
Una questione ormai decaduta
Sembra che parlare di Ebrei dia decoro intellettuale, come se la questione avesse una sua specificità etnica rispetto alle altre, come se in quella striscia di terra fosse compresa la quintessenza del genere umano. Se qualcuno osa ancora parlarvi di Olocausto o di anti-semitismo la vostra reazione dovrebbe essere costituita da uno sbadiglio più largo delle dimensioni del vostro viso.
Il massimo della noia viene raggiunto da quella parte di commenti esterni costituita da riferimenti storici o da capziose amicizie con intellettuali o rabbini che recuperano l'Olocausto o l'antisemitismo come spunti per una questione che non ha nulla a che vedere con i fatti di sessant'anni fa, poiché si tratta semplicemente di un'azione prolungata di polizia armata degli Israeliani.
Un ragionamento semplice porta ormai alla conclusione che questo conflitto non è risolvibile, stando così le cose. E se non è risolvibile, è quasi ovvio sottolineare ancora una volta che chi lo ha scatenato - la parte araba - non ha altra scelta che rinunciare ad esso, cioè non ha che da arrendersi alla sovranità israeliana su quella striscia di terra (senza più contrastarla con atti di guerra).Vediamo i motivi per cui, stando così le cose, non c'è una soluzione.
1) Interventi esterni.
Le Nazioni Unite, proprio con questo annoso conflitto, hanno manifestato al mondo la loro debolezza politica. Emettere risoluzioni che non arrivano a vincolare i governi nelle loro scelte equivale a dire ancora una volta che ciascuno si regola come gli pare, in casa propria. Ci sarebbe un problema. I crimini e i genocidi, per i quali come sappiamo il tribunale penale internazionale esiste ma agisce con notevole ritardo e con inefficacia processuale rispetto alla gravità dei reati commessi. Se le Nazioni Unite non sono efficaci con le loro risoluzioni appare inutile che queste vengano emesse.
2) La comprensione per entrambi.
Questo è un atteggiamento che, seppur giustificabile, non aiuta la risoluzione del conflitto. Dire che è giusto che Israele abbia un suo Stato e che al tempo stesso anche gli Arabi residenti in quello Stato ne abbiano uno loro è una ovvietà degna di una classe di seconda media. Se genitori e nonni di quella gente erano - in parte - stanziati in quella terra fino al 1948 è naturale che i figli la considerino un po' anche loro. Sta di fatto che nel 1948 Ebrei residenti altrove si ricompattarono dando vita a una Israele dei tempi moderni, e che questo nuovo Stato è stato riconosciuto dalla quasi totalità degli altri. E allora basta. Cosa vogliono ancora questi figli e nipoti di Arabi un tempo residenti? Se io nascessi in una terra in cui abitò mio nonno che poi è stata 'presa' da un'altra etnia non starei certo a combattere per decenni, senza una casa decente e senza strutture sociali. Andrei a lavorare in un altro paese. La mia dignità non arriverebbe mai a commettere un crimine solo perché la mia anima mi suggerisce che un'ingiustizia fu commessa in passato. Il passato muore, a un certo punto si archivia. La società contemporanea pullula di occasioni di lavoro, di centri per il volontariato, di attività remunerate in vario modo anche all'estero. Perché gli altri Paesi arabi, anzichè urlare invano contro Israele, non accolgono - almeno in parte - questi connazionali?
La comprensione per entrambi è una delle debolezze più radicate, ed è forse il 'segreto' malefico di coloro che sembra si avvantaggino dallo status quo. Una equidistanza, in questo caso, non è sostenibile, come non lo sarebbe un atteggiamento simile di un giudice davanti a due contendenti per una causa civile. Anche lo status di una città come Gerusalemme non si presta a molti negoziati, perché una città ha comunque da esser quella e non si può assoggettare un'unica comunità alla sovranità di un organismo internazionale per il controllo del territorio (sarebbe come sminuirlo, anche nella dignità). Il diritto internazionale esiste e ha da essere rispettato. Una volta constatato che le risoluzioni internazionali dell'Onu non sono servite e che al tempo stesso non è neppure possibile mandare contingenti militari poiché c'è uno Stato (Israele) che si sta semplicemente difendendo dalla criminalità di un'altra etnia, non ci sono altre possibilità. Dire che entrambi i contendenti hanno i loro motivi è come osservare davanti a un omicidio che anche l'omicida - oltre alla vittima - aveva i suoi buoni motivi. Scegliendo questa linea, non si arriverà mai a una soluzione.
3) La ostinazione palestinese.
Qui premetto che impropriamente mi servo di un termine che in realtà non dovrei usare. Nessuno infatti dovrebbe usare la parola 'Palestina', che è soltanto l'antico territorio posseduto dall'Impero Romano e che per tanti secoli ha conservato questa denominazione soltanto in senso figurato. Parlare di Palestinesi - una volta rifondata Israele - è come parlare di Galli o di Savoiardi per alcune centinaia di migliaia di residenti nostalgici di lingua francese che fossero rimasti nella penisola italiana dopo la costituzione del Regno d'Italia (1861). Se Arabi intendono ancora risiedere in Israele sono Arabi e basta, non esiste più la Palestina (e parallelamente è utopistico parlare ancora di Organizzazione per la Liberazione della Palestina). Non dovremmo chiamarli Arabi palestinesi. Se davvero esistesse un loro Stato, questi avrebbero dovuto darsi un altro nome.
Se questi Arabi, nei 54 anni dalla rifondazione di Israele, avessero vinto almeno una guerra avrebbero potuto rivendicare qualcosa al tavolo delle trattative. Ma non ne hanno mai vinto una. In queste condizioni, insistere dichiarando addirittura una presunta liberazione in un territorio straniero è molto vicino alla conservazione di un privilegio accordato o a un'utopia letteraria. Certo, si potrebbe dire che questo è un caso particolare e che le diplomazie avrebbero dovuto fare sforzi per determinare una convivenza pacifica (visto che entrambe le parti tenevano a quel territorio). Il problema centrale nacque all'epoca della conquista israeliana di Cisgiordania e Gaza, nel 1967. La logica dell'annessione riuscì comunque a garantire per una decina d'anni da parte israeliana il libero movimento di pendolari e cittadini arabi. La situazione si inasprì a fine anni '70, con la vittoria elettorale del Likud, che per tutti gli anni '80 tenne rigidamente una politica di separazione 'senza garanzie' (simile a quella degli ultimi due anni, col ritorno del falco Sharon), che avrebbe determinato l'intifada del 1988-89. I primi anni '90 videro un relativo successo della linea pacifista, con il famoso accordo del settembre 1993 e innumerevoli altri accordi tra le parti prima sotto il governo Netaniahu e poi con Barak. Ma dalla parte araba non si capì mai che un uomo non può essere 'rifugiato' a vita. A un certo punto, se l'altro non si avvicina a te, sta a te saperti allontanare da lui. Se hai la possibilità, con la forza, di far valere le tue ragioni buon per te. Se cerchi di farle valere con la forza (anche di alleati) e non hai successo sappi trarne le conseguenze.
4) Uno Stato per chi non lo ha.
Questo è un argomento più complesso e delicato, ma serve anch'esso a ritardare una risoluzione che per coloro che si considerano rifugiati equivarrebbe a una sconfitta. Da quella parte esiste uno Stato soltanto virtuale. Avere degli organi 'teorici' di polizia non significa nulla se non esistono dei tribunali che facciano giustizia sulla base di un codice eguale per tutti (e sappiamo che per loro non lo è). Entrare in quella 'polizia' per i Palestinesi era soprattutto un modo per illudersi di avere un'occupazione. Inoltre, avere un'Autorità di governo nazionale non significa nulla se questa Autorità non possiede organi che decidano e che intrattengono relazioni politiche (non soltanto amichevoli) con gli altri Stati. Tutti i governanti al mondo, negli ultimi 20 anni, si sono più o meno dichiarati 'amici' di Yasser Arafat. Ma questo non vuol dire intrattenere relazioni diplomatiche con un altro Stato. La sua organizzazione, per esplicita previsione negli accordi successivi alla prima intifada, ha potuto stabilire soltanto accordi economici. Infiniti piani poi sono stati disegnati per gli esatti confini di questo Stato, per la sua smilitarizzazione, per la distribuzione delle fonti idriche, per la pacifica convivenza con alcune colonie ebraiche. Nulla di concreto è mai venuto fuori, per un motivo essenziale e predominante sugli altri: non è possibile costituire uno Stato senza una linea continua di confine come perimetro (e questa linea che 'chiuda' uno Stato palestinese non è mai stata tracciata nella geografia ufficiale del paese). Se in Italia avessimo dei rifugiati stanziati un po' in Abruzzo, un po' in Liguria un po' in Toscana, tra l'altro inframezzati da colonie 'italiane' sarebbe difficile allo stesso modo considerarli una comunità statale convivente con quella dei nostri cittadini, perché non si saprebbe dove inizia e dove finisce geograficamente quella presunta entità.
5) La ostinazione israeliana.
La ostinazione di chi quello Stato ha non è meno forte e irritante di coloro che non lo hanno. Israele ha mantenuto per almeno tre decenni una facciata di 'falsa diplomazia', atta ad auto-attribuirsi una patente nel cosiddetto 'processo di pace' senza in realtà volere mai questa pace. Ha tenuto infatti il controllo sulla Cisgiordania per almeno il 65% del territorio e perfino nella striscia di Gaza ha deciso stanziamenti e costruzione di strade (che non avrebbe avuto il diritto di fare). Da quella parte si prometteva ogni volta il ritiro graduale o la riduzione dell'occupazione militare, ma poi non la si faceva anche per un'evidente 'mancanza di forza di volontà' (gli Israeliani somigliavano a quelli che dicono. 'Ah, stavolta smetto eh... mi masturberò sempre meno nei prossimi mesi...' coi risultati che si possono facilmente immaginare). Israele ha sbagliato poi sia nel non accettare almeno una parte di 'rientri' dei parenti degli esiliati del 1948 (sarebbe bastato un piano razionale, con una legge del Parlamento) sia nella politica dei 'permessi' a pochi, che ha causato disuguaglianze, senso di emarginazione e stress tra le famiglie arabe. Queste, a un certo punto, hanno ceduto alla disperazione e hanno così appoggiato con una certa 'soddisfazione' interiore la politica dei kamikaze per strada e nei mercati, che come si sa è quella più sicura per chi non vuole strascichi 'alla luce del sole' (come si è visto negli attacchi dell'11 settembre 2001). Le famiglie qui hanno pagato duramente la mancanza di una vera coesione culturale e di una dirigenza forte (ripetiamo, Arafat non sa probabilmente neppure lui a cosa serve la sua presenza). Questo avrebbe dovuto essere compreso dagli Israeliani, che invece hanno insistito nella loro azione come se dall'altra parte ci fosse un contendente ad armi pari. La scarsa intelligenza del partito conservatore ha aggravato la situazione, anziché addolcirla (altro che 'peace process'!).
Chi scrive ha girato Israele in lungo e in largo, ha parlato anche con Arabi ivi residenti. Grande è stata la mia irritazione nel trovarmi l'esercito israeliano in qualsiasi punto di Israele, che entrassi in un locale pubblico, in un bus o in un'azienda di trasporti. Vivere con questa paranoia è stata certamente la grave colpa dei governi, che non esaminando mai le possibilità di una concreta convivenza culturale, non hanno fatto che dispiegare forze militari in qualsiasi punto della striscia israeliana. Ho visto ragazze 19enni impegnate in attività militari come se queste fossero la loro unica ragione di vita. Questo è terribile, perché crea una forma mentis quasi 'deviata' e poco rispettosa di etnie e culture straniere. Vedere soltanto il male dall'altra parte è stato il punto di arrivo di un paio di generazioni di uomini israeliani (quelli nati tra il 1930 e il 1960) che hanno aggravato lo stato di tensione. L'attuale leader crede, ad esempio, di perseguire una condotta di successo solo perché fa affidamento sulla perseveranza e sull'eventuale resa di gente allo stremo delle forze, e non vedo come questo possa rientrare in una strategia del dialogo. Sharon ha sulla coscienza la irresponsabilità del suo famoso gesto del 2000, la 'traversata della spianata delle Moschee'. Fu lì che lo stato di tensione riprese vigore e gli animi si esacerbarono. Il più noto giornalista italiano ebbe ad esprimere una delle sue famose sentenze, 'che stavolta l'avvento al potere di un uomo violento avrebbe risolto la questione'. Detta un anno e mezzo fa mi sembrò una boutade, e forse tale era. Certo è che se la risolvesse sarebbe soltanto con un aggravio di vite umane e di perdita di tempo da parte di tutti.
Proprio perché parlo con cognizione di causa mi rifiuto di unirmi al coro di commenti equidistanti. Se ci sono colpe queste sono da ripartirsi, ma una posizione deve pure essere assunta oggi, se non si vuole che questo assurdo 'status quo' si protragga per altre tre o quattro generazioni, con una moltiplicazione infinita di odio. Oggi non esistono più siti consacrati, questa la impressione molto netta che ho ricavato dal mio viaggio in Israele. Nazareth è un paesino triste a cui sono rimaste soltanto cartoline, botteghe e mercatini. Betlemme - a cui mi fu impedito di accedere - è semi-distrutta ed è un cumulo di detriti. Gerusalemme ha la città vecchia ancora intatta nelle sue suggestioni e nei suoi profumi, ma anche qui tutte le testimonianze di parte monoteistica (moschee-basiliche cristiane) hanno perso valore. E tutto del resto si è svolto in corrispondenza con il 'colpo di scure' che Memoriale ha assestato su queste tre 'ex-religioni'. Chi ha sensibilità si è accorto da tempo che questo è un territorio ormai decaduto. Il mondo contemporaneo lo ha declassato. Un conflitto ha senso se ha una conclusione e dei patti scritti che vengono osservati. Se perdura all'infinito perde anch'esso di valore.
Detto questo (a ristabilire la verità in un campo dominato dalle bugie di tutti per mezzo secolo), il problema si chiude, poiché non chiuderlo equivarrebbe a restare nella situazione odierna per sempre e a perpetuare dunque un dramma che si è trasformato col tempo in una amara barzelletta. O questi Arabi convivono con gli Israeliani, con quel poco che hanno, oppure vanno a vivere da un'altra parte.
Pagina pubblicata nel mese di aprile 2002