SOMMARIO - A circa 3250 anni fa, secondo l'Antico Testamento, risalirebbe la prima comparsa nella storia di un Dio unico che si sarebbe rivelato a Mosè. Tutto fa ritenere che quel popolo, come gli altri dell'antichità, in realtà ebbe e tramandò soltanto fenomeni psichici, di cui oggi abbiamo una definizione ma che allora erano completamente sconosciuti. Presenze all'interno delle persone quali paure, conflitti, sogni, incubi, allora non avevano un nome. La parola 'dio' venne applicata in seguito come categoria generale (dio) a un Essere che si diceva unico (e che in questo caso avrebbe dovuto avere un nome proprio, cioè un suo nome e non quello della categoria). Fu questa falsificazione di una parola (dio) che aveva in origine un altro significato a determinare una dispersione del sacro in tutta la Terra.

Risalendo al vero significato di 'dio'

Il concetto era diversissimo, nell'antichità. Popoli dediti al politeismo come gli Egiziani o gli Assiri dovettero per forza avere immagini molto varie e 'di fantasia'. Pensare che una sola parola bastasse a mettere d'accordo decine di civiltà è una pura chimera. Basta pensare ai graffiti, ai pittogrammi, o ai più tardi geroglifici. Le divinità venivano soltanto disegnate - dunque in forma grafica - con visi quasi-umani, ma non circolava nessuna parola. La scrittura geroglifica egiziana non è più giovane del terzo millennio a.C. A quell'epoca non esistevano neppure i fonemi che avrebbero dato origine a quelli moderni. I Greci furono i primi, con la lineare A e la lineare B, a (tentare di) rappresentare suoni con la scrittura, e siamo ancora intorno alla fine del secondo millennio. Il primo alfabeto vero e proprio è quello fenicio, che risale al periodo di fioritura di questa civiltà intorno al1300-1100 a.C. Ecco dunque un primo indizio e un sorgere di sospetti (di una origine diversa). L'epoca di Mosè, primo uomo a cui si attribuisca un richiamo a un unico Dio, è all'incirca il 1200-1250 a.C., proprio quando nasceva il primo vero alfabeto (cioè un insieme di lettere a riprodurre suoni). Come avrebbero fatto gli uomini di cui si descrive le vicende nell'Antico Testamento a veicolare una parola unica se questa parola neppure esisteva come scrittura unica per tutti? Ammettiamo anche che avessero già un concetto stabile e certo della divinità, questo è sicuro. Ma quanti erano? Pochissimi. Non erano certamente in grado di far viaggiare una parola dappertutto. Coi mezzi di allora come avrebbero fatto? Non c'era nulla di quello che vediamo oggi.

Dunque, la parola non nacque da una rivelazione diretta?

Assolutamente no. Soltanto nel mondo delle favole si può pensare che un giorno una divinità si svegli e manifestandosi ad uno di noi dica: 'Buongiorno, sono il tuo Signore, mi chiamo... '. Neppure chi viene al mondo lo dice mai, perché il nome glielo danno sempre gli altri. E soprattutto - abbiamo già spiegato - un nome non è collegato a un'immagine, in natura. Noi siamo soliti dire cose del tipo: 'Quello ha una faccia da Alberto oppure da Guido', perché ci sembra che al viso si attagli bene quel nome, ma nessuna connessione esiste tra un oggetto e un nome prima che gliela diamo noi convenzionalmente.

Allora cosa era la parola 'dio'?

Se abbiamo escluso che si trattasse di un nome proprio, non rimangono molte possibilità. Era sicuramente un sostantivo o un aggettivo. Non si esce da questa alternativa. Ed è qui che giace il segreto che stiamo per tirare fuori.

Perché parliamo di 'segreto'?

Perché gran parte dei concetti ha un segreto nella origine delle parole che nacquero per indicarli, cioè è una informazione che ci spiega molte cose. Qui la connessione logica è evidente a tutti. Se possiamo dire che prima di chiamare quell'oggetto 'armadio' non c'era un riferimento a questa parola, dopo che essa è stata accettata dalla comunità è molto interessante andare invece a indagare sul come e sul perché sia stata data proprio quella parola. Per 'armadio' scopriamo ad esempio che la parola venne da 'arma', cioè era in origine un 'deposito di armi' che poi diventò contenitore per altre cose e dunque credenza. Le indagini vanno sempre all'indietro e in questa direzione, OGGETTO-PAROLA-ORIGINE.

Qui l'origine quale potrebbe essere?

L'origine di 'dio' non è facilmente accertabile, perché non è un oggetto materiale e neppure un rito. Nel primo caso avremmo un suo antenato da qualche parte, nel secondo sapremmo risalire all'epoca e al luogo della celebrazione. Qui abbiamo due filoni fonetici, che tutti conosciamo. Da una parte quello classico indoeuropeo del THEOS greco e del DEUS latino (che sono indubitabilmente parenti e vicini). Dall'altra quello nordico del GOTT tedesco e del GOD anglosassone.

Quale è precedente tra i due filoni?

Anche se non è matematico, io credo il primo. Basta ragionare sul fatto che il secondo ha tutta la derivazione semantica ereditata dal primo. Si dice infatti 'theology' o 'theologian', in inglese, 'Theologie' in tedesco.

Questo cosa dimostra?

Dimostra che il THEOS greco si diffuse prima, in quanto fece a tempo per primo - così dobbiamo ragionare - a metter casa cioè radici nel nord Europa. Quando occorre avere un termine per definire 'la branca che si occupa della divinità' da quelle parti assumono il greco, che esisteva già da un bel po' di tempo (il metter radici stabili presuppone una esistenza di gran lunga precedente, perché non si tratta di cose che accadono in pochi mesi o anni).

Ma non potrebbe essere che le lingue nordiche avessero preso prefissi e radici dall'altro filone, semplicemente perché in questo caso lo preferivano?

Certo, questo è uno dei modi in cui si formavano allora le parole. Il ragionamento da fare è il seguente: quando una lingua ha bisogno di un suffisso o lo trova in se stessa o lo adotta per importazione da qualche altra. Se lo adotta all'interno di se stessa significa che lo ha già, cioè che le va bene un suo proprio fonema e non ha bisogno di pescare altrove. Il problema è che in quell'epoca non esistevano le lingue che abbiamo oggi. Quelle che nacquero in seguito, con le civiltà urbane, ereditarono quasi tutto dal greco o dal latino. Quindi è normale che l'inglese - nato molto tempo dopo - abbia adottato il suffisso greco. Tuttavia, se le lingue nordiche avessero voluto avrebbero potuto costruire la teologia con un suono loro anziché con quello greco. Quindi, il fatto che il THEOS si trapiantò ovunque ci porta a pensare che questa derivazione fu squisitamente letteraria, cioè venne da una letteratura (=insieme di tradizioni orali e scritte) che nei primi secoli dopo Cristo già esisteva da lungo tempo.

Questo porta a quale conclusione?

Questo porta semplicemente a dedurre che 'teologia' e 'teologico' furono creazioni molto successive all'origine della parola 'Dio', cioè nacquero per forza molto tempo dopo. Il 'logos' su 'Dio' dovette farsi e crescere come logos nella storia prima di essere una branca particolare.

E dunque?

E dunque dalla 'teologia' e da 'teologo' non ricaviamo nulla che ci interessa, perché il fatto principale a quel punto si era consumato molti secoli prima. Dovette essere un crimine sottile e lento, tale da portare un nuovo campo a una parola che ne aveva già uno suo. Torniamo alla nostra indagine. Abbiamo detto che era o sostantivo o aggettivo. Per pensare al primo, possiamo pensare che esistesse per definire la categoria,. cioè le divinità in generale. Per pensare al secondo, dobbiamo pensare che esistesse per definire una condizione o una qualità o un particolare modo di essere della realtà. Quel che sappiamo è che la parola è comunque indoeuropea, dunque non nacque fuori dal bacino culturale centrale della Terra di allora. Nessun legame interessante si può stabilire con il termine 'el' delle antiche lingue semitiche, che poi divenne 'lohim' nell'ebraico antico. Per ora, dunque, non avendo dati certi o deduzioni da fare, restiamo con la alternativa sostantivo-aggettivo mettendo in programma di tornarci appena ne avremo. E' qui che è interessante andare a scoprire la Bibbia nella sua parte più antica, l'ANTICO TESTAMENTO.

A quando risale la stesura dell'Antico Testamento?

I libri dell'AT furono scritti in lingua ebraica (salvo alcune piccole sezioni successive in aramaico). Non possediamo copie originali (che andarono perdute) ma soltanto manoscritti successivi passati di copia in copia, di cui la più importante collezione antica è quella che tutti conosciamo, la raccolta greca dei Settanta (secondo la tradizione, una settantina di anziani delle tribù israelite riunitisi ad Alessandria d'Egitto nel terzo secolo a.C.), detta anche alessandrina. perché greca? Perché pare che gli Ebrei della diaspora non comprendessero più l'ebraico delle origini e parlassero greco. I traduttori dunque dovettero fare uno sforzo per rendere in greco una collezione di scritti in una lingua che non si parlava già più nei primi secoli a.C. (siamo negli anni dell'epoca classica latina e della Roma imperiale). La Alessandrina poi non ebbe neppur essa molta fortuna e fu trascritta in altre raccolte sempre in lingua greca, che si diffusero al tempo della venuta di Gesù. Fu soltanto Origene, teologo alessandrino, che rimediò alla molteplicità di traduzioni (non sempre fedeli) con un immenso lavoro di ricostruzione ai primi del secolo III° dopo Cristo, e dal lavoro di Origene deriva principalmente la versione latina del monaco Girolamo, che dovette anche qui ricostruire con fatica un corpus che col tempo si era modificato e arricchito di varianti o di rifacimenti e lo terminò soltanto intorno al 400 d.C. Quest'ultima raccolta, dapprima poco conosciuta, diventò nei secoli medioevali la più utilizzata tanto da esser chiamata Vulgata (termine che ancora oggi usiamo per indicare una versione diffusa generalmente per una materia). Non dobbiamo pensare al libro unico che possediamo oggi. Nei primi secoli circolarono molte raccolte, ad uso dei pochi che sapevano leggerle o volevano ascoltarle. Insomma, ci fu parecchia confusione sia nel testo sia nella veridicità di cosa davvero appartenesse alle raccolte originali (cosa che poi rese necessaria tempo dopo l'adozione definitiva di un corpus ufficiale, detto canone). Primo libro ad essere riconosciuto fu proprio il Pentateuco.

A che epoca risale la primissima redazione del Pentateuco?

Il Pentateuco, cioè i primi cinque libri della Bibbia con tutte le vicende narrate della Genesi, delle tribù della Palestina, del diluvio, di Abramo ecc., fu steso molti secoli dopo Mosè. Da ritrovamenti fatti successivamente, si è stabilito che l'inizio della scrittura risale a un'epoca intorno al 650, cioè VII° secolo prima di Cristo e ben 600 anni dopo Mosè. C'è anche qualcuno che parla dell'VIII° secolo, cioè di un secolo prima. Questa stesura, per frammenti, fu il risultato della fissazione delle tradizioni orali che si erano tramandate da Mosè, dunque per almeno cinque o sei secoli.

Da cosa si deduce questa posterità?

Lo dice il testo stesso. Andate sul verso Genesi, 12.6

'I Cananei occupavano allora quel territorio'

o su Genesi, 36.31

'Prima che alcun re regnasse sui figli di Israele'.

Queste frasi denotano una conoscenza degli avvenimenti e una certa distanza temporale dall'epoca in cui essi si svolsero. Chi stendeva questi frammenti, in sostanza, riferiva le cose come uno storico.

Come vi è descritto Dio?

E' tutto molto mitologico. Si parla dell'Eterno che forma l'uomo e poi la donna da una sua costola, fa chiudere Noè dentro un'arca, si rivela mediante sogni e visioni, poi fa una promessa ad Abramo, poi si dice che salva il 'suo' popolo, siamo sempre nell'ambito di un racconto che ha più della favola che di realtà.

COME CIRCOLANO O SCOMPAIONO LE PAROLE

Qualsiasi SUONO esiste già e si chiama FONEMA. Non tutti i suoni che esistono formano PAROLE di senso compiuto accettate dalle comunità di parlanti. Oggi abbiamo un suono giovane come 'E-MAIL' nei nostri dizionari. Non abbiamo invece il suono 'IMOER'. Tuttavia non è escluso che in futuro (nel 2400 o nel 3600) questo suono, che già esiste, venga accettato anche come parola. Se questo succederà, significa che tale parola sarà andata ad accoppiarsi a un nuovo concetto, cioè avremo bisogno di questa parola per designare un concetto che oggi - 2002 - ancora non abbiamo.

Allora partiamo dal ragionamento principale. Possiamo almeno dire che Dio non è o almeno non è stata una parola come le altre?

Non possiamo dirlo. Anzi, abbiamo proprio il dovere contrario, quello di indagare con la massima lucidità, altrimenti facciamo come quelli che fanno propaganda. Neanche Dio è una parola diversa dalle altre. Ogni suono accolto nel nostro dizionario ha una origine precisa, un uso e una storia che lo equiparano a tutti gli altri. Lo stesso quando parliamo di un uomo. Anche se ciascuno di noi è diverso, è un essere umano come gli altri. Non esistono - per tornare ai nostri esempi - uomini che non nascono dal seme o che poi crescano con attributi diversi dagli altri. Nell'ambito dei suoni diventati parole ci sono fonemi considerati sacri, come mantra o formule magiche, ma nulla di ciò che esiste nel dizionario ad indicare un concetto ha caratteristiche diverse dalle altre parole. Anche quelle che indicano una sostanza non materiale, come ad esempio le parole 'metempsicosi', 'anima' o 'aura' sono termini forniti - come tutti gli altri - di un suono, di un concetto e di un'immagine acustica. Abbiamo poi spiegato che l'oggetto - definito SEMPRE da una parola - può essere esistente o no, e conosciuto o no. Dalla combinazione di queste due caratteristiche insieme con il loro contrario si ottiene lo status della parola nella nostra esistenza. Se io avessi detto 'e-mail' nel 1920 avrei pronunciato un suono già esistente, ma questa parola avrebbe designato per la società un oggetto non esistente e non conosciuto.

Dunque qualsiasi suono (che abbiamo detto essere un'entità già esistente e potenzialmente utilizzabile) può in un futuro anche remoto diventare parola di senso compiuto?

Certo. In questo caso succederà che quel suono verrà 'fuso' oggettivamente e soggettivamente (dentro di noi) con un concetto. 'MP3' o 'Webmaster' avrebbero suscitato interrogativi quando non sconcerto nei cittadini milanesi del 1850. Oggi sappiamo cosa sono.

E se non venisse accettato dalla comunità? Può succedere?

Questo è possibile in due casi: 1) tentativo iniziale di diffusione (andato male); 2) decadenza di una parola accettata per un periodo determinato e poi andata in prescrizione perché sostituita da altre più felici per quel concetto. Nel primo caso possiamo parlare di 'aborto', nel secondo di 'decadenza' della parola.

E' sempre necessario ragionare in collegamento con un concetto, poiché non esiste parola che non veicoli un significato suo. Si tratta proprio di milioni di caselle individuali, neppure i sinonimi riempiono una medesima casella.

Dunque, se Dio fu accettato originariamente significava già qualcosa di preciso per tutti.

Esatto. E questo lo abbiamo detto. Altrimenti non sarebbe stato accolto il suono medesimo. Se io oggi dicessi che 'vado a fare dell'eggsurf' tutti mi chiederebbero cosa è lo 'eggsurf'. Anche se io, per ipotesi, intendessi un tipo di sport particolare, la mia frase non avrebbe effetto perché quella parola non esiste in alcun dizionario, e - ripetiamo ancora una volta - il fatto che io intenda qualcosa non determina la venuta ad esistenza dell'oggetto. C'è in teoria la possibilità che io stia tentando di immetterlo in circolazione, supponendo ad esempio che io abbia inventato un tipo di 'surf' con le uova ma finchè questa parola non va in circolo e non viene compresa dagli altri si può dire che non esiste (c'è il suono, ma non la parola).

Però, quando il 'deus' latino cominciò ad essere adoperato (diciamo, grosso modo, intorno all'epoca della prima latinità) la parola indicava già quel che indica oggi, la divinità. Allora come si arriva a dire che la parola indicava altro in origine?

Ci siamo arrivati ragionando sul fatto che, scomposta la parola nei suoi elementi essenziali, abbiamo scoperto (nella pagina 'dimostrazione') che non tutti gli elementi erano presenti in questa parola. Ed è l'unico caso di tutto il dizionario. Intendo dire che di tutte le parole presenti nel dizionario delle lingue occidentali, questa è l'unica (dico e ripeto L'UNICA) a non avere una fusione regolare di suono-concetto-immagine. Abbiamo detto che, presi 3 milioni di individui a campione che usino questa parola, avremo migliaia di definizioni differenti, e così questi 3 milioni di individui lo vedranno 'su immagine' in migliaia di modi differenti. Nulla di simile accade a un oggetto come un ferro da stiro, a un concetto filosofico come l'empirismo, a una figura retorica come la metafora, a un essere della mitologia come una sirena. Cioè, presi 3 milioni di individui che usino rispettivamente le parole ferro da stiro, empirismo, metafora e sirena, scopriremo che tutti i 3 milioni intendono - con definizioni leggermente variabili - un unico concetto e di questo concetto hanno un'unica immagine. Dunque, tre milioni di casalinghe hanno un'unica immagine del ferro da stiro, tre milioni di docenti di filosofia che insegnano hanno un'unica immagine dell'empirismo, tre milioni di docenti di lettere che fanno lezione hanno un'unica immagine di metafora e tre milioni di storiografi che ne parlano hanno un'unica immagine di una sirena. Dio è l'unica parola del dizionario con cui questo non accade.

Allora torniamo alla prima domanda di questa pagina. Non potrebbe essere il segno di una specificità, di una unicità?

No, perché tutte le parole sono già uniche, non c'è bisogno di trovare qualcosa di diverso per un suono che nasce sempre con un'unica esigenza, che è quella di definire 'con esclusività' un concetto. Non ci sono suoni diversi dagli altri, quando nascono. Quando parliamo di elementi essenziali già stiamo fondando qualcosa che deve NECESSARIAMENTE esistere. Se non ci fossero quegli elementi, non avremmo neppure la parola (salvo lingue immaginarie o letterarie). Dunque, questa domanda equivale a dire : 'ho un'automobile che va a ricotta anziché a benzina, non può essere il segno di una specificità, di una sua unicità?' La risposta è NO. Se andasse a ricotta non sarebbe un'automobile, sarebbe un'altra cosa. Rovesciamo la questione: ogni oggetto esistente e che conosciamo ha già una sua parola. Altrimenti non sapremmo neppure come chiamarlo. Se io avessi in casa ciò che chiamiamo 'armadio' e non avessi una parola per definirlo significherebbe che quell'oggetto è un primo esemplare appena inventato e non ancora brevettato. Altre possibilità non ci sono.

Ma allora con Dio siamo nell'ambito di un'automobile che va a ricotta?

In pratica, sì. Perché chi ha continuato ad utilizzarlo dicendosi certo che esiste senza averne mai avuto coscienza ha compiuto soltanto un atto di fede, cioè è come se avesse creduto appunto a questo tale (a un primo) che dice di avere un'auto meravigliosa che va a ricotta. Un tale a cui poi molti altri si sarebbero accodati, ripetendo concetti e formule. Ma quest'auto nessuno l'ha mai vista.

Però, dicevamo, la parola è circolata per più di 2500 anni.

Esatto. Siccome nacque regolarmente, come tutte le altre, qualcosa dovette significare per poter poi essere esportata in tutte le lingue del mondo. Non sarebbe stato così semplice. Una parola che si installa (e si disperde) in un territorio così vasto e con così tante civiltà deve aver superato varie barriere, e per fare questo occorre un oggetto molto più sicuro e certo di quel che fu inteso con Dio. Da qui possiamo avere un primo indizio, che porta a dedurre che quella diffusione originaria non fu in connessione con un Essere onnipotente, ma con qualcosa di diverso. Qualcosa di più terreno, di più legato alla nostra vita quotidiana e al nostro corpo dovette essere la sorgente presso popoli che non avevano né comunicazione tra di loro né cultura in comune da scambiarsi.

Perché possiamo dire che c'è poca realtà?

Anzitutto perché è pieno di contraddizioni. Tutta la Bibbia è un documento che, nonostante contenga sezioni ed episodi suggestivi, non ha nessun rigore dal punto di vista storico e narrativo. A Noè ad esempio ordina di fare entrare due animali di ogni specie (Genesi, 6.19) ma poi al Genesi 7.2 parla di sette paia. Secondo il verso 7.12 'piovve a dirotto per 40 giorni e 40 notti', ma al 7.24 si parla di '150 giorni'. Nei libri successivi poi si parla di feste con termini difformi, di sacerdoti con mansioni contrastanti, ecc. E poi perché non c'è unità neppure nel chiamare Dio, cosa che mi mise un'altra pulce. Quando mai un Essere unico avrebbe annunciato se stesso in tanti modi diversi? Prendiamo la famosa presentazione a Mosè, contenuta nell'Esodo 6.2

Io sono Jahvè, e sono apparso ad Abramo, Isacco e Giacobbe, come Dio onnipotente ma non mi sono fatto conoscere come Jahvè.

A parte la stranezza della frase (Dio appare proprio a una persona come se questo fosse un privilegio concesso a quella persona ma non si capisce perché proprio a quella persona), dubbi vengono proprio da queste parole. Yahvè (in origine YHWH, vocalizzato solo in epoca moderna prima come Jahvè e poi come Jehovah) significa 'colui che è', secondo altri 'Eterno'. Poteva essere un appellativo come altri. Ma se ha scelto quello perché non si sarebbe fatto conoscere come tale anche agli altri Patriarchi? E poi non è forse vero che Abramo si rivolge a Lui proprio in questa maniera nel 15.8? Quanto meno, diremmo che i compilatori dell'epoca furono qui molto distratti.

Dopo la mia rivelazione sul vero significato di dio scopriremo che anche questo 'Io sono colui che sono' dell'Esodo 3.14 è chiarissimo e indica tutt'altra cosa che un Essere soprannaturale. Leggiamo poi che si dichiara 'onnipotente', ebraico 'el Sadday' (confronta Genesi, 17.1, quando dice ad Abramo 'Io sono Iddio onnipotente, camminerai alla mia presenza'), e quest'ultima frase è molto bella, poichè indica che Dio è sempre vicino agli uomini, è sempre presente. Ma è proprio qui che tornano i miei sospetti. Cos'è che è sempre presente agli uomini? Cos'è che li segue dappertutto? Sta proprio qui il primo nucleo di verità attraverso il quale dobbiamo uscire dalla falsa idea che si trattasse di un Essere soprannaturale che parlava agli uomini (da dove?). Questi uomini delle antiche tribù della Palestina hanno vicende 'pure', nel senso che vissero sicuramente qualcosa che poteva assomigliare a ciò che leggiamo nell'Antico Testamento, ma la forma romanzata successiva corredò queste vicende di un senso che non poteva essere quello descritto. Non si può pensare che un Essere che appare improvvisamente a qualcuno (migliaia di anni fa) gli dica di essere onnipotente, incomparabile (Esodo, 15.11) amichevole (Esodo, 33.11), invisibile (Esodo, 33.20). Tra l'altro, in quest'ultimo dice: 'Nessun uomo può vedere me e restar vivo'. Questo è assurdo, per uno che continuamente proclama di esser presente proprio durante l'esistenza terrena. Se Dio opera nel mondo e in questo si manifesta è proprio in ciò che è visibile, e sarebbe un controsenso vedere la presenza di qualcuno che è invisibile. Addirittura, in Esodo 3.22 Dio 'ordina' di rubare agli Egiziani.

Tutti questi strani modi di presentarsi cosa fanno dedurre?

Cose per me molto chiare, che vedremo domani nella seconda puntata. Come in tutti gli enigmi a puntate, è giusto creare un certo ordine della narrazione e lasciare spazio alla riflessione. Attenzione, domani avremo molte sorprese.

Erano le 13.00 del 1 gennaio 2002

Questa notte ha portato in molti il pensiero che quegli Ebrei intendessero non nominarlo, perché così prescriveva un loro comandamento.

Non è che non ci abbia pensato. So bene che accadde questo, ma mi sono imposto di non parlare del Decalogo perché dai Comandamenti non si ricava davvero nessuna istruzione. E poi qui siamo ancora alle tribù che migrano sul territorio e non sanno bene neppure chi sia questo Jahvè. Secondo il testo si è presentato e ha fatto capire di essere una presenza tra gli uomini, dettando anche comportamenti e dando suoi suggerimenti. Qui c'è una parentesi da fare, che è quella della teofania. E' importante, perché la unione greca del theos con l'apparire del fàinomai crea il concetto - fino a quel momento sconosciuto - della presenza improvvisa nella natura di ciò che esula dalla natura. Momento capitale, non era mai successo prima. In precedenza si avevano raffigurazioni, antropomorfismi, e attribuzioni delle sorti terrene a una volontà celeste. Qui per la prima volta un testo - che fosse veritiero o no - riportava con parole precise una partecipazione diretta del divino nell'azione umana. Il Pentateuco è importante per questo, non tanto da un punto di vista religioso o del culto. Se dobbiamo stare al testo, questa era la prima volta che si manifestava Dio senza essere raffigurato da un uomo, si manifestava dunque in modo indipendente. La Teofania è proprio la chiave che conduce al SIGNIFICATO VERO della parola e che una volta rivelato questo ci porterà a dire: 'Ma certo che era questo, non ci avevo pensato'. Dopo che questo sarà rivelato, sarà la Teofania a guidare la problematica e i campi di indagine del nuovo 'dio'.

Questo va chiarito. Cosa significa? Che connessione c'è tra manifestazione e presenza anche non visibile in mezzo agli uomini?

E' un argomento di importanza capitale. Lo stesso Pentateuco si tramandò con una certa aura di mistero per tutti. Tutti gli studiosi successivi dissero che 'Dio è l'autore e il protagonista di tutta la storia sacra', o che 'gli uomini non parlavano con Dio ma era Dio che parlava agli uomini'. Queste frasi di commento, bellissime, furono recepite sia dalla trattatistica giudaica sia dai commentatori cristiani. Tutti le ripetevano, ma davano l'impressione di non aver capito cosa significassero realmente. Fu quasi un'opera diabolica, nel senso che era come aver imparato la più bella formula del creato senza averne compreso il significato. Ancora nel secolo XX° moltissime conferenze sia di teologi sia di pastori protestanti erano incentrate su questo culto 'misterico' della presenza divina. In particolare, si insisteva nel dire che 'Dio non può essere conosciuto o percepito se non quando e laddove egli si presenta, cioè si rivela'. E certo che era così. Una volta sostituito il SENSO VERO con quello dell'Essere onnipotente è ovvio che i conti non tornavano più. E così, avendo molte caselle mancanti, tutto ciò che non si capiva diventava 'mistero'. Non solo: ci si nutriva di questo, facendo credere che la caratteristica di ciò che non si conosceva fosse proprio la sua dote, cioè il nucleo dell'ideologia da curare.

Se era un 'mistero' anche per loro perché lo ripetevano?

Lo facevano - secondo me - perché sentivano, pur non afferrandola, la bellezza di questa immagine. Era una cosa molto suggestiva. Il fatto di un Essere che potesse parlare ma A CUI non si potesse parlare credo che riempisse la loro mente e il loro cuore. E qui sta il fulcro - non solo religioso ma anche intellettuale - della Torah. Se non si penetra questo concetto non si può capire neppure la partecipazione ai riti dell'epoca o la passione nel leggere le parole dell'Esodo o dei Salmi. Ricordo una conferenza di un rabbino nel 1997, quando soggiornai a Gerusalemme. Impiegò circa 70 minuti per girare attorno a questo concetto. Non disse altro, per un'ora e dieci minuti. Era talmente preso che ci avrebbe girato ancora per una mezza giornata. Ma alla fine, se io gli avessi posto la domanda più precisa, mi avrebbe risposto con la solita formula del 'mistero'. Era in fondo lo specchio di un'epoca, il simulacro di un insegnamento che da secoli riaffiora senza pause anche senza tabernacolo e sinagoga. La teofania, tuttavia, non fu realmente compresa perché dopo breve tempo ad essa si sostituì la 'santità', concetto molto più vago e capzioso che faceva tale ogni cosa che a Dio fosse riferita. Questa fu la vera tragedia di tutto il Cristianesimo. Qui si consumò il più grande lavaggio dei cervelli dell'epoca (anche se ci fu chi seppe resistere, tra i filosofi).

Perché la santità fu una tragedia?

Perché fu l'apporto obbligato che Cristiani e Giudei dovettero dare a una parola che era stata spossessata del suo significato originario. Santi diventavano gli oggetti del culto (non più quelli della teofania), santi diventavano i luoghi istituzionali (non più quelli spontanei di una illuminazione). Tutto passava a una rigida separazione che la parola originaria 'dio' non prevedeva. Possiamo dire che con la santità venne dato il colpo di scure definitivo alla integrità della parola originaria, di quel 'god' o di quel 'theos' che per breve tempo si erano diffusi prima della falsificazione. Fu il segno del nuovo impero, quello in cui si ritenevano santi o sacri personaggi o luoghi della narrazione (angeli, Terra santa, Spirito di Dio, templi) anziché personaggi o luoghi della propria vita. Qui veramente si immolò la parola, per ricevere un modestissimo compenso fatto di imitazione (tutti i pellegrinaggi della storia/ tutte le preghiere a un santo/ tutte le cerimonie in luoghi prestabiliti) anziché di libera creazione, fatto di citazioni (le azioni e le parole di Gesù/ i proverbi o i Salmi/ i versetti di Isaia) anziché di illuminazioni proprie. Diventarono sacri i luoghi, che vennero protetti. Invitando poi anche gli uomini a divenire 'santi' si costruirono le fondamenta di un nuovo impero. La gente comune si innamorò di questo falso concetto e arrivò a costruire esistenze fatte di emulazione, di pura imitazione (quanti crocifissi poi circolarono...), di adorazione puramente immaginaria. Ma chi fossero i santi o cosa sia davvero santo nessuno di loro è mai riuscito a spiegarlo in due migliaia di anni. Facevano 'santo' - dopo 200 anni - chi aveva sofferto o chi era stato ingiustamente punito o massacrato. Ma nessuno andava mai alla fonte. Nessuno cercava di influire sulla situazione che aveva determinato concretamente quella pena o quel massacro. I meno coscienti arrivavano addirittura a dire che quello era stato il volere di Dio, quasi che soffrire procurasse particolari meriti.

Chi fu santo all'epoca dell'antico Testamento?

Allora venne considerato tale tutto il popolo, che infatti si diceva 'eletto'. Andate al testo,
Esodo 19.6 - Ma voi sarete per me un regno di sacerdoti, gente santa. Questo dirai ai figli d'Israele.
Qui c'è appunto quella illusione del 'suo' popolo, del popolo 'eletto', che perciò avrebbe dovuto esser santo, cioè diverso dagli altri. E d'altra parte innumerevoli erano state le promesse, ci fu anche la famosa mano d'aiuto nella fuga dall'Egitto.
Uno dei passi più incredibili e ricattatori di tutta la narrazione è quello del
Levitico 11.44-45 - Poiche io sono il Signore Dio vostro che vi ha tratto fuori dall'Egitto per essere VOSTRO DIO. Siate dunque santi, perché io sono santo'.
Non c'è formula più spaventosa e imperativa di questa. Ti ho fatto (credere di darti) il miracolo, ti ho salvato, ora siate come me, imitatemi. Imitare come? Il Levitico è uno dei martiri tradizionali della classe rabbinica, che avrebbe dovuto osservare migliaia di precetti. Da cosa sarebbero venuti questi precetti? Anche qui si torna in un abisso. Se davvero fosse esistito un Essere che parla a un intero popolo, 'voi farete questo', 'di' al tuo fratello Aronne di fare questo', 'tre giorni dopo immolerai un agnello' ecc.ecc. il mondo sarebbe piombato improvvisamente in una follia, altro che santità! Quale terribile giogo! Del resto basta guardare i quartieri più retrivi e silenziosi di Gerusalemme, basta guardare quegli uomini che si avvicinano al Muro del Pianto. Tutto questo è già Tragedia. L'unica giustificazione che abbiamo è che allora gli uomini non avevano nulla attorno a loro. Non esistevano città, non c'erano libri o concerti rock, mancavano i media, e anche i luoghi domestici erano consacrati. Luogo di raccoglimento e ispirazione era il deserto. Questo è l'unico pensiero che ci fa sentire vicini ad antenati che altrimenti non potremmo sentire in alcun modo vicini a noi. Chi rimase fin da allora incatenato rigidamente a queste prescrizioni non fece altro che credere a questo falso Dio che aveva preso il posto di quello vero. E pensare che ci fu solo una tradizione orale! Fu detto da subito che 'la parola del Signore' non poteva che essere ciò che si doveva recepire 'al di sopra di tutto'. Ma la cosa più stupefacente di tutte è che già al tempo di Gesù Cristo queste vicende erano vecchie di dieci secoli. E quando arriverà il Talmud saranno passati ben 1700 anni da Mosè. Un tempo infinito. E' come se oggi mi inginocchiassi per Federico Barbarossa o Giustiniano. E cosa avevano imparato in questo tempo infinito? Che Dio aveva scelto loro come 'popolo eletto' e che per questo era di rigore osservare tutte le prescrizioni e pregare partecipando ai riti. E stiamo parlando di un popolo che 4 secoli dopo Gesù non aveva neppure terra, non aveva più la propria lingua, e veniva spesso e volentieri perseguitato nei luoghi dove si rifugiava. Come si fa a non vedere una follia in tutto questo?

A cosa si può attribuire questa follia?

La attribuisco a nient'altro che a questa narrazione, a questo maledetto concetto 'mascherato' che calato sotto forma di narrazione e animazione sacra dà ordini agli uomini e non si manifesta mai. Il vero incubo è stato credere a questo, assoggettarsi - per coloro che lo hanno fatto - a un'idea. L'idea venne servita meravigliosamente da tutti i nuovi istituti e così si ricostruì pian piano il mondo da quel secolo VII° in cui si inaugurò la compilazione di quegli antichi racconti. La tradizione orale diventava pian piano 'scrittura rivelata' e quel libro avrebbe dettato tutto quel che era da farsi. Ma se dovessimo prendere per buono quel che ci è stato detto da sacerdoti e pastori dovremmo spararci un colpo di pistola. Qui. Ora. Se dovessimo credere che esista davvero un Essere che si dice sia creatore, generosissimo, perfettissimo, presente in tutti i posti, autore di ordini, onnipotente ma che poi permette milioni di morti per guerre per cosa saremmo stati da lui creati? In questo caso sarebbe stato più indicato che al posto del cervello fosse data al corpo un'altra sostanza a guidare i movimenti del corpo e il sistema nervoso. Perché col cervello avremmo potuto sempre tradirLo, con un altro organo no. Sapere che dovrei pregare un Essere che tutto può ma nulla fa in concreto per migliorare il mondo dei vivi sarebbe soltanto una condanna.

Ma allora chi è questo Jahvè che parla ad Abramo, a Mosè e che sceglie quel popolo?

Sono nient'altro che manifestazioni della realtà, quale essa si presentava sotto forma di visioni e sensazioni agli uomini dell'epoca. Questo testo (Genesi e poi Esodo) riporta come frasi virgolettate e attribuite a Lui cose che erano semplicemente 'sentite' da quegli uomini. In quanto tali certamente furono fondamentali, ma lo erano esclusivamente per capire la natura della realtà calata nella loro. Tutto qui. Per fare un paragone è come se durante una camminata improvvisamente io avessi una illuminazione. Può essere che questa intuizione mi venga in forma animata, e così dentro di me agisca una specie di 'alter ego' che parla. Ma questo non ha nulla a che vedere con un Essere esterno che mi parla. E' normale che quegli uomini, non avendo come noi moderni una concezione della psiche o di una proiezione mentale, potessero scambiare questa per una realtà esterna. Allora era un'umanità bambina. E' come se analizzassimo serate di un ragazzino, in preda a dubbi, incubi, conflitti con la propria coscienza. E così i racconti successivi, cioè la cosiddetta tradizione orale ripeteva queste cose in forma di aneddoto o di narrazione. Ma è soltanto questo. Quei dialoghi sono narrativa, sono come la trasposizione in un romanzo di un sogno, di una visione, di una esperienza personale notturna. Tutto qui.

Tutte quelle pagine parlano soltanto di questo?! Tutti quei dialoghi del Pentateuco...

Sono quello che ho detto. Migliaia di anni fa l'uomo non arrivava a separare i diversi strati della sua psiche, e così scambiava per realtà ciò che gli si presentava come visione del pensiero. Faccio un esempio molto banale. Supponiamo che questa notte io sogni di essere bastonato da mio padre che mi rimprovera per un crimine da me compiuto. Io oggi mi sveglio la mattina e so che quello era soltanto un sogno. Per quanto possa uscire sconvolto o segnato dalla vicenda notturna, mi vesto, mi lavo, faccio colazione e vado al lavoro. Allora invece era possibile che quella vicenda notturna si mescolasse con le vicende reali successive e componesse in questo modo una realtà multipla che come tale veniva anche raccontata. D'altra parte ci voleva poco, perché i personaggi di una visione, di un pensiero o di un sogno - allora come oggi - sono quelli della realtà. E così capitava che raccontala oggi a uno, raccontala domani a un altro, la cosa circolava e si ammantava di altri significati, di cose in più, di un sovrappiù che la credulità popolare faceva comunque circolare e dava per buono. Possiamo immaginare come 600 anni dopo - tanto distanzia quelle vicende dalla prima redazione di chi pensò di compilarle - le cose arrivassero ancora più mascherate, con un sovraccarico terribile di narrazione fantastica.

Ma allora dovremmo rileggere, cioè reinterpretare quella narrazione?

Proprio così. Come del resto si fa quando si adotta un metodo critico per la lettura e l'analisi di un romanzo. Nessuno dice in questo caso. 'Quel che dice il libro è sacro'. Semplicemente, si cerca di capire cosa vuol dire ciò che è scritto e lo si decodifica pensando anche all'autore e ai limiti delle epoche passate. Ma chiariamo subito, per non essere fraintesi: è chiaro che quella narrazione resta importantissima, perché comunque trasmette significati e codici universali appartenenti a tutto il genere umano. Ci sono passioni, dolori, insegnamenti, sentimenti, ci sono anche poesie e c'è un immenso patrimonio di linguistica ancora da scoprire. Questo non può andar perduto.

Possiamo dire allora che è importante come opera letteraria e meno come contenuti di realtà?

Proprio così. La Bibbia, soprattutto l'Antico Testamento, contrariamente a quel che hanno voluto far credere i suoi apologeti, non è un'opera da prendere ad esempio o come modello atemporale. L'equivoco è stato quello di farne la base di una religione che non avrebbe avuto più fine nel tempo. E' soltanto ed esclusivamente un'opera letteraria, dalla quale ricavare nozioni e informazioni sugli uomini di quell'epoca. Così, se vi troviamo nomi divini o sostantivi della lingua ebraica, non è importante pensarli davvero come dei o come oggetti-idolo da venerare. E' importante invece farne oggetto di studio della lingua e della narrazione, perché da tutto ciò che troviamo nel testo ricaviamo ciò che veniva a presentarsi al pensiero degli uomini dell'epoca. Ma vi pare davvero che le acque possano improvvisamente aprirsi e far passare un intero popolo in fuga? Quei personaggi, sia ben chiaro, esistevano realmente. Quelle terre esistevano. I nomi sono storici. Le tribù erano quelle. Perfino le date, nonostante incongruenze, erano quelle. E' tutto storia. Il problema è un altro. Il problema è che quelle cose non sono mai accadute come le leggiamo nella Bibbia. I compilatori non fecero altro che mettere insieme una tradizione orale in un'epoca infinitamente distante nel tempo. Avete idea di cosa sono 600 anni? Avete idea del fatto che la Bibbia fu completata circa 1300 anni dopo l'inizio di quella rivelazione monoteistica? Dire 600 anni è come pensare che io oggi - 2002 - mi metta a raccontare vicende - DI CUI HO ORECCHIATO IN GIRO DA PERSONE CHE HANNO ORECCHIATO DA ALTRE PERSONE CHE HANNO ORECCHIATO ECC.ECC. - di una regione del mio paese nel 1400. Oggi posso fare un'opera di storia perché ho strumenti e cervello sufficiente. Ma allora quei 600 anni erano in proporzione superiore anche ai 600 di oggi, poiché non esistevano strumenti per la scrittura, non c'erano mezzi di locomozione, mezzi didattici, mezzi di comunicazione, mancava quasi tutto. Fu quasi tutto orale.

Prendiamo il diluvio universale. Così come viene raccontato è un mito e basta. Le ricerche sui resti del carbonio compiute sui fondali del Mar Nero hanno permesso di ricostruire un grande travaso di acqua salata che si verificò circa 8000 anni fa dall'odierno Mediterraneo al Mar Nero di allora, che era un semplice lago di acqua dolce e che in conseguenza di quel travaso vide innalzarsi improvvisamente il livello delle acque con una cascata di grandi dimensioni, provocando la ritirata di uomini e animali. Tutto qui. Però siccome allora si andava per racconti, molto infiorati e imprecisi, e soprattutto SENZA CONOSCENZA DI MAPPE, DI LUOGHI E DI CIRCONFERENZA DELLA TERRA, quella notizia si sparse per ogni dove e andò infatti a impiantarsi come leggenda in molte civiltà (tra cui il noto poema di Gilgamesh, oltre al diluvio di cui si parla nella Bibbia). Anziché una semplice alluvione - per quanto grossa e determinante per numero di vittime - si raccontò in giro di una grande tragedia che più passò il tempo più divenne grande e fantasiosa tanto da diventare universale anziché della odierna Ucraina. Il tempo, mancando documenti scritti, diventava purtroppo una grande 'miniera naturale' di racconti, e più ne passava più questi racconti - nella ignoranza degli antichi - si ingigantivano. Con la Bibbia, soprattutto con l'antico Testamento nelle sue parti storiche, successe proprio questo fenomeno. Ed essendo l'unica opera di grandi dimensioni assunse i contorni del mito.

Dunque dio...

Questa parola fu un grande sacrificio linguistico e una grandissima perdita dell'umanità. Ho buoni motivi per ritenere che ancora intorno al 1100 o al 1000 a.C. 'dio' avesse il suo significato preciso, che è quello che io reintrodurrò (o cercherò di fare). Poi fu adottato per quell'altro scopo e perse il suo campo, che riguardava soltanto la nostra vita, gli eventi umani e naturalmente tutti i fenomeni della natura.

E come avvenne questo?

Lo racconterò. Ma non prima di passare dall'Antico al Nuovo Testamento. Dodici secoli o poco più dopo Mosè, c'è un altro signore che arriva e dice cose che resteranno nella storia. Soprattutto, molte cose verranno dette DI lui. Dobbiamo parlare ancora di lui e di ciò che dice su quel Dio che non era più dio. Lo facciamo in un'altra pagina.

Erano le 10.28 del 2 gennaio 2002

 

NOTA. I 600 anni di divario di cui parliamo si riferiscono alla distanza minima di tempo che intercorre tra la presunta rivelazione a Mosè e la prima redazione. Questo divario diventa infinitamente più grande (e perciò impedisce ancor più di fare discorsi certi) per tutti i Patriarchi della storia precedente di Israele (vedi Pentateuco-Esodo), mentre per la storia che segue a quella di Mosè rimane ugualmente un considerevole scarto temporale tra epoca degli avvenimenti e redazione.