
Una persona civile non può mettersi davanti a uno schermo e osservare informazioni minuto per minuto su una guerra.
Pensare che possa farlo è già cosa riprovevole. Le guerre, in un certo senso, sono tutte uguali poiché presentano una successione di operazioni militari che mirano a sconfiggere un nemico non guardando mai ai valori della vita. Guardarle come se fossero un film al cinema non si può. Quindi, trasmettere lunghi 'speciali' con collegamenti in diretta per tutta la giornata è un'operazione poco degna, una scelta che si fa ad occhi chiusi in un momento in cui occorre tenerli bene aperti.
Quando si gira un film si rappresenta la realtà, e così porsi a guardarlo in proiezione successiva è un'operazione affine alla lettura di un romanzo. Fiction. Quando invece si svolge una guerra vera, si compiono atti e scelte che non possono contemplare gente che osserva tranquillamente seduta su un divano o davanti alla rete Internet. Se questo facessero sarebbero uomini senza senso di responsabilità, uomini per i quali un conflitto equivale a una seduta di Borsa o a una premiazione dei Grammy. Lo stesso discorso vale anche per istituzioni che si fermano e si mettono a guardare quello che succede nel campo bellico. Si tratta di follia. Se un Parlamento esiste questo deve continuare a funzionare e a lavorare sulle sue materie (senza per questo evitare di pronunciarsi su quel conflitto). Bloccare un'attività per seguire l'andamento di una guerra è un atto che riproietta l'umanità verso epoche dell'antichità, quando gli istinti prevalevano sulla ragione. Se una Borsa esiste questa non può 'concentrarsi' su quel che avviene nel corso di una guerra, perché 'guerra' è un atto eccezionale che nulla può avere a che fare con la vita quotidiana di cittadini che si ispirano a qualche valore. E' comprensibile che questi facciano uno sciopero in segno di dissociazione (come è accaduto oggi ad alcuni eserzizi commerciali), ma non è nobile che si mettano a raccogliere continuamente informazioni dal fronte. Queste informazioni tra l'altro hanno due limiti:
1) Sono basate su dati non veritieri. In questi casi i belligeranti diffondono continuamente notizie 'mirate', o di propaganda o di messaggio abilmente occultato. Questo genere di informazione finisce dunque per essere smentito in media dieci o quindici volte in ogni singola giornata, col risultato di ingorgare i media 'collegati' con una valanga di non-notizie (che durano non più di un paio d'ore).
2) Sono tutte uguali. Anche nella prima guerra del Golfo si disse che 'stavano bruciando i pozzi petroliferi' e poi la cosa fu sgonfiata, cioé risultò vera soltanto in parte. Queste notizie, quando si danno, sono di una uniformità e di una monotonia mortali. Si dice che 'si sono visti bagliori a Baghdad', e questo è il modo di aprire. Poi si fa seguire la cosa da impressioni e indiscrezioni su alcune strutture militari bombardate (forse). Poi si chiamano degli ospiti in studio per dire la loro sui pochi dati a disposizione, e questi si sprecano in ipotesi, in supposizioni, in idee di pura teoria bellica che durano lo spazio di quella sera. Se andassimo alla marea di 12 anni fa noteremmo quanta zavorra venne data dai media (che allora non erano sul Web). La CNN fece una quantità di servizi e diede popolarità (temporanea) a Peter Arnett. Ma, sinceramente, quanti uomini con sensibiltà avrebbero accettato di stare settimane sul fronte come se avessero dovuto parlare di una partita di calcio? Noi crediamo pochissimi.
La nostra idea è che un giornale responsabile oggi (2003) dovrebbe fare questa scelta. Ridurre quella informazione al minimo. Non fate edizioni speciali. Non oscurate il resto delle notizie e dell'umanità che continua a lavorare e produrre. Questo tanto più se si pensa che almeno il 75% della opinione pubblica mondiale si è dichiarato contrario a questo conflitto. Allora che fate? Quelli vi dicono che non gradiscono e voi glielo date lo stesso?
Pagina pubblicata il 20 marzo 2003