
Raffaele Crovi
La stampa non lo curò molto, anche se lui lavorò con il suo prodotto per tutta la vita. Non fidatevi dei giornali: note riprese da altre note dicono poco o niente, cosa che non sarebbe piaciuta a lui stesso. Quelli che citano Vittorini non sanno che unire un diminutivo qui sarebbe 'crimine'. Crovi è quasi ciò che risulta da una parola simile russa, che significa il nostro 'sangue'. Difficilmente avreste trovato in giro un altro Crovi, che non fosse appunto il sanguigno Raffaele. Il pomeriggio dei miei lettori, sorpresi dall'alta valutazione in lapide, è scivolato via pensando che finalmente l'autore parlò di 'ammirazione' per qualcuno. Raffaele Crovi fu come un fascio di nervi sempre pronti e disponibili a sorreggere l'uomo che leggeva o si occupava di libri. Uomo rude e schietto, da molti sentito come poco trattabile, era in verità una forza della natura trasferita in un corpo cittadino. Davanti a te, dava sempre un'inesorabile impressione di grande efficienza. Trattava la materia come trattava gli uomini stessi, per quello che era(no). Uno dei pochi a farlo, poiché in tanti oggi si fugge dalla situazione. Lui affrontava tutto, componeva i propri pensieri, e mentre gli parlavi non sapevi mai né se ti ascoltasse realmente né dove guardasse. Gli occhiali ne riflettevano l'ombra, da cui partiva un sorrisetto tanto ironico quanto indagatore e sornione. Credo che lo comprendessero interamente soltanto i parenti, quelli della ben nota Via Faravelli. Agli altri si mostrava impegnato, ma quando occorreva sonnacchioso o strumentalmente immerso tra libri dei quali amava vedersi circondato in foto. Fin da piccolo, Raffaele aveva amato leggere. Ma lo faceva, a differenza di altri, con una impressionante rapidità. Divorava ciò che lo interessava. Nei momenti di riposo e riflessione, non potendo mangiar con gli occhi qualcosa, si chinava a scrivere poesie. Questa fu una delle sue attività predilette. Poche righe, eh... Si chinava, e scriveva rapidi motti o sentenze della vita scandite da un rapido 'troncar di riga'. Non più di due (raramente tre) parole, e poi 'a capo' come in un'eterna rullata delle vecchie Olivetti. Da lì, da quel rapido scorrere lo spazio, avreste già notato l'uomo. Quando lo vedevi, assiso nel suo ambiente preferito, sembrava egli stesso un insieme di libri uno sopra l'altro. Perché era come se pezzi di albero estratti dal fusto migrassero per formarne uno diverso. Crovi tra i libri era come uno di loro. E ai lati due montagnole si ergevano puntualmente, come a dare l'idea della carta imperante.
L'Appennino tra Toscana ed Emilia aveva favorito nell'adolescenza riflessioni private, che si alternavano a contatti usuali della provincia. Solo nel 1958 Milano entrò nella sua vita, come una vecchia signora da scoprire. Non a caso la città compariva nel titolo del suo primo libro 'visibile', Carnevale a Milano. Crovi, in cuor suo, avrebbe voluto essere quel che Pasolini vagheggiò per tutti gli anni a venire: un moderato 'cristiano' pronto a resistere alle tentazioni della civiltà industriale. Il problema è che dai primi anni '60 la campagna non la vide che raramente. Suo ambiente fu da subito l'editoria cittadina, con prima esperienza Mondadori (a cui aveva scritto, ragazzo, una divertente letterina). Per le cronache sarebbe stato anche redattore, ma in realtà scrisse soltanto brevi pezzi per il Messaggero e irregolarmente per le riviste letterarie. Di lui, per vero dire, gli altri seppero sempre dir poco. Mi divertii molto quando nei primi anni '90 egli litigò con un collega che osava mettere in dubbio la sua presenza letteraria: Raffaele, andato alla ricerca, trovò alcuni passi di una enciclopedia che parlava di lui. Erano cose sporadiche, poco visibili per il grande pubblico. Egli non avrebbe mai concepito dentro di sé l'alone del best-seller, perché in fondo era nato con il corpo e la struttura dell'artigiano. Concepire un grande pubblico è sempre cosa ardua per chi si china sugli utensili e lavora giorno per giorno. In compenso, non gli mancava il cinismo. Sempre nel Restauro, la responsabile di un corso di editoria che frequentavo ricordò con una punta di critica la sua osservazione a uno degli iscritti (Risolverete quel problema sposando una donna ricca, e sistemandovi così per il resto della vostra vita). In realtà, era una boutade più che una sentenza. La sua, Luisa, era tutt'altro che 'contessa' e faceva parte del suo stesso ambiente. Per quel corso lo avevano sollecitato appunto come si fa con un artigiano al quale si domanda un giusto servizio. Perché da sempre lo sapevano 'addentro' la cultura dei libri. Come me, tanti della mia generazione lo avevano visto negli anni '70 in una felice rubrica Rai dei tutti-libri dove ogni settimana comparivano libri su un tavolo e lui ne parlava. Avevo una ventina d'anni, e lo guardavo alla Tv come desiderando un incontro con lui. Mi affascinava la sua efficienza, la sua capacità di stringere il discorso su ordinate sintesi dirette sull'argomento. Il suo parlare era come una continua 'quadra', che convinceva con forza qualunque ascoltatore. Capelli a spazzola, disse la memoria di tanti. Freddo discorrente, ricordarono altri. Io pensavo solo: "E non è nemmeno specialista di qualcosa!".
Crovi incrociò per rapide esigenze di servizio vari personaggi illustri. Rapide parentesi. Alla Rai era riuscito anche a ritagliarsi un suo spazio amministrativo, dirigendo i servizi culturali. Pubblicò poco, cosa che contribuì a farmelo piacere. A fine anni '70 lui stesso ripeteva a chi ne aveva bisogno: "Ho scritto qualche raccolta di poesia e quattro romanzi". Notate anche qui la fredda lingua del ragioniere, che quadrava anche quella esperienza. Nei primi anni '80 mi decisi un giorno ad acquistarlo (anche gli uomini quadrati talvolta vanno sugli scontrini di cassa, poiché li acquisti). Si chiamava L'utopia del Natale, editore Rusconi. C'erano cose scritte negli anni '70, che si leggevano appunto in una sera nebbiosa quando non avevi cose impellenti da fare. Molti avrebbero detto di non gradire particolarmente, perché sentivi appunto la mano fredda e poco gentile dell'artigiano. In lui la rudezza era 'di natura', nel senso che diverso e molto malleabile non l'avresti nemmeno immaginato. E così piaceva a me. Di lì a poco arrivò Camunia, nome immaginifico per chiamare la 'nuova impresa editoriale' che avrebbe cercato un suo cuneo tra i vari 'grandi' della narrativa. Doveva partir piccola, nelle intenzioni. E tale fu anche chiamata. Col tempo divenne più grande, perché molti ambirono pubblicarvi. C'erano soprattutto i Piero Chiara della provincia italiana. Gente che si chiama Nigro, Vitali. E un giorno arrivò anche il libro che molti ricordarono di più, perché raccontava le vicende di un'amica ligura di Montale. Copertine squadrate, come lui stesso. Colori poco appariscenti, quasi filtrati verso il grigio, come lui stesso. Il suo fiuto la trasformò in un piccolo laboratorio personale, in parte ceduto a Rizzoli. Purtroppo la distribuzione fu poco felice, discontinua. Crovi non mi dispiacque mai, proprio perché non riuscivo a trovargli punti deboli. Io metto lapidi in cima per persone a cui mai farei appunti o osservazioni.
Non avrebbe mai partorito, per sé, un libro clamoroso. Di altri, lo avrebbe cercato. Che lo trovasse, non sono sicuro. Molti ne scartava. Quando per una presentazione di libro a fine anni '90 lo avvicinai una sera, dalle parti di Piazza Meda, mi parve l'uomo di sempre. Io lo avevo segretamente seguito e per certi versi ne avevo registrato una presenza. Rivolgendomi a lui, sentivo sempre l'artigiano di una volta. Ricordo che sentii una breve paura, cosa che raramente mi era accaduta al cospetto di altri esseri umani (e quando accade la rispetto). Ma anche da parte sua sentii un fremito. Gli domandai soltanto informazioni generiche su un suo libro precedente, cosa che si fa in genere quando si vuole aver testimonianza personale. Era Ladro di Ferragosto, una cosa molto curiosa e stuzzicante. Mi rispose freddo. Ma se fosse stato caldo non sarebbe stato lui. Proprio quella sera, mi domandai chi fosse. Poeta certo, ma le sue prove erano scivolate via come normali compitini che non si mostrano. Romanziere certo, ma pochi lo avevano letto. Conclusi che era stato più di tutto un editore. Questo mi bastò non per vederlo diverso dagli altri (anche lui in fondo dava delusioni alle persone), ma per averne un'immagine precisa. L'idea che fosse un uomo da apprezzare per la sua crudezza e la sua grande forza non mi abbandonò mai, così come il suo paradosso. Essere come tanti altri, all'apparenza. Ma diverso da tutti, nella scorza. Quando lo pensavo, mi veniva in mente una grande regolarità di vita che era come la solidità di quella scorza. Mai lo avresti dato debole. E lui sornione e malizioso davanti all'obiettivo ti avrebbe sempre guardato, da dietro le lenti, con spigoli di libreria o parti di mobile sullo sfondo. Tutte le foto sue portavano in rilievo proprio parti di interni da studio, che sembravano far tutt'uno con quello sguardo. Era come se nessuno potesse denudarlo. E così, implacabile, sarebbe ritornato. Tu avresti detto: "E' sempre lui". Da adulto, non vedemmo mai un viso diverso dalla volta precedente. Che fosse, questa, il 1972 o il 1993. Come una roccia.
Pagina del 1 settembre 07