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Quando le forze governative del governo russo fanno il primo blitz e radono al suolo Grozny (dicembre 1994 - febbraio 1995) è dramma anche da questa parte. Quando le forze ripartono, a fine febbraio, riferiscono di un dramma. Lo stesso nella mia vita, con alcune lettere. Quando le forze governative del governo russo fanno una seconda spedizione (ottobre 1999 - febbraio 2000) è dramma anche da questa parte, poiché forze nuovamente negative spingono a un conflitto. Si spostano lì. Si spostano anche qui (c'è un giornalista che chiede di cambiare sede di giornale). Non solo queste, ma tante altre vicende avvengono in contemporanea. Ecco spiegata quella storia del battito d'ali di farfalla a Tokyo che si ripercuote a Washington. Molti la citano senza averla capita o sperimentata nella propria vita. Non è così, non è una ripercussione. E' soltanto e semplicemente un avvenire insieme, più o meno nello stesso periodo.
Torniamo in Cecenia. Anche qui abbiamo un soggetto che rifiuta un confronto su qualcosa. Putin dice di non poter trattare queste cose con un gruppo di ribelli. In questa pagina abbiamo visto che la questione si pone in un modo molto più semplice. Spiegando agli uni che sbagliano a fare quello spiegamenti di mezzi per una cosa così piccola e agli altri che non esiste l'autonomia che loro pensano (ma semmai altre cose) avremmo risolto la situazione. Finché non si fa questo, avremo stupidi che vanno dai primi per sentirsi dire che non trattano e dai secondi per sentir dire che finché non trattano loro continueranno ad attentare alle strutture statali. E allora che gioco è? Come mettere in comunicazione due mondi incompatibili tra loro. A quel punto, se morti ci saranno responsabilità anche di chi non spiega.
Dal Karenina al Vladimir, in Occidente pochissimi arrivano a pronunciare bene le parole russe nell'accentazione. Un'altra cosa che si ignora, in genere, è che la O quando non accentata in russo non esiste (come suono) e si pronuncia A. All'inizio sembrano cose strane, ma quando si vive con loro e nell'ambiente non ci si fa più caso. Lo stesso quando vengono loro a vivere da noi e imparano in appena due o tre mesi la lingua. In genere, la parlano benissimo. Ma appena iniziano a parlare ci si rende conto che non sono nostri connazionali, da due elementi: a) Pronunciano vocali con tonalità diverse dalle nostre (parlando così un loro 'italiano' o un 'francese' che non esistono); b) Non usano articoli. Sembra anche questo curioso (a chi non l'ha studiata), eppure la lingua russa non possiede articoli. Ma allora come fanno a definire e qualificare i nomi? Mediante le declinazioni. Ecco, loro sono rimasti al rosa-rosae latino.
Che difficoltà ci sono?
Per quanto riguarda la grammatica, a parte le declinazioni il doppio stato dei verbi. Quasi tutti i verbi, in russo, possiedono due forme diverse che tengono conto della condizione dell'azione. Se l'azione è stata condotta a termine (Io ho scritto Memoriale) si usa la forma perfettiva, che richiede una parola. Se l'azione viene intesa nel suo svolgersi, senza precisarne il risultato (Io scrivevo Memoriale) si usa la forma imperfettiva, che richiede una parola diversa. Per cui bisogna in pratica imparare una cifra quasi doppia di parole che li traducono in russo.
Non è un concetto astruso?
Ci si abitua anche a questo, vivendo con loro. 'Fare' una cosa non è 'averla fatta', in russo. Più che astruso è antico. I verbi di moto poi sono complicati. Il verbo 'andare' si rende in 40 modi diversi. Ci si abitua. Le lingue sono come percorsi in cui si passa da una parola all'altra in maniera automatica. Essendo una lingua antica, con un suono molto differente da quello delle neolatine, possiede un suo ambito che rimane intatto e incontaminato. L'unica concessione che la lingua ha fatto alla modernità è il necessario acquisto delle parole moderne, tali e quali esse sono nate nelle altre lingue. Questa lingua, quando ha fatto acquisti li ha accoppiati spesso con una propria parola (che solo in un secondo tempo è sparita dall'uso) e quando ha venduto parole sue lo ha fatto in un mercato molto ristretto, nell'Europa centrale. Questo derivava dal fatto che erano suoni particolari, diversi sia dall'indoeuropeo sia dal greco. Migliori i rapporti con il latino. Mai è stata proposta a livello ufficiale una nuova sistemazione 'occidentale' dell'alfabeto cirillico, ma ritengo che sia meglio così. Impossibile adattare quei suoni alle nostre lettere.
Come è meglio impararlo?
Solito discorso. Intanto, si impara più rapidamente se si è portati di natura per lo studio delle lingue. Ma soprattutto questa è una lingua che bisogna perfezionare stando sul posto. Vivendo lontani se ne perde non solo il suono ma la pratica. Fidanzarsi con una donna russa nel nostro paese serve poco perché nel 90% dei casi parlerà la nostra lingua e - salvo che sia un'insegnante - non si metterà più a insegnarci la sua. La combinazione migliore resta quella che trovai io negli anni '80. A metà del decennio cominciai a studiarla regolarmente in Italia. Nel 1989 la perfezionai a Mosca. E poi riuscii ad avere qualche relazione (anche epistolare) con donne russe. Progressione, nell'ordine. Studio a casa-viaggio sul posto-relazioni. Se alterate quell'ordine, è finita.
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Da notare
che la traslitterazione occidentale ha reso il suono di questi nomi
di repubblica (oltre che dei popoli) molto variabile, non solo in
Italia. La versione migliore sarebbe naturalmente quella originale
russa. In questo caso, dando un aggettivo alla repubblica dovremmo
dire nell'ordine: Karachaievo-Cherkesskaia, Kabardino-Balkarskaia,
Assietìnskaia, Ceceno-Ingùshkaia. La difficoltà
di rendere in maniera decente ha permesso dappertutto traduzioni di
massima che possono ugualmente essere accettate.
Corre l'obbligo di fare una premessa, prima di addentrarci nel 1991 in questo territorio. Possiamo parlare di 'guerra' in questo caso? Sì, perché qui abbiamo due contendenti che dichiarano di farla fin dall'inizio. Importante sempre capire, quando parlate di conflitti, se siano guerra o no. Quella degli Stati Uniti in Iraq non era e non è (neppure ora) guerra, poiché uno Stato ha occupato militarmente un territorio costituito in Stato indipendente e poi vi ha lasciato truppe creando una situazione instabile e violenta (su quel territorio). Quando usate le parole, dovete usarle con precisione.
FAQ. La questione nasce nel 1991?
No, la questione perdura da secoli. Nacque, ancora una volta, per conflitti religiosi (vedete che le radici del male sono lì?).
L'intera zona caucasica ha un destino di disordine politico. Essa fu terreno di scorreria per vari imperi (prima quello dei Mongoli, poi quello di Tamerlano) e fu sempre sotto la minaccia dei Turchi Ottomani (conquistatori, come sappiamo, dell'Impero bizantino dal secolo XV°). Soltanto nel secolo XVI° la zona fu assoggettata in alcune parti dall'impero russo dello zar Ivan il Terribile. Scontri si ebbero nei secoli seguenti, poiché le popolazioni di questa zona - per ovvia vicinanza con l'area dell'Impero Ottomano e mescolanze avutesi in tanti secoli - erano state islamizzate. Quando nel secolo XVIII° e XIX° i Russi ortodossi tornano a porvi gli occhi si ha un'ovvia rivalità che deriva da una diversità accentuata di usi, di credenze e di mentalità. Qui veramente possiamo parlare di 'resistenza' delle popolazioni caucasiche alla Russia. Non è come dice Putin. Quando i problemi nascono nel passato da radici diverse, che implicano rivalità, non si possono risolvere dicendo che l'unità della nazione esige l'uso della forza e che da fuori gli altri non possono capire (questo il senso delle parole del presidente russo). Chi guardasse una cartina del secolo XX° ragionerebbe in modo non corretto, poiché vedrebbe tutta quella zona geografica con il colore dell'Urss e potrebbe così metterla in comune con cose come la Siberia o l'Ucraina che in realtà non avevano nulla in comune tra di loro (la lingua non basta, anche il Canada e gli Stati Uniti hanno la medesima lingua se è per questo). Quando l'unificazione è solo obiettivo politico determinato da interessi è difficile che l'etnia soccorra, poiché nel frattempo la gente ha assunto altri connotati. Possiamo qui parlare di vera e propria guerra di indipendenza caucasica, per tutto il secolo XIX°. L'eroe immortalato della resistenza è Shamil, che per più di 30 anni sostenne il peso di un'autonomia (leggi e culto islamici) che la Russia avrebbe voluto scardinare sempre e soltanto per motivi politici. Allora il pomo della discordia si chiamava Daghestan (mentre l'Ossezia aveva più simpatie per la Cristianità ortodossa), e solo in contemporanea con la formazione del Regno d'Italia (1859-61) la Russia degli zar riuscì a conquistarla. La zona fu dunque russa dagli anni '60 del secolo XIX°. Questo cosa vuol dire? Non certo che l'aderente a un culto possa trasformarsi nell'aderente a un altro culto. I più accesi sostenitori della resistenza non fecero altro che esiliarsi dalla loro terra ed emigrare nelle zone limitrofe di stretta osservanza islamica. Per tradizione, i Ceceni furono sempre un'etnia irriducibile.
Nel 1922 fu creato il territorio autonomo dei Ceceni.
Nel 1924 fu creato il territorio autonomo degli Ingusceti.
Nel 1934 i due territori furono uniti, formando così la Repubblica sovietica autonoma di Ceceno-Inguscezia. Per essere chiari, non è che si verifichi una vera incorporazione. Già in questo periodo, Mosca tenta di imporre metodi e usi che le popolazioni del luogo rifiutano.
Nel 1946, dopo le purghe e le deportazioni staliniane degli anni precedenti, viene deciso uno smembramento della repubblica.
Nel 1957, dopo che Krusciov ha permesso agli esiliati di tornare nelle loro terre, si ricompone in maniera definitiva la repubblica di Ceceno-Inguscezia. Tuttavia, bisogna riconoscere che nelle citazioni la politica internazionale conoscerà questo territorio nella storia contemporanea per lo più come Cecenia e come tale lo chiamerà. La capitale stessa, del resto, ha sempre assorbito gli interessi economici e politici. Nei primi anni '60 Grozny arriva a circa 250.000 abitanti, circa un terzo della intera Cecenia. I primi tre cicli della nostra storia vedono una relativa tranquillità (rispetto a quel passato e al nostro presente). Ci sono raffinerie di petrolio, che lavorano indisturbate servendo una rete di oleodotti.
Nel 1991 la questione giunge a un punto terminale.
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La Lubianka
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A sinistra vediamo la sede del KGB. L'abolizione del Comitato per la sicurezza dello Stato, nell'ottobre 1991, è uno di quei fenomeni 'di facciata' che servono a mostrare i segni di un cambiamento quando comincia l'era Eltsin. Questo organismo, istituito per la difesa da nemici esterni e per il controllo all'interno del paese, aveva finito per essere nel secolo XX° un Grande Fratello. Controllo significava soprattutto schedatura, sapere della presenza di scrittori, professori, artisti e decidere sulle loro sorti. Dopo il fallito golpe, cura la sicurezza come potrebbe fare la polizia o qualsiasi comitato di funzionari pubblici. |
1991. Occorre prima di tutto vedere più da vicino chi sono. Ingusci e Ceceni sono chiamati con unico nome 'Vainakh'. La loro è una cultura semitribale, fatta da frequente litigiosità interna e lotte tra famiglie (per avere un'idea, basta pensare a certe zone della Sicilia e della Sardegna). La base familiare è il perno della vita associata, poiché i beni stessi sono oggetto di spartizione. Le tribù (che naturalmente, nella lingua locale, hanno un suono meno primitivo di questa parola) arrivano anche a istituire organi consultivi (Congresso nazionale del popolo) o politici locali (Partito democratico vainakh). Non c'è materia per sorridere, poiché queste cose si hanno nel piccolo e nel grande in tutto il mondo. Per un popolo di meno di un milione di abitanti un organo che unifica può essere importante quanto quello che unifica un territorio immenso come l'Urss del secolo XX°. Nel 1991, Djokhar Dudaiev torna in Cecenia. Chi è? E' un ex-generale in pensione dell'esercito sovietico. Quest'anno viene eletto presidente del Congresso. Nell'agosto dello stesso anno, come sappiamo, fallisce a Mosca un tentativo di colpo di stato ad opere di forze conservatrici che volevano esiliare Gorbaciòv. In quei giorni confusi e tumultuosi (che trassero in inganno più d'uno, vedi Annate) succede qualcosa di strano e d'improvviso, in Cecenia. Dudaiev, che è fieramente alla testa di un gruppo, profitta di quel clima e di quei giorni per opporsi alle forze conservatrici. Non è ben chiaro (oltre a un eventuale pretesto) cosa abbia a che fare con la sua azione il fallito putsch moscovita del 19-20 agosto. Fatto sta che Dudaiev e i suoi costringono alle dimissioni il primo segretario del partito comunista, Zavgaiev, e in settembre riescono a far sciogliere il Soviet installando un loro Consiglio provvisorio. Ecco le premesse della svolta di fine anno. Gli Ingusci, però, non sono d'accordo con questa 'presa di potere' improvvisa di Dudaiev. Cominciano dunque a verificarsi delle separazioni, all'interno della piccola repubblica. Ma le elezioni di fine ottobre 1991 vedono il trionfo di Dudaiev e dei suoi. Il mese di novembre diventa quello della svolta, poiché già il 1 del mese l'ex-generale proclama l'indipendenza del paese. Eltsin, nonostante un'apparente alleanza iniziale, non può accettare questo risultato (che egli stesso dichiara anticostituzionale). Già ai primi di novembre spedisce a Grozny qualche centinaio di uomini, che non solo vengono allontanati ma hanno il potere di richiamare una certa resistenza in tutta la zona.
Ecco come si creano le svolte. Due volontà divergenti, che causano una scintilla di orgoglio e di resistenza.
Non è solo il Cremlino a non starci. Gli Ingusci stessi si dissociano, anche perché sostengono la irregolarità di elezioni parziali, poco plebiscitarie e mal distribuite nei territori. A metà di novembre, essi stessi organizzano loro elezioni e dopo la dichiarazione ufficiale dei Ceceni (indipendenza, 27 novembre) si separano dai loro vicini. In poco più di tre mesi (19 agosto - 27 novembre) si è così creata la prima scintilla cecena. Dovuta a tre fattori. Un'eccitazione degli animi in concomitanza con una crisi temporanea a Mosca, un'ambizione personale di Dudaiev, e un'atmosfera di rivolta di tutta la popolazione locale in seguito alle dichiarazioni di indipendenza già registratesi dal 1990-91 (senso di emulazione).
FAQ. Perché Eltsin - a differenza di altre - non può accettare la dichiarazione d'indipendenza cecena?
Per due motivi, principalmente. Anzitutto, è una dichiarazione unilaterale. Cosa che in effetti la Costituzione Russa non prevede. E del resto, nessuno comprende come il governo russo potrebbe accettare che una parte della nazione che non sia stata resa autonoma consensualmente possa fare libere elezioni vincolanti per il centro. Si sta per firmare un trattato che unisce in federazione russa (non più sovietica, attenzione) alcune repubbliche e non è politicamente possibile che una di queste decida da sola il suo destino politico. Il secondo è motivo è quello degli interessi che il governo ha in quella zona. Una volta disciolto il Soviet, la situazione è precipitata. Il timore è di perdere davvero il territorio sotto il peso di una opinione pubblica e di una diplomazia internazionale schierata coi più deboli. Per fortuna del Cremlino, questo non succede. La repubblica cecena è davvero un 'pulcino' troppo piccolo nella vasta comunità internazionale, dove nessuno in pratica la riconosce. Il governo centrale, non potendo - in attesa della firma del trattato - inasprire gli animi, si limita a dire di no facendo pressioni e terra bruciata attorno ai ribelli. Nel 1992 cresce dunque l'attrito, per ora sotto forma di infiltrati russi (che fomentano i vicini) e di piccole restrizioni imposte dal centro ai ribelli locali.
La Cecenia, comunque, ha deciso e non recede dal suo grande rifiuto di aderire alla federazione russa. Nel 1992-93, il piccolo territorio del Caucaso si erge in un'apparente deriva 'indipendentista' senza sbocchi, in cui un piccolo clan amministra alcune entrate (soprattutto turistiche) e il resto della popolazione sopravvive attendendo tempi migliori. Più passa il tempo e più l'ascesa di Dudaiev si rivela senza respiro politico, poiché la popolazione langue (stipendi ritardati) e gli oppositori crescono. Crescono anche perché li tiene in vita il governo di Mosca, che non esita a creare a Dudaiev qualsiasi tipo di ostacolo. Il presidente ceceno teme anche per la vita, poiché tra il 1993 e il 1994 almeno tre volte si salva per un soffio da un'auto che esplode o da una bomba posta in un quartiere. Attorno a lui, insomma, è filo spinato. Dagli ultimi mesi del 1993, la Cecenia piomba in un'atmosfera latente di guerra civile, in cui non si comprende più chi sia con Dudaiev e chi gli sia contro. Molti - come sempre - vorrebbero profittare di una situazione ancora in evoluzione (soprattutto, imprenditori, politici e proprietari di beni immobili), ma non possono dal momento che la repubblica - pur autonoma per dichiarazione unilaterale - non ha né punti di riferimento internazionali né un collante politico interno. Appare, in sostanza, come un cuneo isolato in mezzo a una valle popolata di forze ad essa contrarie. Dalle repubbliche vicine, non si hanno sostegni di alcun tipo.
FAQ. L'opinione pubblica internazionale, soprattutto quella di sinistra, ha visto con simpatia a questa repubblica. Ma solo in seguito. Perché?
In questi anni (1992-94), che non vedono ancora guerra, gli osservatori esteri hanno una posizione attendista, perché nessuno sa quali sviluppi avrà questa insurrezione indipendentista. Eltsin, d'altra parte, coagula un certo consenso della comunità internazionale poiché si auspica che sotto la sua presidenza la Russia neofederata arrivi finalmente a un abbozzo di ricostruzione del suo sistema economico che neppure Gorbaciòv ha saputo realizzare. In questi primi anni '90, tutti gli Stati occidentali guardano con un certo favore al governo centralizzato di Mosca e non possono certo prendere posizione in favore di una repubblica che rifiuta la firma di un trattato che riabilita le migliori coscienze politiche sotto l'insegna di un governo apparentemente liberale come quello di Eltsin. La Duma non può certo essere tacciata di 'autoritarismo' se intende mantenere l'unità. E' come se la Sardegna o la Corsica improvvisamente sfruttassero agitazioni di piazza per proclamarsi indipendenti e separarsi dai governi nazionali. Dall'esterno non si capirebbe molto la cosa. Qui, il problema naturalmente si capirà dopo che Mosca opera il blitz (dicembre 1994).
FAQ. Perché Memoriale, che ha spesso 'condannato' le separazioni indipendentiste, qui ha preso posizione in favore dell'autonomia della Cecenia?
Non è esatto dire questo. Memoriale, è vero, ha sostenuto che oggi, in un mondo globalizzato, la cultura già massificata di una intera nazione rende ingiustificati questi 'distacchi'. Perfino per il Tibet, abbiamo detto che non siamo d'accordo con la 'santificazione' del governo in esilio del Dalai Lama. Questo, però, non vuol dire essere d'accordo con chi compie o permette stragi. Se si verifica una ribellione sulla quale non siamo d'accordo noi abbiamo il dovere di ricondurre alla ragione la periferia 'senza fare guerra', cioé senza sacrificare vite umane che di quell'azione politica non è giusto che debbano pagare il prezzo.
In questo caso, tutti sappiamo come tra i due contendenti (centro e periferia) esistesse un antico contenzioso, non meno acceso di quello tra Serbi e Bosniaci o Sloveni. Purtroppo, in certe occasioni, la storia risolve antiche rivalità esasperandole fino al punto da farle scoppiare ufficialmente. In queste, è sempre necessario mantenere i nervi saldi e non farsi trascinare (da una parte dall'ambizione di diventare 'indipendenti' quando non si può nei fatti, dall'altra dall'impulso di rispondere a quell'ambizione con ingente spiegamento di forze militari). La lezione dovrebbe essere simile a quella delle migliori famiglie. Quando il giovane è in grado e comincia a guadagnare qualche denaro per proprio conto pur senza poter vivere da solo, non c'è bisogno che i genitori - che il giovane non ha mai sopportato in una famiglia che lui non ha scelto - lo massacrino di botte mandandogli i carri armati nella stanza. Non capire questo, in Serbia come in Russia, significa vivere ancora nel Medioevo e non entrare mai in epoca moderna.
Il blitz viene preparato per tutta l'estate 1994. E arriva, come riportano le cronache, l'11 dicembre di quell'anno quando dal centro arrivano colonne di uomini (almeno 25.000) e di mezzi blindati che si dirigono verso Grozny. Nella loro azione incontrano l'ostruzionismo della popolazione dei vari centri locali, la quale cerca - nei modi in cui le sia possibile - di ostruire il passo all'avanzata. In quei giorni, molti residenti si spostano e vanno a raggiungere amici o famiglie di parenti dislocati altrove. Grozny e tutta la zona che la circonda vengono decimate già da questi spostamenti. La vera e propria battaglia inizia a metà del dicembre 1994 ed è fatta di raid aerei e bombardamenti, ma vede scarsi risultati. Intanto Eltsin afferma che non intende fare negoziati politici con Dudaiev. Il 19 gennaio viene preso il palazzo presidenziale, dopo un'accanita resistenza durata due settimane. Da quel momento, la sorte della capitale cecena volge al peggio. Quasi il 50% della città cade sotto le bombe. Vengono rase al suolo decine di scuole, di ospedali. Non viene reso noto quante siano tra i Ceceni le vittime civili di questa prima fase. Probabilmente, ammontano a un numero tra 10.000 e 15.000. Da fine febbraio, abbandonata la capitale, l'azione dell'esercito russo si sposta e individua luoghi strategici della piccola repubblica (tra cui il paese del leggendario Shamil) che vengono distrutti.
A luglio 1995 viene firmato un primo accordo per una tregua. Come facile prevedere, non si riesce a mantenerlo.
FAQ. Perché capita sempre così?
Perché questi conflitti, non risolvendo il vero problema etnico sottostante (la concordia e l'armonia tra le parti), sono destinati a rinascere come un fuoco che risorge ancora più potente sotto la cenere. Un accordo di tregua non è sufficiente a dare soluzione, quando le parti sono animate da ostilità. In più, mettiamo il fatto che disponendo continuamente di armi non si fa alcuna fatica a metterle in azione (altrimenti, per cosa si terrebbero? per cosa si farebbero arrivare?). Si dice 'smilitarizzazione' una situazione che alla prova dei fatti si rivela utopistica, poiché in quel momento protagoniste del gioco sono proprio le armi.
Il clima, dall'autunno, si trasforma in 'guerriglia continua'. I Russi, allo scopo di spingere verso la 'restaurazione', rimettono sulla poltrona Zavgaiev e lo nominano addirittura 'presidente' della repubblica cecena. Viene però contestato il metodo, elezioni-farsa pilotate dal governo. I primi mesi del 1996 sono drammatici. Muoiono migliaia di civili. Ma anche le truppe russe subiscono perdite consistenti. Alcuni villaggi - stremati - chiedono di firmare la pace. Il 21 aprile scompare il principale protagonista di questa lunga battaglia cecena. Dudaiev viene tradito dal suo radiotelefono portatile, che viene intercettato dai servizi segreti russi, i quali in questo modo scoprono dove si trova la sua postazione e la bombardano senza pietà. Al suo posto subentra Zelimkhan Jandarbiev. Questi riesce ad accordarsi con Eltsin per un cessate-il-fuoco entro il 1 giugno (data che slitta ad agosto). Nel frattempo, si combatte (ancora senza pietà). I ribelli sembrano animati da uno spirito sempre più acceso, perché quest'estate compiono un rientro armato a Grozny con un'incursione (6 agosto) che provoca centinaia di vittime nell'esercito occupante. Il Consiglio di Sicurezza di Mosca incarica della missione Alexandr Lebed, che si incontra in agosto (senza risultati pratici) con Aslan Maskhadov. Si arriva, fortunatamente, a un vero accordo a fine agosto '96. Lebed stesso dichiara che si contano non meno di 80.000 vittime nel corso di venti mesi di conflitto. L'accordo prevede un ritiro graduale delle truppe e un congelamento della situazione politica cecena per cinque anni.
FAQ. Come erano organizzate le forze ribelli?
Non avevano alcuna organizzazione. Dudaiev aveva istituito un piccolo esercito ufficiale, ma il grosso delle forze è formato da 'miliziani' che si sono dati alla guerra come libera scelta individuale. Ecco un altro lato della questione che è importante in queste vicende. I giovani si danno anche loro al combattimento armato perché non vedono altre prospettive intorno a sé. I primi a farlo, naturalmente, sono ex-graduati dell'esercito sovietico che non appena si ripresenta l'occasione non attendono un minuto di più per imbracciare gli arnesi del mestiere. A loro si uniscono uomini di giovane età che vivono per lo più in montagna e hanno assorbito fin da piccoli la rudezza della vita all'aperto, la falsa etica della fierezza (sparare a chi ci vuole male o combatte il nostro clan), il fascino un po' antico del vivere con un nemico alle calcagna da sconfiggere. Gelaiev o lo stesso Shamil Basaiev hanno vissuto tutta la vita così e sono diventati un piccolo mito (per i coetanei) proprio per questo. Sono territori in cui non circola molta cultura come la immaginiamo in Occidente. Si vive di cose semplici e d un'etica rude e primitiva. Anche per questo, manca una vera organizzazione o una strategia militare. Quando si decide, i ribelli attaccano in massa e con grande veemenza sfondando postazioni avversarie e non badando neppure loro a quello che hanno davanti. Si tratta di furia cieca suggerita da una natura - in quel momento - cruda e tenace, che si gloria e si ciba di piccole avanzate quotidiane contro un nemico. Da notare che, se questo nemico non fosse esistito, in certi momenti i ribelli lo avrebbero creato per potersi esprimere con armi e in quel modo.
FAQ. Cosa hanno ottenuto le forze ribelli con l'accordo dell'agosto '96?
Sostanzialmente, di essere lasciati in pace. Si tratta di un congelamento che non risolve la situazione, stabilendo soltanto che cessino le ostilità. Il governo russo, che a questo punto ha già contro un vasto schieramento internazionale che preme a favore della pace, ha dovuto accettare lo status quo e ha detto più o meno: "Va bene, cessiamo il fuoco (anche perché ormai c'è poco da bombardare, N.d.R.)... voi fate il governo (Maskhadov) come volete, con alcuni uomini che vi diciamo noi, ma ricordatevi che noi non tollereremo colpi di testa". Qui però Eltsin si trova già in calo d'immagine e avrà altro a cui pensare. La Russia del triennio 1997-99 è un paese nuovamente allo sbando, che sopravvive solo grazie agli aiuti delle banche e del Fondo Monetario Internazionale. C'è stata perfino una nuova svalutazione della moneta nazionale. In due anni, il paese riesce a vedere ben quattro cambi di primo ministro (Cernomyrdin, Kirjenko, Primakov, Stepashin si danno un rapido cambio prima di arrivare a Putin).
FAQ. Com'è che nel 1999 arriva Putin? Chi è Putin?
Qui tutti sono in genere condizionati dal fatto che si debba avere dati pubblici del personaggio, grazie a una presenza già consolidata sui media. Vladimir Putin è uno di quegli uomini di cui, al momento della nomina, si sa poco o nulla. E non è meglio così? Quando si sapesse tutto, noi avremmo un attore, un conduttore televisivo, o un politico molto navigato (cose che non sono certo garanzia).
Vladimir viene da molto lontano. Come uomo, è uno di quelli che non hanno fasi. Lui già sapeva, da sempre, che un giorno sarebbe salito al comando. Perché? Perché era dotato. E lo era proprio in senso politico, avendo un eccezionale controllo di sé unito a un certo interesse per la vita. Originario di Leningrado, dove nacque nell'ottobre 1952, fece studi di diritto e poi si incardinò al KGB. Nella seconda metà anni '80, svolse un incarico nella Germania Est lavorando a Dresda. Ha avuto poi incarichi politici e nel 1996 si è stabilito a Mosca, dove ha assunto incarichi di gestione del patrimonio del Cremlino. Qui ha fatto una carriera fulminea, poiché nel 1997 è diventato capo dell'amministrazione del presidente e nel 1998 è stato nominato capo dei servizi di sicurezza. Il 1999 è il suo anno. In agosto viene designato primo ministro. A fine anno, diventa anche presidente ad interim (nominato da Eltsin stesso). Le elezioni presidenziali del 2000 gli daranno definitivamente la poltrona.
La sua ideologia non ha certo le oscurità della vecchia classe politica russa. Le ultime leve sono apertamente filo-occidentali, poiché non concepiscono altro che libero mercato e democrazia. I problemi che hanno davanti (il territorio chiamato 'Russia') sono pressoché irrisolvibili, su breve scadenza. Ancora oggi, quasi un terzo dei 150 milioni di cittadini russi non arriva a un salario decente, e quando esce di casa trova un sistema sanitario e una scuola non all'altezza della media delle scuole europee degli anni '50 e '60. Il dislivello non si colma, questo è un dato di fatto su cui è inutile anche riflettere. Le preoccupazioni non vengono da questi numeri, che sono più o meno quelli di 10 o di 20 anni prima (l'unica cosa che è cambiata è che ci sono molti più ricchi di allora, anche perché si può 'fare impresa' con più facilità). Vengono dal fatto che tuttora tra classe politica e cittadinanza, tra borghesia e manovalanza, tra industriali e operai, si registra una spaventosa sproporzione. In un territorio così grande e in cui nessuno riuscirebbe a instaurare un vero potere nessuno riesce neppure a immaginare come si possa elevare il tenore di vita economico e culturale se le frontiere (con i visti) restano tuttora poco praticabili, se un cittadino non può permettersi vacanze all'estero, se la radio o la Tv trasmettono poche cose che non siano nazionali. Dal 1980 qualcosa è cambiato solo perché, nascendo sempre più persone intelligenti, queste si ingegnano e in qualche modo riescono a ovviare. Perché il materiale umano è comunque interessante e pieno di talenti. Vediamo imprenditori (ma non molti) far tesoro delle proprie disponibilità e stabilirsi all'estero. Vediamo stormi di Russi danarosi atterrare negli aeroporti italiani o americani, facendo acquisti e godendosi i beni di quei luoghi. Vediamo donne bellissime infilarsi in alcune nazioni occidentali e far prendere di sé uomini di qualsiasi età (salvo mollarli appena non conviene più). Non vediamo mai fare queste cose all'interno della nazione stessa. Segno che mancano strutture, e mancano da secoli. Può essere che questo abbia un rovescio della medaglia positivo (cosa che noi amiamo particolarmente). Le arti, il senso delle tradizioni, la storia, i culti, sono ancora sentiti (da chi li sente) in un modo speciale, forse come in nessuna altra parte del mondo. Dubbio è se il secolo XXI° non abbia bisogno di un altro substrato (e dunque, per averlo, anche di un altro presidente, di altri politici).
In questa nazione non si vede mai un politico che vada nelle piazze e sorrida alla gente, vada a 300 km. di distanza per una manifestazione culturale, faccia un programma culturale alla Tv, insomma che comunichi. Non lo si è mai visto, in tutto il secolo scorso. L'unico che sembrava essere diverso era Gorbaciòv, che non fu mai amato in patria e anzi ebbe vita breve. Allora, se non sono i casi della vita ed è invece realtà significa che mancano due cose: un certo calore umano (cosa che non possono darsi, se non l'hanno) e un'attitudine a produrre cultura al momento (cosa che possono imparare). Tuttavia, per fare il salto ci vorranno uomini politici completamente nuovi, che finora la nazione non ha conosciuto. Uomini di cultura, soprattutto.
FAQ. Il passaggio come avviene?
Quel triennio, tra il 1997 e il 1999, contiene una serie di ostacoli (compreso uno scandalo finanziario del 1999) che la classe politica riesce a superare solo facendo passare il tempo. Il presidente, Eltsin, ha problemi di cuore, di equilibrio (famoso un incontro in cui lo si vede vacillare) e si dice che esageri nel bere. Il licenziamento di Cernomyrdin aveva fatto il posto a Kirjenko, poi Eltsin fa dietrofront e richiama il primo ma siccome la Duma vota contro dà l'incarico a Primakov. Poi questi viene sostituito da Stepashin. In agosto 1999, al posto di Stepashin viene nominato Putin, che nonostante sia ormai noto al Cremlino, viene definito 'uomo del KGB'. Eltsin stravede per lui (a ragione), e lo designa anche come presidente.
Putin annuncia subito intenzioni bellicose nei confronti della Cecenia, anche perché si sospetta che alcuni attentati siano opera di terroristi di quelle parti. La polizia di Mosca, dalla fine del 1998, è puntata contro elementi sospetti e immigrati provenienti dalle repubbliche del Caucaso. Putin teme che si stiano verificando infiltrazioni di estremisti islamici dalle repubbliche confinanti. Pare che Maskhadov non riesca ad arginarle. Viene preparata accuratamente una nuova operazione di stanziamento militare, soprattutto lungo le frontiere della Cecenia. Il 1 ottobre 1999, dopo una lunga (e stavolta pacifica, indisturbata) avanzata, truppe dell'armata russa entrano nuovamente nella repubblica tormentata e si dispongono per ali formando una 'zona cuscinetto'.
In Cecenia, si pensa che siano dislocate alcuni basi importanti del terrorismo. Il conflitto, nei mesi seguenti, si allarga nel vicino Daghestan. Qui sono stati avvistati a più riprese terroristi (loro dicono sempre di matrice islamica, noi diciamo meglio di provenienza araba) e così mezzi dell'aviazione militare russa non esistano a sganciare bombe. Per la verità, non è un mistero per nessuno che il Daghestan sia da tempo ricettacolo di diversa etnia (ne comprende a decine, al suo interno), ma c'è il fatto che esso contiene un importante oleodotto che collega il mar Caspio al mar Nero.
Tutta la fine del 1999 è presa da violenti scontri di militari russi con forze armate del luogo. Scontri con cui, in pratica, si torna alla situazione 1995-96. Soltanto il Natale e il Ramadàn di fine 1999 riescono a sospendere una fase molto violenta, che ha visto scontri per quasi tre mesi di seguito in un crescendo che ha procurato grandi perdite da una parte e dall'altra. Una dei fattori più sorprendenti di questo conflitto è che un'armata numericamente consistente come quella russa non riesca ad avere ragione di gruppi violenti ma privi di un'organizzazione interna. Il motivo è che ne è privo lo stesso esercito russo. Tanto che due comandanti (Troshev e Shamanov) vengono destituiti all'inizio del 2000. In questa fase c'è comunque un diverso atteggiamento degli organi politici, che cominciano a condannare nelle loro dichiarazioni il terrorismo e a inserire così una nota di giustificazione per l'azione decisa dal governo di Putin. Chi la difende dice che non vi sono prove di violazione dei diritti umani. I ministri degli Esteri dell'Unione Europea adottano alcune misure che riducono le relazioni con la Russia, ma poi il Consiglio d'Europa non approva una mozione per sanzioni contro la Russia. Il 1 febbraio 2000 il segretario di Stato americano Madeleine Albright accusa Mosca di 'uso indiscriminato della forza' anche contro civili.
FAQ. Quale la verità in proposito?
In tutti i conflitti di questo genere, con durata e permanenza nel territorio, accade che militari si lascino andare ad azioni individuali che vanno al di là. Episodi di violenza su donne, di razzia da qualche parte, di sadismo da un'altra, fanno parte di questo scenario ed è abbastanza difficile evitarli. I militari, del resto, non sono missionari. O non si fanno guerre, o bisogna accettare (cercando di sventare) fatti di piccola criminalità collegati. Mi pare che, con gli esempi dati per le torture nelle carceri irachene, si sia dato un esempio.
Il 6 febbraio 2000, Putin annuncia che Grozny è stata presa. I ribelli si eccitano ancora di più e attaccano (altrove). Sembra uno scenario ricorrente di tutto il conflitto, insieme con alcuni annunci strani. Andrei Babitski, di Radio Svoboda (per Radio Free Europe), è uno dei pochissimi giornalisti ad aver seguito tutto il conflitto. Pare che per qualche giorno sia stato arrestato dai Russi, con l'accusa di aver appoggiato i ribelli ceceni. Poi la notizia verrà smentita. La guerra viene inframezzata da annunci come questi, che si uniscono a quelli (sempre incerti) di proclami, di torture, di saccheggi. La verità è che su questa guerra grava anche una certa dose di misteri, cioé di cose che non vengono rivelate dagli uni e dagli altri. E l'opinione pubblica, nonostante alcune lamentele e un naturale sentimento di crescente simpatia verso un paese distrutto, non ha potuto saperne molto. Ci sono sicuramente casi di persone scomparse, che sono talvolta detenuti di cui non si riesce a sapere dalle autorità russe. Ma anche qui si resta nella casistica già nota di questi conflitti. La caratteristica di questa seconda 'guerra cecena', in un conflitto che non sembra placarsi neppure quando si conclude, è che viene condotta con la consapevolezza di combattere non più soltanto con un ribelle indipendentista ma con gente che ha subito infiltrazioni dall'estero. La seconda fase è dunque più una guerra contro il terrorismo che contro il separatismo. A questo proposito, dalla pagina presente si deduce quale sia la nostra posizione. Sbagliano gli uni e sbagliano gli altri. Questo non è sempre vero per tutte le guerre (anche se una guerra è sempre sbagliata). Ci sono conflitti in cui uno dei due ha pienamente ragione e l'altro ha pienamente torto. In questo hanno torto entrambi, perché entrambi usano la forza in modo immotivato e irragionevole.
Da questa ricostruzione, abbiamo visto come il conflitto sia nato in un momento (1991) in cui l'orgoglio indipendentista e perfino la speranza di un futuro che sorridesse alle piccole repubbliche nate dalla dissoluzione del gigante sovietico erano non solo legittime ma forse anche di moda. In quell'anno, era ancora comprensibile che un leader si mettesse alla testa di un partito e con degli uomini armati conquistasse il potere in un territorio con alcune autonomie. La cosa, ad occhi esperti, non avrebbe avuto sbocchi comunque. Se si fa entrare Lettonia ed Estonia in Europa ci sono motivi e radici. Con la Cecenia, perfino rinforzata dai vicini, era molto più difficile questo ragionamento. Tuttavia, diciamo che tra il 1991 e il 1993 poteva anche esserci spazio per una cronaca indipendentista. Poi no. Poi è stato solo massacro, senza giustificazione per nessuno. Questa repubblica ha perso in pratica una grande quantità di strutture civili e non ha più un futuro che si possa affidare a generazioni che nascono. Dal 1995, il controllo della situazione - passando in mano a guerriglieri di montagna - ne ha cancellato la sua identità. Il governo centrale, d'altra parte, ha raccolto solo contestazioni per la insistenza e la irragionevolezza con cui non ha accettato pause in questo conflitto.
Più complicato dire cosa avrebbe potuto fare il governo russo quando l'azione terroristica si è trasferita altrove con rara potenza (lo abbiamo visto nei sequestri del teatro Dubrovka ed entro la scuola di Beslan). Indubbiamente, per tutti gli anni '90 è prosperata nel pianeta un'accurata preparazione di armi e strategie criminali sostenuta da ingenti finanziamenti provenienti da fonti arabe, che hanno favorito una enorme proliferazione e diffusione di armi nell'area medio-orientale del mondo. Quest'attività è poi sfociata negli atti che abbiamo visto nel Trapasso. Memoriale ha difficoltà quando voi tutti avete iniziato a identificarla con l'Islam. Non a caso, abbiamo detto qui 'fonti arabe'. Non abbiamo detto, come fate voi, 'terrorismo islamico'. Vorrei fare una piccola parentesi. Quando nacque, 1400 anni fa, l'Islam non era sinonimo di 'cultura araba'. Attenzione, perché qui si gioca gran parte dell'equivoco in cui tutti sono caduti. L'Islam nacque come un culto (singolo, ispirato a un singolo) per dare un fondamento spirituale, in una certa parte del pianeta. Quelle visioni (Mohammed) furono poi trascritte in frammenti in lingua araba, ma solo perché Mohammed era di quella tribù (che poi come le altre, sarebbe diventata araba). Ecco la distinzione che dovete fare. E' vero che poi la cultura, diventando araba, si fuse con quella islamica. Tuttavia, ancora oggi, dire 'araba' non equivale a dire 'islamica' e dire 'islamica' non è dire 'araba'. Per dirla col solito esempio, se io dando lezioni sul Web divento un maestro riconosciuto di una certa materia quello che importa è la materia non la mia nazionalità. Io posso essere italiano, francese o spagnolo. Conta quello che dico. Poi, se questo è importante, avrà un suo bacino di diffusione. Quello che però può nascere nei secoli seguenti in questo bacino non riguarderà più me dopo la mia morte. L'equivoco vostro è di avere armato l'Islam, solo perché le persone armate si dichiarano tali. Se viene commesso un delitto, questo è tale perché è un delitto. Non conta che chi lo ha commesso sia interista, amante di Hitchcock o di Brian De Palma. Molti Musulmani, in queste settimane, riconoscono - con preoccupazione - che tutti questi atti, compresi i sequestri effettuati in Iraq, sono operati da altri Musulmani. E' vero, ma è solo un dato che noi dobbiamo prendere come statistico. Altrimenti, cosa dovremmo dire? Che l'Islam era una pratica criminale anziché una religione?
Memoriale, il suo compito lo ha espletato. Dicendo che oggi non esiste più giustificazione neppure per l'Islam abbiamo derubricato anche questa, dopo le altre religioni. Questo vuol dire che se ci troviamo davanti a gente che commette operazioni criminali contrabbandandole sotto una bandiera religiosa dipende soltanto dal fatto che quelle persone hanno perso la testa oppure che non l'hanno mai avuta. Altre cose non possiamo dire. Se voi fate dibattiti intellettuali su reati perdete tempo e fate un favore agli stupidi. Ecco perché tutta la stampa del periodo 2001-2004 gronda di sciocchezze. Veramente, si sono scritte milioni di tonnellate di sciocchezze.
Per quanto riguarda Putin e il governo russo, non contestiamo che non vogliano trattare con quella gente. Ci mancherebbe. Con persone che entrano armati in locali pubblici e sequestrano, non si può trattare. Contestiamo però che il loro metodo sia quello più giusto.
In realtà, ci furono pochissimi osservatori fissi perché questo conflitto era veramente irrazionale. Dal gennaio 1995, una follia. Tornando al governo russo, i metodi e le strategie vanno sempre misurati sul nemico, cioé su chi ci sta davanti. Se davanti abbiamo Hitler o un'armata composta di Stukas e di potenziali bombe atomiche è un conto. Se abbiamo un gruppo di 35.000 ribelli in una repubblica autonoma, che mitragliano, sparano e lanciano granate è un altro conto. E così il discorso riporta anche al teatro e alla scuola. Se dobbiamo liberare una gioielleria dall'assalto di due malviventi con pistola cercheremo di fare alcune azioni. Se un intero caseggiato con 500 persone dentro viene occupato da terroristi, non possiamo più fare quelle azioni ma dobbiamo farne altre. Queste altre tengono conto della situazione, da controllare attimo per attimo. Un blitz potrà essere indicato solo quando (unico caso) appaia certo che i sequestratori stiano per porre in azione un piano distruttivo, perché solo in quel momento l'intervento sarà l'unico modo possibile per sventare un danno potenzialmente uguale o superiore a quello che causeremmo noi facendo il blitz. Finché non appaia certo quel piano distruttivo, non si può mettere a repentaglio la vita di 500 persone solo per fermare dieci o venti terroristi. Tutto ha una misura, che tiene conto delle possibili conseguenze. Non vi sembrino tanto lontane le due questioni, i sequestri con ricatto all'interno di stabili e le azioni in Cecenia. In entrambi i casi, era eccessiva la reazione. Torniamo a quel momento, novembre 1994. Il governo russo sta per sferrare il blitz che nel giro di due mesi raderà al suolo Grozny. Se non lo avesse fatto, quale danno avrebbe avuto? E' questa la domanda che dovete porvi, altrimenti non arrivate mai a una soluzione ragionevole. Risposta: se non lo avesse fatto, quelli avrebbero continuato a far cagnara e basta. Non firmavano quel trattato, stop. Tutto qui. Vedete che le questioni, analizzate con un minimo di buon senso e di raziocinio, si risolvono sempre nel modo migliore senza sacrificare inutilmente vite umane.
FAQ. Ora facciamo una supposizione. Che dietro Beslan e altre stragi o sequestri sia una mano che pilota, cioé un'azione mirante a destabilizzare per coglierne frutti.
Questo è un discorso che non possiamo fare, finché non abbiamo elementi. Ecco perché tanti commenti che si leggono o si ascoltano sono 'parole al vento', che spesso mettono tutto sullo stesso piano. Se il sequestro di Beslan fosse stato organizzato da forze dello Stato russo o amerciano (pure ipotesi), a maggior ragione dobbiamo astenerci dal parlarne e dal fare commenti. E' come se il signor Rossi mettesse a bella posta un congegno che blocca il motore dell'auto della moglie. Che discorsi vogliamo fare? Saranno affari suoi. Affari loro. Siccome in questo caso (e negli altri) ne sappiamo poco o nulla, dobbiamo parlarne poco o nulla. Se poi i ribelli fanno il gioco delle forze conservatrici, beh... anche questo è un argomento vecchio che non fa una discussione. Si diceva anche in Italia, al tempo delle Brigate Rosse. Lì almeno si avevano dei nomi e dei testi scritti di rivendicazione. Negli ultimi anni, siamo semplicemente nella situazione di dover tacere. Ogni attentato di cui non sia abbia un colpevole ufficiale è uno scherzo giocato a tutti, alla collettività in generale. L'attacco alle Twin Towers è proprio il caso più tipico di un grande tiro giocato alla società, senza che si sappia da chi. Quando nello scherzo muore anche chi lo ha commesso nella sua esecuzione (piloti, kamikaze palestinesi ecc.) chi si trova a raccogliere i cocci non ha molto da dire. Registra semplicemente che qualcuno non era d'accordo con qualcosa e che lo ha manifestato in modo sonoro e drammatico. Nel nostro pianeta c'è spazio per tutti. Non siamo tutti poeti, non siamo tutti scienziati, non siamo tutti in giacca e cravatta. Il 70% del genere umano è composto da persone che non godono di facilitazioni sociali. Di questo 70%, solo il 15-20% arriva a fare connessioni culturali col cervello e ad assumere autocontrollo.
FAQ. Le religioni non avrebbero dovuto giovare?
In teoria sì. In pratica la realtà è stata differente, perché se tu dai un grande meccanismo scientifico o un gioco dell'intelletto a chi non ha scienza o intelletto è naturale che questi non lo capisca. Ho spiegato che questi tre culti monoteistici furono soprattutto strumenti dati a un certo tipo d'uomo, cioé a chi poteva concretamente farne uso. Se un imprenditore saudita diventa ricco, ha denaro, potere, donne a piacere, è normale che ne abbia poco bisogno. Se nello stesso territorio un giovane viene lasciato solo da una famiglia povera e non trova nella società mezzi e sostegno è altrettanto normale che ne abbia un grande bisogno e veda nella religione un approdo molto serio. Purtroppo, non sempre la comprende. Per fare un esempio, il misticismo sufi - che ha catturato adepti nel Caucaso - fu una cosa meravigliosa, ma si allontanava già dall'Islam originario dell'Allah che è grande. Allora, se si fa raccoglimento e meditazione per proprio conto, si realizza ascesi. Se si combina il sufismo al fanatismo islamico delle origini si fa un minestrone e una pericolosa miscela che induce ad utilizzare quei princìpi per un'azione politica anche di tipo violento. Dallo a una massa di giovani e vai incontro a tutti i rischi che abbiamo detto.
FAQ. E' giusto vedere in tutte queste cose, come fanno loro, gli affari del petrolio?
Solo fino a un certo punto. Memoriale è decisamente contrario, per un motivo semplice. Non ci sono persone che vivono pensando tutti i giorni a questo. Non esistono uomini che fanno i distributori o i percettori come se il petrolio avesse la stessa circolazione del denaro. Ci sono grosse compagnie, ci sono multinazionali, ci sono mercanti. Tuttavia, gli effetti che possono ottenere una, dieci, cinquanta persone (e dunque uno, dieci, cinquanta terroristi) sono molto limitati. Una goccia in un'oceano. Se il petrolio fosse prodotto e venduto solo da due nazioni, avremmo un quadro facilmente delimitabile. Avendo un'estrazione e una produzione distribuita su vari punti della Terra, dà un quadro meno controllabile. Nonostante tutto, l'OPEC non ha mai avuto neppure un monopolio. La stessa quantità di eccedenze sul mercato dimostra che tutte le previsioni pessimistiche degli osservatori vengono puntualmente smentite (poiché il fabbisogno reale è sempre inferiore a quello che si stima), e dunque non si può nemmeno pensare che sia il petrolio a suggerire le politiche degli Stati. Chi possiede riserve e fonti per lavorarlo ha ancora oggi grandi ricchezze, ma escludo che questo pensiero possa ispirare ad esempio una politica che sfrutti gli attentati in funzione conservatrice. Diciamo che questo argomento è solo quello che va più facilmente in bocca agli ignoranti.
Altro discorso quello delle faide interne. In Russia, si è visto come l'arricchimento di Yukos e del suo monopolista Khodorkovsky abbia generato una risposta statalista di grandi proporzioni. Era come se lo Stato, nella persona del governo, dicesse: "A me non importa che tu abbia trovato nel petrolio o in altre fonti la ricchezza. A me non importa che questa ricchezza abbia prodotto altra ricchezza con investimenti. Io voglio che tu dai una parte anche a me, e se non lo fai lo chiamo evasione fiscale". Siccome questo discorso viene fatto alcune volte e altre no, se ne ha un'impressione di grande fragilità globale. Quando ai governi conviene, ti lasciano evadere. Quando gli saltano i conti, ti dicono anche dopo sette anni che avevi evaso. Col petrolio, però, i ricavi sono distribuiti. Non è un bene demaniale pubblico. Se si vuole libera proprietà, mercato e azioni è un piccolo insulto a tutte queste cose. Se si vuole controllo statale dell'economia, va bene. Ma in questo caso si torna indietro.
FAQ. Torniamo a questa vicenda. Perché non si riesce a fare finire le ostilità, in Cecenia?
Per lo stesso motivo per cui non si può fermare un meccanismo radicato nell'essere umano, quando questo trova mezzi anche fuori. Se 'fare la guerra' fosse soltanto un sentimento, noi potremmo agire su questo come dei pranoterapeuti. Basterebbero delle sedute sul lettino di un medico specialista e poi dei recuperi con qualche lezione sulla società e sulla politica. Invece 'fare la guerra' per molti è 'fare politica', e questo trova mezzi all'esterno in un grande quantitativo di armi disponibili (che pure finanziano dei mercanti). A questo punto è tutto chiaro. Siccome vanno a combattere non attori dal grande fisico o scienziati insigniti del Nobel, ma uomini che nella vita non hanno altro (mercenari, poveri, orfani, ignoranti, ecc.) ecco che i governi utilizzano questo materiale umano. Quello russo non ha visto altra soluzione conveniente che accettare le ostilità.
FAQ. C'è chi continua a dire da almeno tre anni che la Cecenia è il mezzo con cui Putin ha conquistato il Cremlino. Cosa c'è di vero?
Nulla. Sono idee come tante altre, che spaziano nel libero universo della fantasia politica. Qui però c'è da dire che a spaziare nella fantasia sono tutti, Putin compreso. Quando egli fu nominato primo ministro, la sua ascesa valse a risolvere una situazione politica confusa e incerta. In quell'impasse Eltsin stesso aveva corso un rischio notevole quando fu messa ai voti dal Parlamento una mozione per l'impeachment per via proprio della guerra in Cecenia. Poi il Parlamento lo salvò. Questo dimostra comunque che la questione della guerra non è una cosa che non si possa discutere. Già in precedenza, durante la prima fase (1995-96) ci furono numerosi casi di dissenso presso i militari stessi, che ponevano dubbi anche al ministero e al servizio di sicurezza. Questi dubbi però venivano risolti rispondendo: "Non ci sono alternative... il governo ha deciso così, è un fatto di sicurezza nazionale. Chi non vuole partecipare torni alla vita normale". Siccome molti alla vita normale (senza uno stipendio da graduati) non potevano tornare, restavano lì e continuavano a combattere.
Quando arriva Putin, la questione cecena è accantonata solo formalmente. In realtà, tensioni (attentati) e varie spinte hanno fatto capire che non può essere archiviata senza un ulteriore intervento, poiché dalla periferia giungono notizie di infiltrazioni varie di matrice araba. Putin non è proprio al sicuro dalle critiche, dato il rischio a cui andrebbe incontro in una seconda sconfitta delle forze governative. A settembre 1999 viene decisa una seconda spedizione di massa. Qui l'errore è di trasformarla da subito in 'conflitto'. Avrebbero potuto stanziarsi e controllare le frontiere. Invece l'arrivo viene interpretato dai locali come 'avvio di un secondo conflitto' e si crea così un altro pandemonio. Ma dire che questo sia strumentale nell'ascesa di Putin è una fantasia. A quel punto c'è ancora Clinton, non è successo ancora l'attentato alle Twin Towers, l'opinione pubblica internazionale è schierata contro la guerra... insomma, non ci sono molte convenienze apparenti per lui.
FAQ. Facciamo il discorso di prima. Non accettare la seconda guerra cecena, non inviando quei militari, cosa avrebbe significato?
C'era il rischio di esser preso come 'uomo debole', questo sì. Però è qui che si entra tutti nel campo delle fantasie. Se una persona si dichiara mio nemico, io ho in linea di massima due opzioni. Fare lo stesso ed entrare in un conflitto aperto con lui oppure lasciarlo perdere. Se mi sento molto forte posso anche accettare la prima. Il problema è che il risultato, anche in caso di vittoria, non vale quasi mai i mezzi che si devono utilizzare per averla. Mettiamoci nella posizione di un governo che decide di combattere in Cecenia. La realtà è fatta di tre eventi, collegati in una successione: a) stanziamento di una grande cifra del bilancio statale; b) mobilitazione di un grande quantitativo di uomini e di mezzi; c) perseguimento degli obiettivi della campagna militare. Quest'ultimo fattore viene realizzato sempre con una informazione 'a senso unico', presentando le forze locali come quelle del male, intenzionate a dividere e a seminare terrore. In Cecenia fu vietato l'accesso a molte fonti giornalistiche (bastava non accreditarle, e alla fine si ebbe solo un'informazione governativa). Dare a tutti l'impressione di combattere una battaglia per il trionfo delle forze del bene su quelle del male è l'unica strategia messa in atto da chi impegna grandi energie in una guerra. Ora andiamo ai primi due fattori. In questo caso, manca sostanza. Quand'anche le forze governative vincessero (o avessero vinto) cosa avrebbero ottenuto o risolto? E' lo stesso problema che si porrà con l'amministrazione Bush in occasione della spedizione afghana. Il fatto di vincere non significherà che chi ti ha in odio si trasformi in tuo amico. Ecco dunque che queste azioni decise dai governi si rivelano limitate, come chiuse nella loro cecità da una mancanza di reali obiettivi che portino a una fase successiva. Abbiamo visto come sottomettere in breve tempo i Talebani non significava trionfare su qualcuno o averne ragione in progresso di tempo. Anche nel 2002 i problemi restavano quelli. Con la Cecenia, perfino in un paese semidistrutto, possiamo dire le stesse cose. Nel conflitto arabo-israeliano, lo stesso. In tutti questi casi, gli Stati vedono un notevole esborso finanziario che remunera una certa parte (venditori di armi, alcune aziende quotate in Borsa, utilizzazione umana di strutture, ecc.) e crea danni incalcolabili dall'altra. Questi danni non sono quantificabili, questo è chiaro. Nessuno sa ad esempio quanto valgano 4.500 agricoltori afghani uccisi senza un motivo a fine 2001. In Iraq è lo stesso discorso. Ecco, qui non abbiamo altra via che fare un discorso etico. Proprio il fatto che le vite umane non hanno prezzo significa che valgono più di tutto il resto. In più, c'è il fatto della ricostruzione. E' facile dire: "Ora ricostruiamo l'Iraq. Ora rimettiamo su un po' di scuole in Cecenia". Farlo è tutta un'altra storia. Appena porti i primi tre mattoni, ti scoppia davanti un'autobomba. Ecco il punto. Tutti questi governi non capirono che avviando guerre in quel modo ci si poneva in un 'mattatoio' senza fine, in una situazione apocalittica che non aveva un termine. La prova la vediamo oggi. Chi continua a portare mattoni dice: "Io resterò qui finché non vedo una nuova costruzione". E come finisce questa seconda frase esplode un'altra auto-bomba. Insomma, un meccanismo che si autoriproduce senza soste e la cui potenza è tale da annichilire qualsiasi presenza umana.
Se a me oggi venisse in mente di andare in Iraq per portare un sostegno, so già dall'inizio che non posso perché in un paese che non ha un controllo centrale e locale 'alla luce del sole' chi si presenta rischia di non poter dare alcun aiuto e al tempo stesso di sacrificare la sua stessa vita (per nulla). La causa di questa situazione qual è? Ancora e sempre la decisione di quei governi. Ci troviamo come sempre a dover risalire a politiche sbagliate, quelle di chi riteneva che andando a stanare armi e terroristi nel posto si risolvesse la situazione. L'osservazione più facile, qui, è quella che mette a confronto un uomo contro un altro uomo, 500 uomini contro altri 500 uomini. La prima opzione, quella della battaglia a viso aperto, può essere accettata soltanto in un caso. Quando l'uomo che accetta la sfida non solo è sicuro di vincerla, ma è sicuro che ne avrà conseguenze utili dopo averla vinta. Altrimenti, la vittoria dà un semplice risultato numerico che non serve. Che conseguenze può avere il governo centrale di Mosca dal vincere in Cecenia? Nessuna. Il fatto che i militari abbiano proseguito senza soste nelle ostilità significa che le etnie poco avevano a che spartire. Ma è una questione di ignoranza. Un giovane militare che va a fare quelle cose, pagato dallo Stato, è un individuo ignorante, in Russia come negli Stati Uniti. La stessa popolazione russa non sentiva granché la questione, limitandosi ad ascoltare le notizie. La conclusione di rito porta a ritenere che la scelta di una seconda opzione, pur con tutti i rischi impliciti nel non intervenire, era preferibile comunque. Si trattava, in sintesi, di dire come in tanti altri casi: "Va bene... non volete stare con il nostro governo? State pure con la vostra indipendenza. Vediamo cosa combinerete.". Cosa avrebbero combinato? Nulla. Come nulla hanno combinato gli Arabi stanziati da 56 anni nella terra di Israele facendosi chiamare Palestinesi. Dove sono gli aeroporti palestinesi? Dove sono le ambasciate palestinesi? Dove sono le frontiere palestinesi?
Quando uno si ribella, gli altri dovrebbero dire: "D'accordo, quando hai finito di lanciare bombe e di sparare avvertici. Vogliamo vedere cosa farai".
Pagina del 13 e 14 settembre 2004
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