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NOTA DEL 13 MARZO 2003 - In questa pagina trovate - a parte la sezione centrale sui sacramenti - date dei primi giorni di gennaio 2002, quelli del Memoriale del recupero. Questi temi infatti erano presenti nelle pagine 'MemoAnticoTestamento' e 'MemoNuovoTestamento', in una colonna a sinistra. Poi l'autore decise di scorporarli e di riunirli in un'unica pagina ('mondo della chiesa'), che è questa che ora riproponiamo.
Quando il 'deus' compare negli autori latini già significa 'divinità'. Dunque, nei primi secoli a.C. la falsificazione linguistica doveva già essere accaduta. Considerato che il primo vero alfabeto, quello fenicio, risale al 1300-1200 a.C., possiamo dire con tutta probabilità che la parola 'theos' subì un processo di corruzione dal suo originario significato tra il 1000 e il 700 a.C. Si può notare che questa parola ebbe lo stesso percorso che creò immagini politeistiche nei popoli dell'antichità, cioè passò da un'origine normale - che dovette essere purtroppo di corta durata - a un nuovo campo semantico. Ciò che in origine fu terreno, seppure su un piano sublime, passò ad indicare il divino e il soprannaturale. Gradualmente, la parola fu fatta veicolare per indicare con un nome assimilabile ai nostri nomi propri un essere che era soltanto una serie di aggettivi e facoltà, onnipotente, creatore, onnipresente, ecc.
Ora, com'è possibile che nelle lingue latina e greca delle origini un concetto così grande figurasse con una parola così poco usata e quasi trascurata dalla gente? I sospetti di Memoriale partirono proprio da questo primo indizio. Com'è possibile poi che per secoli non si videro immagini? Anche qui, suscita sospetto che gli studiosi successivi abbiano attribuito a Mosè l'ordine di non creare immagini. In quell'epoca si commettevano liberamente ben altri misfatti. Se davvero chi apparve ad Abramo e a quelle tribù fosse stato un essere onnipotente, non sarebbero tardate a sorgere immagini e raffigurazioni (come del resto accadde subito dopo la venuta di Gesù). Questa - la proibizione dell'idolatria nel Giudaismo - a noi sembra più che altro una giustificazione postuma creata forse proprio per spiegare in qualche modo quell'assenza di immagini (che nelle altre civiltà erano fiorite liberamente). Se davvero fosse esistito quel Dio, questo avrebbe avuto un nome proprio, non un nome generico e di fantasia come questo (god). E questo nome - similmente a quello di Gesù Cristo o di Muhammad - avrebbe solcato mari e monti in tutto il pianeta, cioè tutti lo avrebbero conosciuto in quel modo.
Gli uomini poco istruiti di allora non poterono accorgersi di tutte queste cose. Gli alfabeti nascevano allora, i fenomeni linguistici sorgevano spontanei e venivano subiti. In quell'epoca tutti furono soggiogati dal testo biblico, nessuno riuscì più a liberarsi da quel meccanismo di venerazione combinata a racconti e narrazioni che fu detto 'libro dei libri'. Il successo fu naturalmente favorito da una lunga tradizione orale, che ne veicolò le qualità anche in assenza di supporto. La stampa tardò infatti a venire (si dovette attendere il tardo medioevo) e per secoli quel testo fu recitato, pregato, innalzato ai cieli. Fu comunque una grandissima cosa, se pensiamo alle attività di compilazione dei monaci, all'incremento di cultura, alla grande partecipazione che accompagnò la sua lettura in pubblico (e che la accompagna ancora oggi nelle chiese e nei seminari).
Nacquero comunità, sorsero facoltà teologiche, e tutta la civiltà medioevale - comprese le cattedrali, l'architettura religiosa e l'arte pittorica - fu grandiosamente partecipe di questo anelito. I personaggi raffigurati furono sempre quelli ricavati dall'immaginario biblico: angeli, madonne, crocifissi, piccoli fanciulli, cieli che tuonavano, un uomo anziano e onnipotente che tuonava dal cielo, ecc.ecc. La storia si sviluppò con questi miti e con questi personaggi tramandati di padre in figlio, laddove la tradizione orale lo permettesse. Si creò così una classe sacerdotale, uomini che si istruivano proprio per ricordare con cerimonie quei pochi anni conosciuti della vita di Gesù. Chi ha parlato di purezza ha visto giusto. Quegli uomini, inseguendo una serie di ideali dell'epoca, si distaccarono dalla materia pensando di soddisfare o di obbedire a un testo o a una serie di precetti. Lo fecero in un modo che oggi noi non possiamo più fare. Perché nel frattempo abbiamo acquisito altri concetti, che ci hanno fatto assumere un'altra posizione nello spazio, più eretta, più consapevole, meno sacrificata. Oggi non abbiamo più bisogno di un testo che indichi i precetti da osservare. Allora esisteva ciò che si chiamava 'timore della divinità', e ad essa si attribuivano anche gli eventi assieme con la possibilità di determinarli mediante sacrifici, offerte votive, rinunce, espiazioni, formule, perdoni. Oggi queste cose possiamo soltanto leggerle.
Di quell'epoca tutto ci sembrerebbe assurdo, non appartenente al nostro mondo. Per alcuni versi, lo giudicheremmo 'puro' e 'invidiabile', ma sono più le cose che non capiremmo e che non faremmo mai. Basta pensare che in fondo è lo stesso distacco temporale che separa i nostri antenati del 1500 d.C. dagli uomini del 1500 a.C. L'arrivo del procedimento a stampa permise di fissare la cultura e di istruirsi in un modo che gli artisti dei graffiti non avrebbero neppure immaginato. Questo dobbiamo fare. Dobbiamo sempre pensare che il tempo ci distanzia in maniera incolmabile da tutto il passato, e questo non si può più mantenere.
Erano le 17.48 del 1 gennaio 2002

La 'benedizione' fu nell'Antico Testamento uno dei modi in cui era considerata manifesta la presenza terrena di Dio. Si considerava tale l'abbondanza di beni, ad esempio, o l'abbondanza familiare in genere. E' interessante notare che anche quando benediceva un uomo, si trattava sempre di benedizione divina. cioè si pensava che il Signore - di quell'epoca - si servisse degli uomini per adempiere il suo scopo. Evidente qui la concezione arcaica, che vedeva in noi una sorgente non-umana, come se le cose rispondessero a fini superiori. 'Benedirò quelli che ti benediranno', dice Dio sempre nella Genesi. Se passiamo alla realtà notiamo più volte nella storia degli Ebrei il gesto di alzare le mani al cielo, oppure in direzione di altre persone. Il gesto rimase anche nei Cristiani e fu uno dei più duraturi, Ovvio, anche qui, ribadire che il 'benedire' era un concetto un tantino 'zoppo', mancando del suo opposto (maledire). Ripetendosi lo strano fenomeno di qualcosa che 'grazie a Dio riscaldava', come nella stufa, ma se non ci fosse stata 'non avrebbe potuto essere maledetta', ancora una volta si richiamava la benedizione di ciò che c'era ma non la maledizione di ciò che non c'era. Nella forma mentis di chi concepiva un 'disegno divino' fatto di bontà e generosità mancava clamorosamente la ragione, poiché tutto ciò che è presente non può che contrapporsi a tutto ciò che è assente. Postulando un Dio sempre presente si creava un concetto della fantasia che in pratica tradì tutto il Cristianesimo. Anche qui l'alterazione di quel significato originario non potè fare miracoli nel ragionamento, e così ogni volta che si domandava di più si sentiva dire che era 'mistero'. I prelati non si accorsero mai che Dio sarebbe potuto esistere soltanto se ci fosse stata anche una sua mancanza (perché ciò che esiste o è presente o manca, rispetto all'osservatore). Parlando invece di qualcuno che era soltanto presente si cadde nella debolezza di creare un idolo buono per la propria coscienza non più richiamabile ogni volta che si fosse invocata la ragione. Non essendoci allora teorie di fisica, non ci si poteva accorgere.
Quando l'era moderna inaugurò anche la fisica delle particelle e con essa la relatività, tutta la dottrina cristiana (comprese trinità e onnipresenze varie) risultò un miraggio, poiché nell'universo non esiste materia o qualcosa di animato sempre presente al di là dello spazio e del tempo. Si nasce e si muore. Se ci fosse qualcosa di eterno, è comunque un'idea. E allora Dio potrebbe tornare ad essere eterno soltanto con la nostra nuova definizione, in quanto non è più l'Essere creatore e onnipresente ma torna ad essere soltanto una legge.
Curioso ad esempio il concetto - non molto richiamato - di Spirito, ebraico Ruh. Anche qui si intendeva qualcosa di promanante dalla presenza di Dio e che dava forza o incoraggiamento a proseguire. Quando le vicende avevano un lieto fine, si diceva che la 'fede' era stata determinante. Il problema è che quando le vicende NON avevano un lieto fine non c'era mai nessuno che metteva in discussione quel Dio poco propizio. Allora perché avrebbero dovuto esistere degli uomini privilegiati? In base a quale diversa prerogativa, considerato che la fede era comunque un atteggiamento gratuito e non dipendente da una particolare prestazione? Da tutte queste cose si nota ancora come gli uomini agissero come guidati, non utilizzando mai la ragione come la intendiamo oggi. Mancava soprattutto una consapevolezza del proprio corpo fisico, una padronanza.
La generosità di Dio, vista ad esempio nel patto con Israele, sarebbe stata una manifestazione di questo spirito, che continuamente accompagnava le tribù nella migrazione, con la fiducia per un futuro protetto e benedetto. Ma la Bibbia non è un'enciclopedia, per cui non parla di altri popoli stanziati in altre parti della Terra. Soltanto guardando da una prospettiva ebraica si può pensare che Dio fondasse un patto soltanto con questo popolo. Se invece con ciò intendiamo una semplice esemplificazione di quel che Dio viveva con l'umanità in genere, i personaggi non possono che essere identici a quelli di un romanzo. cioè, essi assurgono a semplici archetipi dell'uomo di allora. Suscita più che mai sconcerto il fatto che il popolo più sfortunato della Terra (che sarà alla ricerca di una terra per 2000 e più anni) sia quello che stando all'AT si ritiene quello 'eletto' da Dio, prima col patto con Abramo e poi con quello sul Sinai stabilito con Mosè. La coincidenza dei due opposti è talmente assurda da portare a un'unica conclusione. Tutto ciò che possiamo dire su quegli uomini è molto precario, perché essi furono in tutte le cose molto diversi da noi.
Un altro istituto molto efficace nel mantenere la illusione fu la grazia, concetto che rimase anch'esso molto vago per secoli e fu sempre unito ai sacramenti. La grazia veniva concepita come la benevolenza di Dio verso l'uomo, e da questa derivarono cose correlate come l'alleanza, la salvezza, il perdono, la misericordia, tutte cose per le quali la fede serviva come presupposto necessario. Molto significativo ad esempio che la parola greca 'charisma' fosse venuta da 'charis', grazia. Anziché un talento o un dono del singolo qualsiasi capacità finiva per essere 'grazia di Dio' o 'benedizione'. Per gli uomini religiosi dell'epoca, non esistendo biologia, si finiva in pratica per considerare qualsiasi talento come una 'grazia di Dio', qualcosa di piovuto o concesso dall'alto. Il fenomeno di procacciamento di grazia poi diventò ben presto ricerca di favori e si fuse anche con le famigerate pratiche di superstizione, per cui ricerca spasmodica del miracolistico e invocazione di santi fecero decadere quegli istituti a banale pratica propiziatoria. Dio, come si vede, era lontano. Il vero dio, diciamo.
Molto curioso poi il destino del Decalogo (legge degli Ebrei) e dei sacramenti (pratica successiva dei Cristiani). Il primo ha una presenza ristrettissima, in Esodo e Deuteronomio. Memoriale lo ritiene soltanto una parte dell'antica legislazione di Israele e niente di più. I secondi non sono neppure presenti nella Bibbia. Talvolta si ritrova il termine nella traduzione di 'mysterion', ma il concetto non ha alcuna attinenza con quelli che verranno in seguito come 'segni della grazia divina'. 'Sacramentum' era anticamente soltanto il patto con cui i soldati giuravano fedeltà all'imperatore.
Erano le 17.48 del 2 gennaio 2002
Le righe seguenti sul battesimo e sull'eucarestia fanno parte di un documento pubblicato in precedenza, nel marzo 2001Il SACRAMENTO era un'operazione soltanto rituale (cioè non ripetibile fuori da certi canoni e dal cerimoniale) con cui i membri della comunità divenivano partecipi della vita soprannaturale. Esso dovrebbe essere compiuto a beneficio dell'uomo, ma proprio i culti che più si occupano dell'essere umano (l'Islam, nella sua metafisica, e le religioni orientali in genere) non ne contemplano alcuno.
La parola 'sacramentum' in latino servì a rendere il greco 'mustèrion', ma fu una corrispondenza arbitraria e non veritiera, giacché la parola mistero - come la si usa - nella Bibbia non indicava i nostri misteri. Secondo Agostino andavano considerati 'segni visibili' di una grazia invisibile. Per i primi Cristiani essi furono atti da compiere a scopo di santificazione o di salvezza, e conferirebbero la grazia. Siamo in un quadro antichissimo, oggi uno di quelli più fuori dal nostro tempo. Molti dei sacerdoti stessi infatti ignorano che ciò che si chiama 'grazia' ai tempi dell'Antico Testamento era soltanto l'idea che Dio mostrasse benevolenza per l'uomo (si diceva 'trovare grazia davanti a Dio', si noti anche qui come dio significhi tutt'altra cosa). D'altra parte, si diceva che anche i pentiti (delle proprie cattive azioni) potevano trovare grazia facendo appello (in che modo, a parte quello generico della preghiera, non si è mai capito). E' puro 'infantilismo' un atto compiuto per ingraziarsi un Essere nella prospettiva di una salvezza postuma (da cui per l'appunto il timore: come dire, mi hai guardato-ora mi pento-così sarò poi salvo). Salvi da che?
Nel Nuovo Testamento viene interpretata come GRAZIA la benefica presenza di Gesù Cristo, e in generale il suddetto 'perdono' che dovrebbe rimettere in seguito la colpevolezza delle azioni delittuose già commesse (si dice infatti 'riacquistare la grazia di Dio'). Rimane nulla della sostanza dei sacramenti, oggi. Essi furono concepiti in origine come iniziazione o come grande atto di elevazione del singolo. Il singolo non aveva altri atti per elevarsi, questo è il punto. Per cui, anche qui, PIACEVA fare quelle cose rivestendole di un significato (e questo prese il nome di simbolismo per i più fanatici). In epoca moderna, nonostante i 'ritorni di fiamma', questi atti - compresi battesimo e matrimonio - hanno perduto il carattere 'sacro' delle origini. Mantenerli in vita - come fanno ancora i sacerdoti cattolici - con formule antiche e partecipazione spesso finta non si può più.
BATTESIMO (greco 'baptisma') era il derivato di un'abluzione in uso presso i sacerdoti o presso i fedeli in certe occasioni a scopo di purezza. L'acqua, come sostanza purificatrice, conferiva all'atto quella solennità che un altro elemento comune e profano non avrebbe determinato. Questo atto non ha tempo, proprio perché da sempre l'acqua viene ritenuta - giustamente - elemento di rigenerazione e purificazione.
Quello di Gesù, abbiamo detto, derivava direttamente da quello di Giovanni Battista, che si immerse nel Giordano (ancora una volta in segno di annuncio, di purificazione perché 'il regno di Dio stava per venire'. secondo lui, ma ricordate che sono cose di tempi remotissimi appartenenti soltanto A QUEI TEMPI). Gesù, riferendosi alla sua fine, avrebbe detto però: 'Voi riceverete il battesimo di cui io devo esser battezzato' (Marco, X, 39). Allora, cominciamento o segno della fine?
Scopriamo la cosa ancora una volta dal testo biblico stesso. Secondo il Vangelo di Giovanni era egli stesso a battezzare fin da subito ('Gesù, coi suoi discepoli, andò nel paese della Giudea, ove si trattenne insieme ad essi, e battezzava', III, 22). Questo capitolo di Giovanni - nuova testimonianza di Giovanni Battista - è uno dei meno chiari di tutta la narrazione. In mancanza del rito che poi sarebbe stato compiuto con tutti i nuovi nati, si deve ritenere che allora servisse semplicemente come purificazione, cioè nel senso in cui lo intendevano i Giudei. Non può esserci altra ragionevole interpretazione.
Anche la frase successiva alla resurrezione 'Poi battezzerete tutti i popoli' è ancora espressione di una generica volontà di ben volere e proteggere la sorte di tutti (cosa che equivale a un nostro augurio, a una qualsiasi formula DETTA DA CHIUNQUE). Non possiamo concordare con quelli che interpretano questo atto come 'professione di fede' (che già abbiamo detto era in quell'epoca indicata con la parola 'CONFESSIONE'). Le versioni che attribuiscono un conferimento dello Spirito Santo sono più vicine al vero, ma solo nel senso che quest'abluzione fondava allora una condizione di 'cristiano' per tutti coloro che si avvicinavano a questa deviazione dal Giudaismo.
Non è chiaro quanto ancora passò prima che l'atto divenisse un vero e proprio sacramento. Si ha notizia di battesimo compiuto dagli apostoli, e qui è certo che l'atto fosse proprio il simbolo della conversione. Da rigettare tutte le altre versioni che hanno accostato l'acqua alla resurrezione di Gesù o a una pretesa purificazione del proprio corpo ad imitazione di Cristo. Si argomenta che siccome Gesù fu risorto a nuova vita la ripetizione del gesto avrebbe il significato di un'assimilazione a quello finale di Gesù. Se così fosse sarebbe ridicolo, perché si ridurrebbe a mera e impotente imitazione di un atto - la resurrezione - che nessun altro avrebbe potuto compiere. Dunque, se sentite sacerdoti 'dilungarsi' sull'analogia tra le due cose, farete bene ad obiettare che un'imitazione per un atto che non si può compiere sarebbe nient'altro che ammissione di un'impotenza del singolo.
Rimangono la purificazione e la conversione. Entrambi convergono come 'entrata simbolica' nella comunità. Proprio qui abbiamo inteso apportare una nota critica. Se tale dovette essere - e certamente fu, a sentire tutte le testimonianze - è stato quanto mai 'esecrabile' che sia stato poi somministrato dalla Chiesa a tutti i neonati. Un atto che viene compiuto su tutti significa che quell'entrata non è più assoggettata a criteri. Se infatti quel neonato da adulto rinnegherà i principi cristiani, il battesimo resta praticamente senza effetto. E non è neppure vero - come dicono molti sacerdoti - che esso non viene celebrato senza la garanzia che nulla osta. Può darsi che questo sia successo qualche rara volta per figli di criminali o di persone incarcerate (dunque, per figli di padri assenti o in contumacia), ma è troppo poco per dire che l'atto viene concesso con una certa forma e con l'osservanza di criteri. Se si dice che esso serve a fare entrare il nuovo adepto nella comunità, si deve necessariamente distinguere tra soggetto e soggetto (al limite si dovrebbe compiere l'atto qualche anno più tardi). Se d'altra parte si dice che 'il regno di Dio dev'essere di tutti' allora non si capisce perché quest'atto si compia.
In sintesi, se è di tutti non c'è bisogno di battesimo. Se di tutti deve diventare occorre capire in capo a chi e con quali criteri. Nessuna delle organizzazioni ecclesiastiche esistenti ha mai precisato quali dovrebbero essere questi criteri.
Vediamo ora l'Eucarestia. 'Cena del Signore' è il termine usato da Paolo nella prima lettera ai Corinti (qualcuno dice anche 'calice del Signore'). Quel pasto in comune ha acceso anima e cuore di tante persone, che vi hanno visto giustamente il segno della grandezza di Gesù, oltre che un episodio di per sé molto bello che in seguito sarebbe stato leggenda. Molti però dimenticano sempre che la Cena del Signore era un pasto pasquale, non era un episodio messianico come poi sarebbe stata interpretata. E questa cena, per il popolo di Israele, era il MEMORIALE della liberazione dall'Egitto.
So bene che qui alcuni - i soliti esagerati - dicono: 'No, non è solo un Memoriale, è la più grande confessione di fede di quel popolo'. Ma il fatto che un pasto reinnovi la memoria si esaurisce IN questa memoria. In altre parole, non abbiamo mai capito perché una commemorazione debba essere anche altre cose. Quando si commemora si fa un atto che intende RICORDARE il passato, nella breve durata temporale in cui si esaurisce l'atto. Basta.
Dunque partiamo da un atto commemorativo, cioè dalla pura e semplice realtà. Qui abbiamo soltanto il rito giudaico della Pasqua. I Vangeli e i commenti posteriori rovesciano tutto trasformandolo nella Cena del Signore, cioè nel sacrificio di Cristo che fa nascere la chiesa. Cosa che egli stesso sembra aver annunciato: 'Questo è il mio sangue dell'alleanza', dice Gesù. E' il sangue che viene offerto in sacrificio, e che costituirà poi l'oggetto di adesione dei fedeli a Cristo nel rito della Messa. Il culmine dei racconti evangelici è proprio qui. Ma era un rito fisso per tutte la famiglie dell'epoca, in quanto gli Ebrei facevano questo pasto sacrificando un agnello. Al tempo dell'esodo ogni famiglia ebrea sacrificava questo animale. Siccome l'esodo aveva dato vita alla nazione di Israele, qui si dice che il sacrificio di Cristo fa nascere la Chiesa. Siccome prima si sacrificava un agnello, qui si dice che Gesù diventa l'agnello di Dio, colui che toglie i peccati dal mondo (e quando mai li ha tolti?). Insomma, da un evento rituale - peraltro suggestivo - si attinge al sublime e alla leggenda, perché come in un incantesimo gli atti e le parole di Gesù s'incastonano alla perfezione nella memoria dell'antico sacrificio. Gesù, conoscendo egli stesso lo svolgersi di quei riti ebraici (benedizione, riempimento del calice-pane azzimo da spezzare) spezza egli stesso il pane già messo da parte e solleva un calice nel dire: 'Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue'. Egli considera se stesso un agnello sacrificale, come se la Pasqua diventasse 'sua' in quel momento. 'Fate questo in memoria di me', conclude poi.
Il mio dubbio è sempre stato questo: se Gesù intendeva la liberazione del popolo di Israele, perché successivamente questa diventerà in senso lato la liberazione di tutta l'umanità? E' questo che non ho mai capito, e credo che nessuno sia riuscito a spiegarlo. Fu anche questa opera di propaganda pura e semplice, che portò alla gente un'illusione e nulla di più. Il vero problema è che questa cena precede di poco la morte di Gesù, e dunque tutto ciò che viene ricordato di essa resterà 'mitico'. Quelle parole, quella profezia su Giuda, quei gesti, quel preannuncio di una memoria futura ('Fate questo in memoria di me'). Gesù a questo punto sente e sa che è vicina la sua morte, e lascia in eredità questa serie di gesti che poi costituiranno il nucleo di tutta la dottrina cristiana dei sacramenti. E il guaio è proprio quello di avere il 75% di questa concentrato nei due episodi finali. Gli interpreti successivi non riuscirono qui a isolare il fatto di rivolgersi soltanto alle famiglie ebree. E così quei fatti diventarono patrimonio della nuova comunità, quella dei Cristiani, che si diceva pronta a diffondere dappertutto quel nuovo messaggio.
Qui notiamo poi un dettaglio primario: in quei tempi il pasto in comune aveva un carattere sacro e costituiva un vincolo tra i partecipanti. Oggi tutti noi siamo abituati a consumare pasti veloci in luoghi pubblici e lo facciamo quasi sempre in compagnia di altri. Lo facciamo talmente spesso che non ci accorgiamo del valore sacro di questa 'commensalità' Allora più che cena si faceva un 'banchetto', cioè era importantissima l'occasione, a cui addirittura si ricollegava un sottobosco di simboli di cui oggi noi non abbiamo neppure idea. Non possiamo dunque sapere cosa si agitò nelle menti visionarie dell'epoca. Se a questo aggiungiamo che nell'occasione si consumarono anche alcuni tradimenti da parte di amici che sembravano fidati, possiamo immaginare quanto grandi furono sia il rimpianto sia il ricordo - quasi estatico - di quella cena. Sappiamo però che i ricordi e le estasi del passato sono tanto meravigliosi quanto irreali. Tutte queste cose sono bellissime, perché depongono della nostra natura spirituale, del fatto che nel dopo sentiamo le cose con grandi vibrazioni che pervadono tutto il nostro corpo (tanto che rivedere persone dell'infanzia fa salire quei brividi in maniera potente). Ma non possiamo attribuire ad esse molta realtà. Abbiamo il dovere di essere vigili e razionali. Ora, il fatto che Gesù fosse stato tradito non significa che poi chi lo tradì 'per compenso' dovesse fargli mari e monti facendone un Dio vissuto in terra.
Poi la carne e il sangue di Cristo divennero il pane e il vino, presenti anche nella messa odierna. Ora, se anche si riconosce che quell'episodio fu vissuto da Gesù con autentica partecipazione, se anche si riconosce che fu bellissimo nel suo svolgimento, non si può giustificare la enorme e immotivata esagerazione del cibarsi per 2000 anni di quella sostanza simbolica. Questi sono fanatismi che riducono la dignità individuale di ciascun uomo, come del resto farebbe una sostanza presa periodicamente per celebrare la memoria di qualsiasi altro essere umano.
La liberazione del popolo di Israele non ci fu. La liberazione degli uomini grazie al suo sacrificio è soltanto una cosa astratta perché rinvia tutto ciò che egli disse a un aldilà o a un Giudizio Universale di cui non si ha traccia. Se quello che Gesù annunciò si fosse verificato a quest'ora avremmo già un altro mondo da parecchi secoli. Diciamolo in altre parole: l'uomo Gesù ebbe un grande successo 'postumo' e informò di sé la storia dei secoli successivi, ma soltanto come fondatore della Chiesa cioè della comunità. Quale fu il famoso Giorno della Rivelazione? Nessuno ce lo ha mai spiegato. L'errore sta dunque nell'aver esagerato - fino alla divinità, venire per quello, fino alla donazione, dare la vita propria per il riscatto altrui - tutti quegli avvenimenti delle ultime settimane di vita di Gesù. Egli dice 'questo è il mio corpo', ma aveva detto anche 'Io sono la vite' o 'Io sono la porta delle pecore'. Insomma, Gesù si esprimeva sempre per metafore. Il verbo 'eucharistein' aveva il significato di 'rendere grazie' per qualcosa. Ma risulta che Gesù non lo abbia neppure adoperato. La frase sul sangue, poi, è tutt'altro che pacifica. Non si sa precisamente cosa avesse inteso dire. Anche qui non dimentichiamo che allora non si poteva bere il sangue, perché questo era anzi considerato un gesto sacrilego. Dire quella frase dunque era qualcosa di molto simile al nostro 'mangiare cane' o 'bere alcool a 90 gradi' (siamo in presenza di una procedura verbale simile a un'iperbole). Dire che la Santa Cena è comunione con il Cristo crocifisso è fanatismo, parlare di Corpo sacramentale e corpo della Chiesa, eucarestia, partecipazione... sono soltanto amabili analogie escogitate in seguito. Tutte queste formule, tutti gli attributi teologali e cardinali furono meri 'atti necessitati', in un mondo allora in divenire. In quell'epoca esisteva meno del 5% delle parole in uso oggi, e così perfino qualità e vizi non avevano un suono che li designasse. Man mano che sorsero questi suoni, i fanatici ne crearono di nuovi per catalogare gli uomini, e così vennero l'accidia, la speranza, la carità ecc., tutte cose che nel 2300 non esisteranno più. I nomi astratti oggi sono già in declino perché non si sa più quali siano i confini.
Quanto poi alla confessione, altro ex-sacramento, qui andiamo di male in peggio. Questa è stata una delle cose più incivili di tutta la storia umana. La confessione fu creata per liberare da un errore passato dell'individuo mediante - si diceva - il perdono di Dio. Unita poi all'indulgenza divenne un banale ricatto di una classe sociale sull'altra. Confessione in ebraico significava 'lode'. Possibile? Proprio così. Anche nel Nuovo Testamento non si confessavano peccati, si confessava Cristo e la propria fiducia in un Dio manifestatosi in lui. I primi seguaci che introdussero in seguito questo sacramento come riparazione da una colpa del singolo non potevano pensare due cose: a) Se una persona non pecca mai, di una confessione non ha bisogno; b) Se quell'errore è già PASSATO, il presente non può più contemplarlo. E allora può esistere soltanto una condanna con detenzione in luogo chiuso che vale come espiazione (simbolica, nessun criminale diventa sacerdote stando 15 anni in carcere). Non esiste una condanna 'fuori' da quella inflitta dagli organi di giustizia (magistratura) né un perdono fuori da quello concesso per legge in alcuni casi.
Con la confessione si informava un'altra persona di una parte 'colpevole' della nostra vita passata. Se sappiamo che ogni volta agisce questo meccanismo del perdono e della purificazione potremo rifare in futuro l'azione colpevole confidando che poi quell'uomo - per conto di quell'Altro - ci perdonerà. E' come un cane che si morde la coda ogni volta. E' come una barzelletta che si ripete all'infinito, un gioco macabro sulla pelle di quegli sventurati che lo accettano. L'unica confessione ammissibile sarebbe l'ultima, cioè quella che non ne ha un'altra dopo (perché l'individuo sarebbe purificato davvero e non peccherebbe mai più). In questo caso chiederemmo alla persona: 'Quando ti sei confessato?'. Questa direbbe ad esempio: 'Due anni fa'. Ecco, questo sarebbe l'unico atto ammissibile, perché significherebbe: 'Dopo di allora non sono più caduto. Sono un uomo perfetto da due anni a questa parte'. Se invece lo si fa di continuo diventa una barzelletta, un inganno dato anche a se stessi.
I
'rammentatori' della settimana mitica sono stati un segno dei tempi.
Questo segno ha diviso nettamente la storia umana, tanto da coniare
una datazione a nome di un uomo. Non è che sia determinante.
Avremmo potuto dire '350 dopo Gregorio' o '560 avanti Paolo'. Se
è una questione di nomi, l'argomento si riduce alla fin fine a
una scelta e non cambia la sostanza (in questo caso numerica). Se
invece si coinvolgono anche i concetti la questione diventa un
problema. In che maniera sarebbe stata vista l'era pre-cristiana?
Anche questo, vedete bene, avrebbe creato buoni e cattivi. Come
avremmo dovuto considerare coloro che vennero al mondo
quando ancora non esistevano chiese e tribunali?
La logica ci porta a
concludere che non esistono periodi storici privilegiati o fasi di
incarnazione di qualcuno speciale. Esistono uomini 'migliori' di altri, ma rientrano anch'essi nella specie. Oggettivamente e nella storia, ciò che si può dire è
che la realtà diventa molto importante oppure si svaluta, e
questo abbiamo visto accadere in dipendenza delle posizioni
planetarie. La nozione di ciclo è l'unica che può
ragionevolmente situare epoche e periodi storici. Il ciclo va da un
sorgere a un tramonto, per qualsiasi cosa e per qualsiasi essere
cellulare che viva. Nello sviluppo così inteso l'oggetto si trova a vivere le caratteristiche di quel ciclo (o di un insieme di cicli, che non sono altro che lo spazio-tempo che si considera). Quando l'oggetto tramonta significa che quella
fase è terminata. E se questo succede corrisponde a un esercizio di verità farla terminare per davvero, non conservare riti e istituti che non trovano più senso in un ciclo successivo. 'Verità' significa corrispondenza al reale. Adeguandoti alla realtà del ciclo vivi, non sei più costretto a 'simulare'. Il tuo vivere è la testimonianza di quella verità.
Erano le 20,00 del 3 gennaio 2002
NOTA DEL 4 AGOSTO 2003 - E' falso, assolutamente falso affermare - come fanno molti sacerdoti - che insieme con l'eucarestia Gesù istituì quel giorno il sacerdozio. Questo nacque molto tempo dopo, in una ben diversa situazione e in maniera autonoma.