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Percorso del nominare

Lezione 1

PERCORSO DEL NOMINARE.
Tu inventi un oggetto nuovo. Non hai ancora una parola per definirlo. Che fai? Hai due possibilità.

La prima è quella di non fare nessun conio. In questo caso, se dovrai parlarne agli altri, lo indicherai come 'la mia invenzione' oppure con parole composte già esistenti come 'spremi-succo' o 'gira-pietanze'. Il giradischi (the turn-table) in fondo nacque così.
La seconda è quella di fare un conio, cioè di provare a far circolare una parola. Più questa parola è breve, secca e memorizzabile più ha probabilità di diffusione.
E' chiaro che se l'oggetto esiste è sempre possibile il percorso inverso. Uno dice: 'Ho spedito una e-mail' e dalla parola si risale all'oggetto. Se qualcuno non sapeva che significa glielo si spiega.
Ora facciamo lo stesso percorso con un essere animato. Tu hai una persona da presentare. Se ne conosci il nome - che serve a chiamarla - ripeterai questo nome agli altri. Ad esempio dirai: 'Vi presento Paul Webster'. Se non lo conosci e non puoi nominarlo individualmente dirai una cosa tipo: 'Viene con noi anche il mio amico' oppure 'C'è anche questo signore alla cena di stasera'.
Perché è questo il primo passo? Perché ogni oggetto che esiste, sia materiale o immateriale, è necessariamente collegato a un suono o fonema (parola nella conversazione) che lo indica e lo distingue rispetto agli altri.

FAQ - Perché nel secolo XX° la stragramde maggioranza delle parole nuove è nata da quelle che già esistevano?
E' vero, parole come 'carta di credito', 'bagnoschiuma', 'lavastoviglie', 'videoregistratore', sono tutte composizioni di parole già esistenti secondo il metodo della funzione. Dobbiamo ragionare con il criterio della necessità in un campo a cui non possiamo comandare. Gli ultimi 100 anni hanno visto tanti di quegli oggetti che sarebbe stato difficile immaginare parole completamente nuove per designarli. La lingua ha un parco molto vasto di suoni di cui servirsi, ma esso non è illimitato. E' normale che a un certo punto, come è accaduto nei domini Internet. la disponibilità si riduca per via dell'afflusso e si debba così ovviare in qualche modo. C'è poi un secondo motivo. Le lingue contemporanee tendono alla semplicità. Se anziché 'giradischi' avessimo detto cose tipo 'riprottore' o 'vinilmotore' l'oggetto sarebbe stato indicato con più difficoltà.

Carta di credito (Credit Card) è il suono che definisce (e che serve ad indicare) questo oggetto. Questa parola, come tutte le altre sorte per designare un oggetto nuovo, fu lanciata e impiegò il suo tempo per affermarsi. Questo tempo fu necessario per 'vincere' su eventuali altre che avrebbero potuto indicare l'oggetto. Che significa 'vincere'? Significa affermarsi nell'uso di più parlanti finché tutti o quasi tutti usano quel suono per intendere quell'oggetto.
'Carta di credito' in realtà dovette solo attendere, ma non ebbe - come invece vedremo più sotto - concorrenti. Dopo un periodo confuso in cui ci fu perfino il promiscuo 'credit carta' tutti usarono solo questa espressione.
Da notare che il suono 'credit card' impiegò per affermarsi un tempo superiore ai termini dell'informatica e della rete, poiché non ebbe la stessa diffusione capillare e per almeno 20 anni l'oggetto restò riservato a pochi. La circolazione arrivò quando l'oggetto venne offerto non solo da appositi istituti ma - senza condizioni - da tutte le banche. A quel punto, secondo il solito procedimento, quel che diventa di massa dilaga in poco tempo. Anche gli sportelli automatici contribuirono.

Lezione 2

L'INCERTEZZA DEL NOMINARE (NEGLI OGGETTI).
Tu inventi e produci un oggetto nuovo. Gli dai timidamente un nome, ma contemporaneamente un'altra azienda (o più) che produce il medesimo oggetto lo vende assegnandogli un altro nome. In questo caso la sorte linguistica dell'oggetto può riuscire travagliata e incerta. L'oggetto è ben conosciuto, ma la sua funzione - essendo nuova, rara, e soggetta a più applicazioni da parte del pubblico - lo rende di più difficile nominabilità e univocità.

E' quello che abbiamo visto nelle annate (vedi 1977) con la macchina che oggi chiamiamo 'fotocopiatrice', nella lingua italiana. Un impiegato che nel 1981 metteva in funzione l'apparecchio per avere una fotocopia - non avendo seguito l'iter - non immaginava quali variazioni avesse avuto l'oggetto nella sua terminologia. Varietà, confusione e incertezza di lancio caratterizzarono la pubblicità per circa 25 anni (ricordiamo che la 3M e altre diedero un primo impulso commerciale soltanto nei primi anni '50).
Per più di 20 anni le réclame pubblicitarie o non nominarono l'oggetto parlando soltanto della funzione o ne parlarono con una mezza dozzina di definizioni. Interessante poi che la macchina si confondesse con le funzioni dell'odierno 'fax'. Nessuna parola ebbe la prevalenza, fino alla fine degli anni '70. Soltanto dal 1977 'copiatore', 'copiatrice', 'duplicatore' e 'facsimile' cedettero definitivamente il campo, e un settore che con il Pc cominciava ad avere un grande sviluppo ebbe la sua parola unica - fotocopiatrice - per un unico apparecchio.

In quei primi 25 anni di vita commerciale questo oggetto fu reclamizzato spesso anche con l'attributo speciale della segretezza. Qui sotto vediamo una pubblicità del 1957 che oggi fa sorridere.

prima fotocopiatrice

Sopra vediamo una réclame del 1972
Fotocopiatrice (Photocopier) è una macchina che fa copie di documenti di testo o grafici ed esplica in epoca contemporanea le funzioni che dai primi dell'Ottocento erano della carta a carbone. La prima fotocopia come la conosciamo noi venne fatta soltanto nei primi anni del secolo XX°. Quando dopo la seconda guerra mondiale venne diffuso il brevetto le grandi aziende lo rifiutarono. Lo accettò una piccola, la antenata della Xerox (allora Haloid). Le prime copiatrici apparvero dopo la metà degli anni '50, ma forse erano troppo avanti per tutti, comprese le lingue. In Italia fu la Canon a capire l'enorme importanza dell'apparecchio e a sopportarne i tormenti all'alba dell'elettronica insistendo ogni anno con grandi investimenti.
Perché la macchina patì questo travaglio? Per vari motivi. Anzitutto, la società non era pronta e non comprendeva appieno l'importanza della duplicazione. Tutti i documenti fino ai primi anni '70 venivano scritti con le macchine per scrivere (e se necessario normali copie di carta carbone). Addirittura i registri contabili venivano ricopiati a mano anche in triplice o quadruplice copia da segretari/e pazienti. La confusione nella pubblicità fu un fatto sorprendente. L'apparecchio ebbe fino al 1976 questo tipo di lancio:
1) Funzione di 'segretaria sostitutiva dell'ufficio'. Si diceva più o meno: 'Ecco l'apparecchio che vi farà risparmiare tempo nel vostro lavoro'. Ruolo abbastanza generico e indeterminato (lancio insufficiente).
2) Funzione di trasmissione documenti (come si vede sopra, più o meno fax odierno). Si diceva più o meno: 'Guarda, col telefono puoi trasmettere documenti, quale miglior copia di questa?' (lancio avanzato per una società ancora non sviluppata nelle comunicazioni).
3) Funzione di produzione copie a scopo segretezza (vedi réclame qui a sinistra). Qui più o meno si intendeva dire: 'Se puoi farti le copie da solo, i tuoi documenti sono al riparo da sguardi della segretaria o di altre persone' (lancio parziale e impreciso).
La realtà ha insegnato che occorre un nome solo per distinguere il prodotto e dargli affidabilità.

Lezione 3

NOMINARE SENZA ESITO.
Tu produci un oggetto che in altre lingue ha già avuto un nome, e dappertutto questo nome ha rispettato la funzione (come sempre accade nella tecnologia).

Nella tua lingua però questa parola, importata, non suona. In teoria potresti applicarla anche tu al tuo oggetto, ma la parola non funziona. In questo caso non c'è nulla da fare. Se anche tu mettessi quella parola nella confezione, la gente all'inizio - se anche vi riuscisse - la pronuncerebbe a fatica e col tempo si orienterebbe verso un'altra parola.
E' quello che è successo con l'apparecchio che oggi nella lingua italiana si chiama 'segreteria telefonica' (answering machine). Una logica stringente nominò l'oggetto 'risponditore', nelle altre lingue. Ma questa parola non funziona, suona molto male in italiano. Nonostante richiami la funzione, nessuno negli ultimi decenni ha richiesto al negoziante un 'risponditore telefonico'.
Lo stesso accade con qualche neologismo, bello e comodo solo in teoria. Negli ultimi dieci anni ad esempio non si può dire che qualcuno non abbia tentato di introdurre in italiano il verbo 'faxare'. Ma la realtà ci dice che la lingua non lo ha accettato (perché 2.000 persone naturalmente non fanno testo).

1) Tu confezioni il prodotto con il nome secondo te più logico, che del resto corrisponde a quello utilizzato nelle altre lingue. Il prodotto vende un certo numero di esemplari (pochi) sul mercato.
2) Un'azienda concorrente, accortasi che quel nome non funziona, vende lo stesso oggetto dandogli un altro nome. Quest'ultimo è più facile, nella tua lingua suona meglio.
3) Il prodotto dell'azienda concorrente vende più del tuo. Sei costretto anche tu ad adeguarti alla lingua e così lo chiami anche tu nell'altro modo.
4) L'altra parola diventa così 'standard'. Un motivo linguistico, emerso dalle cifre di vendita del mercato, non ha permesso l'uso della parola originaria che sarebbe stata più logica.

Segreteria
Qui sopra vediamo un modello di una réclame del 1971, in assenza di una parola 'standard'. Notiamo come già il termine 'segreteria' aleggi nell'aria in un'epoca in cui quasi nessuno possiede ancora questo apparecchio. Chi si indirizzava su apparecchi di copia o trasmissione documenti avrebbe dovuto essere attratto da questa idea della 'segretaria manuale', che avrebbe svolto tutti i compiti di una corrispondente segretaria umana. Ma era solo una trovata della pubblicità.

La storia dell'apparecchio è stata ricostruita su questo sito. Nel 1970 il Zingarelli annoverava il termine 'segreteria' come 'servizio di informazioni varie fornito agli abbonati', a dimostrazione che fino a quel momento era solo un numero della SIP che dava meteo e altre cose generiche. La svolta venne data non dall'ente nazionale, ma dalle aziende che producevano nei primi anni '70 l'apparecchio (vedi sopra a destra). Furono loro a lanciare il 'segretaria' che poi divenne 'segreteria' nel biennio 1975-76. Fino alla fine del decennio restò una parvenza di concorrenza, poiché esisteva almeno potenzialmente anche il 'risponditore'. Ma quest'ultima parola non andò al di là di un misero 5% di dominio. Il grosso restò dunque alla 'segreteria', che si fece strada anche commercialmente (vedi Era del Vuoto). Ci fu anche un motivo 'in rebus', poiché l'apparecchio che rispondeva con un suo messaggio e registrava quello del chiamante prevalse nettamente su quello che rispondeva soltanto senza registrare. A quel punto, la parola 'risponditore' perse la partita. Il vero boom commerciale si ebbe nei primi anni '80, e da quel momento la situazione rimarrà tale. Ben diversamente andarono le cose nella lingua inglese, che non si mosse mai dall'answering machine, e nel francese, che aveva introdotto il répondeur molto prima della lingua italiana.

Lezione 4

NOMINARE CON ESITO GRANDE E INATTESO.
Tu produci un oggetto a cui devi assegnare un nome. L'oggetto è uguale ad altri già esistenti da molto tempo, ma tu vuoi distinguere. Scegli due parole (ad esempio in lingua inglese) entrambe di senso compiuto. Le due parole sono semplici, memorizzabili e facili da pronunciare. In questo caso il risultato del nominare può andare perfino al di là delle attese. La gente trova talmente facile la formula che la ripete senza difficoltà. L'esito poi determina un fenomeno unico: chi chiama il prodotto poi chiamerà in quel modo il prodotto anche se in negozio non trova il tuo. Questo è un apporto linguistico vero e proprio e si chiama 'passaggio dal nome al genere'.

Premesso che un risultato del genere deve ovviamente giovarsi della qualità e del gradimento del prodotto, in questo caso tu produttore puoi trovare una piccola miniera che ti darà frutti per non meno di dieci-quindici anni. Il fenomeno di identificazione si ha soprattutto con ditte che producono in esclusività un certo prodotto. Alla fine il pubblico userà quel nome anche se arrivassero altri prodotti di quel genere.
Qui parliamo di un fatto culturale antichissimo, che si ripete ancora oggi perché in una certa misura è connaturato al genere umano. Gli studenti italiani, nel secondo dopoguerra, scoprirono ad esempio che Bignami pubblicava testi con le stesse materie di scuola ma in versione ridotta e più semplice. Il fenomeno fu dapprima sotterraneo, segreto. Anche qui, quando la massa ne venne a conoscenza, Bignami diventò stereotipo dell'oggetto e un vero e proprio genere. A un certo punto i ragazzi andarono in libreria dicendo proprio: 'Vorrei un Bignami di storia dell'arte' e parlando tout court dei Bignami, come fossero oggetti specifici. Se poi non avessero trovato quelli ma libri simili ugualmente li avrebbero chiamati 'un Bignami'.

1. Tu vendi il tuo prodotto. con un nome semplice da memorizzare e da ripetere - 2. La formula (accoppiata nome riuscito-prodotto gradito) è talmente incontrastata che l'oggetto passa tout court con quel nome (che sia nome dell'azienda, di un singolo o un semplice nome di fantasia) - 3. Quando non c'è, tutti tenderanno a chiamarlo in quel modo anche quando l'oggetto - pure uguale - venga prodotto da un altro e abbia in realtà un altro nome - 4. Anche i dizionari, dopo l'uso continuato per un certo numero di anni, registreranno quella parola non più per identificare il singolo prodotto ma proprio per indicare un genere.
Ricordiamo che queste quattro fasi, pur normali e diffuse, attengono comunque a un uso fluttuante e non garantito del mezzo linguistico. Essendo un fatto di costume, il fenomeno della lezione 4 è soggetto anch'esso all'evoluzione dei tempi, e così è possibile che a partire da una cert'epoca la società non usi più quella parola. Osserviamo lo stesso fatto quando notiamo ad esempio che le ultime generazioni hanno un proprio gergo e non dicono più - come le vecchie - cose come 'un povero Cristo' o 'accidempoli' e così via.

Sentire nominare

INTRODUZIONE.

Man mano che si cresce, insieme con le altre funzioni il nostro cervello immagazzina - senza neppure volerlo - milioni di parole e di concetti, di modo che - come un computer - non si ha bisogno ogni volta che si riascoltano di cercare cosa significhino. Con una velocità mostruosa tutti parliamo, scriviamo, emettiamo pensieri e concetti all'esterno in una lingua che condividiamo con milioni di nostri connazionali. L'esistenza di queste lingue ufficiali per ogni nazione fa sì che possibili equivoci dovuti ad incomprensione di parole siano ridotti al minimo. Secoli fa non era così. Le lingue venivano scritte da pochissimi (i dotti avevano il latino), e le parole che il 90% della popolazione conosceva erano non più di qualche migliaio. Inoltre, bastava spostarsi sul territorio e già non ci si capiva più. Con il secolo XX° il processo di unificazione è stato accelerato in maniera irresistibile dai mezzi di comunicazione, soprattutto dalla televisione. Per avere e vedere quest'ultima tra l'altro non è necessario alcunché, al di fuori del fatto di possedere un apparecchio e pigiare un tasto. Le lingue sono così diventate uno strumento per la comunicazione universale. Non solo. In un villaggio diventato globale esse si contaminano in continuazione, e così nascono ogni giorno decine di neologismi con mescolanze varie (oggi quasi tutte vedono protagonista la lingua inglese).


La figura sopra mostra una normale situazione di vita, che già predispone a un notevole contatto con la lingua viva. Tabaccherie, negozi di souvenirs, gadgets vari sono al centro della vita quotidiana perfino più di altri luoghi. Il traffico di persone poi immette senza ostacoli in una continua interrelazione personale che favorisce l'acquisizione di apporti linguistici nuovi. Ma restiamo a ciò che capita al singolo individuo. Finora abbiamo visto il processo attivo del 'nominare'.

1. Tu hai un oggetto, che per circolare ha bisogno di un nome.
2. Tutti in realtà ne comprendono le funzioni se le si spiega, ma siccome ogni cosa ha bisogno di una parola sola per essere chiamata gli devi assegnare un nome, se l'oggetto ancora non l'ha. E' un fatto accaduto centinaia di migliaia di volte nel secolo XX°. e così i dizionari e le enciclopedie si sono riempite con gli anni di un numero incredibile di nuove parole.
3. Ne assegni uno ufficialmente all'oggetto. Lo fai secondo logica. Se l'oggetto riproduce un suono, è giusto e opportuno che lo chiami 'riproduttore', se fa girare un meccanismo con un disco in superficie è giusto e ugualmente opportuno che lo chiami 'giradischi'. A questo punto viene il bello.
4.Tu immetti quella parola, facendola circolare. Questo significa che hai preparato una confezione commerciale con quel nome sull'imballo, che hai spedito ad alcune riviste dei promo con quel nome, che ne hai parlato con amici e conoscenti, insomma che gli hai fatto un minimo di pubblicità. 5.La parola da te immessa può incontrare una sorte differente, a seconda che la comunità dei parlanti la usi o meno. Se prende piede un certo uso e la parola passa di bocca in bocca si dice che quel neologismo è stato 'accettato' (pur senza avere garanzie sulla durata). Se la parola non ha trovato uso, diciamo che la tua immissione non ha avuto esito.

LA RECEZIONE.

Quando comincia a prendere consistenza una parola che fino a quel momento era un suono puro e semplice? Quando qualcuno, avendola sentita o letta (atto della ricezione), a sua volta la riutilizza. Il giornale ha ricevuto un tuo promo con la parola MP12? Bene, se la usa definendone le caratteristiche, ha già svolto un'azione che consente dei primi passi (come i primi respiri del neonato staccato dal grembo materno) a quella parola. E così via. Il processo continua per espansione man mano che quella parola viene recepita e poi riutilizzata da altre persone.
Attenzione, questa procedura non è conscia. Anzi, è per almeno il 90% inconsapevole. Questo significa che noi riceviamo e mettiamo in circuito senza neppure accorgerci. Basta pensare alle decine di migliaia di termini nuovi immessi dai primi anni '80. Non è che ci si pensi, non è che ci si metta a un tavolo e si dica: 'Bene, da oggi cominciamo a dire Internet'. No. A un certo punto arriva un termine e tutti o quasi si usa quel termine. Più persone lo usano, più il termine è ufficiale. Ma ci sono molti casi - come abbiamo descritto qui sopra nella pagina - in cui più parole si contendono un oggetto o una medesima persona addirittura ne usa varie una dopo l'altra. Le cose non sono dunque matematiche, perché la lingua stessa non è matematica. Dicendo che vive e respira nel tempo, esprimiamo un concetto affine alla nostra esistenza, che è un susseguirsi di alti e bassi, di fortune e di insuccessi. Chi è che non userà mai quella parola, che pure è entrata ufficialmente nella lingua nazionale? Chi vive un pochino fuori dal mondo. Così, se una pensionata di 70 anni si limita a uscire di casa per incassare la pensione, fare quattro passi, fare la spesa e dare da mangiare ai suoi gatti è possibile che si accorga di Internet molto tardi o addirittura quasi per nulla. Qui ovviamente non parliamo degli estremi. Questi cittadini che vivono con pochissima informazione sulle tendenze più recenti sono esattamente l'opposto dei fanatici che sono sempre pronti ad orecchiare le ultime parole alla moda o a lanciarne loro di nuove. La lingua non guarda ai primi, nel senso che quella quota di popolazione fuori dal mondo non fa testo, ma non segue rigidamente neppure i secondi, nel senso che per rendere ufficiale un nuovo termine non basta che lo usino in maniera pioneristica 200 o 2000 persone. Quando parliamo di recezione intendiamo dunque una quota consistente della popolazione media che conosce quel nuovo termine e ha almeno qualche occasione per vederlo, sentirlo e se occorre usarlo.
Dunque, al momento in cui una persona sente un insieme di parole capta ovviamente il senso globale di ciò che viene detto. Se in mezzo a trenta parole ce n'è una sconosciuta importa poco. Chi ascolta ha afferrato il senso globale e risponde. Quando è che una sola parola può colpire il singolo? Quando essa è al centro ed è essenziale nel discorso che viene pronunciato. Così, se un impiegato di banca ci parla in generale della giornata appena trascorsa in banca, non faremo caso ad eventuali termini che non conosciamo (su trecento parole). Se invece, davanti a noi che stiamo facendo un versamento, ci chiedesse: 'Ha portato il contriscio?' tutti ci bloccheremmo. Davanti al viso di chi ci guarda aspettando una nostra risposta chiederemmo: 'Cosa è il contriscio?'.
Abbiamo fatto un esempio estremo (con una parola inventata), che può capitare anche qui più spesso a persone anziane o poco pratiche che tardano a incamerare ad esempio termini come 'vaucher', 'bancomat', 'coupon', ecc.

Lezione 5

RECEZIONE PRONTA.
La recezione è pronta quando non ci sono ostacoli di alcun genere. La persona parla la stessa lingua dell'emittente e non ha problemi di concentrazione o di comunicazione.

Appena sente o legge la parola, il recettore pronto sa codificare immediatamente perché ne conosce già il significato e il suo inserimento in una frase di senso compiuto gli comunica qualcosa. La comunicazione è possibile proprio quando ci si scambia parole che si conoscono, che sono collegate tra loro allo scopo di dare senso a qualcosa, a un concetto.
Che fa il recettore pronto se in mezzo al discorso è presente una parola di cui non conosce il significato? In teoria dovrebbe chiedere informazioni o se sta leggendo ricercarla su un dizionario. La realtà però dice che questo non succede quasi mai. La prima possibilità non si verifica mai (salvo caso ricordato nel paragrafo precedente), perché ostano fattori sottilmente psicologici. Al massimo, in certi casi in cui è necessario capire, si maschera il proprio atteggiamento chiedendo: 'Cosa intende con quella parola?'. La seconda possibilità è utilizzata soltanto da studiosi, ricercatori, scrittori, studenti ecc. La persona che sta leggendo un quotidiano a tempo perso non si preoccupa certamente di consultare il dizionario tutte le volte in cui trova parole non conosciute.
Ma soprattutto, c'è un fattore importante che rende superflue tutte queste operazioni, ed è il fatto che la persona nel 90% dei casi capisce ugualmente il senso (della frase, ma quasi sempre anche della parola). Così, se uno ci dice che il lago ha tracimato, anche se non conoscessimo il verbo 'tracimare' non avremmo nessuna difficoltà a capire senza cercare in un dizionario. Lo stesso se ci dicono che 'Mario è malato di dietrologia'. Questo dimostra che le parole suggeriscono il loro significato, nella quasi totalità dei casi (anche per via del contesto).

RECEZIONE NON PRONTA.
La recezione non è pronta in una serie abbastanza scontata di casi. Se emittente e ricevente parlano una lingua diversa, se chi riceve è in un settore per lui completamente sconosciuto (e l'emittente parla in termini tecnici, ad esempio nell'informatica), se l'emittente si diverte a parlare per enigmi o con frasi di stampo enigmistico.
Ma in realtà un po' tutti possiamo diventare 'recettori non pronti'. Quante volte ci è capitato di trovarci in un ambiente a noi poco congeniale? In questo caso ascolteremo gli altri con un senso di distacco, di malavoglia o perfino di resistenza e le parole potrebbero essere mal recepite.
Un altro caso possibile è quello di persone spesso sopra pensiero, che non hanno capacità di concentrazione in certe ore della giornata. Inutilmente vi rivolgerete a loro, perché - come si dice - sentiranno la cosa da un orecchio e dall'altro la cosa uscirà immediatamente.
Ma c'è un caso molto più interessante di tutti quelli finora visti. Ed è in fondo quello che più ha ostacolato o rallentato il progresso culturale. Questo caso è l'accettazione passiva di una parola, senza sottoporla alla ragione. Ecco che qui ci immergiamo nella questione più affascinante, perché più cose vengono coinvolte da questo tipo di recezione passiva. Fino a 50-60 anni fa, fu proprio questo il fattore che tenne ferma tutta la civiltà. Qui l'ignoranza si mescola alla scarsa intelligenza, in una miscela letale. Cominciamo dall'esempio più banale. Un bambino per ovvi motivi è un 'recettore non pronto', perché capta ed esegue senza poter discernere le cose giuste da quelle errate.

Lezione 6

RECEZIONE ACEFALA.
Da piccoli ad esempio ci viene insegnato che: a) quella parola non si dice perché è sporca; b) quel comportamento è peccato; c) che davanti a una chiesa ci si fa il segno della croce; d) che quella parola si deve pronunciare in quella maniera. A prescindere che queste cose vadano bene (alcune sicuramente no) è evidente che si riceve senza elaborare, e in questo caso il linguaggio ha una funzione meramente esecutiva (fai così perché te lo dico io).
Ora, non dovete stupirvi se una parte non indifferente della popolazione adulta continua a ricevere passivamente anche da adulta. La prima istruzione errata la conosciamo tutti. 'Si è sempre fatto/detto così' (tipico delle comunità religiose e delle società tribali o rurali africane o asiatiche). Questa istruzione, che viene fatta passare per obbligo morale e opportuno, determina un irrigidimento dell'adulto in una certa posizione che in pratica continua, cioè trasmette quell'ordine come se esso fosse immodificabile. Si pensi a un giradischi, ma forse il paragone più calzante che si può fare è quello con un file che il nostro word-processor si rifiuta di modificare e può soltanto leggere (file di sola lettura). Abbiamo un menu in alto ma tra le opzioni non figura nessun pulsante 'Apri file in modifica'. La seconda istruzione è: 'A me hanno insegnato così da piccolo e ora non posso certo cambiarmi'. Attenzione, perché qui è importante il riflessivo. Queste persone non dicono 'cambiare' ma 'cambiarmi', che tradotto in parole povere è come lo stesso software di prima che dice: 'Dal programmatore non ho ricevuto altre istruzioni, quindi farò o dirò queste cose per tutta la vita'. E' come se ci parlasse un EasyWord o un Notepad con funzionalità limitate. Guardate che è spaventoso tutto questo. Chi scrive ha sentito queste frasi migliaia di volte e ogni volta si è domandato quale relazione avessero queste persone non tanto con la logica (che potrebbe anche mancare, senza compromettere nulla) ma proprio con la lingua. L'individuo qui accetta di ridurre il mondo a quello dell'insegnante primario, senza pensare che fuori da lui e da quell'insegnante la regola o un concetto esistano con una loro autonomia. In tutti questi casi la lingua, non permettendo una funzione di ri-costruzione, resta a un 'grado zero', poiché si ritiene di dover soltanto trasmetterla.

Il sentir dire, che qui è 'ricevere una istruzione', si tramuta in una ripetizione. La parola così, lungi dall'essere 'goduta' a livello intellettivo, viene ad essere semplicemente veicolo di una credenza. 'Quello disse così (dettaglio tra l'altro storico e poco verificabile, oltre che slegato dall'esistenza di ciascuno di noi) e noi dobbiamo ripetere'.
1. Un soggetto di cui si favoleggia l'importanza disse un giorno che...
2. Loro ritengono che quell'insieme di parole abbia un'importanza superiore a quella di tutti gli altri insiemi di parole.
3. Loro ripetono le parole. Di queste loro dicono di avere degli studi e delle analisi, ma tutti questi studi e queste analisi sono elogi, apologia, lodi, magnificazioni. Tanto è vero che quando qualcuno osa dubitare di quelle parole gli si rivoltano contro e lo chiamano traditore.
4. A quelli che ripetono quelle parole non importa quanti sono. Se pure diminuissero fino a restare soltanto uno, quest'unico abitante della Terra che prega sarebbe convinto di essere lui nel giusto.



Le orazioni della dottrina dei Cristiani, che a cominciare dal Credo tramandano da secoli alcuni pensieri esposti in forma giaculatoria come se fossero stati ipnotizzati una volta per sempre, sono il modello principale di 'ricezione acefala'. La sorpresa qui deriva da un fatto che è già spiegato in altra pagina (vedi file sugli errori del monoteismo). Se quelle persone davvero stessero espletando un'azione salvifica e moralmente apprezzabile non si capirebbe perché l'umanità sia rimasta per più di 2000 anni separata in due (o tre) tronconi, come quelli del credere e del non credere (con le variazioni). Sarebbe bastato nulla: un semplice discorso, ricco e convincente. Lo avremmo fatto tutti! Pregheremmo mattina, sera e notte. Non esistono cose che una parte del genere umano può capire o coltivare e un'altra parte no. Se d'altra parte privilegiassimo ancora le teorie che gravitano attorno al mistero non faremmo che perpetrare una frode, perché in questo modo potremmo stare sigillati per tutti i secoli a venire.
Possono esserci vari gradi di nobiltà d'animo, di anelito spirituale ma sono cose che si sentono, non sono cose che si ripetono. Se una persona prova un grande slancio affettivo è normale che si senta portata a baciare un'altra, a farle carezze e a scambiare effusioni con il corpo ma ripetere una formula non corrisponde a nulla, è semplicemente un esercizio meccanico. Per fare capire questo è giusto anche qui fare un paragone. Ci sono appassionati che amano Beethoven e così diventano cultori. Lo ascoltano, lo studiano, danzano perfino su quelle note (io stesso lo feci con la settima da ragazzo). Ma il fatto di avere un culto non è che le porti a recitare delle formule come se Beethoven stesso ascoltasse o come se recitarle facesse bene a qualche parte del corpo. Da qui deriva la sorpresa, che deve essere grandissima (per tutti quelli che non pregano mai). Concepita in questa maniera, la recezione diventa 'memorizzazione'. Il cervello si applica, e così qualsiasi formula fosse arrivata (il 'non indurci in tentazione' ne è la prova) la si sarebbe ripetuta senza rielaborarla.

Percorso del suono

INTRODUZIONE.

Man mano che si cresce, insieme con le altre funzioni il nostro cervello immagazzina - senza neppure volerlo - milioni di parole e di concetti, di modo che - come un computer - non si ha bisogno neppure di pensarci. Il minimo di elaborazione che esiste avviene a livello soltanto inconscio. Ecco cosa succede.

1. Tu hai prodotto un oggetto (brano musicale digitalizzato e compresso) che hai chiamato MP3.
2. Io sentii per la prima volta quel suono (MP3) il 16 luglio 199x. Mi trovai a ripeterlo da me il 17 settembre dello stesso anno in quella occasione.
3. Mi arrivarono poi tre e-mail contenenti quella parola nel mese di ottobre dello stesso anno. In quel secondo semestre lessi questa parola per 29 volte su varie riviste musicali e di informatica
4. Due anni dopo vidi per la prima volta il termine MP3 su un dizionario. Ecco un percorso tipico, compiuto da un suono che è divenuto parola. Chi lo racconta, in queste quattro fasi,.racconta in pratica squarci di vita poiché la lingua non è altro che un grande protagonista che vive insieme con noi. Lo stesso si potrebbe ripetere con qualsiasi altro suono. E potremmo farlo non solo per i neologismi ma anche per quelli già esistenti, andando ad esempio ad indagare nella crescita di un bambino (se esistesse un computer che registrasse via via all'interno del suo cervello i vari apporti). Così diremmo: 'rete', udito per la prima volta a 4 anni e due mesi/riutilizzato a mia volta a 4 anni e cinque mesi; 'palla', udito il giorno tale e riutilizzato il giorno tal altro ecc.ecc. Questo percorso vale per tutto ciò che appartiene alle varie lingue nazionali. Naturalmente non è possibile registrare materialmente l'iter di questi apporti, perché bisognerebbe avere un computer interno a noi, proprio dentro il cervello.

Creando uno scenario, diremo che al momento di nascere ci troviamo tutti con un parco-suoni che via via si accresce ogni anno dello 0,0001% di neologismi, ma in cui nei primi 14 anni di vita il nostro cervello acquista e assorbe a un ritmo vertiginoso. E' ovvio che questo ritmo poi decresce man mano che l'individuo ha già in testa il dizionario della sua lingua madre, perché non ha più il bisogno primario di nuovi apporti da quel che già esiste e si interessa maggiormente a ciò che ancora non esiste (comprese le lingue straniere, se inizia a studiarle). La sua elaborazione per ogni suono nuovo che arriva diventa dunque 'recezione', secondo le modalità che abbiamo appena descritto. Tutti recepiamo, ma in modo molto differente. Se sei pronto operi una tua selezione e rimetti o meno in circolo, nel settore che tratti o di cui ti interessa parlare. Se non sei pronto subisci o accetti con ritardo, e rimetti o meno in circolo secondo modalità 'poco evolute' dell'essere. Questa diversità purtroppo ha ostacolato il progresso e la scienza nel corso dei secoli passati. Pochi uomini hanno guidato verso il futuro, e spesso sono stati addirittura perseguitati.

Qui sopra vediamo una pubblicità di fine anni '70. La creazione del termine 'estraibile' per le autoradio fu per la lingua italiana un meraviglioso fatto linguistico. La parola fu lanciata come ovvio e naturale aggettivo ma poi - dopo un timido accoppiamento iniziale - prese piede come vero e proprio sostantivo (figura anche in questa immagine, nelle parole in piccoli caratteri sopra la scritta Voxson), andando a definire il genere di apparecchi 'non fissi' sul cruscotto che si poteva portare in giro.

In questo caso nulla ostacolava l'acquisto. La parola era comoda, utile, semplice da dire, e veniva naturale dirla. Per tutti gli utenti della musica in automobile fu un acquisto linguistico immediato.

Lezione 7

COME AVVIENE LA COMUNICAZIONE.

Un suono viene trasmesso mediante onde nell'etere. Una perturbazione si propaga da un punto dello spazio (cavità orale dell'emittente) a un altro (orecchie del ricevente) per comunicare qualcosa. Prima della civiltà, i fonemi erano già completi, poiché mancando alfabeti e scrittura contenevano già un significato che il ricevente capiva (assenza di lingue). Così se un uomo gridava monosillabi come 'mah' o 'uuuuuh' questi trasmettevano già un significato valido per tutti. La dispersione delle lingue (fatto che può essere visto al rovescio della medaglia come arricchimento, ma che qui abbiamo giudicato letale) tra il 1100 e il 400 a.C. fece perdere questo accoppiamento suono-natura, poiché gli oggetti e i concetti diventarono un suono differente per ciascuna comunità pre-nazionale (siamo agli antenati delle nazioni, cioè alle civiltà greca, romana ecc.). Questa diversificazione esiste a tutt'oggi, ma naturalmente l'uomo del 2003 è infinitamente più evoluto e intelligente dell'uomo di 2700 anni fa e così si impara in poco tempo sia a trasmettere il medesimo concetto presso comunità con lingua diversa sia a fare intendere ciò che si vuol dire in altri modi.
Dopo tutti i nuovi mezzi introdotti dall'inizio del secolo XX° con la comunicazione a distanza, l'evento-chiave si è prodotto all'inizio dell'ultimo decennio del secolo. L'avvento di una rete mondiale a partire dall'Era del Restauro ha accelerato enormemente il processo di comunicazione. Oggi un giovane di 20 anni si intende con un suo coetaneo nato dall'altra parte del pianeta molto più rapidamente di quanto non facesse un ventenne nel 1770 o nel 1920.

Una volta acquisita la parola, ciascuno avrà una sua relazione con questa. La parola può impiegare un tempo molto vario per penetrare nella società, ma dopo il raggiungimento dell'obiettivo essa è come un alito di vento, come un respiro che una persona fa un giorno e una persona un altro. A quel punto alla parola sarà già stato dato il componente suo essenziale, l'oggetto.

La parola deve sempre riferirsi a un oggetto.

Se mancasse questo riferimento essa sarebbe suono puro e semplice come nel caso del contriscio e non potremmo comunicare. La prova è che se la pronunciamo il ricevente si blocca e ci chiede cosa significa (=quale è l'oggetto, come deve interpretarla).

Questo oggetto non deve essere necessariamente esistente. Noi parliamo di un portacenere, che è un oggetto materiale che possiamo toccare coi nostri sensi, ma parliamo anche di David Copperfield che è un personaggio della fantasia di un uomo. Quindi, riassumendo... una parola nasce sempre e comunque per indicare un oggetto. Questo oggetto può anche essere di fantasia, cioè irreale. L'uso non ha correlazione con la realtà dell'oggetto designato dalla parola. Questo significa che segue vie diverse.

Perché l'uso di una parola segue vie diverse dalla realtà dell'oggetto indicato dalla parola? Perché noi ripetiamo quel suono per indicare qualcosa che intendiamo (vedi definizione di 'concetto'), ma possiamo anche riferirci a una semplice fantasia (anche un oggetto di fantasia può avere un suo concetto comunicabile). Nella conversazione quotidiana non parliamo soltanto di cose reali ma anche di cose che non esistono. Così, se il linguaggio popolare ha creato un 'uomo nero' per spaventare - a fin di bene - un bambino noi ripeteremo l'espressione 'uomo nero' più volte, per indicare al bambino che se non fa da bravo può arrivare qualcuno che gli metterà paura (senso della minaccia e della sanzione). Qui l'oggetto esiste nella mente di entrambi i soggetti ma solo il primo (emittente) sa che esso non esiste. Perché il bambino qui non distingue? Perché è un 'recettore non pronto'. La categoria più affollata di riceventi non pronti è quella degli stupidi e dei creduloni. E' ovvio che una persona poco intelligente distingue raramente la realtà dalla fantasia in quello che le vien detto. Così, potremmo ad esempio profittare di un vecchio che ha studiato poco, di un ragazzo cresciuto con tare ereditarie, di una persona con balbuzie e handicap sociali, ecc. La cosa ha conseguenze ovvie anche nella ideologia. Questi soggetti, essendo più manipolabili e suggestionabili, hanno più spinte verso i rifugi di fantasia, verso le compensazioni che possono offrire comunità o dottrine al di fuori della società. Quando essi vengono guidati (ad esempio gruppi in pellegrinaggio) sono capaci perfino di vedere luci che non ci sono, miracoli che non si realizzano, effetti soltanto anticipati a parole.

Allora, che differenza esiste tra oggetti reali e irreali se entrambi possono entrare nel dizionario tramite una parola o un'espressione a loro collegata?

La risposta illumina tutta la questione. Nei primi è sempre possibile il percorso inverso, cioè tornare dalla parola all'oggetto. Tu dici 'portacenere' e poi me lo mostri. Tu dici 'Internet' e poi mi fai vedere di che si tratta. Se poi vuoi approfondire mi spieghi anche come è nata la parola mediante l'etimologia. Nei secondi questo percorso è possibile solo se sono conosciuti dalla società in un unico concetto (cosiddetta 'univocità'). In questo caso tu puoi comunicare con me perché entrambi conosciamo ad esempio David Copperfield o Mickey Mouse (altrimenti senza univocità i David Copperfield e i Mickey Mouse sarebbero migliaia e non si capirebbe quale si intenda), e tu puoi anche spiegarmi da cosa vennero fuori questi due nomi. Se li nomini dunque so a cosa ti riferisci (e se non lo so mi mostrerai un libro o un'enciclopedia). Se tu dici 'contriscio', siccome questa parola non è conosciuta, al momento di spiegarmelo o mi racconti una storiella che ti inventi sul momento (che è quello che fanno da sempre i sacerdoti, parlando ad esempio della 'santità di Dio') oppure devi confessarmi che quel suono non indica nulla di reale (e anche volendo non puoi mostrarmi un supporto ufficiale che me lo dica).
C'è una ipotesi estrema. Che tu abbia appena coniato un neologismo (con parola che come contriscio non suggerisce il significato) e me lo dica inaugurandolo. In questo caso, se l'oggetto è esistente, io potrò capire ma ti dirò che quella parola non è stata ancora ufficializzata (cosa che permette solo una comunicazione 'simulata' e 'improvvisata' tra me e te, non una connessione ufficiale tra parola e oggetto). Se invece tu baravi e l'oggetto non è esistente, al momento di fare quel processo all'inverso ti blocchi perché non hai elementi (e se me ne mostri, possono essere solo adulterati, come cose provenienti da una lode o da una irregolarità mai dimostrata). Attenzione, se si bara - dall'inizio - quella connessione nei fatti non avverrà mai, e anche i curatori dei dizionari in pratica ufficializzeranno un inganno mascherato sotto una parola. Se nessuno avesse fatto questo ragionamento, nel 2150 probabilmente avremmo parlato ancora di Dio.
Coloro che tanti secoli fa riuscirono a dare diffusione al monoteismo ebbero senza dubbio un'intuizione diabolica, perché con l'unico Essere si mettevano al riparo da moltiplicazioni dell'unica fantasia in tanti Esseri. Ma non potevano pensare che un giorno la fiaba avrebbe potuto essere smontata.

Pagina pubblicata tra il 23 e il 30 dicembre 2002