IL POPOLO CHE CREDETTE DI ESSERE QUELLO DI DIO
(questo frammento è del 15 gennaio 2001 ore 18.24 GMT)

Nessun altro popolo sulla Terra è stato prigioniero di una promessa e di un'idea quanto quello ebreo, fin dal suo capostipite (Abramo), che lascia la famiglia e la patria per andare verso la Terra promessa. E da quel momento l'occhio invisibile del mondo scorgerà l'elemento ebreo in ogni parte della Terra, isolato oppure fuso con l'elemento locale. Particolare, questo, che renderà l'identità di quel popolo ben difficilmente distinguibile, e dunque oggetto della più grande e lunga serie di fraintendimenti che la storia ricordi. Il paradosso finale che ne risulta - la creazione di una parola come 'antisemitismo' - serve ad illustrare l'assurdità che percorre tutta la storia del mondo civilizzato: quella di immaginare un sentimento contrario a una presunta razza, dotata di una presunta religione propria, fondata sul sigillo di una presunta alleanza con Dio (quale singolare privilegio!).

Qui siamo nel 'Regno dell'Illusione', più che in ogni altra illusione. Siamo nel 'Regno della Promessa', più che in ogni altra promessa. E così la lingua stessa ha seguito questa falsa carovana di 'immedesimazioni', di 'chiamate a sé', di 'rivelazioni'. Quando neppure essa ce l'ha fatta tutto è stato esiliato, compreso il popolo. Cominciamo dalle origini: 'razza semitica' dovrebbe essere un vastissimo coacervo di popolazioni riunite proprio sotto una medesima lingua, ma solo sotto quella lingua (originaria), perché altro motivo in comune non ci sarebbe stato (la discendenza da Sem non ebbe conseguenze facilmente ricostruibili). Tutti gli Ebrei, in questi 2000 anni di era cristiana, hanno sempre assimilato 'normalmente' le lingue locali, e anche la formazione medioevale di una lingua autonoma come la lingua 'Yiddish' mostra una comunanza maggiore con il tedesco di allora che non con l'ebraico di oggi.

Dunque, torniamo all'argomento centrale, avendo per assodate due cose: che non è molto serio parlare di una razza a sé, ma che allo stesso tempo dobbiamo ugualmente parlare di loro, perché gli Ebrei esistono comunque (in quanto etnia residente, in quanto soggetti portatori di una cultura tradizionale, e soprattutto in quanto oggetto di una rivelazione quale quella dell'Antico Testamento). La Bibbia, come abbiamo detto, ha una storia anch'essa. Non è un documento fuori dal tempo. All'epoca della venuta di Cristo, le cronache possiedono già una storia degli Ebrei, ed è una storia già costellata di immani tragedie, massacri, emigrazioni coatte (attenzione! sono questi tre caratteri che valgono a distinguerli, molto più che altri dettagli linguistici, storici o antropologici). Qualcuno ha sostenuto addirittura che l'avversione per gli Ebrei è un connotato degli stessi Ebrei, e questo non è solo un paradosso o una battuta. In fondo è come dire che se una persona nasce con la vittima dentro di sé, troverà all'esterno più carnefici degli altri. La storia ha dimostrato questo teorema sin dai primordi, ma lo ha dimostrato soltanto in un senso: nel senso di nascere essa stessa fusa con una religione. Gli Ebrei esistono negli annali del mondo perché un giorno pare che un uomo chiamato Mosè, che li guida in fuga dall'Egitto attraverso il Mar Rosso, riceva il non-umano in quell'atto (mobile) e poi in un atto successivo (immobile) chiamato Decalogo. Prima di questo (facciamo naturalmente la voce del Tempo) c'era poco, per non dire nulla. Ci fu un mito cosmogonico (che viene chiamato Genesi), ci fu un'arca (incaricatasi di tenere in preservazione la continuità degli uomini su una Terra colpita da un presunto diluvio), ci fu Abramo, che le Scritture considerano capostipite. Ma fino a Mosè, cioè fino al XIII∓deg; secolo, non essendoci il documento suddetto di alleanza le cose si svolgono 'in presa diretta': chi è protagonista delle vicende - quattro generazioni di patriarchi, dal 1900 al 1300 a.C. - non sa nulla di queste vicende e non conosce il senso collegato della storia. Questo senso ci viene spiegato in seguito, e un primo grande dubbio avrebbe dovuto far riflettere: i primi cinque libri della Bibbia (Pentateuco, per gli Ebrei Torah) vengono redatti alcuni secoli prima della venuta di Cristo, niente meno che 700-800 anni dopo Mosè. Soltanto in quell'epoca - per terminare cinque secoli dopo Cristo - si pongono le prime basi del testo ufficiale, il Talmud. Mille anni non è poco. Per rendere un'idea, è come se spiegassimo soltanto oggi - con un libro di 2000 o 3000 pagine, o con un sito Internet di 30 Mbyte - Federico Barbarossa; è come se oggi non avessimo ancora idea degli avvenimenti del 1200 e non conoscessimo - se non per frammenti vaghi e spaiati - l'esistenza di Dante Alighieri o di William Shakespeare. Ecco un grande difetto di prospettiva che avrebbe dovuto metter dubbi. Perché gli avvenimenti, a distanza di tempo, vivono più che altro di interpretazione.

Dunque, dicevamo: Dio comunque arriva, cioè arriva un Dio unico (prima della Bibbia c'erano miti, c'erano potenze come gli Dei dell'Olimpo, c'erano idoli). Questo Dio unico non è uguale nei due Testamenti di affido. Anche qui, noi vorremmo abbattere quel ponte o quel legame che è stato - specie da parte Cristiana - stabilito tra le due parti della Bibbia. E la riprova sta proprio nella diversa difficoltà - apparente - a cui io stesso vengo esposto. Nell'Antico Testamento tutta la narrazione, fin dalla Genesi, è imperniata sulla presenza di un Signore dell'Universo e delle acque a cui si attribuisce perfino un popolo eletto e una serie di rivelazioni 'strada facendo'. Quando Giovanni Paolo I, nel suo breve e sfortunato pontificato, disse: 'Dio è anche madre', qualsiasi Ebreo avrebbe dovuto girarsi da un'altra parte e turarsi il naso. Perché gli Ebrei non hanno mai avuto un'Incarnazione quale quella di Cristo, dalla quale si possa dire che 'Dio è sceso tra gli uomini sotto le sembianze di uno di loro'. Gli Ebrei non hanno MAI inteso rappresentare Dio con immagini. Questa è la prima caratteristica del loro viaggio nel mondo del sacro. E non lo hanno neppure chiamato per nome, quel Dio. Dio era una parola, abbiamo detto, ma una parola connessa con tutto l'insieme di formule, di riti di ringraziamento, di perdono, di espiazione, che essi avevano conservato per tanti secoli. Per un Ebreo molto convinto dire Torah è come dire 'parola di Dio'. Per secoli si usarono le parole soltanto per le preghiere della liturgia e per i Salmi, in cui il contenuto prevalente era la lode. Questo abituava i fedeli di allora a un rapporto molto stretto e quasi personale con la parola. Ma questa non sarebbe mai fluita liberamente come può succedere oggi in un comizio o in un dibattito televisivo. Lo stesso Talmud arriva non per fare una chiacchiera tipo quella dei critici letterari di oggi, ma proprio per fissare le raccolte ai commenti e per mantenerle rigidamente in quel modo. Per i Giudei di allora Jahvè si fa testo, è come se la parola servisse a fondare un potere magico sul suo nome e sul suo volere. E' quello che poi farà anche la Cabbala, combinando le lettere con alcuni valori numerici simbolici. Da una parte si sta bene attenti a non rappresentare Jahvè con immagini, dall'altra si sperimenta - primi tra tutti - il valore magico di lettere e numeri. E' una contrapposizione molto bella, è come dire: non ti volgarizziamo ma utilizziamo la parola proprio per interpretare la tua sacra presenza nel mondo.
La mitologia linguistica, nei primi tempi, era costituita da un pensiero esattamente contrario a quello moderno di Saussure: in oriente come in occidente, un nome non era una semplice designazione, ma doveva indicare una natura. Abbiamo detto che per gli Ebrei l'unico appellativo allora esistente era il tetragramma, YHWH (o anche JHVH, secondo un altro modo di traslitterare), che era compreso nella benedizione sacerdotale. Secondo il Talmud i sacerdoti usavano questa formula di preghiera: 'O JHVH, il tuo Popolo, la tua casa di Israel ha commesso un'iniquità, ha disubbidito e peccato dinanzi a Te. Ti supplico per il tuo nome, JHVH, fai tu espiazione... come è scritto nella Torah del tuo servo Mosè:
IN QUEL GIORNO (SHABBAH) SI FA A VOSTRO FAVORE L'ESPIAZIONE PER PURIFICARVI, E VOI SARETE PURI DA TUTTI I VOSTRI PECCATI DAVANTI A JHVH (LEVITICO, XVI.30)'

Abbiamo detto che fino alla prima redazione delle Scritture la questione di Dio non si pone. Dio fu citato sempre con le parole che conosciamo ma il culto ebbe un'esistenza soltanto con formule che contenevano le medesime parole (ringraziamento, perdono, invocazione dell'Essere per eccellenza). Agli Ebrei era estraneo il pensiero greco, che dava un senso ai concetti filosofici. Questo è importantissimo, per capire in quale dimensione - totalmente astratta - venisse invocato quel nome. Nessun uomo oggi può realmente avere un'idea di quanto diretto fosse quel legame: soltanto leggendo ad esempio i Salmi o le lamentele di Giobbe si può davvero intuire quanto a Dio venisse rivolto tutto, i sentimenti dell'uomo, i rimpianti, la commozione, l'ammirazione per le sostanze del creato. Perché allora esisteva questo senso profondo ed esterno delle cose? Proprio perché attorno a sé l'uomo non aveva quasi nulla, in confronto a ciò che ha oggi: da qui la consapevolezza di quella forza che si esprime nell'avere una certezza in ciò che non si vede (la forza del mondo SENZA, l'ho definita nell'altro link). Per ipotesi, se oggi il mondo venisse distrutto da una catastrofe cosmica e rimanesse vivo soltanto un individuo, questi sentirebbe su di sé un'immane potenza, proprio perché non avrebbe nulla e nessuno CON sé. Torniamo a Dio.

Negli ultimi tempi prima della distruzione del Tempio, i documenti attestano comunque un diminuito uso del tetragramma, per motivi non facilmente identificabili. Probabilmente c'era una specie di pudore personale, perché con le vocali la parola avrebbe assunto un suono troppo aperto e troppo confondibile con altri. Anche il testo biblico venne tramandato all'inizio con scrittura alfabetica consonantica, e le trascrizioni in latino e in greco sono molto tarde. Noi dobbiamo soltanto ai Masoreti, che lavorarono molti secoli dopo, una integrazione vocalica. Quando questa arrivò (tra l'altro con semivocali e consonanti lunghe) ormai il tetragramma era un ricordo. Un'altra stranezza, intrisa di sfortuna, per un popolo che non ha mai avuto pienezza di mezzi - neppure letterari - nella sua storia. Già al tempo di Gesù la lingua ebraica originaria era un documento storico, e si parlava una lingua più vicina all'aramaico. Non deve essere stato facile avere una Torah scritta originariamente in una lingua che ormai era considerata 'morta'. Nella lingua ebraica, come parola di traduzione, rimasero sia 'el' (la divinità) sia il plurale 'elohim'.

Dunque, si diceva di Dio. Il nome cominciò ad esser pronunciato come 'Adonai', cioè 'Mio Signore'. Attenzione: questo Dio non era una causa astratta, non era l'oggetto di una speculazione filosofica. Era molto vicino a quello che viene utilizzato oggi da molti fedeli 'intiepiditi', insomma era un Dio personale, al quale si ricorreva soprattutto come fine ultimo e come scopo finale di una vita santa e giusta. Nei maestri d'Israele si ragionava poco e quel poco serviva ad assoggettare più che a dominare (lo stesso Decalogo è chiarissimo, in questo senso). Tutta la raccolta di formule e parole sacre che poi venne fissata nel Talmud e soprattutto nella Mishnah contiene raramente il nome di Dio poiché il testo conteneva soprattutto citazioni degli uomini, delle categorie da cui tenersi alla larga, liste delle cose da fare e se si leggono in una sera sembra di trovarsi davanti a un ricettario morale con prescrizinni sulla buona salute, sulla purificazione coi cibi, su una buona morte ecc. Abramo e i suoi discendenti non avevano avuto la conoscenza nel senso biblico, cioè non avevano avuto il 'segno dell'alleanza' come lo avrebbe avuto Mosè, e quindi tutte le citazioni di Dio precedenti alla concessione della legge sul Sinai e all'erezione del tabernacolo sono mere 'proposizioni indefinite' o 'semplici menzioni del sacro' senza una contemporanea consapevolezza. Credo che gli Ebrei non fossero molto interessati a capire a chi si stessero rivolgendo quanto ad osservare leggi e obblighi morali come se quel Dio li stesse osservando. Sono frequenti le penitenze, i pentimenti, i sacrifici. Ecco perché ho espresso qualche riserva sia sul concetto di alleanza sia sul monoteismo di cui si parla. Per quanto riguarda la prima, gli Ebrei la appresero con grande ritardo quando lessero di Mosè e delle tavole sei o sette secoli dopo. Gli studiosi dicono che più il popolo soffriva più si faceva strada questa idea della garanzia data da Jahvè. Mi è sempre sembrata un'idea contraddittoria. Nella storia, chi ha avuto sofferenze ha sempre rinunciato all'idea di un Dio in aiuto anche se ha conservato la fede. Quanto al monoteismo bisogna intendersi sui termini. Si dice che Mosè avesse proibito l'antropomorfismo, quel brutto vizio che consisteva nel veder raffigurati gli dei come uomini, e qualsiasi culto di immagini. Ma dubito che i Giudei del 1000 o dell'800 a.C. riuscissero a pensare a un Dio unico chiuso in quel rigido sigillo del 'non poter averne altro'. I popoli conducevano allora per lo più un'esistenza nomade e non avevano cognizione né di frontiere né di nazioni straniere. 'Fuga in Egitto' o 'Fuga dall'Egitto' sono concetti postumi: in quel momento ciò che accadeva nella realtà era uno spostamento su altre terre perché queste erano feconde e poi uno spostamento via da quelle stesse terre perché un essere umano ivi residente (faraone) era nemico o perché altri fatti costringevano ad andare via. Cominciamo dunque a ridimensionare il ruolo di Dio precedentemente a Mosè. Dio aveva avuto tra l'altro molti titoli: la Genesi fa riferimento a un 'Dio altissimo' (quando Melchisedec benedice Abramo), a un 'Dio che vede' (quando Agar gli si rivolge), e poi anche a un 'Dio eterno', a un 'Dio di Bethel' e comunque a un 'Dio d'Israele', ma tutti questi attributi non potevano avere alcun significato concreto (cioè vanno intesi come qualsiasi invocazione, anche di amore e di devozione, che si possa fare a un'entità non conosciuta). Per il popolo di cui si parla nell'Antico Testamento prima di Mosè, è bene dirlo chiaramente, non esiste un Dio. Si parla in maniera molto generica e indefinita di un accompagnamento del soprannaturale e basta. Questo scenario, per ora soltanto primitivo, cambia radicalmente e diventa 'irreversibilmente' divino con la Rivelazione sul Monte Sinai. Mosè, nella storia dell'umanità, è il primo a riferirsi a un Dio vero e proprio e a diffondere poi questa idea presso il suo popolo. Questo Dio di Mosè è estraneo al concetto di Creatore. Dunque a questo punto, circa 1280 a.C., non esiste il Deus, non esiste il God. Questa concezione è ancora vaga e non è molto diversa da quelle che l'hanno preceduta in Egitto e in tutta l'Asia Minore. Il vero problema resta come e in quale epoca si arrivi al Deus, che si unirà imperiosamente e improvvisamente a tutti gli altri attributi allora esistenti (Signore, Onnipotente, ecc.) finendo anche per predominare quando all'attributo di Signore verrà unito quello di Creatore del Cielo e della Terra (a cui prima nessuno aveva pensato). Il vecchio Jahvè diventa un'altra cosa nel momento in cui occorre che i popoli concepiscano un Creatore dei cieli e della Terra. In questo momento non bastavano più i vecchi attributi e così per chiamare Creatore qualcuno si utilizza il Deus (God), che poi diventerà Allah per gli Arabi. Come avviene questo procedimento? E' qui che succede quello che ho appunto spiegato nella mia ricostruzione:

si comincia a usare la parola 'dio', che aveva un altro significato, per designare questo presunto Essere superiore

Torniamo a Mosè. Qui tutta la dinamica degli eventi e la successione di fatti e parole è quanto mai leggendaria e suggestiva. Tutti ricordiamo un gruppo piuttosto vasto accampato sotto una montagna, intento a far festa e gozzovigliare nella maniera più normale e pagana che si possa immaginare. E contemporaneamente ci viene rappresentata l'anima travagliata di un uomo che continuamente si allontana dal gruppo alla ricerca di qualcosa e continuamente ammonisce il gruppo intorno alla importanza di quel momento. Mosè, in questo momento, ha già avuto in terra d'Egitto alcuni segni evidenti di un accompagnamento 'divino'. Ma il fatto che il soprannaturale fosse con un solo popolo, abitasse in mezzo a questo, e lo garantisse di una salvezza fino (e compreso) conferimento di una legge non ha alcun significato. Ripetiamo ancora una volta che una potenza soprannaturale non può prescegliere o privilegiare un popolo rispetto ad altri.

Se questo popolo (o gruppo di uomini) ha dei caratteri distintivi questi appartengono ad esso e promanano soltanto da questo. E se sono distintivi lo distinguono e basta, non sono in alcun modo espressione di una volontà superiore. Vi siete mai chiesti perché sia l'Antico Testamento sia il Corano - con le fonti islamiche collegate - impieghino centinaia di pagine per lodare e venerare Dio con tanti attributi? Essi fecero esattamente la cosa opposta a quella che avrebbero fatto le scienze sociali in un'epoca tanto sconsacrata come il secolo XX°: i primi cercavano l'esterno, il sacro, Dio; le seconde hanno cercato l'interno (psicologia), la società (sociologia), l'uomo. Ma negli Ebrei ci fu perfino di più: si scambiava ciò che si era per ciò che veniva dato, e in questo si riponeva un significato di 'grazia concessa' come se non esistesse per l'appunto una nozione di carattere 'umano'. Per fare un esempio è come se un uomo dopo avere a lungo condotto una ricerca e avere scoperto una formula scientifica esclami: 'Grazie Dio, di avermi dato questa formula' anziché dire 'Urca, come sono stato bravo ad arrivarci!'. In fondo abbiamo sentito lo stesso quando, interrogati su musicisti come Mozart e Bach, da quella parte si dice: 'Ma quelle sono proprio le più belle dimostrazioni di Dio!' Questo metodo - che confonde la religione con la religiosità, il senso mistico delle cose con le cose stesse, Dio con il concetto che si ha di Dio - si perpetuerà nel tempo e nei secoli soprattutto per due motivi, strettamente connessi: la scarsità di nozioni possedute (ignoranza relativa) e la necessità di uno scopo non materiale alle proprie azioni e alla propria vita. Riportiamo ad esempio il mito del diluvio ai giorni nostri: le ricerche compiute sui fondali del Mar Nero dall'Accademia delle scienze russa (assieme all'analisi del carbonio dei resti organici effettuata da alcuni istituti americani di oceanografia) hanno permesso di ricostruire perfino nei dettagli quell'enorme travaso d'acqua salata che si verificò non più di 8000 anni fa dall'odierno Mediterraneo al Mar Nero di allora, che era un semplice lago di acqua dolce e che in conseguenza di quel travaso vide innalzarsi paurosamente il livello delle acque per via di una cascata di dimensioni oceaniche, che invase anche fiumi e pianure della Russia meridionale, costringendo uomini e animali a una ritirata che riuscì a pochi e lasciò sul terreno un numero esorbitante di vittime. Lo scenario naturale nel sud dell'Ucraina assunse improvvisamente una nuova identità. Ebbene, questo e nient'altro che questo è il fatto che poi diventò un mito (perfino letterario) in varie tradizioni, e andò sotto il nome - in quella biblica - di 'diluvio universale'. Come si vede, anche qui, una scoperta successiva fa giustizia di miti e leggende e riduce tutta la narrazione a un semplice accadimento 'di natura', non 'sopra la natura'. Ora, gli eventi dell'esodo e poi quelli del Monte Sinai possono certamente avere avuto degli sviluppi 'straordinari' ed esser stati accompagnati da 'episodi' che avevano dell'incredibile, ma erano incredibili soltanto - e per l'appunto - nella mente di chi li raccontò 'gonfiati' e 'ingigantiti' (la conclusione dell'Esodo è un esempio di racconto leggendario e poco reale). Occorre sempre separare i racconti dalla realtà: se il sacro dovesse formarsi per via di un racconto, noi oggi vivremmo soltanto di 'idoli' e di 'venerazione'. Non esisterebbero gli aerei, perché anziché un oggetto che in quattro ore arriva dall'Europa all'America avremmo soltanto un modellino davanti al quale inginocchiarci.

Nel 2001 dopo Cristo, la situazione degli umani non può essere quella del XII° secolo prima di Cristo o del 70 dopo Cristo (data di distruzione del Tempio e di conseguente inizio della diaspora). A meno di concepire la nostra vita e il Tempo come una barzelletta, cosa che la vita e il Tempo non sono. In questo senso, un Ebreo che si appoggia oggi a quei resti (Muro del Pianto) recitando alcune formule compie un atto che sicuramente può avere un significato interiore - al pari di una donna che si rechi tutti i giorni al cimitero per ricordarsi del marito non più vivo - ma non ne ha alcun altro all'infuori di quello. Non possiamo cibarci di racconti. Anche il Dio degli Ebrei va reinterpretato. Tutta la storia degli Ebrei è fatta di promesse e di assunzioni di responsabilità, però bisogna ormai riconoscere una cosa: tutta quella storia è popolata soprattutto di fallimenti. E allora a che serve esser 'popolo di Dio' se al di fuori di due o tre eventi (piaghe, traversata, Decalogo) tutto il resto della storia fino a oggi è soltanto una serie di sconfitte? Se Dio ha promesso, se Dio ha prescelto, e poi i prescelti devono vagare per 1900 anni senza 'patria' è un Dio che segue anche lui un destino, non un Dio che lo domina.

Enunciare qualcosa di differente significherebbe restare in un universo buio e oscuro poco attinente con la realtà. Cominciamo con l'Alleanza. Noi affrontammo questa parola un anno fa, e chiarimmo quanto infida e negativa sia, in generale. Un'alleanza oggi si fa soprattutto per motivi politici, cioè per acchiappare il potere più breve e più inconsistente che esista (quello dei governi, delle maggioranze parlamentari). Ma vi pare che Dio avesse bisogno di 'allearsi'? E poi contro chi? Se un'alleanza vien fatta (con o senza contratto) si presuppone che questa esista 'in confronto' a qualche altro qualcosa che l'alleanza non ha. Andiamo poi alla Legge, che avrebbe l'espressione più immediata nel Decalogo, condiviso anche dai Cristiani. L'esistenza di una legge come norma richiede comunque un'interpretazione, e questa fu data a quel tempo dai rabbini (gran parte di queste interpretazioni diedero poi il corpus del Talmud). Già Gesù Cristo però contesta - a quei rabbini - la legge, e siamo addirittura in un tempo che ha ancora 'fresca' la memoria di quelle leggi. Qualsiasi legge data attraverso una norma ('NON DEVI FARE QUESTO'/ 'DOMANI FARAI QUEST'ALTRO') è di per sé molto limitata, e abbiamo detto che essa fa parte di un ambito - la morale - che non ha connessioni col soprannaturale. Qualsiasi norma - che non sia una legge scientifica - ha per forza di cose una data, un tempo di emissione, un tempo - successivo - di interpretazione, obbedienza, disobbedienza, rispetto, violazione ecc. D'altra parte l'osservanza dei comandamenti non è che conduca a una condizione diversa da quella di uomini che quei comandamenti non rispettano (magari perché non li hanno neppure conosciuti). Non c'è bisogno di conoscere il Decalogo per capire che non rubare è meglio che rubare e non uccidere è meglio che uccidere. Queste leggi furono date IN QUEL MOMENTO, a quella COMUNITA' DI PERSONE. Ora, le tradizioni di un popolo hanno rilievo nel momento in cui si affermano in contrapposizione a un altro - possibile - ordine di cose. Se quest'ordine di cose invece prevale sulle tradizioni - per logica superiore, per superiore consistenza, per un superiore contenuto scientifico - rimanere con quelle può dipendere soltanto da ignoranza, cioè dal non aver conosciuto quell'altro ordine. Lo stesso accadrebbe - detto in termini terrestri e volgari - a colui che utilizzasse le proprie gambe per recapitare una lettera in partenza da Roma per Milano. Costui non potrebbe dire 'non conosco gli aerei', in quanto questi ronzerebbero continuamente sopra la sua testa durante il tragitto da Roma a Milano. Non potrebbe dire 'non conosco le auto' o 'non conosco le biciclette' perché questi mezzi sarebbero oggi continuamente davanti ai suoi occhi. Dunque, ecco che decade anche la specificità di una tradizione, rispetto alle altre. Pensare che un animale possa essere considerato sacro da alcuni ma non da altri è soltanto un'espressione di stupidità, perché il sacro non può essere 700 cose diverse. Quando noi ci riferiamo alla diversità di queste tradizioni diamo loro anche una nazionalità, ma dobbiamo pensare che 2500 anni fa questa nazionalità non esisteva. C'erano soltanto uomini sul suolo terrestre e basta, non c'erano 'Cinesi' o 'Italiani'.

Che successe dopo la concessione della Legge sul Sinai? Poco altro, nel senso or ora ricordato: l'Antico Testamento prosegue con una lunghissima narrazione di riti, usanze, sacrifici, preghiere, cerimonie del popolo di quella 'Terra promessa' nella continuazione dei fatti su quella striscia dal 1200 in poi, e contestualmente veniamo anche a conoscere del nome dei profeti che popoleranno quella storia nei secoli seguenti. Secoli tragici, in cui quel popolo dovrà passare per varie deportazioni nel territorio. Esso, paradossalmente, sarebbe favorito oggi nel caso di una fine delle nazioni: dovendo improvvisamente rispondere a un governo sovra-nazionale gli Ebrei sarebbero i meno impreparati. E' l'unico caso in cui agli Ebrei si può collegare un reale privilegio. Se per ipotesi si cancellasse oggi Israele, ripristinando la situazione che esisteva in precedenza, probabilmente risorgerebbe ancora più forte il grido di Dio presso gli Ebrei e l'idea di una Terra promessa collegata a quella della speranza messianica. Segno che nei cromosomi corre comunque quella tematica e non c'è niente da fare. Perlomeno fino a che un nuovo Monte Sinai non li convinca di un'idea contraria. Quando i ragazzi si domandano 'perché la Torah fu data nel deserto' viene risposto loro: 'Perché il deserto è di tutti, non apparteneva a nessuno'. Oggi, purtroppo, appartiene anch'esso a una nazione. Forse è questo il motivo per cui Dio non ha un Sinai e un popolo a cui affidarsi. Ma soprattutto: perché dovrebbe affidarsi a un popolo soltanto?

La pagina ha ricevuto una piccola modifica grafica il 1 giugno 09