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Un'immagine molto nota di questo popolo, che ha registrato un aumento demografico notevole soltanto negli ultimi 50 anni. Le cifre, nonostante i censimenti ufficiali, non furono mai molto attendibili. All'epoca di Gesù, se ne contavano 60 milioni. Quindici secoli dopo, nel 1500, la cifra è più o meno ancora quella. A metà del secolo XVIII° erano 160 milioni. A metà del secolo XIX° circa 400 milioni. A metà del secolo XX° circa 470 milioni. La soglia del miliardo fu superata negli anni '80.
Da cosa viene la parola 'Cina'? Probabilmente, dalla dinastia Ch'in, che due secoli prima di Cristo diede a questo territorio dimensioni unitarie. Notevole anche il 'Catai' medioevale, che rimase nelle lingue slave (dove Kitài è la Cina e Kitàiski è la lingua cinese). Il nome 'Han' (circa il 96% della popolazione in totale) designa l'etnia dominante e deriva da quello della seconda dinastia imperiale.
Per almeno un secolo e mezzo circolò una frase di Napoleone (La Cina è un gigante addormentato. Attenti perché farà tremare la terra al suo risveglio). Frase che svia sempre, facendo pensare a chissà quali sconquassi che mai si sono verificati e mai si verificheranno. Non ci sono nel pianeta etnie che fanno tremare le altre. Semmai ve ne sono che sottomettono le altre. La stessa apertura al turismo, sollecitata anche dal governo dopo il 1977, non ha creato nell'insieme quegli effetti devastanti che qualcuno pensava o temeva. Per molto tempo, la Cina era un paese 'proibito'. Quando fu possibile visitarlo, esso apparve semplicemente 'diverso' rispetto allo scenario europeo e occidentale in genere. Restò comunque difficile viaggiarvi 'in proprio', soprattutto a causa della difficoltà di comunicare verbalmente con la popolazione locale se non si fosse conosciuta la loro lingua.
Chi legge questa pagina nota la scrittura di alcuni nomi in modo tradizionale, cioé non avvalendomi del sistema pinyin introdotto nel 1958. In base a questo, io avrei dovuto scrivere ad esempio Mao Zedong. Ho preferito attenermi al vecchio sistema già in uso oppure anche a un sistema mio, traslitterando in altro modo. Già parlando del russo spiegai che in questo senso non ci sono errori.
Che lingua parlano in Cina?
Lingua ufficiale è considerata il 'mandarino', che è la lingua di Pechino. In cinese loro la chiamano 'Putonghuà', ma esistono altre denominazioni che è facile sentire in giro dai Cinesi stessi. Il mandarino è parlato oggi da 3/4 della popolazione. Nelle campagne si parla una serie di dialetti. Nel sud-est del paese si parla anche Cantonese.
Perché questa lingua nacque con ideogrammi (figure) anziché direttamente con alfabeti (lettere)?
Questo è il processo più bello e puro, nella nascita di un sistema di comunicazione. Dobbiamo pensare a uomini che pronunciavano suoni per indicare un concetto e per indicarlo in modo grafico disegnavano delle figure, che servivano da simbolo. In quella fase, si scriveva soltanto in forma di segno (con una unione, possiamo dire disegno). Il segno, anziché una lettera, era una rappresentazione grafica formata originariamente da un'idea della mente.
Quindi scrivere coincideva con disegnare?
Esatto. E' una fase che corrisponde in Occidente alla pittura parietale o su roccia.
Ma come potevano avere un codice unico e riconoscibile per tutti?
Questo obiettivo fu raggiunto col tempo, coi secoli. Secondo alcune fonti accreditate, si deve a Lli Su e l'unificazione può farsi risalire a circa due secoli prima di Cristo. Qualche secolo dopo si ebbe un primo dizionario di circa 9.000 caratteri. Il dizionario standard dell'era moderna comparve soltanto nel 1716, con più di 40.000 caratteri.
Quindi fecero sempre a meno di un alfabeto?
Sì, non ne ebbero bisogno perché il codice prevedeva la stesura di questi ideogrammi. Naturalmente c'erano dei metodi, su come iniziare e come continuare a tratteggiare queste figure (e questi si insegnano ancora oggi al neòfita). Ci sono due o tre parti fondamentali, che si trovano molto spesso. Una è il radicale, metodo mediante il quale i vari ideogrammi sono catalogati nei dizionari. Ce ne sono duecento o poco più. Un'altra è il composto fonetico, un'indicazione posta sulla destra che dà la pronuncia.
Come è possibile imparare più di 40.000 caratteri diversi?
Questa è solo la cifra totale. Nessuno li conosce tutti, perché se ne usa meno di un quarto. Tutti i vari apparecchi manuali ed elettronici per la trascrizione ne contengono solo un certo numero, che difficilmente va oltre i 6-7.000. Molti sostengono che 1.000 caratteri sono più che sufficienti per una conversazione basilare. Durante tutto il secolo XX° i governi cercarono di semplificare sempre più un patrimonio letterario che non sarebbe più stato adeguato a una comunicazione rapida come quella moderna.
Imparare questa lingua è semplice?
Per gli stranieri, molto più di quanto si pensi. All'inizio se ne ha un'impressione di astrusità, proprio perché manca un alfabeto. Se ci si limita a parlarla, è anche qui un fatto di abitudine. Non si starà neppure a domandare molto sulle regole. Se invece si studia con metodo e regolarità occorre capirne la logica, che è soprattutto l'origine delle parole stesse. Qui non si ha un etimo come quello occidentale, ma piuttosto una formazione di sillabe (composti) secondo una combinazione logica di concetti. Regole ne esistono poche. I verbi non hanno coniugazione. Non esistono irregolarità nei tempi. Noi in genere ci meravigliamo del fatto che i Cinesi non riescano a pronunciare la nostra 'r' di Roma o la 'b' di Bologna.
Fu tentato un adattamento di questi suoni agli alfabeti occidentali?
Sì, fu appunto quello del febbraio 1958 con l'alfabeto latino. Da allora le fonti cinesi si adoperarono spesso per segnalare o suggerire una scrittura pinyin. A me non piace, e mi sono sempre rifiutato di adattare quei suoni. Noto che la stragrande maggioranza dei curatori occidentali ha invece aderito a questo metodo e dunque io non posso che sconsigliare di fare come ho fatto io in questa pagina. Nella lingua, vince un metodo che viene chiamato 'standard'. Se la maggioranza adotta quello, vince. Non c'è niente da fare, per gli altri.
E' vero che esiste ancora un certo alone attorno a questa lingua?
L'alone è rimasto più che altro per gli insegnanti (ancor più che per i traduttori), che in Occidente sono rarissimi. La cosa curiosa è che essi vengono considerati ancora oggi come 'bestie rare', come dei guru particolarmente dotati oppure strambi.
Come per il russo, si può indicare un ordine di percorso da osservare?
Beh, chi vuole apprenderla dovrebbe sempre trovare uno di questi 'guru' e affidarsi totalmente a lui. Ci vogliono comunque anni. Io seguii un percorso canonico una quindicina di anni fa. Nel 1988, mi iscrissi a Roma all'associazione Italia-Cina. In quell'anno, gli archivi dell'associazione contengono dunque il mio nome poiché con un certo entusiasmo frammisto a curiosità cominciai a frequentare i corsi. Poi la sorte mi chiamò altrove. Ma a Genova non trovai un insegnante privato e così nel cinese mi fermai alle prime nozioni.
Era piacevole studiarlo?
Sì, direi di sì. Non è una cosa per tutti. C'è chi abbandona dopo appena qualche lezione. Più che per altre lingue, bisogna avere 'simpatia' e 'trasporto intellettuale' per una lingua che è anzitutto un fatto di filosofia. Ricordo che iniziai a studiarla proprio con questo entusiasmo. Ma mi colpì da subito la mancanza di regole come le nostre. Per contro, la presenza di modalità sconosciute alle altre lingue procurava uno choc immediato. Il cinese è una lingua che possiede ad esempio delle intonazioni, che si esprimono con particelle alla fine di una frase. In pratica, innalzando la tonalità o abbassandola si indica il tipo della frase. Ci sono frasi assertive, interrogative, esclamative ecc.ecc. Questa è una cosa che mi faceva impazzire. Nelle prime lezioni tornavo a casa molto perplesso. Mi domandavo: "Ma come fu possibile che in origine questa lingua si formasse nel parlato con queste intonazioni?". Per dare un'idea, è come se nell'italiano la musica di un cittadino del Veneto o della Emilia (coi loro accenti) cambiasse il tipo di frase volgendola in interrogazione o esclamazione. In sostanza, la frase - a parte una piccola aggiunta alla fine - resta esattamente quella. Se però si scende o si sale di tonalità la frase cambia di senso e di funzione nel discorso. Una cosa veramente curiosa. Però, ripeto, se una persona - dopo avere appreso i rudimenti essenziali da uno di quei guru - si mette a studiare per conto proprio con delle cassette e poi si esercita con Cinesi raggiunge comunque un minimo di risultati. Il problema è un altro. Il fatto che non serva molto conoscere bene questa lingua. O si hanno esigenze professionali (e allora la si utilizzerà come arnese del proprio mestiere, pensiamo a interpreti in simultanea o accompagnatori di industriali o di gente dello showbiz) oppure si è folli a dedicarvisi. I Cinesi residenti in Occidente se la cavano in tutte le lingue nazionali (anche se coi loro suoni). Nessuno di noi ha bisogno di parlare mandarino con loro.
Studiarlo sul posto?
Non è semplice, anche per via della distanza. Bisognerebbe avere un pretesto per dovervi risiedere (ad esempio, il lavoro della propria famiglia) o un permesso speciale di residenza per potersi acculturare nel modo dovuto. Per brevi periodi è più difficile. I Cinesi poi non concedono le facilitazioni che danno altri e le famiglie non hanno la possibilità di accogliere ospiti alla pari come succede a Londra o negli Stati Uniti. Se si va a Hong Kong (fino al 1997 una delle soluzioni più 'a portata di tasca') si può fare con più facilità, ma vi si impara una lingua che cambia un pochino rispetto a quella di Pechino.
Ci sono cose che cambiano?
Secondo loro le cose sono cambiate soprattutto con la rivoluzione culturale dal 1966, nel senso che una comunicazione sempre più diffusa ha fatto apprendere ai giovani cinesi una lingua che si è standardizzata. Periodicamente ci sono pubblicazioni dell'Accademia delle Scienze o dell'Istituto Nazionale di Lingua di Pechino che aggiornano questi usi e i principali cambiamenti. Durante tutto il secolo XX° le autorità cinesi furono molto attente e attive nel sorvegliare e guidare l'uso mediante dizionari ufficiali e soprattutto elenchi di caratteri. Oggi la questione si pone solo per gli stranieri che la imparano. I Cinesi non hanno più problemi poiché padroneggiano quelli che servono (da 3.000 a 10.000) e per il resto non ci badano nemmeno.
A parte quella storia delle intonazioni, la sentivi tua?
La sentivo logica, più che mia. Mia non sarebbe mai diventata, salvo che la utilizzassi per professione. Una lingua che fece nascere i vocaboli per combinazione di due o più parti è semplicemente meravigliosa. Ho anche un ricordo particolare. I primi tempi mi divertivo a curiosare nei manuali e nei dizionari esistenti. Una delle serate di 'perversione' fu quella del luglio 1989, a Mosca. Acquistai in una libreria un poderoso dizionario Cinese-Russo (Kitàiska-Russki slavàr), una delle cose che più mi interessarono. Mi misi a sfogliarlo per curiosità e lo portai in Italia come un piccolo trofeo.
Se tu andassi a parlare domani con Hu Jintao?
Mi direbbe anche lui cose burocratiche, oppure girerebbe intorno agli argomenti senza dirmi nulla. Io, a quel punto, siccome per De Bortoli sarei uno 'senza divisa', dovrei infischiarmene e tornare al giornale scrivendo soltanto il pezzo. Siccome questa visione non è corretta, diciamo che il mondo oggi sarebbe cambiato da un pezzo se qualche giornalista avesse fatto anche il 30% del suo dovere e avesse detto a un presidente della nazione di aver sentito da lui 'parole poco interessanti' (magari anche di non poter fare un pezzo).
Non credi che sia folle questa storia del 'chiudere' gli accessi ai navigatori o i locali pubblici che dispongono di Internet?
Certo, questo è proprio il sintomo più chiaro e immediato di 'mancanza di democrazia'. E' l'handicap ineliminabile di alcuni paesi con dittatura, che non accetteranno mai che un privato abbia a casa tutte le informazioni che vuole. Siccome non c'è nessuno che possa poi 'sanzionare' loro, fanno come vogliono e tanti saluti. Io però questo metodo non lo trascurerei, nel senso che lo utilizzerei in un altro modo. Farei chiudere i siti che distruggono e che non portano avanti la società non prima naturalmente di aver sentito la difesa degli autori stessi. I governi dovrebbero essere indotti a 'recuperare' la gente nel senso di informare.
Pagina del 20 e 21 settembre 2004, leggermente ridotta
il 12 giugno 07 e poi ancora il 18 giugno 07 in occasione della ripubblicazione come link dall'INFO dell'autore
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Cosa chiamiamo
con questa parola?
Un
immenso territorio di quasi 10 milioni di km quadrati, racchiuso tra
la catena dell'Himalaya (Pakistan e India) ad ovest, la Mongolia e la
Siberia a nord, e gli Stati asiatici del sud-est. Circa un miliardo e
trecentomila persone, stanziate quasi al 90% nella parte orientale.
Di questo
territorio e di questa gente si sa poco, nel pianeta. Perché?
Per
due motivi principali. Uno è quello della cultura e della
lingua. Per tanti secoli, la loro lingua - che a differenza di altre
si avvale di segni ideografici - è rimasta avvolta in un alone
di leggenda e di mistero che non ha favorito la comunicazione. La
stessa tradizione loro è piuttosto carente, da questo punto di
vista. Basta pensare che la prima grammatica scritta da loro stessi
risale a poco più di 100 anni fa. Essa esisteva, naturalmente,
anche in precedenza. Ma non era oggetto di studio, come si usa fare
nelle nazioni occidentali. La conoscenza della lingua cinese, fuori
da questi territori, fu tardiva e si deve soltanto all'opera dei
Gesuiti nel tardo secolo XIX°. La necessità di adattare
negli alfabeti occidentali suoni molto lontani da noi (molto
più di quelli russi) ha contribuito a mantenere il quadro poco
comprensibile e distante dalla nostra cultura. Il secondo motivo
è l'apertura soltanto recente della Cina ai mercati e al mondo
occidentale. La penetrazione europea in un mondo che per certi versi
era rimasto a usi e tradizioni medioevali ed era confinato in un
millenario isolamento si ebbe soltanto a metà del secolo
XIX° con la guerra dell'oppio, nella quale gli Inglesi dovettero
forzare le guardie costiere e occupare alcuni centri fino al trattato
di Nanchino (1842). Solo dagli anni successivi a quel trattato alcuni
porti cinesi si aprirono al mercato europeo. Il capitalismo
occidentale fu visto a lungo con terrore dalle autorità
cinesi, perché si riteneva che danneggiasse l'artigianato e la
produzione locali.
In precedenza
cosa c'era stato?
Secoli
di dominazione dinastica. Questo era un territorio nel quale la vita
contadina e fatta di tradizioni antiche (corroborate da una solida
base morale, prima nell'insegnamento di Confucio e poi nel Tao) si
era svolta sotto il regno incontrastato di dinastie secolari. Han,
Tang, Song, Qing sono brevi monosillabi che designano in successione
queste dinastie familiari, il cui dominio si succedette nei secoli
(inframezzato dall'impero di Gengis Khan). Soltanto nel secolo
XVI°, dopo il grande sviluppo della navigazione marittima e
delle esplorazioni, vi furono le prime scoperte vere e proprie del
continente. L'impero comincia a sgretolarsi alla fine del secolo
XIX°, con una serie di occupazioni (Francesi nell'Indocina,
Giappone su Formosa) che mettono a nudo la disorganizzazione del
centro. Nei primi anni del secolo XX° avviene lo sfaldamento,
anche perché si creano disordini sociali causati da un vasto
'movimentismo' che vuole la repubblica (nazionalisti del Kuomintang,
partito del popolo) e non esita a scontrarsi con le forze governative
che ancora tengono duro. Sun Yat-sen aveva fondato princìpi e
basi politiche del movimento, arrivando perfino a dichiarare una
repubblica. In quel momento, la dinastia Manciù - che si trova
davanti a varie dichirazioni di indipendenza - crolla pian piano.
Sono gli anni tumultuosi e confusi la cui storia vediamo descritta in
parte nel film 'L'ultimo imperatore', di Bertolucci. In quegli anni
in Cina, che evidentemente subisce anch'essa le suggestioni di
un'epoca che vede l'ascesa dei partiti socialisti (e poi comunisti),
si verifica uno scontro che assume le sembianze di una guerra civile.
Qualcosa di
simile ai nostri scontri (Risorgimento) o a quelli per l'indipendenza nazionale?
No,
in Cina non si conoscevano le nozioni di politica che oggi sappiamo
tutti. Si parla di 'fratellanza', si instaurano parole-chiave come
quelle di 'democrazia', 'partecipazione unitaria del popolo' e
benessere egualitario (socialismo cinese). Sun Yat-sen, che diventa
capo - anche se non permanente e nemmeno riconosciuto di uno Stato
del sud - viene influenzato anche lui dalla Rivoluzione sovietica.
Intanto nasce anche qui un Partito Comunista, in cui comincia a
segnalarsi un giovane molto dotato di nome Mao Tse-tung, che non
impiega molto a fondersi con il Kuomintang. Morto il fondatore di
quest'ultimo, si hanno nuovamente gravi scontri intorno alla
metà degli anni '20. Chiang Kai-shek (Jian Jeshi), che si
è posto alla testa del Kuomintang organizzandone una struttura
militare, scatena una campagna militare contro il nord e i comunisti
dichiarando poi la costituzione di uno Stato a Nanchino (1927).
Questo Stato, che in pratica convive con il nord, sarà
disturbato per una decina dì anni. Soltanto la penetrazione
giapponese indurrà le due forze (Kuomintang e comunisti) a
costituire un fronte unico. Ma poi, dopo la fine della seconda guerra
mondiale, ritornano gli scontri.
Guerra civile
senza soste?
Esatto. Dai primi
del secolo XX°, la storia della Cina è un continuo
ribollire di forze politiche, che vorrebbero assumere il comando.
Detto in parole comuni, si hanno troppi galli in un pollaio che dallo
sfaldamento dell'Impero non ha conosciuto una vera costruzione unica.
In parole un po' meno semplicistiche, diremmo che la politica cinese
è un affare molto molto confuso in cui gli interventi esterni
(Giapponesi e Americani) non contribuiscono alla chiarezza e al
ristabilimento dell'ordine. Gli Stati Uniti, per vari anni, premono
appoggiando i nazionalisti ma neppure loro hanno bene chiaro come
questo immenso territorio possa aprirsi a un abbozzo di capitalismo.
Il succedersi delle vicende cinesi è qualcosa che fu scritto
soltanto 'dopo'. In quegli anni si capiva poco, e loro stessi si
agitavano inseguendo cose e idee molto parziali.
Come spunta Mao Tse-tung?
Mao era stato un
giovane attivista, molto lungimirante, nelle file del Kuomintang.
Intravedendo probabilmente le possibilità di un futuro Stato
aveva dedicato dai 30 ai 45 anni studi e giornate alla organizzazione
delle masse, le quali - come appena detto - non avevano allora molta
chiarezza. La sua era un'ideologia in parte mutuata dal modello
sovietico, in cui alla fine si sarebbero dovuti realizzare gli
obiettivi del benessere in un'economia distribuita. Importanza
concreta comincia ad assumere nel corso della 'lunga marcia' (1935),
dopo la quale si segnala come l'ideologo e il capo riconosciuto della
guerra rivoluzionaria delle masse. A fine anni '40 partecipa anche a
lui alla guerra civile, vinta la quale fonda - insieme a Chu En-lai -
una Repubblica Popolare Cinese (1 ottobre 1949) che poi sarà
quella che il mondo riconoscerà da quel momento. Questo
significa che dal 1949 dire Cina significa dire Repubblica del
popolo, con presidente Mao e primo ministro Chu En-lai. La lingua
stessa riconobbe qualcosa all'uomo fondando parole come 'maoismo',
'maoista', che si diffondono tra i giovani - anche in Occidente - con
rapido successo. Un successo, naturalmente, provvisorio e abbastanza
'cieco'. L'epoca, che aveva bisogno di nuovi miti in un territorio
immenso liberatosi dal giogo secolare di dinastie mummificate,
favorì questa concessione di crediti e simpatia a un uomo che
in realtà per affermare i suoi princìpi instaurò
una pesante dittatura e un nuovo nazionalismo soltanto temperato da
piccole riforme. La Cina diventa dai primi anni '50 una 'cassaforte'
dei poveri, in cui non è possibile esprimere idee diverse da
quelle del governo. Si vorrebbe ottenere un'espansione economica, ma
ci si scontra con le stesse carenze del gigante sovietico
(statalismo, burocrazia che annienta l'individuo, indottrinamento di
massa ecc.).
Politicamente
quale fu la base del nuovo Stato?
Una nuova
Costituzione (1954), come sempre. Essa fondava molto chiaramente un
regime di presunta democrazia popolare che più che dittatura
del proletariato era l'autorizzazione ad assumersene la
paternità. Tutto sarebbe stato fatto 'in nome e negli
interessi del popolo', formula che già da allora non si capiva
bene cosa fosse. Mai fu realizzato il famoso 'balzo in avanti'. In
compenso, si visse - bisogna riconoscerlo - dentro un certo ordine,
di cui - dopo le lunghe guerre civili interne - si aveva bisogno.
C'era un Congresso Nazionale del Popolo, che eleggeva un Consiglio
centrale. Come in tutte le dittature, tuttavia, le decisioni venivano
sempre prese da uno o da un gruppo di persone ruotanti attorno a
quell'uno. Da subito il governò stroncò qualsiasi
parvenza di disturbo (dell'apparente unità) dall'esterno,
condannando la costituzione di un governo a Taiwan e reprimendo
rivolte sociali pericolose come quella del Tibet.
Cosa vuol dire
'rivoluzione culturale'? Perché si coniò questa espressione?
E' un'espressione
che equivale a una qualsiasi formula giornalistica. Quando noi
parliamo di un territorio così grande, che per secoli non si
è aperto ad altre culture e nel quale non esistono molti
collegamenti tra città e campagne, parliamo in pratica di cose
che vengono dette da alcune fonti e poi recepite dagli organi di
stampa e dai manuali di storia. Di queste cose, però, se ne ha
poca cognizione e consapevolezza. Un conto è parlare di
Confucio e del Tao. Un altro è parlare di fenomeni sociali o
politici poco tangibili da parte di chiunque. In sintesi, quello che
un osservatore dall'alto (pensiamo all'occhio di un satellite)
vedrebbe è il ripetersi di proteste da parte di studenti e
operai. Queste sono un fatto che accade in tutto il mondo. In Cina
venivano (e vengono) in parte soffocate e in parte 'dichiarate' allo
scopo (governativo) di prevenire guai ancora maggiori. Questo
succederà sempre, con un'unica punta (quella del 1989) che non
si potrà nascondere al mondo intero. Il problema è che
mentre in Occidente si sa molto bene del 1989 non si sa di altre
rivolte interne. Diciamo che quando si parla della Cina si assume dal
principio la consapevolezza di poterne parlare solo in piccola parte.
Noi, ancora oggi, sappiamo non più del 20-30% di quel che
realmente accadde nel secolo XX°. Davanti a questa sensazione,
si stende alla nostra vista un immenso territorio formato da molte
etnie, da una popolazione che subisce gli 'sgarbi' della natura e che
è rimasta nelle campagne alle condizioni di un secolo fa.
Leggendo nei manuali la storia del paese si viene a sapere in pratica
di tre o quattro città e della parte orientale soltanto.
Testimonianze affascinanti come quelle della Cina occidentale, che
poi si fondono in una certa misura con l'Asia centrale che è
in parte 'russa', non vengono mai alla luce perché sono molto
distanti dal centro politico. Quando noi diciamo Kashgar e Xinjiang
evochiamo terre e culture di grande fascino, per un viaggiatore. Lo
stesso itinerario 'Via della Seta' è un mosaico umano e
culturale di grande potenza. Lontano, tuttavia, anni luce dalla Cina
ufficiale, che è quella di Pechino, di Shanghai e della
cultura cantonese. Alla fine, nessuno riesce a chiudere in un solo
colpo d'occhio la visione di questo grande territorio.
Si sarebbero
potuti avere tanti Stati in luogo di uno solo chiamato Cina?
E' difficile dire.
I governi delle città orientali mai permisero che si
distaccassero in forma completamente autonoma altre entità.
Abbiamo visto cosa fecero con il Tibet. Noi però dovremmo
essere ormai così lungimiranti da andare al di là dello
schema politico centralizzato. Soprattutto il viaggiatore, intendo
dire, si trova a davanti a una miscela molto ricca e composita che
offre la conoscenza di realtà locali difficilmente
unificabili. Dando maggiore autonomia, del resto, non si sarebbe
ottenuto granché. Quando si parla di territori che campano
dell'artigianato e di un poco di commercio minuto collegato al
turismo, ci si rende conto che questi non avevano poi una grande
necessità di un governo di un altro Stato. Il Tibet stesso
raccolse una certa solidarietà internazionale, ma al momento
di ragionare si sarebbe concluso che non c'era materia per costituire
uno Stato con relazioni internazionali. Si tratta dunque di due
diversi ragionamenti, che non si fondano su un unico approccio. Un
agricoltore, in 90 anni di vita (se ci arriva), non solo non arriva
mai a interessarsi di politica attiva ad alto livello ma neppure sa
tutte queste cose.
Quando
cominciò a cambiare la Cina maoista?
Soltanto alla fine
degli anni '70, nella fase in cui la Cina 'normalizzò' le sue
relazioni internazionali con tutti gli Stati. Il leader politico era
morto nel 1976 in un mondo che stentava ormai a riconoscere il
marxismo e in cui non si accettava più che la politica di una
nazione così grande fosse pilotata da una piccola banda.
All'interno, dapprima si apportarono riforme alla Costituzione,
accrescendo i poteri dell'Assemblea nazionale. Deng Xiaoping poi
tentò un primo esperimento di 'affitto delle terre' ai
contadini, cosa che non si era mai fatta in precedenza. Dal centro fu
dato alla periferia l'ordine di incentivare lo scambio e di
realizzare forme di scambio e piccolo commercio locale. L'ambito
(piccole eccedenze dei raccolti) era talmente 'limitato' da non poter
costituire un vero mercato. Il problema rimase il solito, quello
delle imposte locali e delle tasse governative. Quest'ultimo basta
tuttora per far sollevare ingenti masse di piccoli percettori.
Insomma, problemi che non si sono mai risolti e che difficilmente
danno la possibilità di situare un punto preciso o un ponte
per il dopo-Mao. Diciamo che anche in seguito le piccole riforme non
superarono il limite oggettivo di una nazione (come la Russia)
gravata da un'assenza di strutture e di industrializzazione. Per
continuare la storia, a questo punto, dovrei anche inserire le note e
i criteri delle Annate. Il discorso diverrebbe molto lungo e
complicato. Diciamo solo che a metà anni '80, sotto la spinta
del decennio, si parlò molto chiaramente di apertura a
un'economia di mercato. Continue furono le rivolte di studenti e
operai durante l'epoca della Transizione. E' giusto dire che ad esse
i governi non seppero opporre un vero programma di riforme. Il
malcontento sfocia nella dura contestazione della primavera 1989. Un
crescendo che abbiamo descritto nelle Annate. La piazza Tienanmen si
riempie di studenti e di carri armati. Qui, come al solito, si
prendono le azioni dei ribelli come 'controrivoluzione' e in questo
modo si stroncano cercando di far passare l'idea che fossero 'forze
distruttive' o 'invasioni improvvise del male'. La realtà,
invece, era la solita. Il fatto che questo Stato non riuscisse a
produrre un vero benessere sociale. Perché le cose cambiano
negli anni '90 è cosa molto interessante da analizzare e da
questa ripartiamo.
Dopo la
contestazione della primavera 1989 quale panorama sociale si presenta?
Un panorama di
ormai estesa frammentazione, completamente diverso da quello tipico
del secolo XX°. Il 'confucianesimo' è niente più
che un ricordo, presente sui libri di storia. L'avvento
dell'ideologia socialista e poi maoista avevano provveduto a
seppellirlo. Il maoismo non esiste più, come mito, nelle
ultime generazioni. Il Tao c'è ma è poco più di
una filosofia. Insomma, diciamo che non esiste più ideologia.
Il giovane cinese, all'inizio degli anni '90, conosce bene le
strutture e le comodità della società occidentale (che
i governi hanno sempre bandito come 'bieco consumismo') ma si trova a
vivere in una società che non le possiede e non le prevede
neppure. Tutto attorno, crescono vertiginosamente Stati che producono
e scambiano come Taiwan, Hong Kong e Corea del Sud. Che fare?
L'interrogativo arriva anche al governo, ma non crea un dibattito.
Sono in tanti a domandarsi: "Perché non possiamo fare
quello che fanno gli altri?". Il primo pensiero è quello
che va al WTO (World Trade Organization), dal quale lo Stato è
ancora escluso. Questo significa in pratica situare la Cina su un
medesimo livello degli altri, cosa che rivoluziona il campo. Lo
rivoluziona in tutti i sensi. Tradizionalmente, le classi dirigenti
hanno sempre pensato che apertura a riforme interne significasse
indebolimento delle strutture centrali e del potere regolatore dal
centro anche sull'economia. Come riusciranno, nel caso, a combinarsi
i due fattori? Un'eventuale emancipazione di strati sociali poveri
come si presenterebbe nell'era informatica? Sono problemi non da
poco, che agitano la politica della nazione all'inizio degli anni
'90. Davanti allo spettro secolare di 800 milioni di 'poveri
ufficiali' ci si domanda come potrebbe tenere un paese che va
rapidamente dirigendosi verso il capitalismo. Nel farlo si osserva
quasi impotenti l'afflusso migratorio dalle campagne verso le
città. A questo si accompagna una crescita quasi fisiologica
della piccola criminalità e della corruzione. Cose a cui si
risponde con frequenti sentenze di condanna alla pena capitale, che
continuano a scandalizzare gli attivisti e le organizzazioni
umanitarie. Questo il quadro poco allegro dei primi anni '90, con un
clima di incertezza e di disordine particolarmente tra il 1992 e il 1994.
Il governo non
ha interesse a realizzare finalmente questo balzo in avanti?
Sì, ma vede
con preoccupazione i fenomeni paralleli che lo favoriscono. In
special modo, la comparsa sempre più massiccia di apparecchi
di telefonia mobile, di parabole satellitari, di fax. L'ascesa di un
benessere individuale per un numero maggiore di cittadini è in
fondo una contraddizione, poiché il potere va sempre di
più in mano a 'manager' e industriali che guidano i processi
produttivi. Il problema è essenzialmente politico. La Cina
è un paese in cui al vertice della gerarchia sta un partito,
non direttamente organi costituzionali. L'appuntamento-chiave non
sono leggi o dibattiti, ma proprio il Congresso di questo partito
(circa 60 milioni di tesserati ufficiali, a fronte di 200 membri
centrali). La stessa Assemblea nazionale e il Consiglio dipendono dal
Partito Comunista, che poi significa 'gruppo di persone'. Una decina,
in questo caso. A questo gruppo al potere si inchina tutto
l'esercito, qualcosa come 5 milioni di uomini. Ecco una struttura che
gli anni '90 mettono in crisi. La classe militare cinese, come quella
russa, si rende conto di non avere più un grande ruolo. Urge
ridimensionare tante cose. L'economia socialista non esiste più
(si calcola che solo un lavoratore su sei è statale, e il
governo procederà a tagli in questo senso per tutti gli anni
'90). Occorre guidare la politica facendo fronte alle richieste
locali e alla distribuzione del credito in maniera da favorire
investimenti e investitori. Occorre perfezionare le premesse e i
presupposti dell'entrata nel WTO.
Chi viene
incaricato di portare avanti il difficile processo?
Deng Xiaoping,
dopo i disordini del 1989, chiama ai vertici del partito un uomo che
in gioventù era stato oscuro dirigente di provincia, Jiang
Zemin. Nessuno poteva immaginare l'ascesa di un uomo che trent'anni
prima dirigeva gli impianti elettrici di una fabbrica d'automobili
della provincia. Nei primi anni '80, questi era diventato
viceministro dell'Industria e poi sindaco di Shanghai. Tuttavia,
pochi avevano notato qualcosa di particolare. Nel gergo dei poveri,
veniva soprannominato 'vaso con fiori', poiché lo si vede in
maniera diplomatica e con poche realizzazioni. Sembra, nei momenti
più difficili, un politico dalla doppia faccia. Quando il
segretario Zhao Ziyang si dimette, arriva lui. A questo punto, l'idea
del libero mercato non ha più grandi ostacoli. Il programma
iniziale di Jiang Zemin si basa su un punto-chiave, che è la
riforma delle industrie dello Stato. Questa passa per una progressiva
'liquidazione' delle strutture e dei materiali. Per il resto, si
mantiene su una prudenza di fondo anche in politica internazionale.
Fuori come
vedono la cosa?
In generale,
c'è stato dissenso della maggior parte dei governi democratici
rispetto alla politica di repressione adottata nell'aprile-giugno
1989. C'è comunque una cauta disponibilità verso il
processo di progressiva apertura al mercato. Il problema è che
nessuno, in questo momento, ha le idee chiare. Negli Stati Uniti, ad
esempio, c'è disparità di vedute. Nella prima era
Clinton, una parte non vorrebbe neppure rinnovare la clausola di
nazione favorita. Molti americani vedono con qualche timore
l'avanzata cinese, dal punto di vista degli scambi internazionali.
Dalla fine anni '80, l'industria cresce a un livello infinitamente
più alto del settore agricolo. Però il reddito medio
pro capite risulta ancora tra i più bassi, e prima che si
arrivi a 'vedere' cifre come quelle di Taiwan e Singapore anche i
più ottimisti dicono che ci vorranno 15-20 anni. Uno dei
problemi è il sistema di conversione delle valute che prevede
un doppio regime (interno e per stranieri). Questi ultimi, quando
pagano devono versare in valuta estera ma quando vogliono vendere al
mercato cinese, ricevono Yuan (denaro del popolo, poi intrasferibile
altrove) e i margini economici degli affari restano incerti. Ci si
orienta così su piccoli investimenti. I cambiamenti arrivano
nel 1990-91. In quel biennio, cresce notevolmente il volume di
investimenti esteri per via di una serie di agevolazioni fiscali
introdotte dal governo. Ecco dove crolla la concezione statalista.
Anche qui, vedete come il grande incontro planetario (1989-92)
instaura un nuovo clima generale e globale che rivoluziona un po'
tutto. In Cina, con un Congresso di apertura come quello dell'ottobre
1992, significa crollo della economia di Stato e favore crescente
verso investimenti di aziende private (fattore che dovrebbe anche far
calare la corruzione dilagante dell'amministrazione locale di molte
province). Jiang Zemin lo comprenderà man mano che
controllerà gli indici annuali dell'economia, osservando anche
lui che aree come quelle di Shenzhen e Guangzhou si avviano a
diventare piccole Hong Kong future. Al punto che a metà anni
'90 inizierà a incoraggiare proprio la privatizzazione. A
metà decennio, fa paura il 1997. Un po' perché si
avvicina il prossimo Congresso un po' perché Hong Kong ritorna
alla madrepatria. Fervono grandi preparativi. Nel frattempo, l'umore
di tutti è cambiato perché il 1989 è sempre
più lontano. A metà decennio, gli scambi e le relazioni
commerciali con tutto l'Occidente sono floridi. La Cina ha ridotto,
tra l'altro, le tariffe doganali. L'unica incognita, a questo punto,
è un sistema bancario non all'altezza delle nazioni più
industrializzate. Soprattutto, l'inconvertibilità della valuta nazionale.
E cosa succede,
in pratica?
Vediamolo, nei due
distinti settori. Ristrutturazione interna e ritorno di Hong Kong.
a)
Ristrutturazione interna. Si punta ancora alle riforme, in un
taglio radicale delle risorse e degli uomini della industria
pubblica. Il partito, intanto, è guidato da sette uomini. Un
Comitato permanente comanda ancora, non c'è verso di
smontarlo. Il paese resta ancora stretto nella morsa contrastante di
un sistema politico comunista alle prese con un'economia largamente
capitalistica. Le cose si vedono 'normali' solo all'interno, mentre
fuori la contraddizione resta un mistero. Perché i cittadini
non devono votare, come negli altri paesi, i leader dei massimi
organi statali? C'è ancora Zemin, che ne è segretario
ed è presidente della nazione. Resta ancora Li Peng, che si
porta dietro l'ombra della respressione 1989. Arriva Zhu Rongji come
primo ministro (da vice che era), all'inizio del 1998. Li Ruihuan
è uno dei fedelissimi di Deng Xiaoping. Ci sono poi Wei
Jiangxing, l'economista Li Lanqing e già si fa strada il
'giovane' Hu Jintao. C'è poi un Comitato allargato che
accoglie ora funzionari 'tecnocrati'.
FAQ. Ma come si
fanno le nomine?
Le nomine sono di
stretta competenza del partito. Lo stesso Zhu Rongji viene eletto
dall'Assemblea popolare (2950 su circa 2980 deputati), ma è
soltanto una cosa formale, un'approvazione di una decisione già
presa in precedenza e altrove. Il Parlamento cinese è tra
quelli che contano poco o nulla.
Jiang Zemin fa un
viaggio negli Stati Uniti, dove cerca di convincere a suon di sorrisi
che la Cina sta per dilagare sul mercato mondiale ma che questo non
sarà un danno né un disturbo per gli altri. Nel 1997 e
all'inizio del 1998, per l'economia cinese è arresto
improvviso. La crisi dei mercati asiatici ha penalizzato le imprese
che esportano e il tasso di sviluppo - per la prima volta in tanti
anni - resta fermo. Negli anni precedenti la produzione cresceva al
ritmo del 10%. Nel primo semestre 1998 è rimasta al 7%.
Prosegue intanto il colpo di scure ai posti dell'amministrazione
statale (quasi 4 milioni hanno perso il posto nel 1997 e 1998). I
danni provocati da alluvioni, nel 1997, ammontano a 15 miliardi di dollari.
FAQ. Le
relazioni con Taiwan?
E' di nuovo
burrasca. La madrepatria cinese e l'isola separatista avevano siglato
un accordo nel 1991, che aveva portato nel continente decine di
miliardi di dollari in investimenti. Senonché, l'isola - in un
sistema multipartitico - ha organizzato libere elezioni e ha
più volte instaurato relazioni diplomatiche con gli Stati
Uniti, cosa che fa tremare (e schiumare di rabbia) il governo di Pechino.
FAQ. Come si
può riassumere la vicenda in poche righe?
Ricordando che dal
1949 il gruppo nazionalista di Chang Kai-shek si è rifugiato a
Taiwan, dove ha stabilito un regime capitalista con il sostegno
americano. Taiwan, negli anni, avave sempre rifiutato una
riunificazione sostenendo di non poter stare sotto un regime
comunista. Un clima parziale di riconciliazione sembrava essere in
corso dai primi anni '90, ma da quando Pechino si è accorta di
relazioni più strette con la Casa Bianca i legami si sono
raffreddati e il governo ha ripreso ad effettuare - anche a scopo
intimidatorio - operazioni militari attorno all'isola, comprese
esercitazioni missilistiche. La cosa assurda è che Taiwan, dal
canto suo, sostiene ancora di essere la vera Cina (mentre Pechino
continua a parlare di una 'provincia ribelle' che deve assolutamente
rientrare nei ranghi). Zemin vorrebbe ricondurla in patria nell'anno
che celebra il cinquantenario della Repubblica popolare, ma non vi
riuscirà. Intanto, nell'ottobre 1998, due delegazioni (una
cinese una di Taiwan) si incontrano e fanno dei discorsi diplomatici
ma senza risultati concreti.
b) Hong Kong.
Questo territorio, che era stato ceduto in affitto dalla Cina alla
Gran Bretagna nel 1842, subì una riduzione di durata del
contratto (99 anni) nel 1898. Diventando un importante centro
commerciale, è ora un'incognita. La sua piccola autonomia era
stata consacrata da un governatore occidentale (affiancato da un
Consiglio) e un'assemblea di 25 membri con funzioni legislative. Nel
1990 è stata creata una mini-costituzione di 'diritto
fondamentale', per riabituarsi. Con la riannessione alla Cina,
quest'ultima per impegno esplicito non dovrebbe mutarne l'assetto
economico e sociale per 50 anni. Il trasferimento ha luogo il 1
luglio 1997 e con esso Hong Kong diventa una regione amministrativa
speciale. Già nel 1996 il Consiglio è stato sostituito
da un comitato con membri cinesi. Tung Chi-hua è stato
nominato nuovo capo amministrativo. Non ci sono stati grossi
problemi, nonostante le molte preoccupazioni su questo passaggio. La
maggior parte dei residenti ha veramente identità cinese.
La Cina
procede, ma con dati economici contraddittori. Perché succede questo?
Perché il
prodotto interno lordo viene calcolato su un aggregato di beni e
servizi, che comprendendo una grande quantità (il paese
è il più popolato della Terra) trae in inganno. Su
questo proposito, ugualmente, i giornali hanno scritto cose prive di
fondamento. Il reddito medio annuo è aumentato più del
100% nel corso degli anni '90, ma è una media che non tiene
conto del valore della moneta e del potere d'acquisto. Nel 1996-97 un
hamburger con Coca Cola al McDonald di Pechino, a un cittadino medio,
costa in proporzione quanto un pasto caro in un buon ristorante da
noi. Più di metà della popolazione cinese non arriva a
600 dollari all'anno, come reddito. Anche quando parliamo di tasso di
crescita della produzione intorno al 10% dobbiamo tener conto di un
paese che ai primi anni '80 doveva partire da zero. E' come se io a
metà anni '80 impiantassi decine di concessionarie Fiat, Volvo
e Renault nel Congo. Detto questo, è chiaro che dobbiamo
ugualmente riconoscere una crescita che prima nessuno avrebbe
sospettato. Ma venire dal nulla capitalistico del primo trentennio
'maoista' e conoscere hamburger, telefonia mobile e televisori era a
quel punto un processo naturale. Mao aveva nazionalizzato tutta
l'industria del paese e negli anni '60 i Cinesi occupati erano quasi
tutti stipendiati dallo Stato. Insomma, le cose vanno viste nel loro
corso, come se vedessimo crescere un bambino che diventa adulto con
uno stipendio, un reddito e un appartamento suo. Ora abbiamo una
trasformazione di quelle aziende controllate dallo Stato in
società per azioni. Questo significa che si allarga sempre di
più il ceto medio-alto e dunque il benessere. Tuttavia, questo
succede mentre dall'altra parte (dei 250 milioni di Cinesi
metropolitani) vegeta quella larga fetta di popolazione con 500-600
dollari annuali. Quelle cifre vanno dunque prese con beneficio
d'inventario, cioé facendo le debite proporzioni.
Che basi
politiche ha questa riconversione dell'economia nazionale?
Nel 1999
verrà introdotta nella Costituzione già più
'libera' del 1982 una serie di emendamenti per stabilire la
parità tra imprese pubbliche e private. Gli esperti cinesi di
diritto chiamano 'Stato di diritto' una situazione che in Occidente
altro non è che una normale libertà di mercato e una
normale 'deregulation' in alcuni settori. Qui le imprese private
diventano una componente della economia socialista cinese, ma se si
riporta la questione alla economia come disegnata dagli ideologi
originari (Marx e Lenin in primis) siamo lontani milioni di anni luce
anche con la teoria di Deng. Prova ne sia che non si è osato dire apertamente nella costituzione stessa che la proprietà privata è un diritto del singolo. Così come siamo lontanissimi
dalla democrazia se si reprimono anche le manifestazioni che nel 1999
celebrano la ricorrenza decennale di Tienanmen (soliti motivi: la
Cina sarebbe finita sotto una sfera d'influenza americana) e si chiude con
arresti un sit-in del Falun Gong, setta mistica a cui si
attribuiscono disordini strumentali e antigovernativi.
Come si svolge
il cinquantenario della Repubblica popolare cinese?
Beh, cose normali
e prevedibili. Pechino blindata. Negozi, uffici e scuole chiusi (con
un ovvio vantaggio di riduzione dell'inquinamento atmosferico).
Discorsi-fiume fatti di slogan e di rassicurazioni alle masse
cercando di conciliare tutto ma proprio tutto. La propaganda è
uguale, dappertutto (la si pratichi). La campagna di abbellimento
estetico della città ha comportato una spesa faronica di
qualche centinaio di miliardi di dollari, con improvvisa occupazione
per milioni di contadini e non-occupati.
Perché
nel 1999 la Cina si proclama potenza atomica?
Questa è
una cosa molto interessante. A metà luglio 1999 il governo ha
fatto un annuncio per comunicare di possedere la tecnologia della
bomba al neutrone. Cosa è? Propaganda e insieme intimidazione
(in direzione Usa e Taiwan). Poi infatti si sostiene che alcuni
gruppi di scienziati nucleari cinesi già da vent'anni era in
grado di costruire ordigni nucleari. Allora perché fare
quell'annuncio? Nello stesso mese due fotografie su Internet fanno
circolare la notizia del lancio di due razzi dalla base del deserto
del Gobi. La Cina, chiaramente, non vuol perdere la corsa spaziale,
in cui intende essere il terzo paese al mondo - dopo Urss e Stati
Uniti - a mandare uomini nello spazio. In questo 1999, come vedete, segue esattamente i dettami dell'annata (la prima, quella che inaugura il Trapasso) e si lancia in una politica di grande potenza che otterrà i suoi frutti nel giro di pochi anni.
L'entrata nel WTO?
Nel maggio 2000, i
ministri dell'Unione europea firmano l'accordo per permettere
l'entrata della Cina nell'organizzazione mondiale del commercio. Poi
gli Stati Uniti - vincendo le perplessità di coloro che
obiettano sul rispetto dei diritti umani e non vorrebbero 'concedere'
- permettono l'instaurazione di rapporti commerciali permanenti, e
quest'ultimo è l'atto che consente in pratica una
liberalizzazione completa. Il passo decisivo sarà
l'abbattimento di qualsiasi barriera all'importazione di prodotti
tecnologici. Questa è una grande cosa, poiché con
l'entrata nel WTO un popolo di più di un miliardo di persone
entra potenzialmente in uno scambio globale che pone questo
continente sullo stesso piano delle altre potenze. Gli effetti si
vedono immediatamente. Già nel 2001 giornalisti molto
ottimisti si lanciano a scrivere servizi sulla nuova potenza
mondiale, la settima industriale del pianeta. E alla fine del 2002 si
registrerà la Cina come sesta potenza industriale, facendole
superare l'Italia (attualmente la si vede minacciare la quinta, la
Francia). Naturalmente, restano le perplessità già
dette. Si parla a fine 2002 di 1.280 miliardi di euro di prodotto
interno lordo. Si parla di una produzione annuale di 1 milione di
auto (cifra che decuplica almeno la produzione di metà anni
'80). Si parla con entusiasmo di marchi occidentali anche nella moda
e nei gioielli. Però bisogna tener conto che: a) si vivacchia
già con 60 dollari al mese; b) il tasso di cambio della valuta
cinese nel 2002 è di circa 8,5 per un dollaro; c) i turisti
cinesi, al ritorno in patria, portano un capitale se appena agiscono
con astuzia; d) nel 2003, solo il 3% della popolazione dispone del
computer e della rete; e) il governo esercita uno strettissimo
controllo su Internet, filtrando l'accesso a molti siti e chiudendo
di tanto in tanto i locali pubblici che ne dispongono. Tutti questi
dati disegnano uno sviluppo vertiginoso poiché favorito da un
basso costo dei fattori e da una concentrazione delle risorse in mano
a pochi. Se noi ci contentiamo di questo (una nazione che registra
ancora tre paesi che convivono, di cui uno completamente escluso dal
mondo contemporaneo) allora va bene. Non c'è dubbio che, poste
queste condizioni come ineliminabili, qui ci si attende il maggiore
volume di investimenti dei prossimi 10 anni (e la tendenza irride
quasi a un gigante ancora malato come la Russia). Consideriamo anche
il fatto che - dati i costi complessivi - la manodopera cinese viene
a costare molto meno che in Occidente. Tuttavia (questo è il
nostro pensiero) la tendenza anche nei prossimi anni non farà
che allargarsi in orizzontale entro la fascia di popolazione urbana
che già possiede mezzi e risorse da fine anni '80. Intendo
dire che il quadro si allarga solo in una piccola parte e resta
invariato nell'altra. Per fare un esempio, è come se in una
nazione di 100.000 famiglie io salutassi con favore il fatto di
vederne 30.000 arricchirsi sempre di più e 70.000 rimanere
sempre quello che sono.
'Ricchezza' è saper insegnare al maggior numero possibile di persone a produrre. Dando mezzi, consegnando brevetti, portando a investire.
C'è un'altra contraddizione apparente. Il governo continua a dire che si procede e si procederà a licenziamenti del personale e a conseguente necessità di creare milioni di nuovi posti di lavoro.
Questo va bene, è uno dei provvedimenti più utili nell'ambito della ristrutturazione economica. Bisogna però riuscire a farlo. Non bastano le parole. La ricetta, ancora una volta, sono le privatizzazioni. Queste sono tra l'altro l'antidoto migliore contro il deficit pubblico. Le privatizzazioni - gli ultimi anni lo insegnano, in tutto il mondo - hanno un effetto espansivo (occupazione più investimenti) all'inizio e poi, superato il medio termine di tre o quattro anni, tendono a stabilizzarsi e a fermare. Quindi è un discorso che necessariamente deve tener conto delle fasi congiunturali di un'economia che mentre non fa che aumentare il PNL resta stazionaria nella distribuzione effettiva delle risorse. Le cose vanno viste nella loro realtà. Se si permette duecento negozi in più all'anno di alta moda nelle grandi città, occorrerà avere in prospettiva un numero adeguato di acquirenti o consumatori (in caso contrario, quei negozi falliranno e chiuderanno). Se un povero del 1970 è un povero ancora oggi e la differenza è solo che può permettersi acquisti di basso valore la situazione del quadro non cambia, poiché avremo sempre una media di 30.000 famiglie stare sempre meglio e le altre 70.000 vivacchiare con il poco che il mercato offre con 5000 dollari all'anno. Bisogna stare nelle proporzioni. Quando poi si dica che un povero del 2003 comunque vive molto meglio di un povero del 1970 bisognerebbe spiegare in che senso. Avere un cellulare per poter telefonare anche fuori casa non arricchisce un'esistenza senza prospettive. Conosco molto bene il problema perché ho viaggiato nel Terzo Mondo e ho soggiornato in tante città che avevano lussuosi centri commerciali a otto piani e alberghi da favola a cinque stelle. Se volevo beni o saune entravo in uno di questi luoghi. Quando ne uscivo mi ritrovavo con città-dormitorio in cui il 90% della popolazione neppure entrava in quei luoghi. Bisogna allora ricordare che la costruzione di centri e l'investimento di migliaia di imprese deve tener conto della domanda complessiva. Il cellulare, d'accordo, lo prendono tutti. I computer, piano piano, entreranno nelle case di tutti. Il resto? Ditemi a cosa servono tutte quelle boutiques, tutti quei centri commerciali.
Se voi distribuiste in una nazione un cellulare a ciascun individuo non avreste generato ricchezza
Per la Russia hai detto cosa servirebbe. Alla Cina?
Alla Cina servirebbe un piano, insomma un serio progetto economico a lunga scadenza che tenga conto di una migliore distribuzione delle risorse. Non vedo Bangalore dell'informatica in Cina. Vedo ingegneri uscire quasi tutti dagli istituti di tre città. Allora a me vengono in testa altri pensieri, che non sono quelli degli 'sbandieratori' di numeri puri e semplici. a) Finché non esiste un mercato azionario e di titoli all'altezza di quelli occidentali, le aziende più grosse commerciano e scambiano con l'estero; b) Le partnership avranno in Cina sedi varie senza che queste riescano a dislocare all'interno del paese il grosso della produzione; c) Finché non esiste una sufficiente diffusione di Internet presso i privati, il bene-cultura non circola veramente nel paese.
Nel frattempo, le periferie della nazione (ripensiamo ancora una volta a Tibet, di osservanza lamaista, e parte occidentale, di osservanza musulmana) si arricchiscono in senso verticale, distanziandosi sempre di più dal centro affaristico e commerciale della nazione. Non è escluso che una rinascita spirituale del mondo veda queste zone come quelle 'designate', cioé come quelle in grado di pilotare l'altro versante della nostra vita. E' un discorso simile a quello fatto per le metropoli europee in confronto alle città del mondo arabo. Io non vorrei scandalizzare molti (che sembrano essersi innamorati di cifre), ma credo che il futuro non sia solo di Shanghai o di Pechino. Quando dovesse cadere la domanda di quei beni e servizi cosa faranno? Tramontata anche l'utopia neocapitalistica, cosa inseguiranno? Non è che possiamo fare della Cina soltanto un paese di joint-ventures. L'economia è anche un sistema di relazioni umane.
So che è un discorso molto diverso da quello degli economisti, ma bisogna ragionare anche in questo modo perché si continua a nascere anche nelle altre zone. Se le nascite si avessero soltanto nei pochi centri che guidano il 'balzo in avanti' non ci sarebbe neppure analisi. Viceversa, come nel caso dell'India, noi vediamo nascere esseri umani soprattutto dove c'è povertà. Molti credono che si faccia nascere dove ci sono denari. Non è vero, non c'è una legge in questo senso. Basta guardare alla industriale Italia, che ha una nascita zero. Allora, se si fa un discorso in proiezione si conclude che non esiste una 'mistica delle cifre'. Il tempo privilegia sì la conoscenza e il benessere raggiunto con questa, ma allo stesso tempo popola zone che non hanno questi due fattori.
Il Congresso del 2002 non ne ha tenuto conto?
Questi congressi utilizzano ancora slogan e parole-chiave della sinistra come se fossero concetti della natura. Insomma, si parla di 'socialismo alla cinese' come se si parlasse di eventi alluvionali o astronomici. Ecco, questa è la Cina che non è ancora maturata ed è un problema di classe politica. Il XVI° Congresso del Partito comunista cinese, nel novembre 2002, registra l'annuncio della successione al posto di Jiang Zemin, che viene assunto da Hu Jintao. I 'capitalisti', ormai, sono riconosciuti come parte integrante dello sviluppo economico di un paese che non li vede più come 'opera del diavolo'. Però si continua a esaltare il pensiero 'canonico' di Mao, che prende come i Vangeli in parrocchia, e la teoria di Deng. Come parlare della Bibbia a un istituto universitario di fisica. E stupisce che sia proprio Hu Jintao a farlo, rievocando ancora e sempre il marxismo-leninismo. Insomma, non si sa che dire davanti a questa 'nuova' generazione. Se io andassi come rappresentante di una nazione occidentale (ma anche come giornalista, non dimentichiamo l'assurda tesi di De Bortoli che li voleva 'senza divisa') non saprei da cosa partire, non saprei che pesci prendere al cospetto di uomini che sognano bianco e trattano nero, predicano nero e razzolano bianco. E pensare che hanno una storia secolare fatta di insegnamenti (altro che marxismo-leninismo!). E pensare che hanno l'agopuntura. E pensare che vanno nello spazio (si può andare nello spazio e puntare su Marte parlando ancora di marxismo? non sarà un mezzo per tenere buone le coscienze e tacitare eventuali dissensi?). La verità è che chi è tornato come osservatore da quest'ultimo Congresso non ha saputo cosa riferire (di interessante).
Però le previsioni per il futuro parlano di una urbanizzazione crescente e imperante, nei prossimi 20 anni. Il governo ha tenuto conto di questo.
Queste previsioni sbagliano, non nel senso delle cifre ma nel senso dell'equilibrio. Pensare quello significa prevedere che questo tipo di sviluppo della Cina comporterà un necessario abbandono delle campagne per una certa parte della popolazione. Io non ci credo, devo essere sincero. Non credo ad esempio che il rapporto 2003 dell'Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation Forum), che parla di una popolazione urbana di 750 milioni di persone nel 2020, sia veritiero. Credo al contrario che queste proiezioni siano fallaci, poiché prendono dei dati come costanti e non inseriscono delle variabili (l'economia non può esserne priva). Se noi oggi andassimo a guardare le cifre che si portavano in previsione trent'anni fa (petrolio docet, sulle risorse disponibili) noteremmo che erano tutte largamente sbagliate. Questi ultimi trent'anni hanno dimostrato che l'economia mondiale non cresce a ritmi costanti e prevedibili. L'esplodere di molte tendenze ha favorito un rapido esaurirsi delle medesime appena i consumatori (o la popolazione in generale) ha manifestato reazioni diverse da quelle che si prevedeva. Vent'anni fa a una città esplosiva come Bombay venivano dati pochi anni di vita. Oggi vediamo al contrario come stia trainando il grosso dello sviluppo indiano. Non parliamo poi di Calcutta. Quella relazione dell'Apec non è verosimile, perché è più probabile al contrario che l'era informatica ripopoli pian piano le campagne. Il 'lavoro a distanza' crescerà. Gli occupati da casa saranno sempre di più. E allora perché mai dovrebbero 'ammassarsi' in quelle quattro città cinesi? Gli investimenti esteri in Cina, poi, non possono essere visti come una fontana che zampilla d'acqua senza soste. Io conoscevo due giovani italiane che commerciavano in artigianato. All'inizio erano entusiaste. Andavano tre volte all'anno in Cina, per partecipare a fiere e conventions. Poi hanno cominciato a fare i conti, hanno visto che non tutto quadrava, hanno cominciato a stancarsi della cosa e ora non partecipano più con lo stesso ritmo. Le vite di tutti noi hanno delle stagioni. All'inizio di molte di queste, si parte e ci si lancia. Poi subentrano fasi più riflessive. Di questo i politici dovrebbero tener conto.
Mentre pubblichi questa pagina, Hu Jintao prende le consegne e Jiang Zemin si ritira in posizione più defilata.
Non a caso ho scritto la pagina in questo momento. L'ho scritta, ancora una volta, distanziandomi dalle analisi dei giornali. Tra il 2001 e il 2003 ho visto molti articoli-fotocopia. Evidente che giornalisti (soprattutto giovani) avevano avuto in consegna un certo materiale, soprattutto trionfalistico, e non hanno fatto che riportarlo. Non erano tutte cose vere. Ancora una volta, vorrei ricordare a tutti (compresa l'ambasciata cinese e i Cinesi che mi stanno leggendo, in traduzione, da casa loro) che il progresso non è fatto solo di cifre. Dunque, comincia l'era Jintao. Hu Jintao ha un passato con eventi di varia natura. Col Tibet fu repressivo. Nelle province ricche conquistò un vasto apprezzamento. Con la Sars si è fatto valere, poiché - in un mare di bugie - seppe licenziare il ministro della Sanità e il sindaco di Pechino. In un certo senso, arriva con un notevole passaporto (rispetto agli altri). Il problema è complessivo. Non si vede, attorno a lui, un ceto politico all'altezza. Soprattutto, sappiamo ormai che il Partito comunista cinese, che decide il 99% di tutto, non ha una capacità di incidere sulla società in senso innovativo. Pensare che un territorio così immenso abbia bisogno di un organismo 'forte' alla guida è normale. Guidarlo però con un organismo che non è mai stato veramente rinnovato negli ultimi decenni è un fattore che immobilizza la politica. I suoi predecessori hanno saputo resistere facendo passare il tempo con abili doti diplomatiche, dicendo nel complesso poche verità. Quante verità saprà dire Hu Jintao?
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