Attenzione alle parole

'Guerra' è una parola che, come tutte le altre, ha un significato preciso. Non si può usare a piacimento, dove si vede un conflitto qualsiasi. Andate a guardare e nei migliori dizionari troverete questa definizione:

Lotta armata tra Stati per la risoluzione di una controversia internazionale, non ammessa dalla coscienza moderna

Cominciamo a fare un'analisi. 'Guerra' è soltanto questo: due o più Stati che si scontrano per motivi economici, politici o territoriali e usano le armi l'uno cercando di sconfiggere l'altro. Alla fine avremo trattati (con cui il più forte impone una situazione o delle condizioni) oppure un armistizio in certi casi. Cosa era una guerra? Per esempio, quella delle Falkland (Malvinas per gli Argentini), quella mondiale del 1914-18, quella mondiale del 1939-45, ecc.ecc. In tutti questi casi vediamo uno scontro fra truppe armate, tra eserciti e anche tra singoli combattenti. Lo scontro può essere tra coalizioni, ma anche in questo caso sono coalizioni di Stati che si sono dichiarati guerra. In altre epoche esisteva anche la guerra dichiarata unilateralmente (esempio, Crociate) poiché esisteva il concetto di 'guerra di conquista'. Esistevano i pirati, le scorrerie, i bottini di guerra.

Oggi, una guerra 'unilaterale' non esiste più. Oggi abbiamo governi e organizzazioni internazionali che proteggono la situazione di assenza di conflitti (pace) finché vi riescono. Avendo governi, si contratta molto più che un tempo. Gran parte delle nazioni necessitano ad esempio di un voto di fiducia del Parlamento, la gente fa grandi manifestazioni di piazza in difesa della pace, i religiosi si adoperano con tutti i mezzi, ecc. Quindi, un presidente o un capo del governo di una nazione che improvvisamente sferra un attacco nel territorio di un'altra nazione (quello che ha fatto Bush il 20 marzo 2003) non è più un evento dei tempi moderni. Oggi, essendo raziocinanti, tendiamo ad evitare eventi che provocano il peggiore, la morte degli individui. Se considerassimo normale quell'attacco deciso unilateralmente, tutti capiscono che avremmo conflitti tutti i giorni e alla fine avremmo la legge della giungla, cioé quella del più forte.

Queste annotazioni valgono anche nella nostra vita. Nelle nostre cose, ugualmente, ci sono delle guerre. Diciamo ad esempio che i condòmini di un palazzo o gli abitanti di un quartiere si fanno guerra. Diciamo - con estensione metaforica - che i presidenti delle società di calcio si fanno la guerra. Diciamo che è in corso una guerra tra governo e sindacati. Anche in questi casi, però, per potersi parlare di guerra occorre avere un atteggiamento ostile da entrambe le parti. Altrimenti, siccome un tizio mi sta sullo stomaco io potrei andare da lui con una pistola e dirgli: "Sono in guerra con te". Se quello non accetta lo scontro (come è normale che sia) non possiamo assolutamente parlare di guerra.

Bisogna fare molta attenzione e non farsi ingannare. L'esercito americano ha compiuto in territorio iracheno azioni che non poteva compiere, sia perché non era stato autorizzato da leggi sia perché dall'altra parte nessuno aveva dichiarato guerra all'America. Poi, è chiaro che se tu mi attacchi io (che pure non ho dichiarato guerra a te) dovrò difendermi, e così vedremo ugualmente degli scontri. Ma non era una guerra, in origine. Anche se poi si usa ugualmente la parola in molte espressioni (azioni di guerra) non dobbiamo mai dimenticare che la guerra è solo quella che vede uno scontro tra più contendenti che hanno accettato (=che hanno voluto) farlo. Problema: allora come dobbiamo chiamarla? Era un attacco. Compiuto in quel modo, un attacco unilaterale che dal 1945 (anche se è successo varie volte) non è più consentito. La caratteristica dell'era contemporanea è quella di avere archiviato con lo Statuto delle Nazioni Unite non solo la guerra, ma la sua necessità. Nello Statuto, infatti, sono previste varie procedure per evitarla, per scongiurarla. Quindi, tirando le somme, gli Americani - insieme con alcuni alleati - hanno compiuto un'azione vile, proditoria. A prescindere dal fatto che l'abbiano fatto per un determinato obiettivo, che magari è benefico o vantaggioso. A prescindere dal fatto che fosse giusto o meno farlo (questo è un concetto impossibile a dire, poiché nessuno è in grado di definire in generale la legittimità di un intervento armato).

L'attacco unilaterale è quanto di più barbaro esista, poiché tu intervieni nella vita di una persona che non fa la medesima cosa con la tua. Se lo fai dicendo di difenderti da un prossimo o ipotetico attacco di quello, devi portare le prove. Senza prove, quell'attacco equivale a qualsiasi crimine. Quindi, chi lo ha compiuto (magari in buona fede, cioé ignorando la gravità di quello che faceva) ha commesso un crimine. In questo modo abbiamo descritto la realtà. Se non entrate nella meccanica degli eventi continuerete a fare confusione. Coloro che - perfino tra politici di alto rango - sostengono che le manifestazioni per la pace sono atti di simpatia per il dittatore iracheno dicono una cosa che non sta né in cielo né in terra. La pace prescinde da tutto. Essere in pace significa non portare attacchi ad alcuno, né a un uomo buono né a uno cattivo.

Naturalmente, non è che si debba restare inerti se si verificano ingiustizie sociali o politiche. Allo stesso modo, se nella vita mi fanno un torto non è che me ne sto a casa tranquillo. Mio dovere è quello di utilizzare gli strumenti a disposizione per riavere quello che mi è stato negato o tolto. Gli strumenti non sono un fucile o una pistola. Sono un tribunale, sono il dialogo, sono il negoziato, sono un arbitro. Quindi, far presente la durezza dell'obiettivo che si va a colpire non serve. Noi potremmo avere l'uomo più feroce della Terra. Se andiamo con eserciti nel suo territorio sbagliamo in qualsiasi caso, perché per farlo fuori dovremmo uccidere tante altre persone (innocenti). Se avessimo un bersaglio fisso, basterebbe esercitarsi e mirare. Se in casa nostra c'è un grosso calabrone noi mirando lo facciamo fuori. Un uomo non è un calabrone. Se è normale e ha intelligenza sa spostarsi, sa camuffarsi, sa sfuggire anche agli attacchi. Non è un bersaglio fisso che possiamo annientare in qualsiasi momento e quando vogliamo.

Fare guerra significa 'litigare tra contendenti che intendono farlo'. Se uno dei due non vuole farlo, non potete chiamare guerra l'attacco soltanto di uno. Poi, se una nazione invade l'altra con atti bellici l'altra non può restare inerte. Si difenderà immediatamente e così non si registrerà più l'atto formale di dichiararsela formalmente (come si usava fare fino alla seconda guerra mondiale). Questo non vuol dire che - non esistendo più la dichiarazione - sia ugualmente 'guerra' lo scontro tra uno che attacca e uno che si difende. Quello si difende dal tuo attacco, ma non si sarebbe mai scontrato con te se non ne avesse avuto la necessità.

La violenza che uccide è sempre crimine. Ci sono, naturalmente, vari gradi di violenza. Lasciare sul campo 5.000 persone in maniera gratuita e non autorizzata non è lo stesso che uccidere con un missile una persona che ha gravemente collaborato a reati contro lo Stato. In questi casi, le autorità di governo hanno il dovere di scegliere una linea politica che può anche essere una 'linea dura', di risposta. Allo stesso modo, se per le strade degli Stati Uniti circolasse un giorno un uomo pericoloso che per le autorità è latitante, cioè che è in libertà mentre avrebbe dovuto essere giudicato da un tribunale, ucciderlo non è un'azione di guerra.
Israele è impegnata da 57 anni in un'azione di risposta armata ad attacchi armati di gruppi arabi. Finché non si risolve la situazione, quella è una guerra. Infatti, due parti sono in conflitto che esse stesse hanno dichiarato. E' un'altra cosa. Ma se succede che nella vostra città dei piloti suicidi conducono un aereo contro un supermarket uccidendo 250 persone, non avete il diritto di mandare un esercito in un'altra nazione (che non c'entra con quell'atto) e bombardarla.

Ogni manifestazione di violenza che uccide è fuori dalle leggi della comunità associata, che nell'era contemporanea prevedono mezzi per non arrivarci (=per risolvere i conflitti in maniera pacifica, evitando la violenza). Se si è nell'ambito di una guerra dichiarata da entrambi i contendenti, si vive una situazione particolare che per il diritto si chiama 'stato di guerra' (subentrano accordi particolari, come la convenzione per i prigionieri di guerra, eventuali tribunali speciali, leggi speciali ecc.).
Se lo scontro viene provocato da una parte mentre dall'altra non viene dichiarata una analoga intenzione, l'atto è comunque da condannare da parte della comunità internazionale poiché non vi erano basi sufficienti.

La definizione di guerra riguarda la vita associata in generale?
Certo. Ripeto, per essere in guerra, bisogna avere ostilità in entrambi i campi a cui la si attribuisce. Se ci sono rapporti non cordiali e conflittuali in un ufficio questo dipende da una disarmonia tra coloro che vi lavorano. Non è una guerra, se uno di loro ha ragione rispetto all'altro. In questo caso, chi reclama o si inalbera non fa che reclamare il trionfo del principio che lui rappresenta. In una collettività civilizzata, si dovrebbero individuare le ragioni e imporre immediatamente il principio che prevale. Invece cosa fanno? Loro li guardano e dicono che quelli 'sono in guerra'. Non vuol dire niente. Poi vanno in un altro locale e ci scrivono su inventando storie e pettegolezzi per il gusto di divertirsi. Facciamo ordine, ancora una volta. Anche qui, il difetto è di pensare che esistano tante posizioni. Ogni disputa, ogni conflitto prevede un unico principio che possa trionfare. Ogni causa legale, ogni controversia, se esiste un codice, ha un'unica possibile soluzione (in base al codice, scritto o morale). Assistere a una controversia è da voyeurs. Soltanto chi non ha di meglio da fare nella vita può divertirsi a vedere due che litigano. Il litigio è anch'esso espressione di un'epoca che non esiste più. Colui che è in pace o che è informato non litiga mai. Non ne ha motivo, non ne ha bisogno.

Perché le controversie hanno sempre un'unica conclusione?
Perché questo è il risultato conseguente a una civilizzazione. Avere conquistato leggi, regolamenti e codici - dopo le costituzioni - significa che abbiamo qualcosa che ci sovrasta e di cui dobbiamo tenere conto. Se c'è un reato si va al codice penale (e bisogna conoscerlo). Se c'è una causa civile si va al codice civile (e bisogna conoscerlo). Se c'è un fatto riguardante un poliziotto c'è un regolamento di polizia (da conoscere). Se c'è una controversia nel lavoro, ci sono codice civile, testi unici e leggi da conoscere. Se c'è un fatto della strada per mezzo di automobili c'è un codice della strada, da conoscere se tu guidi. Se c'è una controversia politica c'è lo statuto delle Nazioni Unite. Un capo del governo che parla a vanvera di terroristi e non conosce questo statuto non può ricoprire quel ruolo.
Tutto il resto è chiacchiera. Qualsiasi, ma veramente qualsiasi controversia tra uomini ha perché deve avere un'unica conclusione. Quando esistono dubbi, si deve procedere (come dicono i giuristi) per analogia o per interpretazione. Questo non toglie che - anche in presenza di incertezze - la conclusione debba essere soltanto una. In materia di guerra, torniamo a cose dette mille volte. Se si è per la pace, lo si è sempre e non ci sono mezze misure. Le mezze misure equivarrebbero a un compromesso.
Gli appelli per la pace, in realtà, non conseguono mai scopi perché chi può fare la guerra la fa e non presta molta attenzione a quegli appelli e alle sfilate. Sbaglia. Essendo rappresentante in qualche modo di chi lo ha votato, se i sondaggi danno un 70% di persone contrarie alla guerra, chi governa non può non tenerne conto. La guerra è sempre una situazione eccezionale e chi la scatena dovrebbe porsi dentro di sé un problema fondamentale: è davvero inevitabile che la faccia?

Arriviamo anche qui a conclusioni, visto che abbiamo affermato doverlo fare. Quali sono le occasioni in cui l'uomo ha diritto di esercitare aggressività?
Sono tante, ma nessuna di esse riguarda la guerra. Sono il sesso, il divertimento (pensiamo al ballo in una discoteca), l'attività sportiva. Perfino cose private, come un tizio che si chiuda dentro una stanza e per la rabbia lanci bottiglie contro un muro oppure uno che lanci delle urla in luogo in cui può farlo senza disturbare la quiete pubblica. Sono espressioni del proprio essere in un momento in cui si sente bisogno di 'tirare fuori' qualcosa. Dall'altra parte non c'è qualcuno che gareggia con te scontrandosi. Quindi, non sono una guerra. Guerre sono certamente quelle che ci si fa quando si va al tribunale per denunciare qualcuno e questi fa delle contro-accuse, ma è soltanto un'accezione metaforica. La parola nacque soltanto per definire il conflitto armato tra individui e più spesso tra tribù. Poi, storicamente, è passata a definire tutti gli scontri che si sono fatti anche in epoca moderna, fino a quelli idealistici.

Ecco, qui ci sono quelli che citando 'La guerra di Piero' (una canzone) dicono che è guerra anche quella che non ha una controparte definita e ostile.
Anche in questi casi c'è. Se noi diciamo che un politico o un attivista fa una sua guerra contro le istituzioni, intendiamo dire che egli si arma - con parole o con digiuni - contro una parte (istituzioni dello Stato) che è in conflitto con lui. Diciamo dunque che la parola implica sempre una contrapposizione tra le parti, anche se una di esse non svolge un ruolo attivo. Del resto, basta pensare a chi opponga una resistenza passiva (gli scioperanti che facciano un picchetto, coloro che si pongano davanti all'ingresso di una fabbrica impedendo l'entrata dei lavoratori, ecc.). La 'resistenza passiva' in questi casi equivale a un'ostilità.

Quelli che non la fanno mai sono proprio tutti 'gente superiore'?
No, in mezzo ci sono anche cretini. E' chiaro che uno che non ha nulla dentro non sentirà nulla per scattare, per tirare fuori qualcosa da sé. Fare guerra è anche una questione di orgoglio, di determinazione. C'è poi un'altra categoria, che è quella delle anime pie. L'esempio più tipico - lo abbiamo visto - è quello di uno come Wojtyla, con un Marte isolato. Sarebbe stato impossibile vedere quest'uomo accendersi oltre un certo limite, e arrivare ad esempio a percosse o atti di violenza sugli altri. Questo è un dato puramente oggettivo, non possiamo giudicarlo. L'individuo si manifesta superiore quando, pur potendo farla, riesce a non farla e a risolvere il problema con altri mezzi. Se di suo non ha risorse né forza sufficiente è inutile che si iscriva al partito degli 'anti'. Siamo tornati all'equivoco che ha attraversato tutta l'era cristiana. Non fare una cosa può essere una scelta solo quando sei in grado di farla. Se non la puoi fare non puoi neppure scegliere. Loro dicevano di 'prendere i voti' e di 'entrare in castità' ma non erano nati per fare sesso. Tutte quelle dichiarazioni erano balle, proprio per questo. La cosa interessante è quando una persona che può fare ordinariamente una cosa (=ne ha occasioni e attributi per farla) non la fa. Questo è degno di nota, ma è raro. Se una donna come Raquel Welch non avesse mai fatto l'amore, per una sua scelta, ci interesserebbe. Che ce lo dica una suora è una banalità. I religiosi non lo capivano, questo (che era soltanto una testimonianza di inferiorità della razza, di una categoria sociale).
Tornando alla guerra, sarebbe degno di attenzione colui che potendo farla (perfino avendo molte ragioni) sceglie di non farla e risolve con altri mezzi. Chi al contrario la fa troppo facilmente è a uno stadio arretrato rispetto alla evoluzione attuale. Far scattare i nervi - in chi li ha - è molto facile. Più maturo sapere dominarli.

Ma allora vale anche il contrario?
Certo. Una suora o un ometto che avessero rilevanti imprese amatorie o sessuali sarebbero degli eroi. I rivoluzionari sarebbero stati uomini molto belli che si mettevano con una molto brutta o ad esempio una donna molto bella (magari star del cinema) che si metteva con un bassotto, uno qualunque. Queste cose, non essendo comprese dalla società, sono ancora oggi una rarità. Quando le vedono si interrogano, perché non riescono a capire.

Per la guerra vale lo stesso discorso?
Sì. Chi può farla crede di mostrare al mondo la potenza della sua nazione. E sbaglia, non capisce i suoi limiti. Basta leggere le parole di Bush sulla Lincoln. Erano parole di un ragazzo. Se fosse stato un uomo intelligente, avrebbe dialogato col nemico (non dico in modo letterale, ma c'erano tante occasioni). Facendo un discorso al giorno - sempre identico - sulla necessità di sterminare il nemico con la forza ha detto a tutti chi era. Oggi siamo in una condizione da dover valutare uomini e donne per quello che dicono e che fanno. Un discorso vale già a descrivere una persona.
Torniamo al punto. Chi la può fare e non la fa è una persona molto intelligente o comunque matura. Qui non esiste il caso inverso. Non c'è il caso di chi non la può fare e la fa. Non ci riuscirebbe.

Perché l'art.11 della Costituzione italiana viene sempre ridimensionato?
Per lo stesso motivo per cui stiamo a parlare di un deserto sociale e di una corruzione della politica. Qui l'inganno - che tutti hanno imparato - è stato quello dell'understatement. Ogni volta che invocavi questo articolo vedevi sorrisini dell'interlocutore con la risposta ironica che 'non basta'. Eppure proprio il dettato normativo di quell'articolo è molto bello, perché nacque dai postumi della seconda guerra. A quel punto si disse tutti: "Ripudiamo la violenza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali". Era come una specie di eco del trattato delle Nazioni Unite.
Niente. Sono riusciti ad affossare anche questo articolo. A un certo punto se vedi uno che ferma i treni che trasportano armi arrivi a giustificarlo, perfino ad apppoggiarlo. Perché in una società del genere ti trovi solo.

Pagina pubblicata su Memoriale nel marzo 2004 - Ripubblicata come link da Apoteosi, in forma ridotta, il 15 settembre 2006