
Perché non se ne accorsero prima
Gli autori di trattati sull'etimologia non facevano che trascrivere quel che già trovavano su altri testi. Si sono limitati a fare questo. Così facendo, non si sarebbe mai arrivati a nulla, perché l'errore sarebbe rimasto tale per sempre. Occorreva ragionare, e andare indietro nel tempo alle fonti primarie. Ecco la ricostruzione tradizionale. La parola che definisce l'Essere Supremo veniva fatta risalire al latino 'deus', e si diceva che fosse un aggettivo antico di origine indoeuropea con un significato presunto di 'luminoso'. Il termine 'el', attributo a cui veniva fatto risalire, è presente nelle antiche lingue semitiche poiché è parte di nomi come Ezechi-el-e, Dani-el-e, ecc. Ma venne registrato ufficialmente come '(e)lohim', plurale di 'divinità'. In greco fu 'theos', da cui l'italiano e quasi tutte le altre lingue dell'Occidente hanno attinto per costruirvi il campo semantico (teologia, teofania, teocrazia ecc.). Secondo il racconto biblico si rivelò a Mosè come 'Yahweh' (probabilmente, l'Eterno, il dominus), traslitterazione dell'originale ebraico 'YHWH'. Più tardi diventò impropriamente Jehowah, da cui Geova. Ma la Bibbia non si riferisce a questa parola come a un concetto determinato. Dunque, fandonie create in seguito. Memoriale consiglia di non prestare attenzione a questi termini, perché non ci avrebbero aiutato comunque. Non poteva essere né una cosa precisa (altrimenti, come spiegato, tutti ne avremmo avuto un'unica immagine) né un attributo (altrimenti sarebbe rimasto soltanto quello) né un nome.
Il mondo vero esistette finché vissero sulla Terra gli uomini che scambiavano i loro sogni con la presenza di dei, diciamo 3000-3500 anni fa. Proprio quelli da cui Memoriale ha messo in guardia. Quelle presenze, che - ripeto - non erano dei, ma la proiezione della loro vita interiore, popolavano allora la Terra appunto come dei, come anime liberamente vaganti. Quel mondo era vero, perché non era stato ancora attraversato dalle istituzioni. Allora, lo spirito era veramente spirito. Non era rivestito di parole. Non aveva bisogno, delle parole. Fu in quel mondo che - gli uomini raccontano - si vide Mosé avere una relazione con Dio. Poi - gli uomini raccontano - si vide un Suo inviato reincarnato e infine crocifisso. Come mai accadde allora, e poi mai più? Una lunga tradizione tenne vivo il ricordo di qualcosa. Ma che cosa? Qualcosa appunto che non accadde più, in seguito. Ecco la unicità di quelle due rivelazioni. Esse furono uniche perché accaddero in un altro mondo, in un mondo che rispetto a quello odierno sentiva altre cose, percepiva cose differenti. Quindi ciò che importa non è il fatto che davvero vedessero Dio o cose del genere, ma il fatto che la storia abbia riportato proprio in quel momento l'avverarsi di una rivelazione agli uomini. La seconda (Cristo) avvenne troppo tardi, quando ormai la civiltà e le parole si erano impadronite della Terra e dunque la corruzione - di cui vi ho raccontato - aveva distorto il concetto generando il disastro di una dispersione di culti sulla Terra. Oggi siamo troppo intelligenti per poter pensare che un Essere soprannaturale si incarni e diventi come uno di noi. Resta la prima (Mosé), che è l'unica vera perché avvenuta in un tempo ancora non contaminato dalla civiltà e dalle lingue. La prima avvenne in quel contesto spazio-temporale che ancora conteneva frammenti di un mondo puro, incontaminato. Quindi, solo per la prima possiamo dire che 'accadde allora e poi mai più'. Ma cosa... videro accadere? Questo non si può dire, oggi. Appunto perché viviamo in un mondo diverso e abbiamo dizionario e concetti che quegli uomini non avevano. Il processo di non trasferibilità vale anche in senso inverso. Loro, quegli uomini, non riuscirebbero a dire con parole di oggi quel che accadde allora. Se riuscissero a dirlo, dovrebbero rivelare qualcosa come una visione, un miraggio, un incantamento dei sensi. Ma dovremmo parlare di uomini diversi da noi, più vicini all'essere-scimmia e senza una vera civiltà. Gli eventi erano quelli narrati dai libri. Quello che non è reale è il racconto degli avvenimenti. Non è reale perché i primi 'raccontatori' non avevano a disposizione concetti e controllo del corpo come li abbiamo noi oggi. Oggi noi stessi ci accorgiamo di un sogno, di un miraggio o di un viaggio con l'eroina quando succedono. Allora no. Mancava questa consapevolezza. Del resto, non c'erano specchi, l'essere non ragionava su se stesso, non esisteva una coscienza del corpo, non si sapeva neppure che esistesse una possibile branca chiamata 'psicologia'. Quindi, tutte quelle cose sono avvenimenti di una umanità diversa dalla nostra, che viveva un mondo vero simile a uno stato di natura. Un brivido anziché essere un brivido al tempo di Mosè era un dio. Una paura, per loro, era un segno del cielo. Questa differenza separa nettamente quell'epoca dalla nostra. Al tempo di Mosè si subivano determinate cose, e non si conosceva né il controllo di sé né la padronanza cosciente dei propri impulsi.
Oggi la situazione è rovesciata, si può dire che in un certo senso siamo tutti morti. L'umanità è morta, poiché è sempre più difficile avere impulsi corrispondenti a un sentire. Gli uomini non hanno vere gioie, veri dolori. Nelle città non si vedono segni di vita. Proprio per questo, sarebbe stato inutile mantenere tra noi un concetto ormai anacronistico e non corrispondente alla nostra condizione di uomini del XXI° secolo.
Pagina aggiornata nel testo il 13 novembre 2004 e ripubblicata con un diverso aspetto grafico il 22 febbraio 2005