
Saper dare una fine
Cos'è la fine? E' sempre un inizio anch'essa, poiché finito qualcosa ne cominci un'altra. Se non si sa finire, quell'altra non verrà mai. Soltanto le persone deboli si lasciano catturare per ore dalla televisione, e così arrivato il momento di fare un'altra cosa sono ancora lì col viso fisso sullo schermo. Soltanto le persone senza nerbo non sanno scegliere un prodotto e così stazionano anche per ore dentro un supermarket o un grande magazzino.
'Dare una fine' è avere il senso del tempo. 'Dare una fine' è avere in sé il codice della vita, perché nessuno passa tutta la vita su una cosa sola. Quando tu poni termine a ciascuna lo fai perché sai che oltre quegli atti ci sarebbe solo ripetizione.
'Dare una fine', allo stesso modo che dare un inizio, è un'arte suprema dei più grandi narratori di tutti i tempi. Con l'incipit l'autore ti chiama a lui, al suo racconto. Con l'ultima parola ti lascia. E sa che oltre quell'ultima c'è solo una tua riflessione, perché dopo la lettura c'è soltanto ri-lettura. Si può ri-leggere se si è letto male, oppure se la prima lettura era piaciuta a dismisura tanto da tenere avvinghiati all'oggetto. Tale è ad esempio l'effetto di molte pellicole, che con l'home video hanno perso purtroppo la sede naturale delle grandi sale. Quando uscivi dal cinema, se il film ti aveva preso rimanevi quasi intontito, non saresti più riuscito a immetterti nel traffico e nella vita di tutti i giorni. L'immagine più nota a tutti è quella di Woody Allen nell'apertura di 'Play it Again, Sam'. Più l'uomo ha un'esistenza comune più resta attratto dalla conclusione, perché lui non è (non sarebbe) capace di dare una conclusione. Un'esistenza comune è infatti quella di chi inizia e termina le sue giornate sempre allo stesso modo per tutta la vita. Alzarsi dal letto, prendere un caffè, andare in ufficio, tornare a casa (con una moglie che attende). In questi casi la vita si chiama standard perché tu non riesci a darle una tua impronta.
La lingua anche qui dice tutto quando ci fa dire che quella persona è 'inconcludente' o che quella vicenda è 'sconclusionata'. Il Memoriale delle annate riporta come tale un anno, il 1995. Quell'anno infatti rimase quasi sempre a un pour-parler, a uno scambio teorico, a una spiegazione insufficiente, e vari furono dunque i fallimenti registratisi nel 1995. Non fallimenti commerciali, ma proprio azioni fallite, titoli improvvisamente in calo, stand-by. Perché la fine ha una correlazione con l'inizio? Perché una vicenda va vista come se fosse un quadro, un'unica tela che tu cominci a guardare e a un certo punto finisci con lo sguardo. Sapervi entrare è importante ma conta anche saperne uscire. "Come te ne sei uscito?", ci chiedono quando ci siamo impelagati in un affare difficile o sporco. E lì si vede se abbiamo del talento. Una persona che non conosciamo suona improvvisamente alla porta. Non aprire (o non rispondere addirittura, simulando un'assenza da casa) è quasi sempre un atto vile. Allora, aprendo misuriamo noi stessi. Le reazioni del nostro essere ci danno la misura di quel che siamo, di quel che riusciamo a fare. Coi familiari, nella vita di ogni giorno, questo non è possibile. Avendo con loro quel che si dice 'confidenza', non abbiamo con loro la misura di nulla. Soltanto l'approccio con una persona sconosciuta ci dà il senso del nostro saper vivere. Come ci rivolgiamo a questa (inizio), e come ci congederemo (fine), sono due indicatori di grande importanza.
'Saper dare una fine' è uno dei talenti più sviluppati in natura. Quelli 'particolari' infatti si danno sempre una morte strana, misteriosa, che farà parlare a lungo di sé. In questo caso l'uomo diventa personaggio, perché il suo nome e la sua figura resteranno anche dopo la sua dipartita dal mondo dei vivi. Il caso più lampante, quello di Marilyn Monroe, proiettò una donna nel firmamento e nel mito proprio dopo la morte. In vita, furono preponderanti i 'negatori' di quella importanza, poiché le si notava la trascuratezza, la mancanza di talento profondo, il 'vivere tra le nuvole'. E invece dopo la morte quelle cose andarono a confluire nel cestino di glorie, nell'album di trofei, poiché la gente - affascinata da quel mito - fu portata a vederle come qualità della persona. Un uomo che invece non fece una bella fine fu il giornalista italiano più noto, che ebbe una morte molto molto meno nobile del modo in cui era stato apprezzato in vita da quelli che lo amavano. Chiedere di staccare la spina significa non sorreggere più il peso di vivere, cosa che in un certo senso dovrebbe far riflettere coloro che si profondevano in lodi verso quella persona.
'Saper dare una fine' è attributo costante e indefettibile di ogni relazione sessuale. Qui la natura dà il responso più veritiero di tutti, e situa il momento finale (orgasmo) in una specie di 'nirvana' liberatorio che la rende unica nella generazione. Il prodotto (seme) sarà infatti un 'segnale di tromba' con cui l'individuo comunica al mondo di esserci ora e in futuro (discendenti). Fin qui, per le cose della natura. Ma sappiamo che quell'atto può essere anche disgiunto dalla fecondazione, e compiuto unicamente a scopo di piacere fisico. Se in questo modo viene fatto, la sua fine pur essendo la medesima cala di intensità rispetto alla fase centrale. Difatti noterete come nella relazione a pagamento con una prostituta sia l'inizio (approccio) sia l'eiaculazione 'a zonzo' sono cose abbastanza squallide e private di interiorità. Per la verità quella conclusione opera oggi anche nella gran parte dei matrimoni, quando i coniugi non intendono accettare la possibilità di una nuova gravidanza. Mandando il prodotto da un'altra parte è come se dicessero: "Se c'è una conclusione-choc non voglio guardare la fine del film, dimmelo prima perché mi volto". Questo può andare bene soltanto se si prende la vita allegramente, come una cosa qualunque. Se la si vuole vivere fino in fondo bisogna sempre andare in fondo, anche quando in fondo c'è uno choc profondo. Bisogna guardare a tutto. Evitare una conclusione impegnativa è come evitare lo sguardo di una persona. Meglio averlo comunque, perché sai come sono fatti gli occhi di quella persona in quel momento.
'Saper dare una fine' è prerogativa di uomini coscienti del dopo. Difatti, non sanno darla coloro che non sanno 'che pesci prendere'. "E ora?" "E ora come fai a proseguire?" Non avendo capacità, si immagina la vita come una serie di piatti che vengono serviti di volta in volta. Terminata la serie di piatti, che si fa? Non saper come finire è la sorte di chi non ha risorse, di chi non ha capacità oratorie, di chi terminata quella serie di piatti che costituiscono il pranzo si guarda negli occhi o aspetta che suoni un campanello per un appuntamento obbligato. Se non ci fosse quell'appuntamento, non si saprebbe che fare o dove andare. In questo modus vivendi, c'era sempre un'autorità che diceva che fare o stabiliva preventivamente le cose da farsi. "Alle 15 cosa c'è in programma?" "Il rosario, parte terza", dicevano i seminaristi durante gli esercizi. Come terminava la giornata? Non bene. Non si sapeva fare altro che rivolgere l'ultima preghiera (compieta), come se durante la giornata si fosse fatto altro. Una giornata tutta presa da una sola attività orale è buttare via la vita, poiché non sappiamo inserirla in un contesto 'in divenire'. Avere un metodo per quattro giorni va bene, poiché tu ti eserciti. Avere un metodo per tutta la vita vuol dire mettersi una benda. E così alla fine, nel giorno in cui ti levano la benda dal viso (smascheramento), non sai che fare. Come capita in ambiente SM, dopo Memoriale.
Se una persona non sa cantare per nulla non potrà mai farlo. Una persona molto potente sessualmente può anche decidere di non farlo o di farlo poco. Differenza non da poco. Se una persona non ha capacità di fare quell'atto, potrebbe presentarsi la migliore occasione della vita, e non accadrà nulla ugualmente. Per questa persona non esisterà neppure occasione. Nelle condizioni primitive della prima civiltà, coloro che non avevano capacità concepirono che esistessero 'forze del male' nel semplice presentarsi di quella occasione. Così, se veniva un richiamo sessuale (che è cosa semplicemente di natura) era tentazione. Se qualcuno andava a disturbare le loro certezze con ragionamenti e dubbi era 'il diavolo'. Tante evasioni. Evasioni nella letteratura per dare una sostanza precisa e animata al semplice presentarsi a loro la possibilità di fare qualcosa che non sapevano fare. Qui si misura la loro triste condizione, ancora oggi. Nati per altre cose, si direbbe... se non fosse che la natura dà quelle cose a tutti, non dà un organo sessuale soltanto al 30% della popolazione.
Quando proprio non sai fare una cosa, non hai neppure il problema della fine perché non hai avuto neppure un inizio. Ecco che si ripropone ancora una volta il problema e il dramma dei due poli. 'Iniziare' è fare entrare in un nuovo mondo. Se manca un'iniziazione in quel mondo si può anche non entrare mai. Così, per secoli l'Occidente non fornì mai ai giovani maschi una vera e propria iniziazione nel sesso (vedi pagina 'Memoriale del calendario'). Questo campo restò celato, occulto. Ci si arrivava per vie strane, traverse, fuori dal seminato. La natura nel senso delle stagioni e delle età della vita venne cancellata. Queste persone dunque non potevano conoscere il talento della 'fine'. O lo facevano da soli, o non lo facevano. Non farlo sarebbe stato meglio se lo scopo era quello dell'ascesi. L'ascesi ha una fine? No, perché è continuo esercizio senza un punto finale specifico. Se lo spirito nella Terra fosse solo l'ascesi, non sarebbero mai esistite chiese, poiché la si sarebbe praticata all'aperto, su un monte, su una collina, anche dentro se stessi. Non c'era bisogno di dare un luogo istituzionale al raccoglimento.
Pagina pubblicata il 18 marzo 2003