati. Essendo unico, sono possibili quattro eventi: 1) L'oggetto esiste ma non è conosciuto (ad esempio pianeta prima di essere scoperto); 2) L'oggetto esiste ed è conosciuto (un portacenere, un tavolo, Bill Clinton); 3) L'oggetto non esiste ma è conosciuto (creazione della fantasia, come Mickey Mouse o David Copperfield);
4)
L'oggetto non esiste e non è conosciuto (il Gremurlo; the
Winchapilgan; der Premingiotto, ecc.ecc.).
A
questo punto, se voi chiedete 3 persone su 5 vi diranno sicuramente
che il concetto di Dio appartiene alla categoria 3 e una parte
consistente lo vedrà anche nella categoria 1. Sono entrambi in
errore: non è della categoria 1 perché di esso non si
ha cognizione alcuna di esistenza (e abbiamo detto, finché
questa cognizione non viene raggiunta, l'oggetto è solo
ipotesi e dunque è inesistente), ma non è neppure della
categoria 3 perché non è presente in maniera univoca
nell'immagine di tutti gli uomini (come sarebbero un ombrello, un
tetto o un gatto).
Allora
è meglio andare indietro e capire prima di tutto il
fondamento di una parola, con una piccola digressione. Ogni parola
nasce come insieme di tre elementi:
SUONO
(=emissione che la costituisce come onda sonora e come fonema pronunciabile)
Se
manca anche uno solo di questi tre elementi la parola - pur
esistendo - non viene accettata dalla comunità e nei dizionari
ufficiali non compare, salvo casi di scioglilingua, lingue grammelot,
opere artistiche in una lingua immaginaria ecc.ecc. L'importante, al
fine di prendere forma e circolazione, è il fatto che sia in
qualche modo accettata in virtù di quegli elementi. La parola
può anche veicolare più concetti (es: la parola
italiana 'fine' o la parola inglese 'pitch'), ma questo accade solo
in tempi successivi. In origine fu soltanto un unico concetto
originario, al quale ne vengono poi aggiunti altri per estensione semantica.
Le
parole, una volta messe in circolo, vivono le medesime vicende degli
esseri umani: trionfano su altre, decadono nel tempo, prevalgono,
lottano, si sacrificano, cambiano casa, impiantano nuove radici, si
corrompono, si sposano, si separano, divorziano ecc.ecc. A qualcuno,
come è successo ai linguisti del XX° secolo, può
sembrare strano tutto questo solo perché manca una coscienza
del reale. E perché ci si dimentica sempre che nell'Universo
non esistono nazioni, dialetti, lingue, confini. Tutte queste cose
sono fatti sociali, non naturali. Quando 1500 anni fa una radice
latina andò nella lingua parlata in Spagna per formare un
neologismo di allora non è che ci fosse una dogana, non
è che ci fosse un'emigrazione. Semplicemente, era accaduto un
fenomeno. Così come non possiamo definire una pioggia
'spagnola' o 'canadese' non possiamo situare questi fenomeni in un
ambito sociale o politico. Quando un fenomeno accade esso non ha un
indirizzo, non ha una sede sociale o un recapito. Lo stesso dicasi
per i fatti linguistici, anche se essi si sviluppano 'socialmente'
nell'ambito di una comunità linguistica.
Questa
digressione è importante per capire un altro concetto. Non
qualsiasi cosa può entrare nei dizionari e nelle grammatiche.
Questo è, ancora una volta, conseguenza di ciò che
abbiamo sostenuto su Memoriale: se questi suoni appartenessero
soltanto ai nostri cervelli, ciascuno di noi potrebbe crearne uno
qualsiasi e mandarlo nell'aria. Una parola potrebbe perfino essere
imposta e per un'altra un governo potrebbe 'ordinare' di non
pronunciarla più. Questo, abbiamo spiegato, non è
possibile. L'esistenza di ciascuna cosa, compresi i concetti, si
sviluppa in libertà e affronta tutte le vicende della
comunicazione. Una parola, al limite, si potrebbe anche spingere: per
esempio potrei decidere di usarla con una frequenza altissima nei
miei discorsi. Bisogna vedere poi cosa succede, cioè se e in
quale misura essa penetra nella comunità dei parlanti. Ecco il
motivo per cui era un'illusione pensare che gli uomini elaborino
strutture identiche per l'articolazione del linguaggio. Il cervello
si trova semplicemente a creare dei ponti, perché quelle
strutture fanno già parte di un sistema che è esterno a
loro. Torniamo a Dio.
Abbiamo
assodato finora che la parola necessita di quegli elementi.
SENZA UN SUONO, la
parola rimarrebbe concetto puro e non esprimibile. Se per il
portacenere non avessimo avuto a disposizione un'unica parola,
avremmo dovuto indicare quell'oggetto con una frase del tipo
'quest'oggetto che raccoglie la cenere delle sigarette'. Questo
fenomeno, esteso a tutta la lingua, comporterebbe discorsi
lunghissimi in forma di 'pensieri' anziché di parole. I fonemi
servono dunque a rendere in forma (acustica, cioè
pronunciabile) di suono l'idea che sta alla base.
SENZA UN CONCETTO, la
parola rimarrebbe suono 'senza significato' e non si comunicherebbe
nulla. Una persona potrebbe dire 'Ho visto un ORGEGNO meccanico
straordinario che ripara le ORGRINZE sui pantaloni'. Da notare che in
questo caso le due parole possono al limite formare nel ricevente
un'immagine acustica che sia SENSO, data la similitudine della prima
a 'CONGEGNO', a 'OGGETTO' e a 'AGGEGGIO' (classi abbastanza simili) e
della seconda a 'GRINZE', ma la mancanza di concetto nega a quei due
suoni lo statuto di 'parola'.
SENZA UN'IMMAGINE, la
parola non potrebbe circolare perché ciascuno la
interpreterebbe a modo suo (rendendo impossibile la comunicazione).
Uno potrebbe dire anche frasi variamente combinate come 'gli Stati
Uniti sono un tavolo variopinto di uomini e di cani'. Questa frase
possiede una combinazione di parole esistenti, ma alcune di esse non
hanno un concetto qui collegabile, anche se il ricevente dovesse
intenderle in un certo modo. Qui c'è piuttosto una
difficoltà costituita dalla difficile univocità della
combinazione, per cui se dico: 'L'uomo sorvegliava la banca' questa
frase può essere intesa in un modo se l'uomo è il palo
di una banda di rapinatori e in un altro se l'uomo è
semplicemente la guardia giurata della banca stessa. Questo
però è un altro discorso e si innesta comunque su una
parola già esistente in tutti i suoi elementi.
A
questo punto abbiamo dunque bisogno di fare il punto e di
ricostruire - con tutto ciò che ora sappiamo - il percorso
fatto dalla parola Dio, perché questo è tutto quello
che abbiamo. E allora diciamo che
Purtroppo,
la parola Dio non ha tutti gli elementi di cui abbiamo detto. NON HA
MAI AVUTO QUESTI ELEMENTI. ECCO IL PUNTO CENTRALE, CHE PORTA A UNA
SPECIE DI BUCO ORIGINARIO, IN QUANTO UNA PAROLA CHE SI FORMASSE E POI
FOSSE ACCETTATA SENZA IL CONCORSO DI QUEGLI ELEMENTI POTREBBE
SOLTANTO DERIVARE DA UNA FALSIFICAZIONE.
Quegli
elementi non erano presenti in nessuno degli attributi di Dio che si
usavano anticamente, né quando si concepivano varie
divinità né quando si iniziò a concepire un
unico Dio. Lo si deduce da tutto ciò che abbiamo appena
spiegato: mancava o il concetto o più spesso l'immagine
acustica. Dunque, la parola Dio fece una bruttissima fine. Questa
brutta fine la constatiamo ogni giorno proprio nelle frasi di chi la
usa o per motivi interiori (religiosi) o per motivi culturali
(critici, scrittori). Nei discorsi di entrambe queste categorie la
parola non ha un concetto (esterno) o interno (immagine univoca
dentro il cervello) e dunque può essere concepita in qualsiasi
modo potenziale senza significare praticamente nulla. Una persona
può dire 'In nome di Dio dategli soldi' mentre un'altra
persona può dire nello stesso istante 'In nome di Dio non
dategli soldi'; una persona può dire: 'Mi ha aiutato Dio'
oppure 'Non mi ha aiutato Dio' riferendosi a uno stesso evento, a
seconda che il suo umore cambi.
Il
fatto più grave è proprio la mancanza di
univocità dell'immagine, problema che chiude definitivamente
tutta la discussione. Prendendo anche due persone che dicono di avere
il medesimo concetto della parola Dio, cioè che lo ritengono
'il Creatore dell'Universo', le frasi di queste due persone
tradiranno ugualmente un'immagine diversa perché una
(Musulmana) darà a Dio facoltà e avvenimenti diversi da
quelli che gli darà l'altra (Cristiana).
Se
la parola appartenesse alla categoria 3 (oggetto
non esistente, ma conosciuto) si dovrebbe ragionare nel seguente
modo: 'David Copperfield' non è reale ma sappiamo tutti cosa
è, perché tutti abbiamo conosciuto un personaggio
narrato da Dickens di cui accettiamo il fatto che si chiami in quel
modo (perché Dickens lo chiamò in quel modo).
Dio-essere soprannaturale appartiene alla categoria 4 (oggetto
non esistente e non conosciuto). Ecco la rivelazione che gli ex-credenti devono accettare. Come tale, è una semplice invenzione, un parto della fantasia umana.
La
parola Dio, con quel significato, ha soltanto SUONO, e dunque equivale a
qualsiasi ente inesistente o presunto, dotato soltanto di un fonema
(il Gremurlo, the Winchapilgan, der Premingiotto).
Tutto
quello che abbiamo detto in questa pagina porta a concludere che la lingua tradì Dio, perché la parola
non poté che formarsi per costrizione (fatto meraviglioso e
insieme assurdo). Per logica, dobbiamo concludere: gli diedero nomi e
attributi diversi e lo intesero in tanti modi proprio perché
non sapevano chi o cosa fosse.
Se
io ho un concetto chiaro con un'immagine, al limite potrei ritenere
il suono leggermente meno importante degli altri elementi,
perché posso esprimermi a gesti (come del resto fanno i muti e
i sordomuti). Ma se non ho dentro di me un concetto non posso
esprimere nulla: che gesto dovrei fare? Ecco il pensiero risolutivo, che basta da solo a compendiare l'intera narrazione. Vedi nota su quest'ultimo tema.
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