La memoria: un inquilino ingombrante


Quando ricorre un punto del passato, dobbiamo semplicemente fermarci lì, cioè fare in modo che esso non attraversi 'attivamente' la realtà attuale, perché questo porta soltanto conseguenze negative, in certi casi catastrofiche. Pensiamo al ritorno alla memoria di un trauma passato, a un incubo, a un'ossessione. Ecco perché abbiamo detto che le religioni sono da rifondare. La religione non è più quello che si pensava. Io non posso 'religere', ri-legare me stesso al passato di altri uomini. Mi devo re-ligere, ri-legare al momento presente che solo io posso vivere ORA. La storia conta solo come cognizione di ciò che è successo in precedenza, ri-legato a ciascun frammento spazio-temporale.

In sintesi, bisogna vigilare affinché la memoria non sia dannosa. Diciamo che la civiltà dovrebbe avvalersi di una memoria equilibrata, senza privilegi o particolari ritenzioni per qualcosa. La memoria dovrebbe essere come uno strumento che viene in soccorso quando occorre e se ne va via quando non occorre più. Se sappiamo utilizzarla in questo modo, riusciamo a contenerla in una certa misura ed evitiamo di massacrarci l'esistenza di inutili sofferenze. Soprattutto, si dovrebbe aver presente che la memoria è anche gioia, è anche un piacere supremo della vita. Sulla memoria sono stati scritti molti libri, ma sono quasi tutti manualistici, aridi, asettici. Trattano la memoria come se fosse un settore della scienza, come se le famose aree del cervello dicessero qualcosa, mentre da questo sito abbiamo appreso che essa è vita, è piacere vivo, quasi quanto il sesso. Il culmine si raggiunge quando si riesce ad utilizzarla al meglio ricavandone vantaggi pratici. E' vero che imparare a memoria una poesia di Leopardi la rinforza, ma poi quei versi servono poco nella vita quotidiana. I momenti più alti sono proprio quelli pratici, in cui una nostra creazione - dovuta proprio alla memoria - ci porta a un nuovo stadio. E' qui che possiamo dire: 'Guarda cosa ha fatto la memoria!'

Anche sulla memoria esistono molte, moltissime immagini della Befana. Cominciamo da un tema che piace sempre molto a ricercatori e saggisti: le aree del cervello. Molti si sono esaltati nel parlare di 'zona sinistra', di 'area destra' e via dicendo. Purtroppo non si va da nessuna parte localizzando aree cerebrali. Non è un'indagine interessante quella che localizza singole parti cerebrali attribuendo loro determinate funzioni. Tutti gli uomini hanno un cervello composto da neuroni, che comunicano attraverso impulsi nervosi anche tra di loro. C'è un'attività elettrica, ci sono sostanze che possono eccitare o viceversa affievolire quest'attività, che è diretta da alcune centraline di comando, ma il segreto non risiede nella fisiologia. Non scopriamo granché né guardando alla materia grigia né sollecitandola. E' superata l'idea che l'intelligenza cerebrale viaggi soltanto 'via cavo' attraverso cellule nervose. Il cervello non è un blocco compatto o una ragnatela di neuroni. Esso è formato anche da spazi vuoti, e tra l'altro non è necessario che si tratti di neuroni. L'orizzonte va dunque ampliato, e soprattutto va ampliato l'ambito dell'indagine, che deve comprendere anche pause apparenti e la possibilità di una trasmissione differente. Meglio parlare dii una trasmissione più composita e articolata di impulsi semplicemente per 'via eterica', cosa che riconduce inevitabilmente alla nostra teoria del ponte con la realtà esterna. I nostri impulsi si mettono in moto quando trovano non solo una via 'interna', ma una 'esterna'. Sono fenomeni non facilmente rilevabili e che celano probabilmente una quota di mistero, nel senso che avvengono in modalità imprevedibile quando anche la situazione 'fuori' dal cervello si presenta in un certo modo. In un certo senso è l'irrompere dell'Universo nell'essere-Uomo. Chi ha una certa sensibilità sente perfino impulsi sulla colonna vertebrale.

La memoria può definirsi come la capacità di far rivivere un'esperienza passata richiamandola alla mente dopo averla ritenuta immaterialmente come 'archivio' dentro di sé. Importa capire due cose: come avviene la memorizzazione, e perché ciascuno di noi ricorda in maniera molto differente. Col ricordo vengono potenziate le sinapsi, cioè i collegamenti tra cellule nervose? Non necessariamente. I collegamenti si hanno:

1) Se vengono sollecitati dall'esterno (azioni altrui, musiche, suoni ecc.).

Impulsi dall'esterno attivano il nostro cervello se sono fortemente 'tipizzati'. Avremo così individui particolarmente sensibili alle musiche di un singolo compositore, al timbro vocale di una persona, all'allarme di una sirena ecc.ecc.

2) Se un ricordo già memorizzato li sollecita dall'interno.

Impulsi dall'interno vengono sempre guidati da un circuito preciso, segnato dal nostro sistema nervoso in base a 'punti' (eventi) già vissuti nel passato. Il riaffiorare alla coscienza di questi punti stimola il ricordo, cioè la memoria individuale. L'impulso poi può portare a qualsiasi cosa: a un orgasmo (sensazione fisica di massimo piacere), oppure a una sofferenza, a una spinta autolesionistica, a un rimorso, a una gioia e così via. Può portare perfino a una falsificazione della realtà, se quest'ultima parte già condizionata nel cervello.

Un problema fondamentale, in questo ambito, è:

Perché in una persona riaffiorano con prevalenza certi fatti e in un'altra persona ne riaffiorano altri?

Se cominciassimo a rispondere a questa domanda saremmo già al 60% della questione. Le nostre cellule contengono istruzioni già complete, non solo per la produzione di proteine, ma proprio per lo studio degli elementi che compongono ogni storia individuale. Sappiamo che il DNA può essere suddiviso in frammenti, che poi si rivelano come 'sequenze' all'analisi computerizzata. Nel futuro sapremo che a determinate sequenze corrispondono determinate patologie. Per la memoria, i suoni che si agitano nel nostro cervello fanno già parte di un universo completo, in cui soltanto certi fatti attirano e poi vanno a risiedere stabilmente nel nostro cervello. In questi fatti sono compresi ad esempio una madre castrante (e ogni volta che il soggetto troverà questo tema, ad es. al cinema o in un racconto ne verrà attratto), una sorella con tendenze criminali, un continuo pensare al furto (cleptomania), un continuo pensare all'ossessione dei luoghi chiusi (claustrofobia), ecc.ecc. Così, ogni volta che si ripete nella vita quotidiana quel tema il soggetto troverà la sua 'farina', positiva o negativa, cioè qualcosa di utile/esaltante o viceversa di inutile e dannoso fino all'autolesionismo dei masochisti. Si può dire che l'esistenza di ciascuno ruota attorno a poche tematiche.

Esistono vari tipi di memoria? Risponderemo SI' e NO.

Sì, perché la nostra memoria giorno per giorno lavora anche come una memoria RAM di computer, cioè si trova impegnata per un tempo più meno lungo al termine del quale decade. Chi decide quanto lungo dev'essere questo tempo? Non c'è un orologio con una scadenza, non c'è una regola fissa. La memoria, in quanto fenomeno, si comporta come le pare (in condizioni di freschezza). Basta pensare a quando assistiamo a un film e non sempre ci ricordiamo di alcuni dettagli della trama, e così siamo costretti a chiedere al nostro vicino se quel personaggio è lo stesso di venti minuti prima. Questa memoria RAM è varia, cioè è diversa da individuo a individuo. C'è chi ha capacità di tenere a lungo proiettate nel cervello decine di immagini, c'è chi non riesce a tenerne più di una per qualche minuto. E' una funzione dell'INTELLIGENZA e in parte della PRONTEZZA DI RIFLESSI (volgarmente chiamata 'lucidità') e viena alimentata dall'INTERESSE. Più l'interesse di una persona per un oggetto è forte, più la memoria si applica in un tempo continuato. Questa è una regola generale. Molte persone faticano comunque a mantenere la concentrazione su più argomenti perché non hanno avuto stimoli per addestrarsi in questo esercizio.

Diremo NO, nel senso che la memoria non esiste in tante varietà, non si manifesta per settori o per ondate, non ha caratteristiche fisiologiche diverse (anche nei casi in cui vi leggiamo un carattere patologico). Essa può essere rinforzata oppure indebolita, a seconda che la si eserciti in maniera più o meno attiva. Se si sta per dieci ore di seguito a memorizzare i versi di una poesia, l'archivio acquisisce un documento nuovo e allo stesso tempo potenzia il nostro meccanismo di ritenzione.

Come si ricorda un concetto? Un concetto può essere richiamabile alla mente in decine di modi diversi, alcuni di semplice esercitazione o addirittura di mera imposizione a se stessi (dall'interno o dall'esterno). Tre sono i modi essenziali:

1) Per associazione. In questo caso il cervello associa l'oggetto a un altro oggetto, o anche un'idea a un'altra idea. E' il caso esemplificato dalla frase: 'Mi ha fatto pensare a...'. Questo modo di ricordare poggia sulla quantità di informazioni che ciascuno di noi riesce a conservare, e dunque è fondamentale sia la capacità di far funzionare il nostro archivio a pieno regime sia la capacità di estrarre i vari documenti immagazzinati nell'archivio stesso. Bisogna riuscire a estrarli con le proprie forze, altrimenti significa che la nostra autonomia è insufficiente. Se ci si sveglia soltanto perché si partecipa a un quiz o perché ci sta interrogando un professore, è segno che nel resto della nostra esistenza non abbiamo avuto stimoli sufficienti per farla lavorare da soli.

2) Per dissociazione. Attenzione, perché pochissimi manuali parlano di quest'altro modo, che invece è importante ed è complementare (non opposto) al precedente. E' bene esemplificato dalla capacità di produrre una varietà di immagini da un singolo dato. Il cervello prende una parola e ne fa cento: parte da FORSE e poi va su VOLSE; VOLTE; FOLTE; FORTE.

3) Per libera creazione. In questo caso manca un punto di partenza. Questo è uno dei casi insondati dalla scienza e condurrebbe a nuovi orizzonti se soltanto si cominciasse a studiare senza necessariamente collegarlo alla patologia e alla depressione. Libera creazione significa che improvvisamente e senza un motivo alle 12 di ieri il mio cervello ha riavuto un'immagine passata, come un incidente stradale, una donna vestita di nero, un suono dell'infanzia, ecc. E' in questa categoria che confluisce l'analisi posta dal problema centrale: perché alcune persone ricordano sempre determinate cose e non altre? Creare liberamente significa riavere quell'immagine senza che essa venga sollecitata da un agente esterno o interno. E' una parte della cosiddetta 'sfera inconscia' (ossia se dipendesse da noi quell'immagine non ci verrebbe) che alimenta molto bene ciò che in genere si definisce 'genio artistico', portando improvvisamente anche a creare un'opera d'arte.

Come viene alla coscienza quel concetto?

Nella categoria 1) mediante gruppi concettuali o simbolici.

Nelle categorie 2) e 3) per immagini. La 2) ha una sua presenza forte anche in soggetti affetti da schizofrenia, allucinazioni, neuropatie varie. La 3), abbiamo detto, è molto presente in chi ha talento artistico.

Affrontiamo ora alcuni equivoci.

Primo equivoco: la credenza che esistano ricordi belli o brutti. La memoria non ha connotati giudicabili, cioè non possiamo dire 'Gianni ha una memoria più apprezzabile di Piero'. Una memoria individuale può essere più o meno forte, più o meno fresca, più o meno pronta, ma non può essere 'giudicata' in quanto tale.

Noi parliamo di ricordi 'brutti' solo perché l'immagine ci riporta a un momento in cui abbiamo sofferto o di ricordi 'belli' solo perché l'immagine suggerisce cose di cui in passato abbiamo goduto. Così, se un brano musicale ci riporta al giorno in cui conoscemmo nostra moglie, questo si dice un 'bellissimo' ricordo, ma non si tiene conto che il ricordo - tranne soggetti masochisti o viceversa esaltati - è sempre neutro, cioè non è altro che un'immagine che affiora alla coscienza. Noi lo diciamo bello perché è lo stesso archivio che ne possiede un tale attributo, ma è soltanto un frammento di spazio-tempo precedente (non più esistente).

Un secondo equivoco: 'ma se non ripeschiamo più dall'archivio dimentichiamo'. Mai e poi mai. Se mi uccidono un padre è naturale che non mi dimentichi della cosa e che non possa dimenticare mai più. Ma non dimenticarla non significa farsene influenzare per tutto il resto dei propri giorni. Ecco da dove partiva anche la nostra critica del 'perdonismo' cristiano. Noi abbiamo il dovere di considerare 'passati' anche i crimini e le cattive azioni, perché essi costituiscono un passato non più costruttivo, ma non è che archiviando li dimentichiamo. Semplicemente facciamo in modo che riaffiorino il meno possibile alla nostra coscienza. Meno riaffiorano più stiamo in pace con la nostra coscienza. Da questo deriva anche il nostro parziale rifiuto per la psicanalisi, anch'essa troppo abusata. Due considerazioni bastano per sgomberare il campo: 1) La sfera inconscia non contiene fatti 'giudicabili', bensì fatti che 'ritornano' in quanto prodotti da una sensazione profonda e incontrollabile provata dall'essere; 2) Le dimenticanze non hanno sempre una causalità accertabile, cioè quelle rimozioni pur avvenendo in dipendenza di determinati fatti non rispondono a una legge precisa. Lo prova il fatto che anche volendo non sempre si riesce a dimenticare. Il risultato è una incongrua sopravvalutazione di quella sfera. Si dimentica semplicemente per il motivo opposto per cui si ricorda, e dunque ci sarà di volta in volta insufficiente attenzione, scarsa applicazione, leggerezza o irrilevanza del concetto e via dicendo. In sostanza, non esiste una teoria della dimenticanza.

Un terzo equivoco: 'Mi ricordo solo le cose importanti'. Assolutamente falso. Le nostre emozioni (e la capacità di fissarle) non vanno di pari passo con l'importanza del nostro interlocutore o dell'oggetto (salvo condizionamenti, dei quali abbiamo detto). Nella vita si registrano tantissimi casi di lunghe attese con grandi palpiti terminate in un nulla di fatto e viceversa colpi di fulmine nati dal nulla, senza né preavviso né preparazione. Si direbbe per lo più che il nostro cervello non ama 'emozionarsi' quando si decide ma piuttosto quando decide un altro, cioè quando un'altra persona ci attrae. In questo caso la memoria si slega dai processi 'consci' e va per conto suo. Il 'feeling' fa sì che il nostro corpo si apra per relazionarsi con l'altro, e così ogni movimento e ogni parola escono con il massimo grado di spontaneità. Cosa che non accadrebbe se fossimo costretti a incontrare una persona che non ci interessa o che addirittura non desideriamo vedere. Ebbene, la spontaneità influisce anche sulla memorizzazione, poiché l'evento si iscrive 'con volontà' nel nostro archivio di pensieri e di dettagli. Non abbiamo bisogno di ricordare le immagini del nostro matrimonio o gli attimi che circondano la nascita del nostro primo figlio, e neppure li richiamiamo quando ce lo chiedono.

Un quarto equivoco: 'ma io non sono fisionomista'. La fisiognomica esiste, ma agisce per singole occasioni e basta. Sfatiamo anche qui la favoletta del 'sono fisionomista'. La nostra memoria non ha una regola per tutti, perché il cervello non lavora come una macchina. Alcuni visi li ricorda, altri non li ricorderà neppure se quelle persone pagheranno una cifra. Quindi, possiamo dire che la fisiognomica esiste soltanto come accessorio, cioè si manifesta in dipendenza degli altri elementi compresi quelli oggettivi ma non opera mai come meccanismo primario. In parole povere, non esiste una 'memoria dei volti umani'.

I meccanismi del gradimento non vanno di pari passo con quelli della memoria, così che quest'ultima riempie un distinto campo di analisi che finora non ha ricevuto studi appropriati. I tempi stimolo-reazione sono fulminei e non sono per nulla sottoposti alla ragione e alla logica. Un cantante può trionfare in una singola sera (ad esempio: Sanremo), ma poi perdersi per tanti anni in un grigio anonimato. Una squadra è capace in un pomeriggio di una singola performance (es: l'ultima che vince contro la prima) che non ripeterà mai più. Ecco perché in certe serate noi stessi siamo in grado di catturare l'attenzione altrui come mai ci era successo prima. Siamo stati a nostro agio in un singolo momento e lo abbiamo comunicato all'esterno.

Ogni fotogramma della nostra esistenza su un fatto a cui partecipino anche altre persone ci vede come protagonisti soltanto per un terzo. Secondo studi recenti ogni parte del cervello può comprendere tutto, cioè ognuna dei miliardi di cellule presenti potrebbe funzionare come un 'microcervello'. La memoria non procede per singoli dettagli ma per immagini globalmente intese. Ecco perché ricordiamo un'atmosfera o una figura di uomo ma non ricordiamo il colore dell'abito o la presenza o meno di colletto nella sua camicia (a meno che non siamo dei sarti di professione). Inoltre, ciò che ricordiamo 'visivamente' non è scomponibile: nessuno ricorda in maniera 'mixata' come potrebbe fare un videoregistratore che abbia più piste o un computer collegato a tre monitor. Possiamo scomporre soltanto per sequenza, per cui ricorderemo 'tutte le volte in cui mia madre mi ha dato una sberla' o 'tutti i momenti in cui sono caduto per terra', proprio come un database o un motore di ricerca. Il nostro cervello funziona proprio come Yahoo e Lycos, poiché va per sollecitazione e trova in milionesimi di secondo quel che gli occorre in un certo campo. Potete sperimentarlo chiedendo a una persona tutte le occasioni (che ricorda) di pianto, e questa persona immediatamente avrà presenti una, due o tre situazioni in cui ha pianto. Ugualmente capita se domandate al barista quale tipo di acqua sia più richiesta negli ultimi trenta giorni. Egli in due o tre secondi vi dirà: 'Quella gassata'. Il barista ha operato una selezione in base a una sequenza fornita al cervello: nell'ordine mese-cliente-ordinazione di acqua. Dunque, diremmo nuovamente 'condizionamento' (in questo caso, la domanda) + associazione mnemonica. Questo meccanismo, su cui si fondano anche i motori di ricerca, ha beninteso dei limiti. Il nostro cervello fornisce risposte nel limite di due o tre parole-chiave al massimo. Quel barista andrebbe al tappeto se voi formulaste quella domanda nel seguente modo: 'Dimmi se negli ultimi 30 giorni l'acqua gassata Ferrarelle è stata venduta di più dalle 10 alle 11 o dalle 15 alle 16 e se di pomeriggio l'hanno richiesta più clienti con gli occhiali scuri o più clienti senza occhiali'. Soltanto con una grande preparazione a monte il barista potrebbe rispondere con immediatezza a questo quiz.

La memoria dei programmi televisivi dipende dalle persone più che dall'oggetto. Un personaggio molto amato può trasformare un programma povero in uno di successo perché il pubblico si sintonizzerà su di lui essenzialmente. Nonostante il progresso fatto registrare con le immagini dal vivo, la televisione soffre ancora dalla radio perché offre spettacoli a volte troppo palesi ed espliciti laddove lo spettatore può privilegiare il semplice ascolto (se si eccettua il sesso, tutti gli altri generi rientrano in questo discorso), per conservare un lato 'romantico' che la televisione con la sua crudezza non permette. Qui hanno rilievo comunque grosse differenze. Il campo più radicale continua ad essere quello degli avvenimenti sportivi (o interessano o non interessano, e in questo secondo caso il singolo non ne guarderà neppure un attimo).

Parallelamente a tutti questi fenomeni vive anche quello linguistico. Sia in maniera indiretta, quando leggiamo, sia in maniera diretta, quando parliamo. La memoria di ciò che leggiamo è una memoria molto differenziata. difficilmente unificabile in un discorso valido per tutti. Da una parte conta la lingua usata da un autore, che si fissa in chi legge in misura direttamente proporzionale alla chiarezza. Se per dire che 'mi piacciono gli uccelli' scrivo 'rapito dai volatili immensi in aere' o questa frase diventa un classico oppure è destinata all'oblio più totale. Però, siccome non va bene neppure 'mi piacciono gli uccelli' si direbbe che la giusta formula stia in una via di mezzo, che esprima in maniera chiara il concetto dando allo stesso tempo una 'personalità' alla frase. Per la recezione però non ci sono vie di mezzo: una lingua che non si regge determina un immediato allontanamento (colui che lascia il libro alla quinta pagina, che gira la manopola su un'altra stazione, ecc.), e proprio la frase: 'Mondorletti? Non lo reggo proprio' significa che il nostro cervello non è in grado neppure di impegnare la propria attenzione su quell'emittente. Se lo regge, si apre un orizzonte piuttosto vasto di soluzioni intermedie. La lettura completa di un libro presuppone una memorizzazione 'globale', che difficilmente si impadronisce - se non stimolata con l'apprendimento scolastico - di pagine intere o di situazioni descrittive nella loro globalità. Perfino i classici della nostra infanzia, quando li ricordiamo in età adulta, sono per noi semplicemente una trama (condensabile in poche frasi) o una storia che può essere simile a tante altre. In questo caso Cenerentola o Pinocchio diventano 'classici' proprio perché rappresentano un soggetto appartenente all'intera umanità in termini di metafora e di universalità dell'immagine (si pensi all'andare in pasto dentro una balena, alla scarpetta che viene dimenticata a mezzanotte nella sala da ballo, al gatto e alla volpe che danno consigli a Pinocchio). Così quest'immagine si fissa in maniera fortissima nella nostra coscienza. Questo non accade allo stesso modo (anzi, non accade quasi mai) per i romanzi scritti e letti da adulti, che se non hanno un successo planetario come le fiabe restano un'opera isolata nel tempo e non propagano se stessi al di là di un periodo e di una fase della letteratura. In quel ventaglio di soluzioni internedie, tuttavia, la nostra coscienza agisce in vario modo. La letteratura non ha una regola interna che richiama l'attenzione o instaura un metodo suo tipico. L'approccio letterario è tipicamente formato da un 'piacere' del testo, che in quanto piacere non può che esprimersi a piccole ondate e per singoli momenti.

Ci sono vari atteggiamenti possibili da parte di chi legge:

1) C'è un caso di 'introiezione totale e singola', per cui il lettore fissa nella sua memoria che la pagina 220 di un libro (a prescindere da quest'ultimo nella sua globalità) era da iscrivere in memoria, o per una cosa molto bella o per un concetto singolo che riteneva di importanza capitale. In questo caso, ritornerà su quella pagina anche in un'isola deserta o alla fine dei suoi giorni. La Bibbia e altre fonti rivelate sono forse l'unico caso in cui un intero testo fa da referenza unica ed esclusiva. Per il resto, si procede per singole illuminazioni ('Guarda, ti faccio vedere un passo dell'Amleto in cui c'è la stessa situazione' oppure 'Ehi, ma è la stessa cosa che dice David Copperfield quando esce da casa' ecc.ecc.).

2) C'è un caso in cui la memoria elabora un ipertesto collegando dentro il nostro cervello due punti separati (ad esempio, l'uomo-Don Abbondio con un personaggio dei Miserabili; un lestofante di un romanzo di Simenon con un ragazzo napoletano della malavita, ecc.). Questa seconda eventualità presuppone già un certo grado di elaborazione che è raro presso una persona che ha letto poco. C'è da osservare peraltro che questo secondo fenomeno non riceve molto credito, dal punto di vista sociale. Un conferenziere che si dilungasse per due ore su 500 ipertesti annoierebbe la sala dopo appena qualche minuto.

3) C'è un caso ancora più raro - ma frequente presso scrittori o bibliotecari - in cui il concetto viene ricordato non in sé stesso, ma in quanto è espresso da una singola concatenazione di parole. Questa è la creazione più alta della nostra memoria. Ed è quello che succede a chi ha in testa un'immensa mole di letture e di esperienze culturali. Chi scrive si ricorda molto bene il Citati dei 'Frantumi del mondo' quando dice testualmente 'Lo scrittore non è un impiegato del progresso' oppure i singoli risultati del basket di 27 anni fa, in quanto un 78 a 82 è legato a quella partita (e viceversa anche QUELLA partita a QUEL punteggio) e soltanto a quella. Quest'ultimo può considerarsi a buon diritto una 'ri-creazione' individuale della realtà. Per dire, in definitiva, che la potenza del nostro cervello non ha davvero limiti se si sa utilizzarlo al meglio. E' la nostra percezione -strettamente individuale - che trasforma il testo in un 'giocattolo' che viene preso e poi con la stessa immediatezza abbandonato. Scopriamo così che la memoria agisce proprio in combinazione con esso. Se piace lo si prende, per dosi, e una parte di esso entra a far parte del nostro archivio. Se non piace non possiamo neppure fare sforzi, perché il cervello dice di no. In questi casi accade spesso che il nostro cervello reagisca crudamente, è come se dicesse: 'Non hai nulla di chiaro e di interessante da dire'. Il risultato più ovvio e immediato di questo ragionamento è l'abbandono della lettura dell'articolo.

La memoria di ciò che diciamo è una selezione molto significativa e altamente simbolica della nostra realtà. Scegliendo una singola frase per rappresentare un concetto, noi operiamo una scelta tra migliaia di combinazioni e questa scelta colpisce l'altra persona, la quale magari ne avrebbe usato un'altra o al contrario viene sedotta dalla nostra. La lingua agisce costantemente su di noi, attimo per attimo. Perfino il fruttivendolo che ci consegna la busta prezzata o l'edicolante che ci dà la copia del giornale esplicano un'azione diretta sulla nostra psiche, e così una singola parola può installarsi in maniera indelebile nella nostra memoria a prescindere dall'importanza dell'evento. Una persona madrelingua ad esempio nota immediatamente le espressioni usate da uno straniero, perché è come vedere un attore fuori ruolo, proprio come quegli attori che muovono le labbra su un testo inglese che noi vediamo doppiati da una voce di un nostro connazionale. Non essendo compatibili tra di loro, le lingue non solo non generano possibilità di traduzione illimitate ma ne prevedono per ogni singola espressione una o due al massimo e in molti casi nessuna.

Ripetiamo ancora: le lingue non sono sistemi creati 'appositamente' per fare intendere gli uomini anche se poi sono state utilizzate per questo. Se dipendesse da me direi 'un tregiornico sciopero' alla maniera degli Inglesi e degli Americani. Ma è probabile che la lingua italiana continui a non accettare perché il suono stesso ci dice che quell'espressione in italiano non va bene. E così dobbiamo tornare dal nostro insegnante o traduttore per chiedergli lumi. Importante, in tutti questi casi, è memorizzare il passaggio, proprio per non dover riconsultare il dizionario tutte le volte. Se per scrivere una lettera in inglese dobbiamo utilizzare il dizionario più di tre o quattro volte questo significa già che la nostra conoscenza di quell'altra lingua è insufficiente. A questo deve servire la memoria: a far sì che quell'archivio non resti patrimonio passivo e a se stante, ma trasmetta agli altri il nostro sapere e si renda così utile alla costruzione della società.

Pagina pubblicata nel settembre 2001