Non c'è più nulla, di quel mondo

Nella pagina di presentazione, la possibile quantità eccessiva di 'avvisi di un mondo estinto' è stata ipotizzata anche per prevenire qualsiasi overdose nella lettura di questo sito. Nella mappa, consiglio di non ingoiare troppe di queste pagine in una sola volta. In realtà, se avessi detto oralmente tutte queste pagine avrei inserito ugualmente avvisi di quel genere e nessuno avrebbe fatto caso. Leggendo all'interno di un'unica opera, se ne può invece avere una sensazione simile a quella che proviamo dopo aver consumato un pasto molto abbondante. Per questo motivo, io stesso mi avventuro rarissimamente nella rilettura completa di molte pagine in sequenza. Di tanto in tanto, riguardo singoli frammenti poiché sono quelli che più mi tornano alla mente. A volte elimino un avverbio o un aggettivo, limo una frase.

Necessario però esaminare con più attenzione quel che non si dirà più, visto che il principio generale è stato menzionato in maniera reiterata. Siccome questa non è una pagina ironica, ma anzi è concepita per essere molto seria, bisogna recuperare alcuni dei temi preferiti dal clero e rivederli nel loro contenuto (scaduto). In mezzo, tante cose del gregge ecclesiastico sembravano belle proprio perché facevano parte di quel corpo ideologico, che possedeva non solo una sua etica, ma anche una fioritura retorica, una costruzione abile nella trama, un sapiente intreccio di temi, un empito predicatorio molto forte. Di queste caratteristiche si impadronivano i preti, fin dalla più giovane età. Se qui vi ritorno non è per 'scomunicare' qualcuno, semmai per aiutare a capire cosa non è più bene dire in quella costruzione. Facendo questo - lo accettino i sacerdoti che mi leggono - vi indico che gran parte di quello che i parlanti utilizzavano come metafora del bene era esattamente l'opposto, cioè qualcosa che oggi andrebbe riguardato come 'male'. Non un male in senso loro, satanico, tentatore. Diciamo un male nel senso di debolezza, di arrendevolezza della ragione, sacrificata in favore di una irreale visione che tutto demandava a un'entità esterna a noi di cui si favoleggiò per secoli soltanto il lato 'buono' o 'superiore a tutte le umane cose'. La fantasia qui si avvalse di molte alterazioni della mente, per crogiolarsi in lunghi richiami a una conquista, a un impegno, a una missione. Il linguaggio stesso si piegava a questa esigenza, e non si accorgeva che l'operazione non era altro che la ripetizione in campo opposto di una diavoleria mentale impadronitasi degli uomini (o di molti di loro) senza che essi lo avvertissero. Nulla fu più avvolgente e accalappiante dell'etica cristiana per coloro che la accettarono. Lo so per esperienza diretta, perché io stesso ne fui catturato e molto interessato fino ai 14 anni.

Tutto questo accadeva anche in virtù di una diversa condizione, ereditata da quella precedente all'inizio dell'aviazione, dei trasporti per aria, dell'uso dei veicoli a motore. Non vi è dubbio che la staticità della vita quotidiana, in presenza di uno scarso numero di diversivi, favorì per lungo tempo la costruzione di un universo superiore a noi soltanto a livello fantastico. Le città non avevano altro che strade e case. Chi vagava fuori dall'ordinario e dalla routine furono solo letterati o artisti incompresi. Il grosso della popolazione non arrivò mai a vette del pensiero, perché quel pensiero non venne neppure sollecitato o stimolato. Di questo fu in gran parte responsabile il cristianesimo, consigliando certezze (che avrebbero eliminato il dubhio alla radice) e obbedienza a un ordine. Per vivere in quel mondo, si dovette corrompere la lingua stessa assegnando dei concetti che soltanto oggi ci rendiamo conto di quanto fossero 'di fantasia'. Di qui l'esigenza - più volte segnalata - di mettere tutto fuori rubrica e di considerarlo semplice 'passaggio storico'. Per fare soltanto un esempio, non ci si rese conto che il trascendente è già nella vita stessa, e opera mediante simboli. L'errore di quella condizione fu il fondarlo in regni di fantasia, quando oltre l'atmosfera ci sarebbe stato soltanto spazio. Immaginare che sopra il nostro pianeta (termine quest'ultimo mai usato dai cristiani, e non è un caso) esistano altri regni del bene o che si torni al cospetto di un Essere sopra la natura fu un 'magnifico scherzo' combinato dall'architettura di quella diavoleria iniziale. In qualsiasi situazione, sarebbe stato ravvisabile e richiamabile a piacimento un concetto come 'la presenza di Dio'. Per i deboli, sarebbe stato aiuto. Per le autorità, sarebbe stato inganno impartito ai deboli. Qualsiasi evenienza di dubbio sarebbe stata risolta con il più grande inganno, che stava alla base di tutto. La fede.

a) La fede

Avere un concetto pronto e tascabile come la fede - si diceva - conferisce a colui che si professa cristiano un dono. Il dono di Dio. Qui da notare l'ingenuità. Per capirci, è come se la creduloneria in un mago della divinazione chiamato Aleph venisse espressa dicendo al credulone che avrebbe avuto (in più, rispetto ad altri) il dono di Aleph. Chi lo aveva ne avrebbe beneficiato (ma la cosa non uscì mai dalle parole), mentre gli altri sarebbero stati al massimo da convertire. In questo si viaggiava a senso unico, poiché mai si pensò che nella propria visione potesse essere la minima possibilità di errore o di deviazione antropologica. Colui che crede in un principio assoluto si pone per ciò stesso 'in una botte di ferro', e la cosa sarà tanto assoluta da dover trainare anche quelli che non vi credono. La fede veniva così circondata di qualsiasi aggettivo (indomita, incrollabile, imperitura, viva) e di caratteristiche vane quali la solidità (come se cambiare idea arrivando a un altro ordine di idee fosse male), la costanza (come se i desideri del corpo e i dubbi fossero proibiti), la verità (come se questa fosse una sede a cui arrivare e da cui non ripartire più). Appare già palese, da tutte queste cose, la deviazione secolare dell'uomo da un corretto esercizio della ragione applicato alla vita stessa. Colui che si trincera all'interno di parole grandi senza sperimentare la vita nella sua realtà è uomo mentalmente storpio. Difatti, grandissima parte di queste persone che in età giovane si mettevano l'abito e ripetevano quelle parole erano (sono) uomini scombinati, venuti malamente al mondo. Tale era ed è la mancanza di collegamento delle loro parole con l'evolversi della vita che la cosa ebbe i contorni di una 'prigione del pensiero', con alcuni lati che ovviamente sarebbero apparsi buoni a tutti (la sostanziale innocenza del corpo, la innocuità del loro esistere, la scarsa capacità di aggredire all'esterno), se fossero stati combinati con una normale esistenza fatta anche di pulsioni e di istinti.

Coloro o ciò che è mentalmente storpio ebbero però il sostegno della cultura. Perché? Semplice. Perché in Occidente l'avevano creata proprio loro e non altri. La lingua stessa ebbe numerosissimi apporti di provenienza cristiana. Come dire che la nostra civiltà all'inizio ebbe una grossa spinta dal papato e anche dagli ordini religiosi. Del resto, fino a pochi anni fa si usava dire che un insegnamento impartito a un giovane dai Gesuiti è un ottimo insegnamento. Pure qui, posso testimoniarlo poiché vi feci tutte le scuole medie. Il sostegno della cultura volle dire molto, anche nel concetto di fede. Da principio fu cieco inseguimento di una giustizia davanti alla quale tutto e tutti si sarebbero prostrati. Si veda l'episodio di Abramo, in cui un sacrificio viene creduto 'ricompensato' davvero da quell'Essere. Da ciò si creò anche la consapevolezza fideistica nel valore della rinuncia, da offrire (ma da cui ricevere, in segno di conferma). E così tutti loro a parlare di Abramo come capostipite (Tutte le nazioni saranno benedette nella tua discendenza). Per la fede si sarebbe fatto tutto, si sarebbe resistito a qualsiasi sofferenza e a qualsiasi tentazione. La fede in Dio avrebbe vinto il desiderio nudo e crudo. Ma a cosa si sarebbe arrivati, con questo, mai si disse. I desideri in realtà si vincono con la ragione. Palese anche qui l'inganno culturale di un mondo senza considerazione del corpo umano. Siccome abbiamo ghiandole endòcrine e istinti sessuali guidati dal cervello, è pur sempre il cervello che decide in ultima analisi se dare libero sfogo o trattenerli. Dopo Freud, trattenerli fu pura repressione, inibizione interiore. Prima, per loro era la vittoria della fede, con lo strumento della rinuncia.

Tutta la narrazione dei Vangeli è un frequente richiamo - anche se non esplicito, nei termini - a questo concetto. Con la fede si ottenevano perfino guarigioni e straordinarie imprese. Ogni cosa sarebbe stata possibile a chi avesse avuto fede. Lo stesso si disse, nei primi secoli islamici, a coloro che si facevano trasportare dal Corano. La fede avrebbe fatto perfino fuggire i nemici. Nei secoli successivi, la parola seguì un doppio binario, andando anche in quello più laico come 'fiducia'. Quest'ultima non aveva naturalmente la forza (che avrebbe smosso) della fede. La fede continuò ad essere così grande da poter confinare liberamente con altri grandi concetti come la speranza (certezza in un domani o in una fine buona, per mezzo dell'affidamento a quell'Essere e ai suoi Messia), la pietà (trasferita agli altri) e l'amore (al quale far pervadere tutto). Di questi concetti il mondo cristiano si impossessò letteralmente, ed ecco perché la cultura ne risentì profondamente fino all'inizio del secolo XX°.

a1. Cosa implica la sparizione della fede come valore?

Un'archiviazione della originaria definizione del concetto dato in Ebrei, 11.1: "La fede è certezza di cose che si sperano, dimostrazione di cose che non si vedono". Questa definizione, molto bella, perse già sostanza con l'avvento della scienza galileiana e con il sistema newtoniano. In epoca contemporanea è da considerarsi sepolta nella storia, in quanto non esiste una dimostrazione di cose che non si vedono. Queste ultime potranno anche avere molti attributi, ma certamente non possono dar luogo a un atteggiamento fiducioso basato sulla semplice parola. Archiviando questo concetto, noi fondiamo un nuovo sistema poiché all'originario concetto di 'fede' si sostituisce un'adesione forte e concreta al tempo presente, quello che si vive. La spiegazione finale dell'illusione originaria e del conseguente inganno operato mediante la costituzione di un falso concetto vale come rinnovamento di tutta la teologia e in quanto tale opera non solo sul passato ma sul presente, dissolvendo tutto il nucleo centrale della tematica biblica.

a2. Quindi, aver fede non ha più un significato e un valore?

Lo ha nella vita, nella considerazione delle persone e della loro parola. Quel che non esiste più è un valore 'a priori' concesso a qualcosa che non si vede e che sta al di sopra della natura. Questo è uno dei capisaldi di tutta questa narrazione. La figura fino a questo momento alla base dei culti era una semplice fantasia, creata dalla mente popolare in seguito a una deformazione del vero concetto di dio. Se non esiste, è inutile aver fede poiché non succede alcunché, né prima né dopo.

a3. Per secoli si disse che questo valore era ciò che si sarebbe dovuto opporre a una forza maligna.

Questo è proprio il centro dell'inganno. Se io dico a una persona: "Resisterai" con il semplice strumento della illusione in una riparazione postuma la pongo in uno stato obiettivo di costrizione mentale senza neppure comprendere cosa o chi sia l'eventuale antagonista, ammesso che questo ci sia. Siccome questo mondo fu popolato soprattutto da persone deboli, l'inganno fu subito in pratica da tutto il genere umano. La forza maligna fu proprio questa. Poi, giudicando nella realtà delle cose, possiamo anche dire che ha impedito guai o violenze maggiori, ma lo ha fatto al prezzo di imprigionare anima e corpo di milioni di uomini sulla semplice base delle parole.

b) La negazione dell'indipendenza dell'uomo.

Questo lo abbiamo visto nel discorso 'fantasioso' del cardinale (finora) di Milano. La vita umana sarebbe sempre stata nelle mani di Dio. In quale modo, non lo spiegarono mai. Il concetto fu così tramandato come 'solenne affidamento in un'opera esterna' quasi che davvero l'uomo sulla Terra non fosse padrone di sè e delle sue azioni. Il cristianesimo negò sempre l'autosufficienza dell'uomo. Senza l'aiuto di Dio, secondo questi cultori della fantasia, ci saremmo persi. Svariati i discorsi sacerdotali tesi ad affermare che non c'è uomo più debole di quello che ripone la sua forza nelle sue sole forze. Ancora una volta, chiarissima l'alterazione della realtà per costringerla entro un ambito negatore della vita stessa. Essere cattolici qui avrebbe significato accettare il limite dell'esistenza terrena, glorificando in anticipo i doni di una presunta vita ultraterrena. Fine supremo, la salvezza (che non c'è) dell'anima (che non c'è). Se qualcuno avesse portato un grande pericolo illuministico e di realtà a tutte queste cose? Niente paura, c'era la fede. Ecco riapparire il grande baluardo, che tutto avrebbe parato e respinto. Noi ci crediamo. Ecco il verbo onnipresente, che avrebbe dato forza a qualsiasi discorso o ragionamento. Mai sarebbe comparso nella mente dei cristiani il germe dell'ateismo. Difatti, in principio non esisteva neppure il concetto. L'ateo era l'empio, la mente sacrilega che negava (la fantasia di) Dio. Poi, quando il culto fu molto forte, si imparò tutti (loro) a dire che non esiste neppure un vero ateo sulla Terra. Con questa affermazione, si sarebbe scoraggiata anche l'ultima fiammella che teneva desta e viva l'indipendenza. Era come dire: "Se anche lo dici e se al limite un giorno ce lo dimostrassi, neppure tu in cuor tuo puoi sentirti tale". Guardate cosa arrivarono a dire questi prigionieri, vittime (nei casi migliori) del loro stesso inganno. Tutto il castello fu alimentato ad arte, arrivando perfino a trovare le estensioni più vili e irragionevoli per giustificare la presunta certezza di un Essere che mai si potè dimostrare. Però, siccome si erano posti in quel versante (che era religione, e dunque cultura), gli altri mai si diedero veramente da fare per farli ritornare alla realtà. I roghi vennero fatti agli eretici. Mai ci fu rogo fatto da uno senza quella fantasia (ateo) a chi la alimentava (credente). Non solo. Non vi fu neppure sforzo a parole. Quando improvviso un discorso con un ragazzino di 11 anni (tornate alla pagina) sono costretto a fare l'esempio di uno che veda l'altro pompare benzina sul sedile dell'auto anziché nel serbatoio. Ci sono del resto molte persone che nel Trapasso non fanno che dirmi: "Ma perché vuoi fare questo? Perché vuoi negare al mondo quella fantasia?". Ecco l'uomo seduto, quello che vegeta prendendo quello che trova (Forza Italia, parrocchia di S.Paolo, Domenica In) e non si ingegna di trasformare la società e quello che vede intorno. Loro credono che io faccia del male mentre sto semplicemente riconducendo al bene e alla normalità gente che da questo si era allontanata. E non è a dire che alcune delle loro cose non siano buone, poiché ve ne sono. Sono loro, in quanto uomini, ad essere 'avariati'. Negare la indipendenza delle nostre azioni fu il trucco per renderle sempre più dipendenti da Dio. L'unica indipendenza che avrebbero accettato sarebbe stata proprio quella capace di svincolarsi dall'ateismo (cioè dalla ragione) per aggregarsi al coro che ripeteva.

b1. Recuperare una completa indipendenza costa loro qualcosa?

Costa molto, poiché a quel punto la necessità delle loro dottrine decade totalmente. Con questa trattazione, facoltà teologiche nel vecchio senso del termine non possono più esistere. Il motivo principale è che la spiritualità si dissocia dalla fantasia delle divinità e diventa un'altra cosa. Per loro, è come se un uomo conosciuto sempre in un certo modo improvvisamente si levasse una parrucca dal capo o una maschera dal viso e mostrasse il suo vero volto. Stiamo attendendo che lo facciano.

b2. Perché ci sembra una cosa così grave diminuire il culto per un uomo chiamato Gesù Cristo?

Perché ci eravamo abituati. Come tanti pesciolini, come tante cavie alimentate da uno scienziato che era soltanto un inganno della nostra mente, avevamo vissuto in questo modo per tanti secoli. E la cosa più bella è proprio il fatto che l'inganno è stato smascherato da una persona come me che non solo non si pone come soggetto di un culto, ma che gira tranquillamente per le strade come qualsiasi cittadino. Non mi sono messo abiti speciali, non ho fondato una comunità, non ho una mia radio, non mi sono definito 'guru', e soprattutto... ho pubblicato quest'opera gratuitamente.

b3. Perché l'autore afferma che Memoriale ha carattere di rivelazione e che ha le medesime funzioni che ebbe la Bibbia in altri tempi?

Perché ha espresso concetti e princìpi importanti, alcuni dei quali nuovissimi per gli scienziati stessi. Mediante una nuova spiegazione della storia e degli eventi umani, rende noto un diverso modo di essere delle cose e dell'Universo. Al carattere di rivelazione hanno contribuito la gratuità dell'opera e il modo della sua creazione, per via di successive intuizioni e scoperte dell'autore. Per fare un esempio, se un lettore comprende bene la pagina sulla relatività, scoprirà al suo interno concetti talmente nuovi da dover vivere una nuova infanzia anche in età adulta. L'unica mia preoccupazione è che la capisca. Ma più semplice di così non avrei potuto scriverla.

c) Senso del privilegio.

Innumerevoli, negli ultimi secoli, le pubblicazioni a stampa - sia di laici sia di ecclesiastici - tese a comunicare il motivo di qualcosa che venne sentito come privilegio, come conquista. Non si contano i libri con titolo 'Perché credo' o i 'Dio esiste, io l'ho incontrato'. Due filoni distinti.

Il primo era costituito da ottimi esempi di prosa dialettica o filosofica di uomini che avevano molto studiato e che a un certo punto della vita (tra i 40 e i 60) mandavano alle stampe i motivi del loro atteggiamento. Per questi la religione si manifestava sempre come superiore alla filosofia, poiché si dice(va) che da essa scaturiscono risposte più alte e più significative. Sant'Anselmo e San Tommaso d'Aquino sono tra quelli più citati in questi trattati, che sempre si concludevano affermando che un mondo creato da Dio è un'esperienza culturale e una sensazione che non può avere alternative. Caratteristica di questo filone fu la necessità di scrivere facendo centinaia di citazioni, in cui uomini e opere del passato servono da punto di appoggio. Era come se questi autori dicessero: "Hai visto cosa dissero quelli? Il loro percorso serve da modello, da esempio per tutti". Come tutte le strade portano a Roma, queste portavano a Dio semplicemente per dire che quel mondo era troppo bello per poter essere messo in discussione. E lo credo bene. Qualsiasi frammento di irrealtà, se attraversato da una morale congiunta a un livello fiabesco, è molto bello. In quel modo la vita stessa sarebbe apparsa davvero un dono. Quando io ero piccolo e mi chiedevano perché credevo, io stesso davo una risposta che mi pareva la più ovvia. Dicevo che guardare intorno a me, la natura, gli alberi, il cielo mi suggeriva il fatto della creazione. Messa in quel modo, certo che la semplice credenza diventa un privilegio. Noi ci poniamo con la testa rivolta in alto, guardiamo attorno e intoniamo la canzone di Modugno al festival del 1966. In tutta la mia vita, non ho provato mai un bene così grande, un bene così vero / Chi può fermare il fiume, che corre verso il mare/ le rondini nel cielo, che vanno verso il Sole... Ecco il senso del privilegio. Sapendo che la contemplazione della natura (che non è più tale, ma è creato) riporta a un artefice, è chiaro che ci si sente riempiti nel rivolgersi a quello. Tu vedi una bellissima figliola e immediatamente pensi a quali genitori l'abbiano concepita. Tu vedi una bellissima torre a Parigi e ti viene da studiare come e da chi sia stata costruita. Pensiero naturale, che riporta sempre all'inversione dei termini. Credere perché è troppo bello quello che si vedo attorno e così attribuirlo necessariamente a un Essere superiore che lo ha creato.

Il secondo è uno zuccherino ancora più invitante. Intanto, è notevole la affermazione di partenza, in cui si dice che Dio esiste. E' come se si dicesse: "So che da tanto tempo siamo in una condizione di incertezza, ci sono perfino quelli che negano, ma ora io vi dico che esiste... se volevate la certezza io l'ho". Presa materialmente in questo modo, rivela un minimo di intenzioni commerciali, che valgono a differenziare questo filone dal precedente. Fermi tutti, dicono questi, ora io vi dico che il problema è risolto. Perché?, domanderebbero gli altri. E allora arriverebbe uno come André Frossard, che finisce la frase motivando. Dio esiste, perché l'ho incontrato. Altra ingenuità colossale. Se qualcosa o qualcuno esiste nella realtà, tutti lo vedono, tutti possono concepirla (anche nelle cose non materiali). Mettendola in quel modo si comunica dunque un privilegio ricevuto che non comunica nulla a chi non lo ha ricevuto. E' come se uno dicesse: "Un uomo con cinque orecchie esiste, vi giuro che l'ho incontrato" senza presentarlo agli altri. La esistenza di qualcosa nella realtà non dipende dal fatto che uno o quindici dicano di averla vista (così, anche il ritorno in vita di Gesù non serve, perché non è attestato storicamente). Dipende soltanto dal fatto che si manifesti a tutti e che volendo (in qualsiasi momento) chi voglia vederla può vederla. Ricordo ancora come fosse ieri quella serata di circa 33 anni fa in cui tornai a casa con quel libretto, che avevo trovato nella edicola sotto casa. Lo lessi, in un baleno. Naturalmente, non c'era nulla (al di là delle solite frasi). Tuttavia, in me ragazzino assetato di quelle cose, fece ugualmente il suo effetto. Quindi, vedete che Dio è stato anche commercio. Involontario, naturalmente. Del resto, lo abbiamo visto con tutti i Jesus Christ Superstar degli ultimi 30 anni.

d) L'amore.

D'accordo. Ma lo avrebbe insegnato chiunque, o prima o dopo. L'esistenza di un forte centro dogmatico (Bibbia) impedì una dispersione, ma bisogna riconoscere che accrebbe anche le fantasie. Si fece dire e si diede a quei personaggi molto di più di quello che dissero e che avevano, poiché ne derivò una letteratura e in parte un mito più che un insegnamento. Allucinazioni dell'epoca come l'amore di Dio per Israele e il patto con Abramo e con tutta la discendenza vennero viste come tali e mai si fece realtà intorno ad esse. Qualsiasi intervento esterno (un fato, una situazione atmosferica, un irrompere di buone cose o di buona sorte) è sempre stato e sempre sarà immaginabile, anche oggi. Ma non è amore di Dio. Ricordatelo sempre, se non volete vivere l'età adulta come ragazzi sbarbatelli. La stessa visione di un deus ex machina che prorompe nell'Universo è accettabile come ipotesi, ma anche in questo caso non avrebbe nulla dell'amore inteso in quel senso. Una delle ri-creazioni più ricche di fantasia fu proprio la dogmatica che vede il mondo come atto di amore di Dio verso l'umanità. Detto in sintesi, è come se spiegassimo a un bambino che i figli vengono dall'amore dei genitori anziché dal seme. Possiamo dire che nelle parrocchie si rimase 'bambini' per lungo tempo.

La stessa bipartizione greca in 'èros' e 'filìa' rende chiara l'evidenza di tante situazioni indotte dalla cultura di quelle epoche, senza avere una idea dell'uomo come centro attivo. Tra l'altro, se si deve ringraziare l'artefice di qualcosa per quella cosa (che ha creato) lo si fa, una volta sola. Poi nessuno sta per tutta la vita in posizione prona e di devozione. Poi si vive. Similmente, nessuno di noi passa le giornate per ringraziare i genitori di averci messo al mondo. Quando si appresero concetti di biologia, si classificò la questione sotto un altro punto di vista. Se la Chiesa e i sacerdoti non lo hanno ancora fatto, che lo facciano. Non parlino più, tra l'altro, di figliolo unigenito. Se molti sono ancora poco istruiti, lo si deve proprio alla colpevole 'inerzia' di quelle autorità religiose. In questo caso, occorrerà qualcosa di più forte che un'intervista.

Detto questo, continuano a esistere candore, ingenuità, ma in un altro senso. L'amore sappiamo cos'è e ne indaghiamo ancora, ma senza pensare che ci provenga da un'entità che siede da una parte del cielo (se ci sono solo stelle e vuoti di materia, dove sarà?). La nostra vita dipende da noi, interamente (anche se abbiamo visto come sia iscritta in una Memocard). Siamo indipendenti. Perfino nel caso in cui ci fosse qualcuno che lassù segretamente ci ama (sembra il titolo di un film degli anni '50) beh... la nostra vita non dipende da quello. Io avevo un professore di filosofia al liceo che insegnava sempre che l'amore dichiarato serve molto poco. "Io posso dire ti-amo a mia moglie anche cento volte al giorno - diceva - ma se poi non so regolarmi con la lavatrice, non so come fare gli spaghetti, non ho un idraulico, e non so neppure fare bene l'amore... serve proprio a nulla fare quella dichiarazione".

L'amore con tutti? Neppure quello, abbiamo detto, è interamente giusto se lo si ha senza fare distinzioni. Che si continui ad amare e rispettare chi uccide va bene. Che lo si perdoni no, poiché neppure questo è concetto esistente e reale, e se lo dessimo faremmo del male.

e) Il perdono.

Pare che 'perdono' venga dall'antico ebraico kisse, che è coprire (il peccato). Ancora una volta la lingua non tradisce. C'è uno che commette un atto grave e io dovrei 'coprire' il suo atto? E perché mai? Non possiamo concepire la vita secondo i due estremi, da una parte i vendicatori con il dente per dente e dall'altra gli imbecilli (scusate il termine) con il far nulla. Noi opteremo sempre per un'equa soluzione, che stia a metà strada. Una soluzione che sia punizione, ma senza esagerare. Una giusta sanzione, con un'utile riparazione.

Qui ugualmente si dissero tante cose che non vale neppure la pena di rinovellare. E' chiaro che la crocifissione o la tortura di un innocente sono cose talmente gravi che poi per tanti anni si svilupperanno sensi di colpa da una parte e dall'altra. Se porteranno a quei due estremi, restiamo 'razza inferiore' anche qui. Se uccidessimo sempre, dicendo che quello è un essere socialmente dannoso, non faremmo progressi poiché agiremmo meccanicamente in maniera simile a un computer a cui tu dici: "Se uccide uccidilo". Non siamo così rozzi e sommari. Il processo, con una difesa, è stato istituito proprio allo scopo di valutare e di distinguere le responsabilità all'interno del fatto commesso. Se non punissimo nulla, dicendo che perdoniamo, il colpevole lo rifarebbe con molta facilità e comodità. Non siamo così fessacchiotti.

La capacità di rimettere i peccati? Ecco un'altro raccontino per gente rimasta agli albori della storia umana. Intanto non ci sono peccati, ci sono soltanto azioni che non si possono compiere e la cui commissione richiede una sanzione. Siccome in epoca moderna abbiamo istituito tribunali sappiamo come agire. E poi perché rimettere? Quello ha fatto danno e tu dici che va bene lo stesso 'coprendolo'? Non è cosa bella da farsi.

Il riconciliarsi con Lui? Ma quando mai! Questa fu una conseguenza delle azioni commesse allora. Allora, essendo l'uomo molto più precario di oggi e soggetto a sbalzi di umore e di sentimento, si intese riabilitarlo al cospetto di quell'Essere. Solo questo potè creare negli illusi di allora una parvenza di riconciliazione che in realtà è solo un rappacificarsi con una stretta di mano. Tu gli tendi la mano (senza però evitare di fargli dire che ha sbagliato e che non lo farà più). Non puoi evitare di farglielo dire, altrimenti non avrebbe più senso il trascorrere del tempo. Se sono passati due anni e lui è migliore, avvicinati e riannoda - se puoi - relazioni con lui. A patto che sia diverso. Nel frattempo, sei solo tu a esserti riconciliato con lui. Altra riconciliazione non v'è. Né tu né lui vi siete riconciliati con Qualcun Altro.

f) La preghiera.

Fatta in quel modo (invocazioni a una donna, discorsi a un Essere) non serve.
Se essa è colloquio liturgico con Dio, basta chiarire da subito che Dio non v'è (e Memoriale lo ha fatto) e dunque quelle parole si indirizzano a nessuno e fluiscono liberamente nell'aere senza avere una risposta. E non l'hanno mai avuta in migliaia di anni. Ditelo questo, a voi stessi. Se non ve lo dite, continuerete a ripetere meccanicamente quelle cose e a buttare via la vostra vita per nulla.
Se essa è libera espressione personale, tanto vale esercitarsi in un altro modo, componendo versi, parlando di più nella società, avendo relazioni più estese con la parola quotidiana.
Se essa è recitazione sacra, occorre dire che quel tempo non è più. All'inizio fu quello, poiché l'uomo - non ancora abilitato a leggere coi propri occhi e in silenzio - considerò la lettura pubblica un elemento rituale. Fu certo una cosa sublime, e immagino che riempì le esistenze dell'epoca. Noi siamo superiori alle parole. Se le facciamo alte, esse hanno un significato più alto ma stiamo soltanto trasmettendo quel significato. Nella nostra azione non risiede qualcosa che ci premia o un indirizzo soprannaturale che la rende diversa da qualsiasi altra pronuncia orale.
Se essa è mantra è mantra, non può essere più invocazione. Non si fa più appello a qualcosa o a qualcuno. Non potete restare fanciulli credendo che si possa intercedere nei confronti di chi è morto 2015 anni fa (altrimenti, faremmo sedute spiritiche e risolveremmo prima). La nostra relazione con l'esterno e con l'alto non è un fatto religioso, poiché è un fatto spirituale. Questo significa che è il nostro corpo a stabilire relazioni dello spirito con l'ambiente e con lo spazio-tempo. Basta. Da qui ricomincia tutto. Educheremo tutti a questa diversa relazione. Soprattutto, cancelleremo dalla faccia della Terra la pratica di chiedere aiuti in occasione di guerre (l'intercessione di Wojtyla alla Madonna, le jihad islamiche) o favori in occasione di difficoltà del momento. Bambinate. Non c'è cosa più grottesca di un politico come il presidente di una nazione che prima decide una guerra spedendo militari con armi e poi si mette a pregare la Madonna. Siamo ai confini con la stupidità. E queste cose vanno dette a lui, in maniera che cresca e diventi adulto.

Ancora una volta, non c'è stato miglior interlocutore del Trapasso. Sempre vigile nel far abortire o nel deridere qualsiasi iniziativa che fosse fuori dai tempi. Il 10 agosto 2003 Wojtyla dà istruzione ai fedeli di invocare l'arrivo di qualche pioggia mediante preghiere, in un'estate (apparentemente) più torrida che uccide migliaia di anziani. Come per risposta dal cielo, arrivano tre giorni di caldo-record che uccidono anche quelli che erano sull'orlo. Non ci fu migliore risposta di questa. Finché non vi renderete conto di questo, le vicende umane e i pianeti si prenderanno gioco di voi.

g) La Messa.

Fatta in quel modo non serve.
Fatta in un altro modo sarebbe - ancora oggi - una cosa validissima e utile, poiché sarebbe il rituale per mezzo del quale si commemora, si ricorda o si celebra in maniera adeguata un'occasione o una persona. Del resto, così nacque in origine. Allora, se faccio un rituale per Katharine Hepburn o Elia Kazan con mie parole di oggi (magari ritualizzate), ha senso. Se lo faccio per un uomo di 2000 anni fa con parole di 1700 anni fa non ha alcun senso. In quest'ultimo caso mi porrei in posizione errata davanti alla realtà.

Ecco perché può essere conservato al massimo un residuo per i matrimoni e i funerali. In quei due casi, seppure con parole errate (perché uguali per tutti), la cerimonia può avere un significato apprezzabile per la nostra epoca. In tutti gli altri casi, perdiamo tempo e parole per nulla. Fuori da noi, l'atmosfera e i pianeti si metteranno a ridere.

g1. Dire Messa è celebrare un rito, contemplato da tutte le legislazioni degli Stati. Espressione di culto. Si può proibire?

Memoriale non porta a proibirlo. Quest'opera ha semplicemente chiarito che il testo della Messa, in gran parte risalente alle istruzioni date da Pio V nel secolo XVI°, non ha più una rilevanza né sociale né sacra ed è soltanto una ripetizione. Ovviamente, si può mantenere come 'lettura di testi' o come 'rito con omelia su particolari eventi come matrimoni e onoranze funebri o commemorative'. In questo caso, tuttavia, dovrebbe essere fatto con una diversa concezione e con testi differenti volta per volta. Siamo lontani dalla Messa liturgica delle Chiese occidentali.

g2. Dopo Memoriale si apre una nuova fase?

Questo è possibile soltanto per azioni, pratiche o dichiarazioni pubbliche da parte dei sacerdoti. Dopo Memoriale, l'unica breccia che si apre è quella dell'art.661 Cod.Penale, che punisce l'abuso della credulità popolare da parte di singoli rappresentanti ecclesiastici. Un esempio sono le richieste di offerte di denaro da parte di Radio Maria, che sono penalmente perseguibili in quanto rientrano in pieno in quella norma. Un'azione di un singolo magistrato qui sarebbe benemerita, perché frenerebbe almeno un fenomeno socialmente deteriore e spregevole (domandare denaro promettendo grazie e favori da parte della Madonna). Osserviamo però che quell'articolo non è mai stato considerato finora, e la sua sanzione del resto è irrisoria. Insomma, è difficile pensare che possano mettersi in moto singoli magistrati.

Non è possibile invece per le Messe, che godono del particolare status riservato loro. Ripetiamo quello che abbiamo detto finora. Chi non vuole frequentarle non le frequenta, poiché vi è libertà. Chi vuole fare uso dei sacramenti o conferirli ha piena libertà, ma il loro valore sacro è stato qui annullato.
Molti, dopo aver letto queste pagine, si domandano come sia possibile porre fine a tutte queste cose. La risposta è la più semplice. A una pratica sociale si pone fine non facendola più. Io come posi fine alla frequentazione delle Messe? Non andandoci più, a partire dal 1978. Quindi, diciamo, è probabile che - in assenza di rivoluzioni o di improvvisi cambiamenti - la fine delle Chiese si avrà per semplice disuso (=abbandono delle pratiche, man mano che sparisce la popolazione più anziana), entro un tempo continuato di 10-15 anni. Nel frattempo, chi non ci va più è chiaro che fa altre cose, si dedica ad altre pratiche. Del resto, è già la situazione che abbiamo davanti agli occhi. Noi leggiamo su alcuni testi cifre soltanto di carta, quando si afferma ad esempio che il 98% della popolazione è cattolica. La verità è che solo una parte minima della popolazione attualmente frequenta quei riti. Una parte ancora più ristretta frequenta i sacramenti con regolarità. Su carta è difficile riportarlo, poiché abbiamo due righe per dirlo e un numero fisso. Ma possiamo dire che attualmente 8 persone su 10 che vanno con regolarità alla Messa hanno un'età superiore ai 60 anni. E' un dato molto negativo. Significa che in un comune di 15.000 abitanti in cui in quella domenica 2000 persone (dico il dato da me verificato) sono andate alla Messa nelle tre chiese del luogo, soltanto 400 all'incirca erano sotto i 60 anni. Altro che 98%! Questo dato ci dice già che la Chiesa cattolica è attualmente un'organizzazione in via di estinzione e non ha futuro.

g3. Memoriale ha affermato con molta decisione che non esiste papa, non esistono cardinali.

Qui l'autore ha fatto soltanto il suo dovere. Anche se continuano ad esistere dal punto di vista formale, e dunque intrattengono relazioni politiche con politici e Stati, questi soggetti non esistono più su un piano di gerarchia. Il fatto che continuino a esercitare come sempre hanno fatto non significa che la loro posizione è la medesima. Dopo Memoriale, sono decaduti (e lo abbiamo spiegato con abbondanza di motivazioni). Più che dirlo loro non possiamo. Più tempo resteranno (abusivamente) nella loro posizione, più severamente verranno giudicati dal futuro e dai posteri. Si tratta di lealtà, principalmente con se stessi.

g4. Si potrebbe pensare a un'azione di pressione da parte dei governi?

Dato il livello umano e culturale degli attuali governanti, è da escludere. L'unica cosa che mi sembra fattibile, per il momento, è qualche iniziativa presa dai singoli nello svolgimento della loro attività. Ho fatto l'esempio dei giornalisti.

g5. Quale sarà il giorno decisivo, in tal senso?

Quello a partire dal quale le Chiese annunceranno di non ordinare più sacerdoti.

Pubblicato il 26 aprile 2004