Il ruolo della ragione

 

Ricordiamo a tutte le nazioni del mondo civilizzato che concedere basi e sorvolo dei cieli a una forza militare che attacca senza nemico oltre che atto di complicità è un crimine contro l'umanità

Ragionare significa due cose:
a) Saper controllare le reazioni emotive, sottoponendole a criteri già esistenti (e non arrivati sull'onda del momento)
b) Conoscere cose, uomini e istituzioni di cui si parla.

In questo caso come dovremmo ragionare?

In base agli accordi e alle leggi esistenti, dal punto di vista giuridico. In base ad obiettivi di pace e di giustizia, dal punto di vista morale.

In base alle leggi siamo in una situazione di guerra?

No. La guerra, che è regolata soltanto parzialmente dal diritto, si ha quando atti di carattere violento tra nazioni (non tra attentatori e una nazione) modificano il sistema internazionale di pace. Un tempo veniva dichiarata, oggi non si usa più. Questo non significa comunque che basti un singolo attentato o una strage in territorio estero per configurarla. Proprio il fatto che una situazione bellica preveda autorizzazioni e dichiarazioni tra i singoli organi politici di una nazione dimostra che la questione investe comunque i rapporti tra Stati. Un singolo attentato può scatenarla, come accadde nel 1914 per la prima guerra mondiale, ma in quel caso erano più nazioni ad entrare in un conflitto in cui si scontravano più alleanze. Nel caso attuale, abbiamo un'alleanza ancora in atto (la Nato, che raggruppa i principali paesi occidentali), ma non abbiamo uno schieramento contrapposto di nessun tipo. Un'alleanza da sola non può dire: 'Facciamo la guerra', poiché essa prevede comunque almeno la presenza di un singolo avversario. E qui non abbiamo neppure cognizione piena di quel che è avvenuto e di quali siano le forze che hanno determinato l'atto.

Allora come va giudicato il fatto che gli Stati Uniti si armino e che i paesi occidentali accorrano in soccorso, in base all'art.5 del trattato?

Va giudicato come un dato di fatto, innescato dall'esigenza (profondamente sentita) di una reazione da parte di una nazione (gli Stati Uniti) che per potenza e indole naturale ha sempre scelto l'uso di armi militari per risolvere i problemi del mondo. Disponendo di tale forza e di un apparato potente, gli Stati Uniti lo utilizzano - come sempre - con grande libertà e facilità, sostenuti in questo dalle nazioni occidentali. Invocare l'art.5 è il solito imbroglio verbale dei politici, poiché quell'articolo parla di aggressioni esterne portate a uno Stato da un nemico. In questo caso il nemico non esiste perché ha accettato di morire nell'attentato. Dunque, nessun argomento può giustificare il ricorso al trattato della Nato, e tutte le obiezioni in senso contrario costituiscono atti criminali non meno gravi di quelli che hanno portato l'attacco ai palazzi americani.

In base ad obiettivi di giustizia, non si dovrebbe approntare una reazione?

Tutti gli ordinamenti giuridici del mondo prevedono sempre una reazione contro atti criminali. Questa reazione si chiama 'sanzione'. Un reato, un furto, un atto di corruzione, un omicidio, ricevono da parte di tutti i tribunali una reazione fatta di reclusione o di conseguenze pecuniarie o di conseguenze sui diritti del soggetto incriminato (ad esempio, divieto di ricoprire cariche pubbliche), compresa la perdita della propria vita in alcuni Stati. Ma deve sempre essere identificato l'autore del singolo reato. Le polizie di tutto il mondo possono in questo caso indagare e poi punire (attraverso i tribunali esistenti) soggetti singoli o anche governi che abbiano collaborato alla esecuzione degli attentati ai palazzi americani. Questi sono gli unici soggetti ancora assoggettabili a pena. Qualsiasi altro tipo di ricorso alla forza, non sostenuto da prove o da certezza in merito al coinvolgimento, deve ritenersi criminale quanto quegli attentati. La giustizia si ottiene con i codici e in base alle leggi, non con l'uso delle armi.

Se il singolo parente di una delle vittime invocasse un diritto al risarcimento morale?

Sarebbe comprensibile soltanto dal punto di vista degli affetti. Se un rapinatore entra in casa, in mia assenza, e uccide tutti i componenti della mia famiglia, è naturale che la mia esistenza sia sconvolta e che riceva attestati di solidarietà. Ma la cosa si ferma qui. Se, per reazione, andassi poi a uccidere io quel rapinatore diventerei io un criminale.

Ma se si parla di un ordine morale come si può permettere che fatti come questo restino - nel caso - impuniti?

Proprio l'ordine morale richiede che questi fatti restino tali, finché non si ha un nemico accertato. Non è molto intelligente l'osservazione di chi ha detto: 'Sarebbe potuto succedere a chiunque, al Giappone, alla Germania, alla Francia'. Qui siamo nel mondo delle favole e dei videogame. La realtà dice che a ricevere la ferita sono gli Stati Uniti e non la Scozia o la Polonia. Significa che qualcuno ha voluto infliggere una ferita a quel soggetto. Allo stesso modo se vengono tagliati i pneumatici dell'auto del sig.Smith, significa che un uomo ha voluto colpire IL SIGNOR SMITH. Non avrebbe senso dire: 'Ma poteva succedere a qualsiasi auto, di qualsiasi residente del quartiere'. Proprio l'ordine morale implica l'accettazione non solo di un evento ma delle conseguenze sulle persone. E quest'ordine implica che ogni evento porti con sé proprio una morale, ciò che volgarmente si chiama 'lezione'. Anche l'uomo più colpito della terra deve imparare a riflettere sulle lezioni ricevute. Questo rientra:

a) in una concezione moderna delle relazioni, senza la quale saremmo ancora all'occhio per occhio dente per dente

b) in una 'intelligenza dell'evento', secondo la quale l'evento voluto sarebbe potuto anche mancare per una serie concomitante di motivi (quante volte diciamo: 'Se avesse ritardato di dieci minuti, sarebbe stata una strage'). In questo caso tutto ha congiurato per portare a compimento la singola intenzione criminosa. Il frammento spazio-temporale della mattina americana dell'11 settembre ha determinato un atto di grande inimicizia verso alcune istituzioni del popolo americano. Questo risulta.

Perché 6.000 vittime equivalgono a una?

Perché non siamo in presenza di un mercato dei calciatori in cui Tizio vale 30 e Sempronio 80 miliardi. Una vita umana non ha un quantum, non è qualcosa che si possa quantificare. Ogni volta che parliamo di diritti umani, siamo pari. Lo stupido ritorna ad avere gli stessi diritti del più intelligente, il più ricco torna ad essere equiparato al più povero. Così, se crolla un palazzo con 6.000 persone dentro non è che il dolore si moltiplichi per 6.000. Ciò che si sente è come un'onda, una corrente. Un singolo che muore in un atto di eroismo può far piangere un intero popolo (si veda il caso di Ian Palach per i Cecoslovacchi e di Nagy per gli Ungheresi) molto più che un grattacielo in polvere. Esiste tra l'altro un ricatto del dolore collettivo, che è una delle cose più ignobili che esistano al mondo. Lo sperimentai un giorno io stesso, in ufficio. Una strategia potente quanto disumana è quella di distrarre l'opinione pubblica con un grave fatto di sangue che causa molte vittime. Si ottengono molti risultati tutti in una volta: tutti i giornali del mondo parlano di quella nazione ed esprimono solidarietà, la banca centrale interviene per la ripresa dell'economia, lo Stato interviene con massicce sovvenzioni alle imprese e agli enti, la pressione su eventuali scandali e atti di corruzione si stempera ecc. Non sto dicendo - sia ben chiaro - che l'attentato recente presenti questo rischio e non ci ho neppure pensato. Dico semplicemente che dobbiamo sempre guardarci anche da questo pericolo, che è concreto e minaccia ogni volta la comunità. I media oggi sono fragilissimi, perché naturalmente badano allo spettacolo e distinguono poco. Se una bomba fa saltare un locale pubblico di Gerusalemme sono garantite due cose: il titolone in prima del giorno dopo e la pubblicità all'evento che diventa un favore fatto all'attentatore. Purtroppo i giornali non si accorgono che in questo modo sono diventati pedine e hanno visto svalutata la loro funzione. Il problema - l'ho detto più volte - sta alla base del fenomeno. Se in quella città salta per aria un locale, è una notizia. Ma se salta ogni due giorni, dopo due mesi non lo è più. E' proprio una questione di concetti. Non darla più, a un certo punto, costituirà un'arma molto più efficace di tutti i lutti internazionali e di tutte le indagini (inutili) della polizia.

La fedeltà al Patto Atlantico?

Se si dice che la Nato non può essere tradita, bisogna ponderare il rovescio della medaglia. Contro chi si dovrebbe intervenire. Oggi non esiste più né un blocco sovietico (perché loro hanno sciolto il Patto di Varsavia) né un gigante Cina (perché anzi il paese sta entrando nel commercio internazionale e non ha fatto neppure mancare la solidarietà agli Stati Uniti). Detto in una parola, manca il nemico. La Nato fu istituita proprio per difendere i paesi occidentali in una situazione molto diversa da quella attuale. Nel 1949 l'Europa dell'est era davvero un focolare di tensione, e il gigante sovietico - dopo la seconda guerra - faceva paura a tutti. Non esistendo più quelle condizioni è criminale mantenere in vita un'organizzazione militare talmente potente da girare a vuoto in un pianeta più o meno pacifico. E' come se utilizzassi una Ferrari di Formula uno in un paesino di 400 abitanti percorrendo ogni giorno cinque o sei vie lunghe 600 metri. Mantenere le Nato oggi è un atto di follia e di irresponsabilità di cui dovrebbero vergognarsi tutti i governi che ancora vi aderiscono. Se poi si dice che essa serve come garante della stabilità e della sicurezza è come arrampicarsi su un vetro con le parole. E' come dire che quella Ferrari è meglio che circoli nel paesino, perché qualcuno in difficoltà potrebbe aver bisogno di un mezzo veloce.

Cosa si può prevedere succederà nel breve termine?

Questo è facile a dirsi. Un'immensa dislocazione di uomini americani sull'area mediorientale, per terra, per aria e per mare, che durerà molti mesi. Durerà - ripetiamo - finché non saranno proprio i governi a imporre uno stop a questo tipo di operazione e avviare una politica di collaborazione internazionale contro il terrorismo. Una cosa concreta, non dichiarazioni-slogan come quelle di Bush o dei Talibani. Se questo non succederà, diciamo da subito che tutti i governi occidentali saranno responsabili di strage (nei confronti delle generazioni future) se permetteranno l'uso della forza da parte degli Americani su soggetti semplicemente sospetti o (ancor peggio) su intere nazioni come l'Iraq o l'Afghanistan completamente indifese rispetto a un'organizzazione così potente e libera di muoversi. L'attentato ai palazzi americani, in fondo, ha dato il terreno che Bush desiderava per far 'lavorare' nuovamente a pieno regime le truppe. Undici anni fa il motivo fu trovato in un singolo atto di bizzarra follia di Saddam Hussein (a cui pare abbiano collaborato gli stessi Americani, proprio per avere quel terreno). Ora sarà la ferocia di quest'attentato a fornire il propellente di indignazione per un intervento massiccio. Un tempo dicevano 'talis pater talis filius'. Dopo mesi di politica minima, il beneficiato della tombola in Florida ha trovato anche lui l'alibi per iniziare il suo gioco.
Questo sito può soltanto avvertire e ammonire. Nel frattempo sicuramente continueremo a leggere le sciocchezze che abbiamo visto nei giornali quotidiani del mondo occidentale. I giornali si animano quando succede qualcosa di grosso. Non gli è sembrato vero, quella sera dell'11 settembre.