
Intervista
del 6 settembre 2004
(con
modifiche fino all'11 settembre - l'autore ha corretto alcuni passaggi e ne ha eliminato di superflui in data 5 febbraio 2005)
Che momento è?
Un momento di
grande confusione politica. L'abbondanza di mezzi di comunicazione,
di contatti anche con paesi esteri, di armi, di programmi, di
chiacchiere, ha prodotto un bombardamento che ha avuto i suoi
risvolti negativi in una prova di forza più che altro
fomentata dagli stessi politici che dicono di combattere il
terrorismo. Molti non si rendono conto di una verità tanto
scomoda quanto semplice. Quegli atti vengono fatti in direzione di
qualcuno. Di questo non ne parla mai nessuno. Voglio dire: a Lucio
Falchi di Milano, alla Finlandia, a Nicole Kidman, al Municipio di
Bruxelles non fanno attentati e non sequestrano persone o parenti. Se
gli atti li compiono nei confronti di qualcuno o di qualcosa, questo
qualcuno o qualcosa dovrebbe trarre le conseguenze e capire dove ha
sbagliato. Altrimenti non ricaviamo nulla dal limitarsi a condannare
gente con armi.
MEMORIALE PER DUMMIES
Le libere opinioni sono
la 'bandiera' dei dummies. Basta ascoltare alla radio i programmi con
interventi in diretta degli ascoltatori e si sentono le cose
più astruse e campate per aria (in questo caso, si va dalla
posizione estrema di chi è ciecamente a favore dell'intervento
a quella opposta di chi parla di resistenza legittima da parte di
locali). La gente dovrebbe capire che ogni cosa, ogni argomento
rientrano in una specifica materia che ha delle regole e delle norme.
Queste stanno al di sopra di tutto. Prima di parlare, bisognerebbe
conoscerle. Intervenire per esporre la propria idea dicendo quello
che è giusto o ingiusto è cosa che non ha senso, quando
c'è qualcosa che ci sovrasta. L'osservazione vale anche per i
giornali e i giornalisti, che affrontano argomenti spaziando
liberamente su un campo che loro considerano 'aperto' e che invece
è sempre 'chiuso'. Ogni argomento che esista è 'chiuso'
in un codice, in uno statuto, in una serie di regole, in una serie di
prescrizioni che garantiscono a tutti la libertà proprio
perché delimitano quella altrui. Noi vediamo invece che, anche
quando si conoscano, l'uso di queste regole è al massimo
strumentale. Tu vedi giornalisti, anche di nome e con studi alle
spalle, utilizzare un solo lato della questione per portare acqua al
loro mulino (che è quello degli interessi editoriali). Dire
che non c'è resistenza irachena legittimabile è giusto,
poiché se anche ti avessero fatto un'ingiustizia tu non hai il
diritto di reagire con un'altra commettendo dei reati. Ma se non si
dice che tutta la questione parte da un'illegalità americana
si fa un discorso vuoto. Qui colpisce che molti giornalisti abbiano
ancora l'immagine del 1943, quella di Americani che salvano la
civiltà europea con uno sbarco armato in terra straniera.
Allora c'era una guerra. Nel 2003 l'attacco lo hanno fatto loro.
Stupisce che adulti non riescano a vedere immagini a fuoco per una
questione molto molto semplice.
MEMORIALE PER DUMMIES -
Un'opinione
si può dare nei casi 'aperti' della vita, in cui non si ha
una legge o una regola che ci sovrasta. Se nostra moglie ci chiede se
sia bene che il bambino resti ancora alzato alle 22 per vedere la Tv,
noi diremo di sì o di no a seconda di quello che pensiamo
poiché si tratta di un caso 'aperto' a soluzioni soggettive.
Se un vigile ci fa una multa non possiamo dire - con una nostra
opinione - che è ingiusto, poiché quel vigile non fa
altro che applicare una norma. Dove esiste una disciplina che regola
un rapporto, non ha importanza il fatto che noi la pensiamo in un
modo o nell'altro.
Se un'autorità sportiva ha emesso una sentenza
che iscrive la nostra squadra di calcio alla terza serie, è
inutile fare blocchi nelle stazioni o per le strade. Questo è
un altro lato della questione che, seppure per dummies, mi preme
toccare. Noi abbiamo il diritto di scioperare quando il datore di
lavoro o l'azienda o il governo hanno imposto condizioni gravose o
non hanno accettato di negoziare con noi un aumento di stipendio o
non sono stati ai patti della contrattazione (e simili). Ma
'scioperare' significa 'non presentarsi al lavoro a scopo protesta',
non significa impedire ad altri cittadini di viaggiare in treno o in
automobile. Mi riferisco agli ultimi due anni. Se l'Alitalia annuncia
tagli al personale, è un problema del personale aereo (che
farà le sue rivendicazioni) ma non può diventare un
problema di altri cittadini. Lo stesso con i produttori del latte, o
con la questione dello smaltimento dei rifiuti.
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Un codice è un sistema 'chiuso', poiché contenendo norme che regolano i rapporti e proibiscono alcuni comportamenti esaurisce un intero campo di relazioni (esempio, codice della strada con circolazione veicoli). L'unica parziale eccezione alla 'chiusura' sta nella possibilità di 'interpretazione' della norma quando questa consenta un diverso modo di interpretarla. Fuori da questa, non hanno alcun rilievo - in presenza di un codice - le proprie opinioni o quel che si pensa. Se non si è d'accordo, l'unico modo è cambiare il codice stesso. Finché questo è in vigore, è d'obbligo conoscerlo - se si vuole parlare di quelle relazioni - e stare sotto il contenuto delle norme stesse. |
Michael Glennon
sostiene cose diverse.
Ecco, Glennon -
che è docente alla Fletcher School of Law and Diplomacy - ha
sostenuto di recente due tesi, riprese poi in breve da Noam Chomsky
(vedi rivista Micromega).
1) Quel che si
chiama 'diritto internazionale' è attualmente 'aria calda' e
dovrebbe essere abbandonato, perché la prassi degli Stati non
si conforma più ad esso.
Tesi
insostenibile. Anzitutto, se gli organi politici degli Stati - per
ignoranza delle norme medesime o per interessi che prevalgono - non
applicano le norme, questo non significa che esse non siano in
vigore. La prassi è una fonte normativa che si aggiunge
alle altre, ma non può arrivare al punto da sovrapporsi a
una fonte primaria come un trattato internazionale sostituendosi ad
esso. In tal caso, non si avrebbe più il concetto di
'violazione'. Se i governi vìolano più volte un
trattato, quest'ultimo diventa in pratica inoperante ma non
'disapplicabile'. La conseguenza è che qualsiasi governo
intenda applicarlo può pretendere dagli altri che lo applichino.
FAQ. Come?
'Pretendere' qui
non è una 'eseguire una coazione', poiché i governi non
sono 'magistratura'. Essi adotteranno misure tipiche della loro
competenza esercitando 'diplomazia dissuasiva' in tal senso. Atti
come 'ridurre relazioni', 'fare pressioni'. Basta guardare a Chirac,
che si tenne fermo nella sua posizione a costo di attirare
opposizioni (soprattutto inglesi, a parte gli Usa). Poi lo stesso
presidente francese si incontrò (ugualmente) con Bush,
perché è giusto incontrarsi sempre, anche con un
temporaneo nemico di pensiero o di diplomazia. Ma anche dopo (come
nel caso della Nato) non mancò di tener fermi quei principi.
Tutti gli altri (Australia, Spagna, Italia, Cina, Giappone e anche
Canada) furono una nullità assoluta. La nullità dei
soggetti agenti nel triennio 2001-2004 stava proprio nel fatto di
esercitare 'diplomazia internazionale' facendo a meno
dell'applicazione di norme dei trattati. Lei è fuori legge,
signor Glennon.
2) Un difetto
del diritto internazionale e della Carta dell'Onu è che questi
limitano la capacità degli Stati Uniti di ricorrere alla forza.
Questo è
vero, ma è un semplice dato di fatto che non si può
modificare (salvo cambiare il diritto internazionale e la Carta
stessa). Molti dimenticano sempre che gli Stati Uniti non sono altro
che uno dei 190 Stati. Anche gli Stati Uniti sono sottoposti a norme,
che ne vincolano l'azione politica in un diritto che è
'diritto dei trattati'. Se un giorno gli altri membri firmeranno una
legge in cui si dice: "Affidiamo il diritto e la
possibilità d'intervento alle forze armate degli Stati Uniti,
ogni qual volta un nemico ci attacchi o ci minacci" allora
l'esercito americano avrà il diritto di fare quello che ha
fatto recentemente. Finché un tale trattato multilaterale non
esiste, noi dobbiamo stare a quanto stabilisce la Carta Onu (che fa
degli Stati Uniti una nazione politicamente uguale alle altre,
seppure dandole un ruolo potente nel Consiglio di Sicurezza).
Finché un tale trattato multilaterale non esiste, ciascuno
Stato che voglia mettersi al fianco degli Stati Uniti stabilirà
al massimo un'alleanza informale, ma neppure questa
potrà violare le norme in vigore.
I discorsi di
quelli che rimettono sul piatto l'inconsistenza, a quel punto, di un'alternativa?
Fantapolitica. Il
problema non esiste, perché dall'altra parte di chi commette
un atto illegale non c'è un'alternativa. Egli non doveva
commetterlo e basta. Tutta questa vicenda fu disegnata 'in maniera
autistica' dallo stesso Bush, il quale a partire da ottobre 2001
parlò di 'asse del male' e diresse le sue attenzioni verso
alcuni paesi. Ma, anche qui, l'osservazione che i governi non possono
fare giustizia nei confronti di altri governi è talmente ovvia
da rientrare nel settore dei dummies. Se io prendo tutta la stampa e
i commenti su queste vicende degli ultimi tre anni (tanti ne sono
passati da quel settembre 2001) ottengo ancora una volta un immenso
recipiente di sciocchezze, milioni di tonnellate di carta inutile.
Inevitabile?
Direi di sì.
Se un capo-redattore ha da fare - come oggi, 11 settembre - un
servizio per la ricorrenza di un evento, telefona come sempre
a uno scrittore o a un docente chiedendogli un pezzo. Quello, come sempre,
glielo dà. E così si comincia a leggere: "Mentre
gli Usa ricordano... l'11 settembre è l'inizio di un periodo
di regressione ecc.ecc.". Nessuno ha il fegato di dire di no.
Però a che serve 'ricordare' un crimine? Se poi volessero
avere una funzione di 'rottura', potrebbero scriverne il seguito
dando al giornale il primo 'Memoriale per dummies' di questa pagina.
Che funzione avrebbe?
In questo caso,
darebbe a tutti un messaggio: "Guardate come è stato
semplice far fare guerra a chi voleva un motivo".
In quest'ottica si può ad esempio qualificare come 'spreco dell'etere' un programma come 'Radio anch'io' (8 settembre, secondo giorno modifica, Rai1 ore 9). Si invitano a parlare due giornalisti (in questo caso, Maurizio e Gad) su cose scontate che non fanno un 'programma da ascoltare' (confronta in questo senso, esigenza riduzione quantità trasmissioni radiofoniche). Chi è per un sequestro di persone? Chi non sarebbe per la 'ricerca di soluzioni atte a salvare la vita di due persone'? Durante quell'ora di trasmissione, si finisce per dire cose che sono 'ripetizione' di altre già dette centinaia di migliaia di volte e che per il 90% sono mere enunciazioni di principio. Davanti si ha una semplice realtà fatta di un sequestro, che è reato in tutti i paesi del mondo e sotto qualsiasi ideologia. Il 'cosa fare' non cambia a seconda del singolo caso. Tutti questi casi hanno in comune la caratteristica del ricatto, cosiddetta estorsione, attuato a mezzo della minaccia (Se rivuoi indietro le persone vive devi fare questa cosa o pagarmi questa somma). Da sempre, succede che gli Stati (ma non le famiglie) dicano: "Noi non trattiamo", ed è giusto che sia così. Il problema sorge soltanto perché in realtà poi lo fanno (le famiglie, supportate dagli organi politici che permettono di farlo, o gli stessi organi politici). Tutto qui. Tre righe sono bastate per definire l'intera questione. Se nella storia nessuno avesse mai trattato sulle condizioni poste dai ricattatori mai ci sarebbe stata (dopo i primi tentativi) questa forma di crimine, poiché i ricattatori non avrebbero ottenuto alcun risultato e avrebbero desistito dal farlo. Il fatto, viceversa, che gli Stati si adoperino per arrivare a una soluzione (mediante canali riservati e segreti) permette che il reato si continui a commettere, poiché dall'altra parte sanno che spesso qualcosa riescono a ottenere.
Allora ha
ragione il presidente russo a dire che non tratta con quella gente,
nella maniera assoluta?
Anche qui si fa
una confusione babelica. Il caso di Beslan è leggermente
diverso dal sequestro di due persone. Dire quello che dice Putin
è giusto nei confronti delle persone, ma non nei confronti
del fatto. Guardate più avanti, dove parlo del
'pilotaggio'. In quel passo parlo di 'trattare un sequestro
collettivo', non con i sequestratori. Sono due concetti diversi. Non
trattare coi sequestratori è giusto. Non saper trattare - da
parte delle forze dell'ordine - un sequestro di centinaia di persone
è dilettantismo.
MEMORIALE PER DUMMIES
Quando delle persone stanno commettendo un
reato, polizia e forze dell'ordine hanno il compito di sventare il
reato e se possibile di arrestarle. Nel fare questo, devono valutare
le circostanze. Queste ultime possono essere pericolose per un grande
numero di persone, la cui incolumità viene prima di tutto il
resto. Il bene primario, in quel caso, è la loro vita e non la
prevenzione immediata del reato. Se così non fosse, allora si
potrebbe sparare a vista in qualsiasi circostanza (uccidendo persone
di passaggio nei pressi di una rapina o di un furto) e coinvolgere
chiunque senza badare agli interessi della collettività. In un
caso come quello di un sequestro collettivo non si può
immediatamente intervenire con azioni di forza poiché in
questo caso si provoca un danno alla collettività molto
più grande di quello che si prevede (possa accadere) se non si
intervenisse.
Perché i
politici si schierano sempre con il soggetto minacciato,
anziché fare quest'altra analisi?
Perché oggi
la politica è solo una rete di interessi, in cui il primo
ministro italiano difende il primo ministro russo anche quando questi
sbaglia (e il primo lo sa). Quando c'era politica vera, non capitava
mai che ci si dichiarasse amici.
Perché
Chirac ha giganteggiato in questo triennio?
Questo è un
paradosso, più che una verità. Del presidente francese
conoscevamo già i pregi (una solidità interiore, un
senso dell'equilibrio, una certa intelligenza anche se
opportunistica) e i limiti (scarso senso della missione, eccessiva
ambizione personale, scarsa visione dell'economia). In questo
triennio, sono bastati i pregi per metterlo in grande luce. Segno che
accanto (nel mondo) non aveva proprio nessuno. Quando nel 2001 si
fece il G8, a Genova, sembrava un professore incaricato di far
passare il tempo a degli allievi. Ma basta anche l'ultimo incontro
con Bush, in cui ha dovuto frenare la richiesta di coinvolgere la
Nato (?) nell'occupazione dell'Iraq. In precedenza, aveva saputo
resistere molto bene (e molto meglio di Schroeder) all'azione della
Casa Bianca, palesemente al di fuori del diritto internazionale. Fu
lui a dire la frase più bella. Non può valere la
legge del più forte. Poi, nel settembre 2003, fece il
discorso più bello di tutti davanti all'assemblea delle
Nazioni Unite. Ripeto, constatare che il presidente francese ha
primeggiato significa soprattutto mettere in rilievo la nullità
di tutti gli altri.
Per raggiungere
questi risultati non è necessaria ancora e sempre la diplomazia?
Certo, ma non
quella inutile. Ieri (scritto l'11 settembre, N.d.R.) il presidente
della Repubblica ha ricevuto una folta delegazione di Musulmani
residenti in Italia, tra cui erano presenti anche autorità
(tra loro) riconosciute. Ma lo ha fatto - pare - per dare un segnale
in merito al più recente sequestro (cosiddetto 'delle due
Simone'). Anche questo è cosa priva di senso e di senno. Per
tornare al paragone, è come se dopo un grave crimine i cui
autori si dichiarano 'interisti' il capo della Polizia ricevesse il
presidente dell'Inter. Cose da scuola materna. Anche perché
chi compie quei sequestri non guarda certo ai ricevimenti dei
politici italiani. L'errore è sempre quello di mettere sullo
stesso piano cose molto diverse tra loro. Un errore che compì
lo stesso Bush tre anni fa, quando si precipitò a visitare un
centro islamico di New York. In quella occasione disse: "Sono
venuto qui per testimoniare che non ho niente contro la vostra religione".
Ci mancherebbe. Questo tipo di strategia politica vuol dire scavarsi
la fossa da soli e rendere protagonista un fantasma (il presunto
confronto tra diverse civiltà). Quell'episodio dimostra che fu
lo stesso presidente americano a costruire le premesse di tutto
quello che successe dopo. Una condotta politicamente sbagliata, fin
dall'inizio. Da qui tutto il bombardamento successivo.
E' vero che in
tutto il pianeta ci sono, come molti dicono, guerre dimenticate?
Le guerre di cui si parla meno sono quelle
dell'Africa, di alcune parti dell'Asia. Solo che ci si può
fare poco. L'unico modo (o l'unica sede) in cui ci sentiamo solidali
è la pagina di un giornale. In quella, se si usa questa
espressione, qualsiasi lettore può provare un senso di
angoscia e di impotenza. Ma sono sensazioni che dipendono dal fatto
che sul pianeta non esiste un sismografo che ne registri l'inizio e
le stronchi immediatamente, come quando prendiamo una pastiglia per
prevenire un malanno incombente. Parlare di 'guerre dimenticate'
è come dire qualcosa sul signor Rossi di Viale Zara che
colpisce moglie e figlie tutti i giorni. Essendo quella famiglia un
nucleo autonomo, e poco penetrabile dai vicini, dobbiamo dire in una
certa misura che 'sono affari loro'. Se possiamo fare qualcosa,
meglio per tutti. Se non possiamo, inutile piangere.
In arte?
Siamo sotto
l'effetto di un bombardamento continuo. Il 2003 e il 2004 hanno fatto
una scorpacciata di rappresentazioni pubbliche, e l'effetto -
anziché scemare - aumenta. Tu non fai a tempo a girarti da una
parte che dall'altra hanno già organizzato la manifestazione
seguente. I giornalisti non fanno altro che auto-premiarsi. Ci sono
assessori che non fanno che fare premi letterari tutto l'anno. E' una
girandola continua, che contribuisce alla confusione e alle illusioni
di parecchia gente. Tutti, dico proprio tutta la società
dovrebbe capire che sono belle le pause, è bello il
silenzio... sono belli anche i momenti in cui non si organizza
qualcosa e si sta in pace con se stessi. Io amo le persone che hanno
doti e vivono una vita loro, senza questa fregola del pubblicare, del
fare incontri-seminario. Ce ne sono, a Como, a Vicenza, dappertutto.
Se appena si presta occhio alla stampa e a quello che succede (cosa
che non posso esimermi dal fare) si viene presi da questo bailamme in
cui c'è sempre un assessore di una giunta comunale o regionale
che pensa di fare una cosa bella istituendo un premio o un seminario
con dei nomi. E' di questo che non se ne può più.
Prendiamo il festival dell'Unità, attualmente in corso a
Genova. E' un'ubriacatura bella e buona, in cui si passa da un
padiglione all'altro per risentire cose dette e stradette. Non
sarebbe stato più bello per un anno saltare, risparmiando
magari tanti soldini? Con questa gente non si sa dove battere,
perché passano la vita come amministrando delle situazioni
(stanziare denaro, comunicare alla stampa, dare e concedere
interviste, ecc.). Il problema può essere ricondotto al solito
pensiero: se si ha cose da dire, va bene. Ma che siano nuove e che
valga la pena ascoltarle.
Beh, ma chi
scrive saggi ad esempio... non è ugualmente uno che ripete e
si ripete?
Dipende da quello
che dice. Ci sono alcuni handicap di base che rendono
anche la pubblicazione di saggi poco utile. L'unico caso che serve,
paradossalmente, è quello dei Bignami. Le sintesi vanno bene,
perché esauriscono un campo per chi ha bisogno di una
trattazione veloce e completa nelle linee generali. Solo che non si
può immaginare una libreria presa da 'Storia del calcio'
oppure 'Storia della radio'. Una sintesi si può fare quando si
ha già una lunga storia dietro alle spalle. Occorre, insomma,
che il genere umano faccia succedere qualcosa.
Fuori dalle
sintesi, verrebbe voglia di dire, il resto è ciarpame. O
è sociologia, presa e rimestata da tutti nelle sue varie
componenti (psico-X, bio-X, comportamentismo, sociologia di Y), o
è indagine su quel che il soggetto pesca dal passato. Un
passato che però non è il suo. Quando Massimo Polidoro
fa un'indagine su una manciata di casi (Jack lo Squartatore,
assassinio Kennedy ecc.) dice a tutti che non ha una sua esistenza,
altrimenti i casi interessanti li troverebbe in quel che ha vissuto.
Siccome (dice) non crede al 'paranormale', dall'esterno si ha solo
l'impressione che egli lavori su dati razionali (dati biografici
delle persone, deduzioni dalla lettura, ecc.). Ma questo è un
lavoro che possono fare tutti.
In musica?
Siamo sommersi da
tour. Qui però è diverso, capisco che i musicisti
debbano campare. Nel settore musicale ciascuno, compresi i
giornalisti, va ad amori (o casi) del momento e le notizie che danno
su di te dipendono da un circuito. Se cominciano uno o due anche
altri si accodano. Recensiscono, ne parlano... poi magari, tre anni
dopo dimenticano completamente che esisti. Ogni tanto ci sono anche
fenomeni di risorgenza dalla tomba. Mentre scrivo, le Sister
Sledge... pensate, le quattro sorelline di Philadelphia degli anni
'70, sparite da più di dieci anni, si esibiscono a Bordighera
e la Rai trasmette la diretta. Credo che neppure loro lo avrebbero
immaginato appena dieci anni fa.
Ho assistito al
concerto di Bacharach, una cosa molto bella. Pur essendo una
carrellata senza pretese, una specie di 'ripassata svelta', lo
spettacolo è stato godibile.
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Nella serata del 9 settembre, terzo giorno di modifica, collegamento in diretta da Bruxelles (Palais des Beaux Arts) per una miscellanea 'live' con 'Radiomusic' di John Cage e la rivisitazione con un diverso organico di due album dei Pink Floyd. Uno dei due era 'Atom Heart Mother', disco mitico registrato negli studi Emi di Apple Road nel 1970 e di cui vediamo a sinistra la copertina. Questo fu il primo disco a 33 giri della mia vita, acquistato nella primavera 1971. La suite orchestrale rimase immediatamente impressa nella testa di tutti. Il disco, con etichetta Harvest, aveva un suono molto potente ma piuttosto soffocato nei bassi. Quest'ultima caratteristica contribuiva all'impressione di un lavoro molto elaborato e creativo al mixer nell'equilibrio dei volumi e dei livelli sonori. Fu uno dei classici casi in cui l'opera viene amata dal pubblico ma non convince la critica. Soltanto in seguito, dopo l'eccezionale successo di vendite, i redattori dei vari settimanali e mensili iniziarono a riconoscere qualcosa all'album del gruppo inglese. |
Sei sempre
dell'idea che non si possa più parlare di jazz?
Più che
mai. Oggi c'è soltanto ricerca in senso alto, e fusion
in senso commerciale. Siccome con questi due termini non puoi
individuare una categoria, loro continuano a parlare di jazz. Che
facciano il trio con basso-sax-batteria oppure gruppi più
estesi, vedo solo tanti 'uomini che suonano'. Non vedo più
musica che cresce, non credo che ci siano prospettive dentro un
discorso di tradizione o di genere. Se noi valutiamo questa musica in
una linea continua, che parte dal Dixieland e arriva ad Anthony
Braxton, parliamo di un percorso che ai primi anni '70 si arresta
definitivamente. A quel punto, dopo il free jazz e con 'live'
continui in tutto il mondo, non c'era più materiale nel senso
che quello che sentivi lo avevi già ascoltato in precedenza.
Questi giorni ho recuperato numeri arretrati della rivista 'Musica
Jazz' degli anni '50 e '60. Proprio questo, che è un esercizio
istruttivo, mi ha fatto rendere conto di tante cose. Allora si era
nel pieno di un'onda non solo musicale ma anche culturale. Chi andava
a sentire gente come Coltrane o Shepp si poneva degli interrogativi.
C'erano laboratori in cui ogni passo avanti era una pagina in
più in quel percorso.
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In questo caso, si disse 'musica jazz' a partire dall'epoca immediatamente successiva alla prima guerra mondiale. Fu una bella sintesi, che andava a definire musica suonata da elementi di colore nella zona di New Orleans. C'erano anche danze, c'era il ragtime, c'era il dixieland. Poi, i generi si fecero strada e si allargarono. Si disse jazz, comunque, la musica di intrattenimento che si suonava in gruppi (orchestrine) e che non era né musica popolare né musica classica contemporanea (con spartiti e con altri organici). L'accento venne dunque a porsi sul fatto dell'improvvisazione. Finché il connotato era solo americano e i tempi erano quelli scanditi all'origine, l'identificazione era facile (e come abbiamo visto attraversò anche fasi di emarginazione e di condanna da parte di fonti ufficiali). Dagli anni '50 divenne sempre più difficile, sia perché quella musica si suonava molto in Europa e da bianchi (senza clandestinità) sia perché il ritmo l'aveva trasformata fino a farne una 'cosa particolare'. Già il 'free jazz' era un azzardo, permesso oltre i limiti della definizione originaria. Oltre quello non ci fu più nulla (che potesse esser definito con le parole già esistenti). Se un sassofonista o un clarinettista si ponevano a fare degli assoli era 'jazz'? Se sì, perché? Nessuno si pose più degli interrogativi, in un settore che avrebbe dovuto essere ridefinito. |
Allora anche il
jazz vive una sua stagione di sopravvivenza forzata?
I musicisti che lo
suonano negherebbero, e in fondo hanno ragione. Chi è dotato
continua a suonare, anche in un'eventuale orchestrina del Titanic
mondiale. E' come quando si dice che la letteratura è morta.
Chi ne vive fa spallucce e continua a pubblicare, anche perché
c'è qualche giovane che accorre e segue. Qui i giovani ci
sono. Siamo però in una fase in cui non c'è più
la spinta propulsiva, per comporre musica jazz. Se ci si limita a
suonare dal vivo, con jam-sessions e improvvisando, non si fa che
respirare la propria vita. Per chi lo fa, è tutto a posto. I
problemi vengono quando si comincia a parlarne o a scrivere manuali.
Nelle interviste, questi musicisti non parlano mai della musica o del
genere. Parlano più che altro delle loro esperienze in mezzo
ai gruppi. Ti dicono che nel 1987 sono andati a New York, che
lì hanno conosciuto quello e quell'altro, che poi nel 1992 a
Londra hanno incontrato quest'altro, e così via. Allora,
questi sono discorsi tipici di un'era di sopravvivenza.
Perché
la sopravvivenza non sta influenzando la quantità, che è
sempre abbondante?
Per tanti motivi.
Intanto, c'è un fatto industriale. Chi produce artisti non
smetterà mai di farlo. Quando proprio non ha cose nuove, fa
ristampe o antologie. Con Miles Davis sono andati perfino sui respiri
e sulle prove. Poi c'è un fatto di vita, come dicevo. Se uno
comincia a suonare poi non si ferma, perché la sua vita
è quella anche se non ci fosse grande ispirazione. Anche qui,
però, vorrei fare un apprezzamento a chi ha saputo staccare,
anche per periodi lunghi.
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Nella serata del 7 settembre, prima giornata di
modifica della pagina, in diretta da Bruxelles esecuzione molto bella
della sinfonia n.3 di Gustav Mahler da parte della Orchestra
Sinfonica della Radio Bavarese, diretta da Zubin Mehta. Diciamo
questo anche per confermare che l'autore non ha né pregiudizi
né idee fisse contro qualcuno. Quando una persona da noi
criticata fa qualcosa di bello, non abbiamo problemi a dirlo.
Naturalmente, in questi casi è difficile stabilire in quale
misura l'ottimo risultato di una serata di grazia dell'intero
organico di strumentisti sia dovuto al direttore. |
Perché
insistere sulla routine delle orchestre e dell'attività?
Perché
è anche questo effetto di un tempo sempre più lontano
da noi. Ma è lo stesso ragionamento del jazz, applicato ai
singoli esecutori. Se si nasce con un talento per il violino si
continuerà a comunque a suonare e ad insegnare. Quindi le mie
annotazioni sulla routine non colpiscono comunque le due categorie di
coloro che animano questo settore (esecutori e docenti). Colpiscono
in una certa misura il ruolo del direttore d'orchestra, che
all'inizio del secolo XXI° è certamente da
ridimensionare. Nei primi 50 anni del secolo scorso, i direttori
avevano avuto un alone abbastanza irreale e fantastico. Con l'avvento
prima del microsolco a 33 giri e poi della stereofonia si sono fatti
conoscere meglio e al di là di un fatto artistico (che
riguardava una soltanto una ventina di grandi nomi) e di uno
collezionistico (che è tuttora una cosa bella e prende molti
appassionati in tutto il mondo) sono apparsi molto meno mitici di
come furono fatti nei decenni precedenti.
Affrontiamo ora
la materia più difficile, quella della composizione.
Parto da una
recente frase di Ennio Morricone, che in occasione della morte di
Goffredo Petrassi ha ricordato come il maestro non aveva approvato in
cuor suo la direzione da lui presa (composizione di colonne sonore
per il cinema). Questa frase riassume tante cose. Per affrontarle non
basta parlarne, poiché da qualche decennio mancano
linee-guida. Finché il compositore era un talento di natura
che dopo le prime note strimpellate da ragazzo si metteva anche a
scriverle, avevamo l'artista e la sua opera (che era spazio-tempo
codificato in scrittura musicale). Se noi parliamo di Ciaicovski
parliamo del suo tempo, e di un intellettuale che trasferisce nelle
note la cultura dell'epoca. Nel Novecento, questa corrispondenza non
esiste più perché diventano compositori anche uomini
che non sono talenti musicali di natura (=devono anche studiare per
comporre). Il compositore diventa uomo 'colto', nel senso che la sua
composizione è il risultato non più del libero fluire
di accordi naturali ma di una fase precedente di studio (studi al Conservatorio). Proprio oggi, 10 settembre, Paolo Terni su Rai 3 ha
ricordato un anno (1954) in cui la notazione musicale è
già stata superata e al massimo ci si pone interrogativi, come
quelli di Sciostakovic per il LA bemolle magg. nel momento in cui
scrive 'Preludi e Fughe' per pianoforte.
Perché
è già stata superata?
Perché a
quel punto chi compone scrive direttamente delle note, cioè
non mette in partitura un'idea che gli è venuta prima ma
scrive cose mettendole insieme per la prima volta in quel momento.
Nel farlo ha un sistema senza limiti, cioè non è
vincolato dalle leggi interne e tematiche che definivano la scrittura
e la forma fino ai primi del secolo XX°. Da Schoenberg in poi si
era parlato (impropriamente) di dodecafonia. L'idea di un sistema
atonale restò fino a che i compositori della contemporanea
andarono addirittura al di là proponendo il 'caso', che viene
chiamato dai primi anni '60 del secolo XX° 'aleatorietà'
(musica aleatoria). Significa che la 'non programmazione' viene
lasciata arbitra di situazioni foniche da sviluppare al momento della
esecuzione. Lo stesso avviene, in contemporanea, col 'free jazz'. Si
parte magari da un tema e poi ci si allontana (vedi musica di
Coltrane, con il connotato del 'policentrismo'). Con Ornette Coleman,
che è il primo a parlare concretamente di 'jazz libero', si
usò rappresentare il fatto musicale dicendo che il musicista
'mentre suona compone'. Cosa interessante, se vista nell'ottica
dell'opera letteraria come descritta da me.
In tutti questi
casi, come anche nella riforma che propongo, ci si libera da un atto
'programmato' che è quella della consegna di un materiale
preconfezionato. Nella cosiddetta 'contemporanea' il discorso rimase
sospeso, poiché non esistendo più un rapporto diretto
natura-composizione, chi scrive delle note lo faceva instaurando una
sua ricerca. Vennero così le pièces dedicate (omaggi a
qualcuno, variazioni da un pezzo antico, rivisitazioni colte ecc.),
che sono il modo più concreto per dire agli altri: "Io
intendo presentare questa mia idea" (perché altrimenti
gli altri non lo avrebbero mai saputo). Morricone, come qualche
altro, uscì fuori dai canoni e dalle regole dell'ambiente per
adattare i suoni a un mondo diverso. Quello delle immagini
cinematografiche è un mondo che richiede paziente lavoro di
immaginazione e di 'cucitura' di tante parti. In questo caso accade
che il compositore scriva oggi qualcosa che riprenderà nel
2011 'cucendolo' con un frammento futuro. Questo esempio dice appunto
che anche lì eravamo alla fine di un lungo ciclo. Solo che
nessuno ebbe il coraggio (e forse la sapienza didattica) di
dichiararlo ufficialmente.
Ma se,
diversamente da Morricone, si fosse inteso restare 'entro' il settore
tradizionale che veniva definito 'musica contemporanea'?
Dagli anni '50 in
poi sarebbe stato un compito ingrato, poiché la ricerca da
sola non basta a fondare un canone dell'arte. Lo si è visto
nei tanti scrittori che ci hanno tentato e si sono arenati. Se noi
abbiamo del materiale organizzato mediante un sistema, lavorare nella
'ricerca' significa esplorare fuori da quel sistema e quindi viene
necessariamente una fase 'post'. Petrassi non approvava perché
lui aveva ancora lavorato entro la tradizione, cioè scrivendo
comunque dei pezzi che avevano una forma e dando loro un nome, mentre
Morricone lavora sì come compositore ma prende una strada che
si allontana in due sensi.
a) Il pezzo non
risulta più appartenente a un genere o a un settore. Lo si
dice 'colonna sonora', ma non si dice che musica sia. Il processo
compositivo qui assume il livello più alto di distacco dalla
materia, poiché le note non hanno più né una
origine (vedi modo in cui il compositore le prende e poi ritorna sui
vari frammenti) né una loro 'chiusura tematica'. Può
anche accadere che il compositore utilizzi un pezzo che era stato
assegnato al film X per il film Y.
b) Ci sono dei
temi, ma quando li si mette insieme orchestrandoli si scopre che non
fanno autonome composizioni (di qui, probabilmente, il rimpianto di
Petrassi e della generazione precedente). Lo stesso pezzo, che pure
era stato composto per il cinema, può essere ascoltato anche
fuori dal contesto visivo per il quale è stato creato
(Morricone che dirige un'orchestra nella esecuzione dei suoi stessi
pezzi) ma per chiamarlo si cita direttamente il titolo del film.
Abbiamo preso
questo compositore perché è l'unico che lavorandovi in
modo permanente si è identificato con quella musica. Ma era
anche lui uomo di conservatorio, che aveva iniziato con la musica
contemporanea. Potremmo dire che prendendo quella deviazione
servì i tempi (oltre che se stesso).
Allora non
possiamo più inquadrare la composizione nella tradizione di
forme e di struttura?
Per rispondere,
dobbiamo servirci ancora una volta della riforma da me proposta. Ma
questa volta abbiamo già un processo in corso, poiché
compositori che hanno fuso materiale autonomo con altre fonti sonore
'live' sono già su un territorio che non ha 'musica scritta e
da eseguire'. Pezzi in cui vi sono bande sonore (radio, libero girare
della manopola del 'tuning' radiofonico, voci d'ambiente) sono
composti al loro interno da pezzi intercambiabili con altri. Oggi non
abbiamo punti di riferimento costanti, e probabilmente viaggiamo
verso un'era che situerà dei brani nell'anno di uscita
assegnando loro caratteristiche non programmabili in precedenza
(confronta il senso delle chiavi proposte nelle Annate).
MEMORIALE PER DUMMIES
Se si crea un sistema di segni che corrispondono a
dei suoni (scala musicale, alfabeti delle lingue ecc.) si può
anche vivere per un certo tempo con opere che hanno una loro
struttura formale o una forma abbastanza precisa e riconoscibile in
quel sistema medesimo. Quando le opere non escono più (=i suoni non
vengono alla mente) con la stessa forma, occorre o mutare il sistema
o uscirne. Se se ne esce si lavora in un ambito libero di ricerca. Ma
prima o poi, quando un nuovo ordine si imporrà, non si
potrà più tornare al vecchio sistema.
Perché
da un certo punto in poi la società allargata non ha più
celebrato compositori di contemporanea?
Perché essi
non facevano più musica che potesse essere celebrata e nemmeno
ricordata. Nell'epoca analizzata nelle Annate (1957-2002) la musica
composta per l'organico orchestrale tradizionale
(archi-ottoni-legni-percussioni), che era già in notevole calo
tra le due guerre, decresce fino a scomparire. Il campo viene tenuto,
nel repertorio contemporaneo, da orchestre da camera e piccoli
ensemble (anche elementi dell'orchestra stessa) che fanno musica
elettronica. E' un processo che avviene in contemporanea con il
'boom' del disco, cioè con la incisione della musica classica.
Perché avvenga è ancora una volta un fatto di natura. Non
viene più. La fine anni '50 e gli anni '60 conoscono
soltanto musica che esprime una ricerca sonora, perfino nella
disposizione spaziale degli strumenti. Ci furono perfino quelli -
come Edgar Varèse - che affermavano essere cosa insana
comporre per strumenti tradizionali. In quell'epoca non avrebbe senso
neppure il compositore con un repertorio esclusivamente musicale. Il
caso di Morricone serve a dire che il cinema era una delle cose che
avrebbe potuto legare la musica alla realtà. Ma ci fu anche
chi rappresentò quella musica in teatro. Date queste premesse,
sarebbe stato impossibile trovare un consenso di massa per
'sperimentatori di fonia'. Quel che comunque suona a loro discredito
è il fatto che nessuno dei compositori conosciuti in
quell'epoca riesce a penetrare. Forse è anche questo un
responso simile a quello che descrivo per la letteratura
seria. Anche in questo caso si fa strada l'idea definitiva che il
pubblico non riesca più a dare un'adesione a pezzi che non
riescono ad imprimersi in memoria. Era successo fino a Stravinski.
Poi, dagli anni '30, se si fa eccezione per Gershwin - che
restò miracolosamente al di fuori della ricerca - nessuno
più costituirà oggetto di 'fruizione' da parte del
pubblico. Nessun nome, anche se alcuni - Stockhausen, Berio e pochi
altri - seppero essere presenza intellettuale non indifferente.
Nel cinema
valgono le stesse considerazioni fatte per la musica?
Il cinema è
comunque un fatto diverso dalla musica creata da un singolo,
perché il prodotto dipende da troppe persone. C'è chi
produce, spesso chi lo finanzia da un ministero, c'è una
troupe, ci sono perfino estetiste e truccatori... inquadrato come un
fatto di collaborazione, il cinema è diventato dai primi anni
'90 una produzione di gruppo. Prima esisteva un fatto di
'commerciale' e di 'alternativo'. Oggi questa contrapposizione non
esiste più, perché tutti ambirebbero comunque a rifarsi
per giustificare il finanziamento statale (che è divenuto
'fonte artistica'). Allora, se nelle sale vanno a vedere il tuo film
in 12.000 dovresti in teoria smontare baracca e fare altre cose. Ora
non è più così perché chi aveva iniziato
continua in ogni caso, non essendo denaro suo. Anche questo rende le
cose poco chiare e sovraffolla. Affrontiamo un periodo confuso e con
troppa gente in mezzo. Basta guardare all'ultima mostra di Venezia.
Un ciclo con 30-35 film in media al giorno - a parte quelli in
concorso e quelli no - è una piccola follia. Pare che Marco
Müller si sia esaltato, ma non si può pensare di
giudicare con quell'affollamento di opere. Venezia è diventata
una passerella. Il fatto più curioso è che in questi
giorni di settembre si fanno discorsi molto cerebrali e complicati su
film che poi nelle sale restano per lo più inosservati. Oggi
nessuno ricorda che film c'erano alla mostra del 1984, ma se
andassimo a risentire la radio e i commenti troveremmo - come oggi -
tavolate interminabili. Nel cortometraggio, in prospettiva, c'è
qualcosa di più interessante. Forse è qui che il
futuro dei prossimi anni riserverà sorprese.
Nelle
interviste chiedono sempre se il cinema italiano è in buona salute.
E' in ottima
salute, come qualità della lavorazione e resa del prodotto.
Con queste troupes, ormai, è difficile sbagliare. Quando hai
sale di montaggio, ottimi doppiatori, attori bravi e un minimo di
sceneggiatura, vai sul velluto. Il problema è un altro. Anche
qui, il fatto che globalmente non si riesce a segnare delle tendenze,
dei generi. Gli Americani e gli Inglesi sono più bravi nel
kolossal e nelle cose in costume. In Italia e in Francia abbiamo una
genialità più contemporanea, si girano pellicole sul
vissuto di oggi. Però c'è il rovescio della medaglia.
Fare buon cinema commerciale è un grande merito. Nessun
regista italiano nel 1961 sarebbe riuscito a fare una cosa come
'Breakfast at Tiffany's'.
Mentalità?
Quel film era
questione di singola ispirazione, ma se guardiamo al 1961 troviamo al
massimo le elucubrazioni di Antonioni e il realismo di Visconti. Per
molti anni, in Italia tutto si disse 'realismo' senza inquadrare un
buon filone commerciale. Per far ridere c'era bisogno di fenomeni
'teatrali' come Totò, De Filippo e Fabrizi. Quando
arrivò la commedia all'italiana, tutti si precipitarono su
quella ma vennero prodotti tutti uguali. C'era il Technicolor, uno
almeno dei cinque assi, una storia familiare (o più
intrecciate tra loro). Per trovare qualcosa di decente, in quel
genere, devo andare a Nanni Loy. Per il resto, era un cinema di
seriosi come Rosi e Pontecorvo. Il vuoto arrivò negli anni '80. Dal
Restauro entrammo poi in una nuova situazione, in cui - in un contesto
giovanile e con quei finanziamenti - prevalse la mania delle storie
di piccola mafia (o polizia) locale, possibilmente collegate a
traffici particolari. La Piovra aveva illuso che il cinema potesse
sguazzarvi, ma non si arrivò neppure alla piccola ondata degli
anni '70, con i commissari e le polizie che ringraziavano. Dai primi
anni '90 siamo sostanzialmente in un imbuto senza forma, poiché
si lavora in tanti e si attraversano anche cose differenti ma senza
lasciare molte tracce e senza impiantare generi.
Cosa manca ancora?
Nel cinema
italiano mancano soprattutto le invenzioni della sceneggiatura, cosa
che dà allo spettatore l'idea che non ci sia una grande storia
dietro la recitazione. Una delle cose più belle degli ultimi
anni - L'ora di religione - doveva la sua grazia proprio a una
continua reinvenzione scenica, supportata dagli attori e dalla
profondità della storia. Lo stesso può dirsi del
glorioso film di Soldini. Dove invece le scene si succedono una dopo
l'altra (come in Ricordati di me), si dà magari a un
occhio superficiale l'idea che ci sia del sugo mentre sotto manca il
materiale principale. Nel film di Muccino era sopra le righe la
protagonista, ma tutta la pellicola mancava di magia, di silenzi, di
profondità. Lo stesso difetto delle pellicole di Virzì
e Pieraccioni. Comunque, in giro ci sono personaggi dotati.
Ciprì e Maresco, Salvatores... insomma, la salute c'è.
Bisogna trovare spunti, per far sì che non si creino schemi standard.
Oggi, 10
settembre, Wim Wenders ha sostenuto su Rai 3 che nel cinema l'epoca
dei generi è finita.
Ecco, è
quello che dico in questa pagina. Uscire dalle formule del cinema,
come dice lui, significa sintonizzarsi su una diversa onda in cui si
lavora giorno per giorno con mezzi nuovi e con una società che
è stata riallineata e non ha più classi sociali.
Andiamo incontro anche a un cinema senza target. Anche la mutazione
nel mondo femminile è rilevante. Negli ultimi decenni non si
vedono più le bionde cotonate alla Monroe o vamp sofisticate
come Lana Turner. Le donne del cinema hanno contorni e tratti
più realistici, più familiari. In più, c'è
il fatto che l'era dei primordi - specialmente se in bianco e nero -
proiettava immagini più lontane, più irreali, di cui lo
spettatore si faceva un'idea e non di più. Quell'idea, aiutata
da un'epoca senza i tabloid di oggi, dava il desiderio di donne che
non si pensavano presenti nella vita reale. Nelle rare circostanze in
cui apparivano, venivano contornate da microfoni e magari esiliate in
recinti che non contribuivano a 'umanizzarle'. Basta pensare a come
giornalisti e fotografi inseguivano le dive di allora. Ogni minima
vicinanza con un uomo attribuiva legami. Oggi le cose sono più
chiare e meno di fantasia. Il mondo digitale ha ridato la precisione
che non avevamo.
L'industria
dell'home video ha ucciso qualcosa?
I film attualmente
escono troppo rapidamente in commercio. Ci sono molti che
preferiscono attendere due mesi in più e vederli con comodo a
casa. Questo, più che uccidere, dilata i tempi in un nuovo
equilibrio prodotto-pubblico che dà meno presenze in sala e
più 'chiacchiera lunga'. Ancora oggi parlano di Kill Bill, per
fare un esempio. Il fatto poi che il Dvd lo acquistino anche quelli
che sono andati al cinema crea in questi un popolo di 'feticisti',
poiché avranno da raccontare un primo e un secondo impatto. Un
tempo i vari impatti esistevano solo da una visione involontaria alla
Tv, cinque o sei anni dopo. Era più fisiologico, perché
tre mesi di distanza tra una prima e una seconda visione sono pochi.
Diciamo che col tempo spariranno sempre di più i cineforum
estivi, quelli all'aperto. Vita difficile avranno anche i cineclub
d'essai. Cose che funzionarono ai primordi, quando il cinema si
vedeva nel modo che si vede nel film di Tornatore. Finita
quell'epoca, il mito se n'è andato e si è sbriciolato
in tante poltrone dei salotti casalinghi in cui tu inizi a vedere un
film e poi interrotto dal pianto del ragazzino o da un ospite a casa
lo devi rinviare tuo malgrado.
Come mai nelle
Annate si segnalano spesso film commerciali e magari convenzionali?
Anche questa
è stata una scelta precisa. Non facevo 'il sito con i film
migliori' o 'il sito con i film della mia vita'. Ho dovuto tenermi
entro un raggio di proposte conosciute da una grossa fetta di
pubblico, pensando anche a lettori di altre nazioni.
Il legame tra
cinema e letteratura funziona ancora?
Funziona quando
l'adattamento ha delle doti in più. In questo caso anche
l'autore dell'opera sarà lieto di rivederla in un modo a cui
non aveva pensato. In Italia, mi pare che ora lo facciano meno di un
tempo. In genere, oggi registi e sceneggiatori hanno una certa
fierezza di se stessi, che spinge a fare cose interamente loro. Fuori
dall'Italia, si fa invece con molta frequenza. Gli Americani sono
fissati, riescono a farlo perfino per vicende reali (come se queste
fossero già letteratura). E poi continua a impazzare il
fenomeno del remake. Se dovessi inquadrare quel legame come fenomeno
direi che oggi è più facile farlo poiché nel
caso ci si parla di più, tra autori. Insomma, c'è
maggiore collaborazione.
Il pubblico
giovanile di oggi?
E' molto attento,
molto preso da correnti di simpatia o di antipatia. Ricordo che
quando andai a vedere il film di Muccino, a Milano, mi piazzai in
mezzo alla platea e attaccai bottone con decine di giovani (erano
tutti ragazzi, quella sera, in sala). Mi interessava sentire le loro
reazioni. Ogni tanto sottolineavo le scene con loro, e alla fine mi
fermai a discuterne. Trovai che erano rimasti troppo presi dalla
storia per essere distaccati. Ecco, se la metto in quel senso non
trovo Farassino o Kezich in erba. E' probabile che oggi ci sia
più bisogno di storie, di partecipazione emotiva durante la
visione. Se facessimo un confronto tra la fine anni '60, quando io
avevo 12 anni, e il 2004 con i dodici anni di un ragazzo del 1992,
non riusciremmo ad avere conclusioni perché quest'ultimo
è nato con il computer e con mille supporti. Quando al cinema
andavo io, in quel frangente, le cose erano ancora mitiche. Si
provava il gusto delle poltrone, dei trailer, talvolta perfino del
cinegiornale in bianco e nero all'inizio. Il buio stesso aveva una
presenza in sala più significativa di adesso.
Il fenomeno
Ozpetek a cosa è dovuto?
A una
capacità di far parlare attori in situazioni che ripetono
esattamente la vita reale. I film di Ozpetek hanno la grazia del
'vissuto' senza avere il minimalismo delle storie letterarie. Credo
che sia lui molto bravo a dirigere gli attori che sceglie. Il suo
è stato un piccolo miracolo, considerato anche il budget molto
basso. Tuttavia, anche in questo caso siamo in presenza di un rischio
molto grosso. Quello che dopo appena tre o quattro pellicole lo
spettatore abbia l'impressione di vedere una replica delle
precedenti. Questo dipende dal fatto che Ozpetek lavora molto di
dialoghi, di inquadrature umane e di felici zoomate contemporanee
sull'ambiente. Come quando tu fai dei documentari con la tua
videocamera quando sei all'estero per turismo... se li fai con uno
stile molto definito e tipico chi li guarda, dopo trenta minuti,
subisce la stessa impressione.
Limite della
videocamera e dell'arte filmica in generale?
No, è
proprio un fatto artistico e di genetica. Succede anche nei romanzi o
nelle canzoni. Il fatto è che noi, quando siamo fruitori, non
abbiamo tutti la stessa capacità di separare le nostre
impressioni l'una dall'altra. Se noi viviamo sempre con una persona
sentiamo in pratica un umorismo che è sempre quello, un
approccio alle cose che è sempre quello, perfino una
sessualità che si ripete. E' il nostro essere. Solo che
dall'esterno chi ha relazioni con noi ha spesso l'impressione della
ripetizione.
Perché
di teatro si parla poco, attualmente?
Non è vero.
La stagione estiva era piena di spettacoli e di cosette. Il fatto
è che anche qui si va a remake, riedizioni, cose viste e
straviste. Quello del teatro è un fatto vecchio, nel quale
molti si sono inseriti negli ultimi vent'anni senza trovare il vero
bandolo della matassa. Qui facciamo un discorso per sommi capi, che
poi va approfondito. Mentre quarant'anni fa una rappresentazione
teatrale (commedia o dramma che fosse) attirava in quanto fatto di
cultura (spesso di letteratura), oggi lo spettatore medio non viene
più molto preso da una rappresentazione fissa e senza esterni.
Questo non lo dice mai nessuno, ma è un fatto epocale di
grande importanza. Per spiegarlo, bisogna riflettere anche qui sugli
sviluppi contemporanei. Quando non esisteva la fotografia e il
cinema, il teatro aveva un suo statuto perché in quel campo il
suo dominio artistico era incontrastato, era l'unico. Poi, con il
passare del tempo, quel che veniva rappresentato su palcoscenico e
con semplice fondale venne superato da tutto. Oggi, se si guarda il
rifacimento di una commedia del 1700, la si vede con troppo distacco
e se ne vedono dapprima i difetti. Questo la dice lunga. Significa
che l'occhio è oggi troppo superiore alle dimensioni limitate
del palcoscenico. Svanita l'epoca dei mimi, dei saltimbanchi e del
teatro-varietà non c'è nessuno che si emozioni a vedere
gente recitare un copione in maniera fissa e 'scritta' in anticipo.
Se si guarda alle ultime stagioni, se ne ha una dimostrazione.
Tengono cartellone più che altro le cose brillanti di gente
già conosciuta altrove. Per dire, se un Tino Carraro fosse
nato nel 1975 oggi non avrebbe più uno spazio suo.
Questo limita?
Questo 'chiude' in
un certo senso il teatro tradizionale, dando l'esigenza di novita
profonde e radicali. Direi che per far superare all'occhio quello
stretto limite oggi bisogna colpire lo spettatore in un altro modo.
Agire, insomma, sulle cose che si rappresentano, sui testi e sul modo
di metterli in scena, sulle geometrie, sul rapporto spaziale
attori-pubblico. Nelle opere liriche, in cui esiste un medesimo
problema di regia, spesso ci tentano. Il pubblico si divide, tra
conservatori (che rifiutano) e progressisti (che apprezzano). Il
giorno in cui avremo superato anche questa divisione, vorrà
dire che il teatro stesso avrà trovato un suo nuovo statuto.
Ancora siamo lontani.
L'eco degli
spettacoli dipende solo dalla stampa, attualmente?
Questo è un
problema molto grande, che del resto anche in passato ha avuto i suoi
risvolti spiacevoli e talvolta ingiusti. Cinquant'anni fa si viveva
tutti in un mondo più 'artigianale'. L'eco era più
naturale, più dipendente dai tentacoli artistici e umani della
persona stessa. Prima che nascessi io, mia madre - con le sue amiche
- non perdeva un film di Totò, il cui nome non aveva avuto
bisogno di stampa (e sappiamo anche perché). Questo dà
già l'idea di quel miracolo. Il fenomeno qui fu qualcosa di
unico. Rapportato a oggi, provocherebbe un impatto oceanico di vaste
proporzioni, poiché oggi la stampa non negherebbe quel
contributo che invece allora non diede. Totò attirava con la
semplice presenza, cosa che oggi nessun attore possiede. Nel mondo di
oggi, la stampa (compresi i fogli locali e perfino i passa-parola
della spiaggia) è talmente collegata a tutte le situazioni
culturali che amplifica da sé qualsiasi cosa, nel bene e nel
male. Nel bene, dà un'eco (e vi riesce molto bene) quando il
personaggio non lo meriterebbe. Il lettore infatti va a vedere e poi
dice: "Tutto qui?". Magari il cronista aveva fatto
un'intervista di un'intera pagina, corredandola della biografia. Nel
male, riesce al contrario a ignorare alcune presenze che pure sono
entrate nel pubblico. Quando lo fa, è raro che sia cattiveria.
Il problema è duplice. O mancano collegamenti umani (nelle
redazioni chiedono sempre tra di loro: "Qualcuno conosce Tizio?"
oppure "Chi è disposto a farsi una trasferta per
intervistare Tizio?"), o per il motivo detto tante volte non
riescono a parlarne. Quest'ultima situazione non è molto
bella. Se un attore viene fuori senza sostegno della stampa (o magari
con critiche negative) il suo merito è doppio.
Il calo di
presenze nei cinema segna la fine di un'epoca?
Sì, è
anch'esso un segno preciso. E per quelli di una certa età
è una cosa triste. In quest'opera abbiamo visto la fine in
tante cose.
Come si pone
oggi la eterna dicotomia tra critica e pubblico?
Non c'è
più. Questo è il dato nuovo. Più passa il tempo,
più il pensiero di chi scrive resta confinato alla sua
persona. Questo ha una relazione con il fatto che un giornale non
è più determinante come un tempo. Più passa il
tempo, più i due fattori prima contrapposti si avvicinano
rendendo l'uno (la critica) meno decisivo dell'altro. Sono frequenti
i casi in cui una stroncatura non raggiunge alcun effetto
poiché non serve a contrastare un favore popolare e al
contrario recensioni buone non riescono a caricare un'opera di quel
favore. Laddove non ci sia relazione (casi di Eco, che divide) la
cosa si risolve in una convivenza delle due attività senza che
l'una riesca più a influenzare l'altra.
Una ritirata
per i critici?
Una ritirata per
la critica letteraria in genere. Questo l'ho detto in abbondanza. Non
esiste più. Fu un espediente della prima era dell'industria
editoriale, in cui venivano a convergere interessi degli uni
(artistici) e quelli degli altri (commerciali). In presenza di un
pubblico ancora incolto, potè prosperare per molti decenni. Lo
stesso successo tardivo di Svevo dovette molto alla critica, che lo
spinse in maniera determinante negli anni '20. Oggi non siamo
più in quella situazione. I lettori leggono, questo sì.
Da qui a dire che siano realmente influenzati, c'è tanto. La
realtà vede variabili non collegate, in presenza di piccole
ondate. La stampa influisce al massimo nella presentazione, facendo
un'intervista, presentando un autore anziché un altro, dando
spazio. Non esistono più gli effetti dei recensori. Cose di un
passato remoto.
Le cose
pilotate come nascono?
Nascono dalle
menti umane, ancora una volta. Il 'pilotaggio' serve a lanciare oppure a risarcire.
I libri ad esempio 'arrivano', vengono consegnati alla persona
stessa. Anche questo è innaturale. Uno dovrebbe recensire
quello che decide lui, non quello che gli spediscono. Fatto in quel
modo, diventa una sollecitazione.
Quanto
c'è di pilotato, oggi, nel mondo?
Tutto... è
pilotato. La politica, le dichiarazioni pubbliche, quello che si
dice, non sono altro che facce di un gioco intessuto in quel momento
dalle persone. Se tale non fosse, qualsiasi politico del mondo per
Beslan avrebbe detto: "Un disastro. Insomma, siete adulti e
non sapete come trattare un sequestro collettivo?". Fare
quelle irruzioni con esplosivo è un massacro molto, ma molto
peggiore di quello che avrebbero fatto anche i più spietati
terroristi. Solo che, non potendo andare contro Putin per interessi
politici, si fa finta e si arriva perfino a dire che i morti sono
vittime del terrorismo. Atroce menzogna, alla quale soltanto i
cittadini russi più ignoranti possono credere. Anche dopo
quella del teatro Dubrovka le fonti governative si preoccuparono
subito di far sapere che l'opinione pubblica era d'accordo. Ecco
tante azioni 'pilotate'. Il pilotaggio è la strage più
grave poiché uccide la verità a tutti i livelli. La
cosa stona, tanto più se si pensa che nel 90% dei casi la
verità pagherebbe sempre e darebbe agli autori un'immagine
più pulita.
Torniamo
all'inizio. Non è utile quell'attività pubblica di
interventi a seminari?
Come vien fatta,
no. Non serve. E' soltanto un mezzo, un trampolino di lancio.
Ma finché c'è pubblico, è chiaro che si
continuerà a fare.
Io purtroppo porto
valori che al momento sembrano poco realizzabili. Il mio ideale
sarebbe: una televisione pubblica come quella del 1957, che trasmette
appena otto ore al giorno; una radio che riduca di almeno il 35-40% i
suoi programmi (perché non ci sono più tante cose da
dire); una vita più lenta, meditata, goduta; relazioni anche
tra gente che non si conosce; recensioni soltanto per entusiasmo, per
spinta personale; riduzione personale editoriale almeno del 60%. Ho
fatto delle cifre esemplificative. Per me è così. Non
vedo altre soluzioni, anche perché di libri continuano ad
arrivarne troppi e sono pochi quelli che ricevono concreta
attenzione. Io sono per una drastica riduzione di quantità di
tutto, per una vita meno opulenta e frenetica. Sono per l'abolizione
di abiti speciali, di carriere imposte, di personale con esenzioni.
Cosa vuol dire
fare interventi o pubblicare libri solo quando si abbia qualcosa da dire?
La risposta
è facile. Basta fare un nome. Baudino, perché hai
scritto quella cosa sul Graal? Da un po' di tempo in libreria
arrivano a centinaia libri sulla cavalleria e sui Templari,
perché alcuni ne leggono e si innamorano. Ma non potete
stampare libri ripetendo esattamente quello che avete letto. Di una
materia, o si portano novità (risultati di ricerche, proprie
elaborazioni, teorie nuove ecc.) o si resta in uno spreco di carta.
Ma allora i
giornali dovrebbero ridursi a poche righe.
Infatti è
così. Prendiamo oggi, con l'incipit di Panebianco. Una cosa
completamente inutile. Leggiamola. Chi può negare, in
questo tragico frangente, la necessità di un dialogo con
l'Islam moderato? Fermiamoci qui, perché cosa più
vuota non si poteva dire. Già quel manifesto lo era, ma almeno
aveva la funzione di comunicare a chi non sa cos'è l'Islam che
ci sono in giro seri cultori e che quella gente non ha nulla a che
fare con questi. Per
spiegarmi, devo ricorrere alla trasfigurazione dell'errore e ripetermi. Se dei
criminali si dichiarano interisti, a più riprese, nessuno si mette a dire
che è necessario dialogare con gli interisti puliti. Non vuol
dire nulla. Se venti cattolici commettono un omicidio noi diciamo che
bisogna dialogare con i cattolici che non lo commettono?
Ora voi prendete
tutta la stampa e immaginate quante di queste frasi inutili si
scrivono ogni giorno.
Oggi (11
settembre) ricomincia, in Italia, il campionato di calcio.
Un grande
business, un meccanismo in cui alcuni soggetti - quando la
torta cominciava a farsi più grande - subentrarono per
prendersi alcune fette. Basta pensare ai mediatori, ma anche a molti
presidenti delle squadre stesse o a fenomeni di piccolo affarismo
come le scommesse. Qui però non sono d'accordo con le ultime
'imprese' della magistratura. Intanto non è possibile
dimostrare dall'esterno una 'combine' di due persone che giocano. La
stessa Danimarca-Svezia rendeva chiaro a tutti che se uno fa una
parata maldestra fa soltanto questo. E' come se, nel giocare a dama,
il signor Rossi a un certo punto facesse vincere il figlio.
Dov'è l'illecito? Nel caso, bisognerebbe perseguire soltanto chi gioca
male di proposito e poi intasca denaro per questo. Ma non è
una cosa semplice da dimostrare.
Perché
succede questo?
Perché
è un gioco. Tutto quello che è gioco tra due o
più persone ha l'unico dovere di 'rispondere' a regole
prefissate in precedenza. Soddisfatta questa condizione, non si
può collegare il mancato rendimento di uno dei giocatori a un
fine sottostante (se non appunto nel caso in cui se ne dimostri il
dolo, cioè l'ingiusto profitto ricavato da quel rendimento).
La stessa clemenza finale ridicolizza ancora una volta l'essere
umano. O era una cosa seria, e allora dovevano perseguire fino in
fondo. O era una cosa non dimostrabile (lo chiamano 'teorema') e
allora hanno fatto una cosa inutile.
Ma non è
una irregolarità se due squadre si mettono d'accordo sul
risultato di una partita?
Cerco di spiegarmi
con un esempio. Nel 1980 ci fu la bufera del calcio-scommesse, in cui
molti giocatori furono squalificati e chi aveva un certa età
dovette proprio abbandonare. Anche in quella vicenda un conto
è l'ingiusto profitto che qualcuno consegue, un altro il
risultato sportivo sul campo. Se c'è uno scommettitore che
gira o incassa denaro, questo è un illecito perseguibile e
punibile. Ma nella partita vera e propria non si può fare un
ragionamento basato sull'illecito. Si giocava, tra le altre discusse,
la partita Juventus-Bologna nel gennaio 1980. Il direttore sportivo
del Bologna disse in anticipo a tutti i suoi giocatori che si doveva
pareggiare, risultato che stava bene anche alla Juventus. A quel
punto, alcuni giocatori (non tutti) parteciparono a delle scommesse
in denaro, sulla partita che loro stessi avrebbero giocato di
lì a qualche giorno. Quest'ultima cosa è illecita, ma
le partite non sono illeciti perché azioni mediocri o pilotate
non sono sanzionabili. Che partita fu? Quando si concordano pareggi,
è più logico che si faccia uno zero a zero poiché
non si rischia e tutti (tranne il pubblico, che non lo sa) sono
contenti. In quella partita Juventus-Bologna così si fece,
facendo il minor numero possibile di tiri in porta. Questo non
è difficile, per i giocatori. Essi sanno tenere la palla,
passarsela, far finta di far gioco ma senza affondare le azioni,
quando si concludono sparare fuori ecc.ecc. Senonché, in
quella partita successe l'imponderabile (anche questo fa parte della
realtà, perché non siamo macchine). All'inizio del
secondo tempo, il portiere del Bologna fece una papera e non
parò un pallone facilissimo di un attaccante juventino. Uno a
zero per la Juventus. Spavento generale, perché a quel punto
si tradivano gli accordi e tutti ci avrebbero perso. Che succede in
questi casi? Chi si trova in (inatteso) vantaggio rimedia. E
così fu. La stessa Juventus fece un'autorete e in questo modo
si recuperò il pareggio che era nei patti.
E non è
una irregolarità? Che campionato è?
Questo è
solo un esempio. Molte altre partite finiscono in questo modo. La
differenza è che di quella si seppe tutto perché
qualcuno parlò e rivelo gli accordi sottostanti. Questi ultimi
sono illecito perché procurano un profitto ingiusto, che la
legge considera reato. Tuttavia, quella partita (o in generale tutte
le partite di quel genere) non è un illecito, neppure dal
punto di vista sportivo. L'autorete del giocatore juventino è
soltanto un'azione di gioco, che determina il risultato finale. Allo
stesso modo, se il signor Rossi fa una mossa sbagliata con la dama il
figlio vincerà in conseguenza della sua mossa. Allora,
un'azione che dimostra scarsa abilità nel gioco fa parte del
gioco medesimo così come una che dimostra al contrario una
grande abilità. Quello che fa parte di un gioco è
inserito nell'ordine del gioco stesso, che non ha sanzioni se uno dei
contendenti fa delle sciocchezze. Una squadra che terminasse un
campionato a zero punti è una squadra di brocchi. Tutto cambia
solo nel giorno in cui si scopre che per perdere quei giocatori
prendevano soldi. Ma bisogna scoprirlo e provarlo in giudizio.
Nel caso più recente, gli inquirenti hanno avuto intercettazioni telefoniche (eccole!) e SMS in cui giocatori parlavano tra di loro di partite e di risultati. Tuttavia, anche se si dicesse la cosa peggiore (supponiamo: "Guarda che Tizio è già al corrente che il 4 deve farli vincere") chi ascolta non ha la prova di alcunché. Questo discorso lo feci già per le intercettazioni in genere. E' lo stesso che dichiarare in una conversazione telefonica di aver architettato l'attentato alle Twin Towers. Dire cose non è prova di qualcosa. Questo significa che gli inquirenti per porre imputazioni serie dovrebbero procurarsene altre (di prove) più concrete. Ad esempio, il possesso in casa di piani su quell'attentato, la telefonata con gente implicata, il possesso di informazioni serie e precise, ecc.ecc. Finché non si trovano seri indizi a carico, la legge non consente di rinviare a giudizio. E questo - una frase detta al telefono - non lo è. Anche perché, sia chiaro, nessun uomo normale dice a un altro che è stato lui a organizzare quell'attentato. Tra l'altro, chiunque può citare al telefono chiunque, anche nel caso in cui la persona citata non sappia nulla della questione. Queste attività di incriminazione in base a rivelazioni presunte su intercettazioni telefoniche sono molto precarie. O si ricostruisce tutto il percorso (frasi-risultato partita-denaro versato) o si resta in un castello di ipotesi che non vengono provate.
MEMORIALE PER DUMMIES - Si dice reato un'azione che un codice (penale) proibisce di fare. Se la si commette, esiste un signore chiamato 'magistrato' che indaga sull'azione stessa e punisce il reo, cioè la persona che ha commesso il reato. Il reato è formato da due elementi. Quello oggettivo è il fatto stesso che si punisce. Quello soggettivo è l'intenzione di farlo, che - se il reato è consapevole - si dice 'dolo'. Il magistrato, per punire il responsabile, deve provare l'esistenza del primo in collegamento con l'esistenza del secondo. Per provarlo, ha a disposizione molti strumenti che si dicono 'prove' (testimonianza di altri, indizi su oggetti trovati, documenti posseduti dal reo, ecc.ecc.). Ciascuna di queste prove ha la sua importanza, ai fini della conclusione del processo.
Se il reo aveva detto un giorno al telefono di avere commesso il reato e il messaggio è stato intercettato dalla polizia, questa non è una prova della commissione del reato. Tale sarebbe soltanto se venisse considerato come 'confessione'. Che differenza c'è? Una differenza molto grande. Una frase al telefono, nel mezzo di una conmversazione, non è facilmente identificabile nella sua natura (scherzo o cosa seria). Viceversa, di grande importanza una ammissione (anche con la medesima frase) resa davanti al magistrato o in giudizio, poiché in questo caso la persona stessa ammette pubblicamente e inequivocabilmente di avere commesso il reato.
Se gli inquirenti, dopo avere intercettato delle frasi che compromettono, riescono a ricostruire il processo frase-risultato partita-versamento denaro sul conto bancario Tizio, hanno già quello che occorre. In questo caso, la persona che ha ricevuto il denaro non potrà discolparsi affermando soltanto di aver ricevuto il denaro per un altro motivo. Quel processo, essendo per legge già 'corruzione', vale di per sé come prova. Spetta dunque alla persona imputata portare in giudizio la documentazione che quel versamento fu fatto per altro motivo (non bastando le semplici parole). Altrimenti chiunque, dopo aver ricevuto del denaro per corruzione, potrebbe dire: "Ma io ho ricevuto quei 100.000 dollari per un'operazione di Borsa" oppure "Mi versarono quel denaro per le mie prestazioni professionali di avvocato". O si dimostra che quella somma fu versata in banca per un altro motivo (e se ne porta la documentazione) o la legge considera quello come prova schiacciante e definitiva della corruzione.
Come si
presenta il torneo, nel gioco vero e proprio?
Come il solito
monopolio di quattro o cinque squadre, che si contendono uno scudetto
a cui contribuiscono decine di fattori messi insieme in una
concatenazione unica quale può essere un insieme di centinaia
di partite. Perfino una singola giornata è un fattore
insondabile, misterioso e poco indicativo. Figuriamoci nove mesi.
Però è anche vero che i valori sono più o meno
quelli che si vedono in campo. Torno a dire, se la metti dentro
vinci. Se subisci gol ogni partita, non hai difesa. E così
via. Anche le eventuali irregolarità in corsa non possono
'smentire' un verdetto finale che è quello delle vittorie,
cioè della capacità - dimostrata sul campo - di saper
segnare il maggior numero di volte possibile almeno un gol in
più dell'altro.
La pagina
dedicata al calcio resta?
Resta. Quella
è una piccola Bibbia. Ho inserito a bella posta il maggior
numero di dettagli, proprio per esaurire gli aspetti. Siamo lontani
da un manuale con il regolamento, che presenta tutte le fattispecie
con disegni e risposte. Ma ho parlato di quelle che più fanno
discutere, cercando di rispondere con la logica e il buon senso.
Perché
continua ad esserci uno strapotere di questo sport su altri?
Perché il
gioco risponde ai requisiti dello spettacolo e della facilità
di capirlo. Perfino il tennis, che pure non ha una casistica
così ricca, è leggermente più complicato agli
occhi della massa (o di un profano, che lo guardasse).
Guardi il calcio?
Guardo, solo
quando capita, i gol. Guarda, quando capita, una singola partita. Non
guardo mai tornei interi. Non guardo mai interi programmi serali. Non
guardo mai quei processi 'postumi', in cui si parla come al bar. I
mondiali del 2002 smisi di vederli dopo alcune partite, e ne guardai
le principali azioni alla fine in una di quelle rassegne-sintesi. Gli
europei li ho guardati nelle partite dell'Italia (che pure ho visto a
tratti) e in quelle della Grecia. Mi pare che lo spettatore passivo
oggi sia un personaggio del business, nel senso che tutti pensano a
lui come pedina che tiene su la baracca. Basta pensare a Sky e alle
offerte (perfino sui cellulari) sulla visione dei gol. Quando si fa
pubblicità a queste cose è come se si dicesse: "Noi
sappiamo che a te piace guardare, e se vuoi noi ti facciamo guardare
ancora di più". Il messaggio dice tutto. Non siamo molto
lontani da un buco della serratura. Ma da quel buco in tanti
guadagnano qualcosa. Per quanto riguarda il gioco, mi diverto sempre
meno. Qualche volta riguardo i video con la registrazione di partite
di 30 o 40 anni fa. Osservo quello che in diretta sfuggiva (la cosa
che più mi interessa).
Cos'è
quello che sfugge ai più?
La dinamica dei
movimenti dei giocatori in campo. Non è una questione di
moviola. Osservare ad esempio come nasce un gol, le prodezze
atletiche dei giocatori, gli interventi dell'arbitro... sono cose di
intelligenza. Tutti invece sono presi dal fatto che ci sia un rigore
o che non ci sia (vedi pagina, dove abbiamo 'chiuso' anche tale
questione), che un gol convalidato fosse da annullare e così
via. Anche le cronache delle partite che si scrivono sui giornali
sono cose poco interessanti. Trent'anni fa erano
ancora un fatto di letteratura (ho citato il Guerin Sportivo). Oggi
credono ciascuno di saperne molto, però come mai litigano
sempre per un rigore dando 50 versioni diverse? Vuol dire che non
sanno neppure guardare alle immagini. Per quel Livorno-Catania del
dicembre scorso sentii due campane completamente differenti, mentre
bisognerebbe che la Federazione stessa stabilisse una volta per tutte
che quelli non sono falli da rigore perché agganciare in vita
non fa cadere in quel modo. Anche questa cosa delle discussioni
infinite è diventata una cosa da asilo. Io non conosco altri
sport in cui si passa quarantine di minuti a discutere di una fase
del gioco. Perfino nella scherma... insomma si decide, e poi basta.
Nel tennis al massimo il giudice si sposta e va a vedere il segno di
una palla contestata sulla linea. Ma non si sta 40 minuti a dire se
era giusto o ingiusto. Soprattutto, non capisco come un giocatore a
cui non sia stato dato un rigore possa dire che il risultato è
stato falsato. Allora è stato 'falsato' anche dal fatto che
lui dieci minuti prima ha sbagliato un gol a porta vuota? Gli errori
li fanno tutti.
Cosa vuol dire
'trasfigurazione dell'errore'?
Vuol dire
'trasposizione dell'errore in una realtà che lo eleva a chiave
del racconto'. Vediamone alcuni esempi. Chi va a presentare un libro
fa in quel giorno decine di esordi, nel senso che fa 20 o 30 volte
una cosa per la prima volta. La cosa non ha un particolare
significato. Mettendolo in rilievo, ho raccontato una cosa che
possedeva l'errore come filo conduttore. Gran parte dei criminali, in
un anno, si dichiarano interisti (o, poniamo, juventini). Non
c'è un legame tra le due cose. Se lo facciamo, perdiamo tempo
dietro una cosa inesistente, come un fantasma della nostra mente. O ancora, un
tizio pretende di fare scuola senza pareti decorate in un certo modo.
Assurdità totale.
Ma come si
può far nascere il sacerdozio cristiano da una débacle
a un gioco?
Accidenti, quella della pagina 'Errolandia'
è addirittura la trasfigurazione meno trasfigurata di tutte.
Può essere che qualche cultore intellettuale della vita e
dell'insegnamento di Gesù, all'inizio, ci fosse. Ma la maggior
parte erano persone che trasferivano la propria vita in quella,
perché faceva comodo. Se io non riesco a fare imprese di
atletica non posso dire che i valori sono fuori dall'atletica. Questo
è il vizio che attraversa tutta la prima era cristiana. Un
fatto antropologico scatta immediatamente quando scoppia un caso
umano notevole (quello di Gesù lo fu). Uno prende quei dati e
li fa come suoi, facendoli passare per culturali. Magari c'è
del buono, in mezzo... ma insomma, appena il 20 o il 30% di quello
che si dice. Qualsiasi cosa della Bibbia sembra sia un grande discorso,
qualsiasi citazione di quell'epoca insegna qualcosa... beh, sembra di
vedere uomini incatenati che leccano le catene per 24 ore su 24. E
così la quasi totalità dei sacerdoti. Non c'è
una via di mezzo. O si ha per loro una grande ammirazione (anche nel
caso in cui parlino costretti) o si fa come fanno i regimi, che li
arresta con pretesti senza dire che è abuso di credulità
popolare. Perché in fondo è sempre questo il motivo
trainante. Se per un sacerdote che parla a Radio Maria non ci fosse
una signora anziana di Bari che telefona e si rallegra per essersi
sentita confortata, le parole dette dal sacerdote sarebbero volatili
come l'aria. I cristiani sopravvivono quasi e unicamente perché
da un'altra parte (=concetto dell'esilio dal corpo) c'è un
altro essere umano che plaude. Questo li tiene in vita, come la
carica a un carillon di 150 anni prima.
Molti dimenticano che noi parliamo di quel culto perché ci sono decine o centinaia di milioni di persone incardinate in quel culto. E questo fu perché appunto si verificò un 'boom' antropologico. Se la vita di Gesù fosse stata come quella di Muzio Scevola, di Urbano Rattazzi, di Otto von Bismarck, di Giovanni Giolitti non se ne parlerebbe in questo modo. Quindi, il fatto saliente non è Gesù (o il Corano, altrove) ma il fatto che tante persone (alla fine decine di milioni) furono quella cosa, furono quell'immagine di uomo e la ripeterono nei secoli attribuendo a se stessi virtù riprese dal passato e gloriando se stessi (e gli altri, quelli come loro) per il solo farlo. Le religioni, prima di divenire culti di massa, non esistevano neppure. Anche questo viene dimenticato da tutti. Una cosa che esiste da sempre cos'è? Un pianeta, un sasso, l'aria in generale, il seme umano. Le religioni sono 'soltanto' cose storiche nate in un certo momento. Questo dimostra sempre l'errore iniziale, l'opera di uno che sparse delle notizie poi riprese da altri. Da quelli che ci credettero e da quelli a cui faceva comodo aderire. Da queste due categorie iniziali non si scappa.
Però hai
detto anche che furono cose belle.
Certo, le
religioni furono cose meravigliose. Perché si affermarono. O
per meglio dire, la natura (dio minuscolo) volse in quella direzione
catturando a sé tanti individui. Tra questi ce ne furono anche
di ammirevoli. Ma non potevano accorgersi che era un fatto solo
antropologico, in quanto non esisteva allora il concetto di
'antropologia'. E' come parlare di 'riflesso' per un uomo del 600
a.C. Non esistendo specchi, quell'uomo non conosceva neppure il
concetto dello specchiarsi. Loro, cioè quelli puri, dopo
Gesù pensavano di rispondere in quel modo a bisogni spirituali
dell'epoca, un'epoca che non conosceva altri concetti se non i pochi
derivanti da testi sacri e da una quantità molto ridotta di
parole. All'inizio, andava bene. L'aria era quella. I monaci diedero
un contributo favoloso alla civiltà. Poi le cose cambiarono.
Nel 1600 già un sacerdote faceva sorridere. Nel 1800 creava
dubbi. Nel 2000 fa ridere.
La clonazione e
la fecondazione eterologa sono le cose che ti accomunano con loro.
Beh, mi accomunano
con le dichiarazioni ufficiali del Vaticano. Ma non sono le uniche.
Le cose che accomunano Memoriale con la dottrina cristiana sono un
pochino celate dentro il testo della varie pagine. Il lettore attento
deve scoprirle.
In compenso,
c'è una quantità almeno cinque volte più grande
di cose che ti oppongono.
Anche qui bisogna
intendersi. Io non mi sono opposto a qualcuno o a qualcosa. Ironia
con loro ne faccio pochissima. Dire che 'fanno ridere' non
è una cosa particolare, lo dicono loro stessi. Se faccio una
ricostruzione devo mettermi sopra i ruderi e la loro oggi è
una casa di ruderi. Ma se tu metti nuove pietre dove ce ne furono
altre in passato non ti opponi alle vecchie, semmai prendi esperienza
dalla calce e dai mattoni che avevi visto e cerchi di edificare
meglio con diversi principi. Purtroppo, quello che ha seppellito il
loro edificio è la fisica nucleare. Direi che a casa loro
mancava il mattone spazio-tempo.
Come mai sono
negati per capire la fisica?
Non so,
probabilmente sono due mondi che si oppongono specularmente. Adesso
leggo addirittura che la Cei sta preparando un nuovo testo ufficiale
della Bibbia. Anche queste sono cose assurde. Non capiscono che la
lingua è, deve sempre essere quella. Non ce n'è una
più vicina a noi, perché allora scrivi un'altra cosa. E
poi come fai a tradurre dal greco o dall'ebraico in altro modo? Ora, se
comprenderanno spazio-tempo ed evoluzione, non avranno
difficoltà a sorriderne loro stessi. Ma certo ognuno di loro
passerà prima per quello che si chiama 'stupore'.
Oggi, 10
settembre, Repubblica ripropone in testo-relazione la solita
cantilena 'adorativa' di un Dio che non esiste nelle parole dell'ex-cardinale
Carlo Martini.
Sì, e chi -
come me - ha già spiegato a cosa si riduce tutta la storiella
o chi non ha mai creduto anche senza avere dimostrazione resta come
sempre indeciso se ritagliare la cosa per classificarla nel buonumore
o glissare via senza farci caso. Siccome ho detto che non è
civile mettersi a ridere non c'è altra soluzione che la
seconda. Rimane pur sempre amaro in bocca, perché Martini
è tra quelli che hanno conosciuto Memoriale fin dalle origini.
L'unica nota possibile è che non abbia capito, cosa che
dovremo avere la pazienza di affrontare (caso per caso) nei prossimi
anni. L'amore straordinario testimoniato da Dio per il popolo di Israele
è uno di quei casi in cui non si sa che fare, perché
astrusità più grande di questa non esiste in tutta la
storia. Un popolo che dovette vivere per secoli in esilio, poi -
distrutto il Tempio - fu costretto a disperdersi in tutta la Terra
andando ad abitare in casa altrui, non si vede dove possa avere avuto
'amore dall'alto'.
Non credi che
il mondo sia diviso in una irreale contrapposizione tra bioetica e ricercatori?
Sì, proprio
questo crea interrogativi e perplessità. Parrebbe quasi che le
cose siano in evoluzione nel senso di convincere pian piano chi
all'inizio era contrario. Se lo si fa, bisognerebbe far trionfare dei
princìpi per tutti (che vanno ben al di là della
riuscita, in una terapia). Voglio dire: a me e alla signora Bianchi
del piano di sopra importa poco che cellule staminali da embrioni
guariscano i malati in certi casi. La clonazione terapeutica è
una cosa estremamente soggettiva, che non dice nulla. Se uno mi
dicesse che bevendo la sua urina sta meglio, io non capisco dove stia
il principio. Cosa vuol dire 'star meglio'? Uno può star meglio e 'guarire' con infinite
pratiche. O si codifica una relazione tra enti di natura (esempio,
sostanza cellullare-identità umana) o siamo sempre al 'gioco'
puro e semplice. La guarigione o - poniamo - la sopravvivenza
di un individuo non sono risultati interessanti in assoluto. Se ci
sono molte persone che vogliono il diritto all'eutanasia, vuol dire
che non possiedono quella relazione tra enti di natura, che è
un fatto spirituale e non medico. Per avere un forte interesse a
'restare in vita' una persona dovrebbe avere prima un forte interesse
alla vita, che si esprime nell'avere gioia in tutte le sue
manifestazioni (moto, alimentazione, comunicazione, sessualità
ecc.) e nel sapere quale sia la sua identità profonda. Se
queste cose non si hanno, è legittimo il sentimento
dell'eutanasia, tipico appunto di coloro che vogliono andar via
perché non capiscono più cosa possano fare tra noi.
Questo concetto, trasferito a un'eventuale clonazione come pratica
costante, significherebbe sapere perché esista quella
malattia. Se essa è costituzionale, si può conviverci
ugualmente. Se essa deriva da scompensi reali e psicosomatici, si
lavori su questi. Io non conosco malattie da trattare come un gioco o
come un programma al computer. In compenso, so che quasi tutti i
trasferimenti di organo (trapianti) su lunga prospettiva temporale
non danno risultati. Allora cosa me ne faccio di 'guarire'? Guarire
da che? Il mio essere è quello, anche con la malattia.
Questo è quello che non vogliono accettare quei ricercatori.
Allora la
guarigione non è un bene comunque.
Esatto, il
problema è tutto qui. Quello che loro chiamano 'guarigione'
è nei casi positivi la rimozione di un impedimento o di
un'anomalia e nei casi negativi una causa organica difficilmente
contrastabile (tumore). Quello che loro chiamano 'sopravvivenza'
è un mantenere tra noi un malato senza garanzie per il futuro.
Tu leggi l'intervista del giorno dopo, in cui quello e i suoi parenti
si dichiarano felici. Ma non leggi l'intervista di tre anni dopo,
perché se poi quello ha complicazioni o si sente male non ne
parla nessuno.
Per quanto
riguarda la procreazione eterologa, siamo più o meno negli
stessi termini. Sembra che avere per forza un bambino sia una grande
vittoria e un obiettivo socialmente apprezzabile. Ma per chi? Con
tutte le conseguenze negative che può portare ogni nuova
nascita nessuno ha la certezza che 'far nascere comunque' sia un
valore. Se invece - come giustamente dicono gli organi vaticani - stiamo alle
decisioni della natura (e non a pratiche di laboratorio) nessuno
potrà contestare la natura stessa.
Quelli che si
oppongono per scrupoli religiosi non hanno basi?
Sono i peggiori,
perché fanno ancora più confusione. Un legame con la
religione ormai non può più esistere, perché
siamo davvero nella posizione di dover dominare la materia (ripeto,
tutto sta a vedere come). L'uomo controlla se stesso, da quando
abbiamo teorie sulla evoluzione. Su questo non ci sono dubbi.
Se invece si fosse
contrari per teorie superiori sulla unità inscindibile del
corpo umano si è in un territorio almeno discutibile. Queste
teorie, però, non sono religiose perché nessun testo
risalente all'epoca di fondazione delle religioni parla di cellule in
questo senso. L'unità del corpo esiste proprio come dato del
presente, poiché gli organi e i tessuti formatisi in epoche
passate sopravvivono e hanno relazioni con lo spazio-tempo 'insieme',
cioè nella loro unità. Questa unità è
scindibile, sia ben chiaro. Il fatto stesso che costituente
fondamentale è la cellula, che è proprio simbolo eterno
della divisibilità, sta a significare che l'organismo è
formato di tante parti. Possiamo manipolarle? Fino a che punto
abbiamo diritto di fare esperimenti trapiantando cellule altrove?
Loro, gli scienziati, dicono che è un fatto di progresso e di
futuro della medicina terapeutica ufficiale. A me pare un gioco,
finché non si intravedono regole. In più, c'è il
fatto non indifferente che questa gente - se agisce per conto di
privati o di istituti di ricerca finanziati - riceve denaro per
queste prestazioni. Sarebbe illusorio vedere aspetti di 'missione' in
quello che fanno.
L'uomo
integrale è quello che non sposta mai mezzo frammento di se stesso?
Sì. Io
comprendo perfino chi è contro le semplici trasfusioni di
sangue. Però io qui non posso accreditare una teoria che
proibisca la partenogenesi e la riproduzione genetica. Il problema
è il fatto di parlarne. Non saprei neppure come illustrare
quest'ultimo pensiero, proprio perché finirei per parlarne
sempre di più contraddicendo me stesso. Per quanto mi
riguarda io quelle cose non le farei e non le farò mai, ma quando passo a parlare degli altri non ho elementi. E' come se un
giorno uno mi dicesse che masturbandosi ha avuto il proprio seme e lo
ha trasferito manualmente sulla vagina della compagna, facendolo
scivolare in fondo allo scopo di ottenere risultati. Potrei dire che
non è una cosa bella (e la maggior parte delle persone
sarebbero d'accordo con me), tuttavia se quello lo ha fatto è
la sua vita. Ecco perché trovo anche qui uno spreco il
parlarne in abbondanza. Anche questa storia dell'embrione. Mi pare un
non senso, perché noi finiamo per attribuire cose etiche a
elementi che non ne hanno. Cosa vuol dire scontrarsi sul fatto che
abbia dignità umana o meno? Io so che è un embrione e
basta. Se mi chiedessero un'opinione, non potrei dire né che
abbia quella dignità né che non l'abbia. Ditemi voi:
come fate a dire che ha dignità umana? Come fate a dire che
non ha dignità umana?
Dal punto di vista
umano, la cosa più semplice e sintetica (per 'chiudere' in
prospettiva) è il fatto che una riproduzione fuori dalla sede
naturale - accettata come cosa ordinaria - allontana sempre di
più i due componenti della coppia. Frequenti procedure con
embrioni annullano quell'insieme fatto di atmosfera e di simbiosi dei
corpi che (almeno nei primi anni della coppia) distingue in senso
altamente creativo la vita coniugale. Io poi continuo a vedere la
ricerca del figlio come una fissazione in più, dal momento che
la natura dà questa possibilità ma non necessariamente.
Soltanto inseguendola come obiettivo si può pensare che
procreare sia un fatto primario nella propria vita. Che sia
importante non c'è dubbio. Ma non più di questo. Si
vive di tante altre cose.
MEMORIALE PER DUMMIES
- Tutte le operazioni sul corpo umano che
trasferiscono una parte di esso altrove non sono cose belle, in
generale. Se una persona le fa, sotto un regime legislativo che le
permette, sono affari suoi. Se la cosa produrrà effetti
positivi, buon per lui. Se produrrà effetti negativi, peggio
per lui. Finora, sono rarissimi i casi in cui questi interventi hanno
conseguito effetti positivi.
Per quanto
riguarda i valori che si mettono in questione, 'salvare la vita di
qualcuno' o 'guarire' sono idee molto soggettive che non hanno una
dimostrabilità. Chi continua a vivere potrebbe averne
conseguenze perfino peggiori (così come chi temporaneamente
guarisce). CONCLUSIONE: Quando si resta in un campo soggettivo (in
cui manca un codice che esaurisce la questione dettando regole per
tutti) le decisioni sono affidate all'individuo, se (e nei limiti in
cui) vi è libertà legislativa di adottarle. Informarsi
sulle procedure e sulle tecniche è utile, se si vuole
servirsene per sé. Parlarne pubblicamente come se esistesse un
'meglio' e un 'peggio' non è possibile, poiché sono
cose di ciascuno.
L'uomo integrale
è quello che non effettua mai alcun tipo di trasferimento, ma
la questione (per tutto quel che abbiamo detto) non ha alcun
collegamento etico. Ci si mantiene integri preservando il corpo con
(in) cui si è nati, anche sapendo accettare nel caso malattie
e (se si ama la vita) sofferenza. Non avere figli non è altro
che un 'accidente' della vita, che dobbiamo accettare.
|
|
Per gli animali è stato un fallimento. Non più del 2% degli animali replicati raggiunge la vita adulta. Abbiamo visto tori, mucche, capre, vitelli passare con gli anni a condizioni di salute molto precarie. L'esemplare più famoso, la pecora Dolly, fu uccisa dopo qualche anno lasciando molti sospetti. Si parlò da parte loro di malattia polmonare, ma è probabile che la pecora non reggesse per malformazioni determinate dalla tecnica utilizzata per crearli. Il silenzio che seguì al caso fa pensare che esso fosse circondato da molti particolari strani e poco affidabili. Se poi in queste tecniche fossero contenuti errori... qui davvero possiamo dire che non lo sapremo con sicurezza prima di 60 o 70 anni. |
A proposito,
che funzione aveva nell'altra pagina la trasfigurazione dell'errore?
Quella di far
ridere dell'errore proprio chi lo commette. Se quell'Egiziano legge
quella pagina e capisce l'assurdità della sua pretesa sono
contento. Se i giornalisti leggono degli interisti cominceranno a
capire. Loro forse pensavano che volessi scrivere barzellette.
Tutt'altro. Hanno una funzione serissima. Anche sull'errore bisogna
intendersi. Cosa significa? 'Mancare nei confronti di un
ordine'. Se una persona conosce l'ordine-grammatica non farà
uno sbaglio grammaticale. Se una persona conosce l'ordine-educazione
non farà uno sbaglio di inciviltà.
Sbagliare capita solo in conseguenza di una propria debolezza?
E' a noi stessi
che dobbiamo guardare. L'essere umano deve attraversare una fase di
rigenerazione, per recuperare un contenuto di verità che oggi
non è più capace di avere. Per lo più tende a
nasconderla, a mescolarla, ad alterarla, a pilotarla. In questa
pagina, ad esempio, io spiego le cose. Se i politici sanno parlare
solo di sicurezza, mandateli a casa. Basta con questa storia del
terrorismo. Non fate politica con queste cose, con queste
dichiarazioni. Ditemi: chi è che approva un sequestro? chi
approva un'esplosione a un albergo? chi si congratula per una strage
di 500 persone? Allora, perché dovete chiedere
solidarietà? A chi? Tutti siamo solidali con chi viene
sequestrato. Tutti siamo con chi ha avuto parenti tra le vittime di
una strage. Perché parlate tutti i giorni di questa storia?
Forse che nel 1965 non si uccideva? Forse che nel 1979 non si
sequestrava? I reati si sono sempre compiuti. Non per questo il
giorno dopo si occupavano i microfoni pubblici a parlare di lotta.
Non per questo si discuteva sull'ideologia di chi li commetteva. Se a
voi sequestrano vostro padre a voi interessa che chi sequestra tenga
per una squadra o abbia una simpatia per un culto? Non ci sono
discorsi intellettuali da fare su un reato.
Cose belle ne
trovi ancora.
Ogni tanto. Ma tra
le righe. Devo andarmele a cercare, lasciando perdere le
dichiarazioni dei politici e la cronaca. Una delle cose più
belle che mi sia capitato di leggere, negli ultimi tempi, è
quella di Fiorella Mannoia. Mi trovo a tavola, con altre persone,
e a un certo punto si parla di cose della Tv e dello spettacolo che
io nemmeno conosco. Ma non mi viene nemmeno voglia di farlo.
Quella frase è bella perché significa: "Io non
seguo l'attualità spicciola e non guardo la Tv. Se anche me lo
imponessero le circostanze non la sento come una cosa mia." E'
una dichiarazione estremamente sincera, l'esatto rovesciamento di chi
crede di farsi bello citando. In letteratura, è un vizio di
tutti. Sembra vogliano fare una certa figura. Ma 'citare' in fin dei
conti è solo 'mettere nell'etere il nome di un altro'.
Anche quei
seminari pubblici sono citazioni?
No, sono favori a
persone che si ritiene siano potenze (affermate oppure in fieri).
Chi legge, vedendo quei nomi riuniti, dovrebbe pensare che ci sia un
pezzo di establishment. In genere, chi le organizza pensa dentro di
sé di fare una cosa normale che sempre farà e che
sempre avremo sotto gli occhi. Qui sta il contenuto illusorio.
Per quanto mi
riguarda, da un po' di tempo penso: "Beh, dopo questa cosa la
serie dovrebbe essere finita e dovremmo avere una pausa".
Niente, a una cosa ne succede un'altra come in una girandola senza
fine. E salone del libro... e futurshow... e festival del giallo...
e concerti estivi... e mostra di Venezia... e voceversa... e
Belgioioso... e Mantova... e mostra di Belluno... e notte bianca
romana... e Veltri... e Veltroni... e Mussi... e Fassi... e
Fassino... e Urbani primo... e Urbani secondo... e Odifreddi... e odi
Laura Freddi... e rip