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Frequently Asked Questions

Esiste una contrapposizione tra guerra e pace?

Soltanto nel titolo del romanzo di Tolstoi. Anche qui si fa un'enorme confusione di concetti. Torniamo ancora una volta alle radici e cerchiamo di ragionare. 'Pace' significa in generale 'situazione priva di conflitti tra i popoli'. La parola latina proviene - stando alle fonti - da un'antica radice indoeuropea, verbo 'fissare, pattuire'. Usando la logica dataci dalla natura dobbiamo dedurre che la prima 'pace' significava addivenire a una tregua, e dunque era la pace ad essere un'eccezione, non la guerra. Significa che anticamente gli uomini consideravano una naturale espressione dell'animo umano scendere in lotta, per motivi vari. Dunque, la parola nacque più o meno come sinonimo di quel che intendiamo oggi con 'tregua, armistizio'.

Allora, perché non esiste quella contrapposizione?

Perché nessuno e nulla sta su un piatto della bilancia che contiene questi due pesi (o valori) in contrapposizione. Nessun uomo vive il conflitto tra una guerra e una stasi. I conflitti sono già una guerra interna e vengono composti o con una repressione che operiamo all'interno o con una compensazione che raggiungiamo all'esterno (sfoghi, vendette, ecc.). In qualsiasi caso, i conflitti esistono ed esisteranno sempre nell'uomo, perché nasciamo già così. La cosiddetta 'pace dei sensi' è una formula anch'essa arcaica per designare un clima di beatitudine spirituale agognato più che reale. Nessun giovane normale di 25 anni può vivere una pace dei sensi, poiché anzi la sessualità è proprio l'espressione di potenze interiori volte all'aggressività. Se un 25enne si ritira in un convento e vive di contemplazione e di preghiera fa una scelta personale ma solo a prezzo di 'reprimere' la parte sessuale e di comunicazione della vita. Passando ora alla situazione politica, è lo stesso. Il mondo non ha mai avuto un solo attimo (in milioni di anni) in cui non ci sia stato almeno un conflitto in una 'zona calda'. Da circa 57 anni usiamo parlare di 'tempo di pace' soltanto perché la reciproca deterrenza sviluppata dalle super-potenze riesce a fermare un nuovo conflitto di dimensioni mondiali come quello del 1939-45. Ma anche in questi 57 anni non c'è stato un solo attimo che non abbia registrato situazioni di conflitto da qualche parte.

Perché nessun uomo, su precisa richiesta, dichiarerebbe di essere per la guerra?

Perché tutti, in un mondo civilizzato, aborriscono la perdita di vite umane, che è la conseguenza più diretta e immediata di una situazione in cui le nazioni si armano e si recano reciproche offese sui territori. Non è mai esistita una nazione in cui non sia stato punito l'omicidio, che è considerato da tutti il crimine più grande che si possa commettere (e dunque ancor più grande, se commesso ai danni di una collettività, cosiddetta 'strage' o 'genocidio'). Sarebbe dunque inconcepibile che un uomo dicesse "sono per le guerre", perché questo vorrebbe dire 'essere per l'omicidio'. Questo, a parole. Cioé, parlando, noi esprimiamo sempre dei principi. Diciamo: "Questo è bene" o "Questo è male". Vivere è un'altra cosa che parlare. Così, vivendo esprimiamo istinti, sentimenti profondi (compreso l'odio per altri) che portano a conclusioni completamente diverse da quei principi. Così, se Sharon partecipa a una conferenza a parole dirà di essere per una soluzione diplomatica. Ma 24 ore dopo basterà un attentato per indurlo a spedire militari per bombardare la striscia di Gaza.

Tutta questa premessa serve per dire che 'marce per la pace' non servono a nulla. L'attività politica non è una marcia e neppure una conferenza sui propri principi.

Cos'è l'attività politica?

E' un'attività pragmatica di equlibrio tra diversi fattori (interni ed esterni) in cui si deve mediare proprio quei conflitti che agitano ciascun uomo individualmente. Un giorno il conflitto si chiama 'Ruanda', un giorno si chiama 'Angola', un giorno si chiama 'Corea', e comunque dobbiamo affrontarlo. I capi di governo possono dichiararsi 'estranei' a questo, e in tal caso quel paese assume una posizione di neutralità (=non intervento in alcun senso). O possono viceversa annunciare il proprio 'intervento', a fianco dell'uno o dell'altro combattente (=alleanza). Il fatto di vivere costantemente una neutralità esiste solo per un numero ristretto di paesi (esempio, Svizzera). Se ragionassimo come i marciatori dovremmo dire che questi paesi vivono una condizione ideale o invidiabile. E invece non è così. Il discorso è simile a quello che possiamo fare per un essere umano. Così come diciamo che un essere senza conflitti è amorfo, piatto, possiamo dire ugualmente che la vita in un paese come la Svizzera è estremamente noiosa. La Svizzera infatti diventa appetibile più che altro per investitori, gente che conduce vita stanziale o di ritiro, anziani in pensione, ecc. Ma la politica della Svizzera (che tra l'altro ha un numero esorbitante e incomprensibile di referendum) riflette tutto questo e si svolge a livello comunale, non presenta grandi motivi di interesse.

Perché le grandi super-potenze non si sono mai negate la guerra?

Proprio perché la guerra è un'espressione di potenza di ciascun essere umano e dunque anche di un gruppo politico o sociale. Nelle ere preistoriche le armi erano solo rudimentali, erano pietre, faretre, bastoni. Quando nacquero le prime civiltà urbane, queste dovettero creare un proprio armamentario per difendersi da eventuali attacchi portati dall'esterno. Questo portò la civiltà ad affinarsi sempre di più anche in questo settore, e così arrivarono i fucili, le mitragliatrici, gli esplosivi e nel secolo XX° (che è stato il più potente) anche l'arma atomica. Oggi, siamo perfino più avanti della fissione termonucleare, nel senso che si riesce a fabbricare armi chimiche che possono uccidere in silenzio e dunque commettere stragi senza che qualcuno riesca a prevenire. Questo ha portato gli organismi internazionali a un'ovvia preoccupazione.

Evitando le guerre non risparmierebbero?

A questa domanda non si può dare un'unica risposta. Se una nazione possiede un esercito il governo ritiene utile utilizzare questo esercito, e questo non può essere fatto soltanto per le emergenze ambientali o per i disastri. E' come se io possedessi un'automobile potentissima, supponiamo una Rolls Royce, da 1 milione di dollari e la tenessi ferma in garage. Anche qui potremmo domandarci: "Non circolando in quella Rolls Royce, non è forse vero che il possessore risparmierebbe?". Certo, risparmierebbe in benzina e in spese vive per la manutenzione dell'auto, ma una volta che la si ha si preferisce usarla, e allora ha poco senso fare dibattiti. Usandola si darà da mangiare a tanti altri, poiché si remunerano i fornitori di petrolio, poi quelli che la lavano, poi quelli che la riparano, poi le case di assicurazione ecc. Per dare una risposta radicale dovremmo immaginare di vivere nel monte Athos e avere pochi contatti con la civiltà. Solo in quel caso non avremmo dubbi. Se questi dibattiti volessero essere costruttivi dovrebbero andare anche qui alla fonte. Sarebbe apprezzabile ad esempio se questi pacifisti andassero alle porte delle istituzioni americane, e manifestassero nel momento in cui si stanzia una grossa somma per spese militari. Il problema è tutto qui. Questa è l'unica forma di opposizione. I politici che tu hai votato stanno deliberando - poniamo - una spesa di 100 miliardi di dollari per sostenere due mesi di bombardamenti in Afghanistan. Ecco, fermateli lì. Non so... scioperate, non panificate, non andate nelle scuole, non aprite i ristoranti... insomma fermate la vita - se proprio volete - quando il Senato delibera queste spese per la guerra. Tutto il resto - marce comprese - non serve a nulla.

Perché non esiste un'organizzazione internazionale che sappia mantenere - almeno entro certi limiti - un'assenza di conflitti?

Per lo stesso motivo per cui non esiste un meccanismo che inibisce preventivamente dentro di me i conflitti o l'affiorare di brutti ricordi. Per conseguire quello scopo occorrerebbe avere un meccanismo che intervenisse anche nelle scelte dei rappresentanti al potere e questo non è possibile. Tutti gli accordi internazionali sono stati anzi garanti del principio di 'autodeterminazione dei popoli', che significa "Se tu governi uno Stato (riconosciuto) noi da fuori non possiamo levarti quel ruolo, perché rispettiamo la volontà di quella nazione". Anche in conseguenza di colpi di stato? Sì, purtroppo anche in conseguenza di golpe. In questi casi, il massimo che un governo possa fare è non riconoscere quel nuovo governo e non intrattenere alcun rapporto con i suoi organi. Ma nessun organo politico di una nazione, quand'anche fosse composto da criminali, può essere delegittimato da un atto di un organismo internazionale. Cosa diversa sono le cause ora promovibili dal Tribunale Penale Internazionale, che vanno su crimini collettivi già commessi e accertati nella loro imputabilità. Tra l'altro, questo tribunale è una creazione recente. Se fosse esistito negli anni '70 e negli anni '80, non c'è dubbio che uomini come Pol Pot e Hussein avrebbero avuto immediatamente il carcere. Ma anche qui non possiamo che concludere nel solito modo. Nel 1975 o nel 1983 non eravamo arrivati al grado di civiltà odierno.

Che significa, dal punto di vista internazionale, avere uno Stato come l'Irak degli ultimi due decenni?

Significa avere sostanzialmente un peso morto. E purtroppo un peso morto che causa problema anche a chi è ben vivo. Partecipare alla vita politica internazionale implica un insieme di incontri, di relazioni, e anche di sacrifici. L'Irak, a parte il petrolio e rifornimenti militari, non ha relazioni di un certo livello con il resto del mondo. Quando si instaura un regime si riduce non solo le relazioni (perché non vi è più libertà neppure per le organizzazioni intermedie) ma anche il movimento dei cittadini da e verso l'estero. E' dunque una grossa perdita, dal punto di vista della civiltà. L'Irak può considerarsi un cuneo - inserito territorialmente nel mondo arabo- sostanzialmente morto. Chi va a visitarlo vede apparentemente che la gente circola, che mangiano, che (alcuni) lavorano, che c'è una televisione nazionale, che si sente anche un po' di musica. Ma la sostanza è un'altra. Quel paese è indietro come tenore di vita, come insieme di informazioni possedute dalla popolazione, come libertà individuali. Quando decide uno solo, in teoria non è una tragedia. Si potrebbe dire: se le azzecca tutte, dov'è il problema?

Già, dov'è il problema?

Il problema sta nel fatto che la vita si impoverisce, perché tutte le componenti periferiche vengono annullate alla radice. Nel caso di un computer abbiamo ad esempio un cuore operativo, che è il microprocessore. Ma se le periferiche non avessero loro attributi sarebbero mute. Non so... una stampante riceverebbe istruzioni già complete in partenza e così stamperebbe solo fogli già contenuti nel chip... uno scanner farebbe la scansione di immagini non posate dall'utente ma già contenute nel chip... la scheda audio ripeterebbe motivetti inviati dal microprocessore anziché da una fonte esterna... eccetera eccetera. Qui è lo stesso meccanismo.

Allora a chi possiamo addebitare la presenza di un regime siffatto?

Individualmente alla natura. Soltanto la possibilità di un numero sterminato di combinazioni tra i pianeti ha potuto generare un individuo come quello. Nei dittatori c'è sempre qualcosa di unico, qualcosa che un normale cittadino stenta a capire. Il problema è che se ne lascia accalappiare (e in tanti casi lo vota, perfino). Questa è la grossa tragedia. Collettivamente all'apparato di sicurezza. Soltanto la complicità della polizia o dei tribunali interni (quando questi funzionano) può dare durata a fenomeni come quelli di Pinochet, di Pol Pot o di Hussein. In questi casi non diciamo che basterebbe la resistenza di uno o di dieci. Questo no. Ma se un intero corpo di polizia si rivoltasse e non accettasse il governo di un uomo, quell'uomo non durerebbe neppure un attimo. Abbiamo visto cosa è successo in Romania, quando tutti si sono accorti dell'errore commesso non ribellandosi a Ceausescu. Un giorno, finalmente, lo fecero. Ma dovettero passare molti anni. Le peggiori dittature in fondo trovano una base nell'elemento peggiore dell'uomo, che è la paura (all'arrivo di un uomo forte) oppure la colpevole complicità nell'assecondarlo. Ripetiamo ancora una volta: la presenza di un governo irragionevole è stato il rischio costante di tutta la storia umana, nell'antichità come oggi. Senza governi non si può stare, ma siccome al governo salgono anche uomini poco degni e poco ragionevoli viviamo tutti - dappertutto - con un pericolo potenziale. A questo pericolo non si può ovviare in partenza, altrimenti avremmo un mondo perfetto. Se tutti fossero dei Nobel o degli eroi, non esisterebbero mai dittature. Ma i dummies in circolazione sono molti, ancora oggi.

Torniamo al punto. Non è possibile creare Nazioni Unite contro queste degenerazioni?

Allo stato attuale, no. Lo statuto dell'Onu non prevede un caso di 'guerra preventiva', sulla carta. Le Nazioni Unite esistono per mantenere la pace o l'ordine sociale nei casi in cui questo ordine venga rotto da scontri e da conflitti. In questi casi l'organismo delibera l'invio di truppe multinazionali (=appartenenti a più nazioni). Ma dev'esserci qualcosa in atto, una provocazione in corso, un attacco, un tentativo di strage ecc. Il problema in questo caso è che non c'è nulla (alla luce del sole). Allora non esiste un organismo che possa dire di punto in bianco a un presidente o a un primo ministro: "Tu non sei degno del ruolo, te ne devi andare". Se ci sono problemi umanitari o di diritti civili si muovono Amnesty International e altri. Se ci sono problemi di povertà si muovono le organizzazioni di assistenza e quelle per le missioni. Ma nessuno di questi organismi ha il potere di rimuovere un governo o un sol uomo da una poltrona. Se un singolo individuo decidesse di andare a combattere quelle degenerazioni dovrebbe accettare di farlo a proprio rischio e pericolo. Questi non avrebbe più dell'1% di possibilità. Al primo tentativo verrebbe ucciso dalla polizia di quel luogo. D'altra parte, abbiamo visto come questi signori che si accomodano su quelle poltrone non ricevono neppure con molta facilità. Né in alto né in basso. In alto non lo fanno proprio perché non intrattengono un livello adeguato di relazioni internazionali. In basso perché non gliene importa nulla. La sistemazione su una poltrona di Stato mette nella condizione di poter guardare gli altri dall'alto in basso. Diciamo pure che si diventa un poco cinici.

Detto questo, si può dire che gli Stati Uniti fanno bene ad attaccare?

No, questo non possiamo drlo mai. Non diciamo neppure che fecero bene a bombardare il territorio afghano a fine 2001. Cosa ne ricavarono? Certamente non molto. Annientarono un ristretto gruppo di 'ignoranti', chiamati Talebani, ma in compenso dovettero accettare un prezzo altissimo per la loro stessa coscienza, che fu quello di uccidere qualche migliaio di cittadini inermi e completamente estranei. La persona che un giorno diede un pugno a un'altra, spinta da un fortissimo impulso, non dirà mai che fece bene, se questo comportò gravi danni alla persona colpita. Ecco perché anche il pentimento o il perdono sono grosse sciocchezze, sono stupidaggini introdotte dalla società (religiosa) presso uomini di altre epoche. Un'azione ispirata ad aggressività non deve mai suscitare molte discussioni. Per questo motivo proviamo una noia infinita nell'assistere a 13 mesi di discorsi su un possibile attacco all'Irak. Chi deve dare uno schiaffo lo dia. Non ha senso che vada in giro a interpellare gli altri sulla legittimità del suo gesto. Guardate come è logica la natura, in tutte le sue manifestazioni. Perfino l'atto sessuale è un atto di aggressività. Da un certo punto di vista, è perfino difficilmente immaginabile (tanto è vero che una parte consistente dell'umanità non lo conosce e si dedica a pratiche definite 'spirituali'). Ora, se noi chiediamo a una giovane donna: "Facciamo l'amore", nel 95% dei casi questa dice di no. Non è un atto di cui si possa parlare o discutere. Immaginate che ora una donna bussi alla mia porta e mi cheda di avere una relazione sessuale. Cosa farò? Dirò di no. Per tanti motivi. Prima di tutto, non la conosco. In secondo luogo, non posso accettare con le parole un atto di aggressività. Questi atti si compiono. Se se ne parla è finito. La cosa più bella è proprio quel trasporto di dio (ecco l'uso corretto), perché quel bacio te lo ritrovi. Purtroppo non ci capita di frequente.

Quindi non avremo un bilancio positivo neppure se dovessero riuscire a fare fuori il dittatore iracheno?

Proprio così. Quelli che pensano questo non ragionano. Quand'anche eliminassimo uno, non avremmo certo debellato i mali del pianeta. Anche nell'ipotesi - più che scontata - di sconfiggere l'Irak in un mese cosa abbiamo risolto? I terroristi continueranno ad esistere, le antipatie per gli Usa (per coloro che le hanno) continueranno ad aversi, insomma avremmo semplicemente levato qualche goccia da un oceano. Memoriale ha criticato più volte l'amministrazione Bush perché pensano soltanto a questo. Non si può ridurre la politica di una nazione ai problemi della sicurezza. I problemi sono tanti altri, la sanità, l'istruzione, le disuguaglianze sociali. Una nazione tra l'altro ha poco da guadagnare da un clima di continuo allarmismo diffuso dal proprio governo. Diciamolo in una frase sola: un governo non sta lì soltanto per difendere una nazione. Stando agli atti e alle dichiarazioni della Casa Bianca abbiamo un 85-90% di discorsi sul terrorismo, e questo - abbiamo detto - è un'altra degenerazione. Sembra quasi che l'attacco dell'11 settembre legittimi una vita continuamente basata su questo (discorsi pubblici, media, legislazione, ecc.). Quindi, diciamo pure che George W.Bush, in questo senso, ha perso la testa. Soprattutto l'ha perduta un Congresso americano che ha scialacquato in un anno e mezzo una somma favolosa per soli motivi di sicurezza. Questi non erano tali da determinare tutto questo. Non eravamo di fronte a un rischio grande quanto un conflitto mondiale che lascia sul campo milioni di vittime. In quel giorno ci furono in tutto 2.900 vittime, parte delle quali neppure americane. Era un atto di grande criminalità, ma pur sempre terrorismo e basta. Non era una guerra dichiarata o scatenata da un'altro Stato (e lo stesso presidente Usa non ha mai dato prove schiaccianti in tal senso).

Nell'imminenza di questo conflitto, cos'è che può dare una svolta?

Lo abbiamo detto. E lo hanno riconosciuto tutti. Soltanto un ritiro di Saddam Hussein. Ma siccome il diretto interessato ha fatto sapere che non esiste neppure la possibilità che questo accada, nulla può distogliere il governo americano da un attacco. Allora, ha poco senso tutto (quel che si fa). Vediamo perché.

a) Dialoghi con le masse e sondaggi popolari. Per i motivi già spiegati, nessuno è per la guerra. Se poi nel mucchio si raccoglie anche l'opinione dei 'dummies', cosa ne facciamo?

b) Il dialogo con le Nazioni Unite. E' inutile coinvolgere un'organizzazione che esiste per motivi di mantenimento della pace. Il suo statuto non prevede altre finalità, e in assenza di un atto specifico (tali non sono i presunti proclami di un uomo come Bin Laden o altre dichiarazioni) non può dare autorizzazione ad attacchi. Nessun membro del governo iracheno ha deliberato o dichiarato un attacco da qualche parte. Qualche mese fa è stata adottata la risoluzione 1441, che già sembrava paventare la legittimità dell'uso della forza qualora l'Irak non avesse manifestato collaborazione nel corso delle ispezioni. Ma stando a quanto riferito da Blix non si può dire che quella collaborazione - almeno in una certa misura - sia mancata. Ora il presidente Usa sta lavorando a una seconda risoluzione, poiché evidentemente la prima non bastava. E se non bastava significa che comunque quei doveri non sono stati violati - almeno formalmente - dall'Irak. Finché chi attacca non ha una ragione ufficiale, è indotto a ricercarla. Ma chi compie un atto di aggressività non va al lancio di missili con un certificato. Non è che i piloti o i soldati americani vengano richiesti di un certificato che autorizzi a un omicidio. Ecco perché troviamo tutte queste procedure insensate.

c) Rimettersi all'Onu. Questa frase non ha significato. Tutti dobbiamo rimetterci all'Onu, perché è un organismo sovranazionale che vincola gli Stati con le sue risoluzioni. Ma non è una panacea che risolve i mali. Quelli che pronunciano questa frase dimenticano sempre che le Nazioni Unite sono un organo politico con uomini che rappresentano il volere dei governi stessi. Alle Nazioni Unite c'è gente normale, ci sono uomini uguali a tanti altri ministri delle varie nazioni. E questa gente può sbagliare, come da qualsiasi altra parte. Essi rappresentano. Portano in un'assemblea generale quel che i rispettivi governi dicono di voler fare. Ci sono cinque nazioni, che hanno una poltrona fissa, e decidono - insieme con un ristretto gruppo di altre, non permanenti - il testo di risoluzioni o l'invio di truppe. L'assemblea è politicamente dominata da cinque stati, di cui gli Stati Uniti sono i più forti, e questi decidono di volta in volta di fare i gendarmi. Ma ripetiamo: le Nazioni Unite non possono decidere una guerra in assenza di un attacco in corso, secondo lo Statuto. 'Dichiarare guerra' non è un atto che possa attendere legittimazione o riconoscimenti da un organismo di pace. Che poi questo lo dia è un altro discorso.

d) Le ispezioni. Non servono. Le ispezioni sono già qualcosa di estremo e di esagerato nel caso di un mandato della magistratura all'interno di un paese, ma possiamo comprenderle quando ci siano motivi urgenti che dipendono da possesso di armi, di materiale rubato, di droga, di denaro riciclato, di criminali latitanti, ecc. Potete immaginare che figura possono fare in un quadro di politica internazionale. Memoriale ritiene che siano mortificanti sia per chi le riceve sia per chi le compie. Noi non avevamo mai visto prima svolgere in una maniera così estesa e precisa questa attività, ma arriviamo a comprenderla solo perché sappiamo di quale Stato stiamo parlando. Gli stessi Iracheni dovrebbero sentirsi umiliati e quindi non capiamo a che scopo accettino queste lunghe procedure (l'unico motivo a questo punto può essere soltanto una tattica del governo iracheno per prendere tempo e mantenere uno status quo).

'L'Irak non collabora', dicono. E ormai anche questa cantilena è conosciuta a memoria da tutti. Molti governi, non avendo altro da dire e avendo esaurito il 'rimettersi alle Nazioni Unite' ripetono tutti i giorni che vogliono 'maggiore collaborazione dall'Irak'. Ma anche questo è campato per aria. Se mi arriva la polizia con un mandato di perquisizione non è che gli stendo i tappeti e gli apro i cassetti personali. Qui i governi navigano in un'utopia. Riassumiamo. Se io sono pulito e non ho nulla a casa, non si vede in quale maniera 'differente' io possa collaborare. In casa non c'è nulla, e più che ripetere questo alla polizia non posso fare. Se in casa ci fosse qualcosa di compromettente (e io lo so) non ci si può aspettare che io collabori dicendolo, perché in questo caso io stesso avrei segnalato alla polizia la presenza di refurtiva o di armi. In questo secondo caso, cioé, non avrebbe senso che io attendessi una perquisizione perché senza difficoltà avrei riferito tutto di mia iniziativa. Se poi quelle cose c'erano e io non le riferii la polizia o le trova o non le trova. Ma non si vede mai che questa stazioni per mesi dentro un appartamento alla ricerca di materiale. Se quel materiale c'era a questo punto è partito per altre destinazioni, verosimilmente mediante navi cargo.

Anche qui, abbiamo messo tutti i fattori sul tavolo. Abbiamo così scoperto che non c'è altra possibilità che gli Stati Uniti compiano quest'attacco, liberandoci da più di un anno di discorsi e di noia mortale. Lo fecero già, quell'attacco, dodici anni fa. Non ci sono dubbi che rivincano nuovamente. Ora, se lo fanno, lo faranno assumendosi le loro responsabilità (che sono superiori a quelle che incombevano su Bush padre) e soprattutto avendo un'idea chiara del dopo (cosa che noi confessiamo di non avere). Anche ammesso che venga fatto fuori - in un modo o nell'altro - il dittatore, l'Irak cosa diventa? Eliminati i personaggi principali, chi resta a quel governo? Il suo Parlamento, benché teorico, che farà?"

Pagina pubblicata il 20 febbraio 2003