IL FATTO. Nel luglio 1984, alcuni studenti universitari scolpiscono con strumenti casalinghi tipo trapano e attrezzi Black & Decker tre teste, che poi gettano senza farci molto caso nel Fosso Reale a Livorno. Le teste vengono ritrovate e i maggiori esperti e critici d'arte non hanno dubbi nell'attribuirle ad Amedeo Modigliani. Qualche settimana dopo, i ragazzi vengono allo scoperto e raccontano al settimanale 'Panorama' che i pezzi sono opera loro e si tratta solo di cose fatte per ischerzo. Il mondo dell'arte è in subbuglio, ma i critici smascherati insistono sulla loro attribuzione e negano il racconto dei ragazzi pensando che sia esso il frutto di una manovra ai loro danni. Sentiamo cosa dice Dario Durbé, soprintendente della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, che ha effettuato i primi rilievi ufficiali sulle tre teste ritrovate e ha pubblicato perfino un libro.

Su questa storia c'è ben poco da ridere. Tutto odora squallidamente di marcio: io parkerei piuttosto di longa manus di chi ha interesse ad operare ai danni dell'arte e dell'amministrazione. Perché non parlare di mafia invece?

Gli studenti autori dello scherzo sono secondo lui degli 'imbroglioni'. Quelle teste ora gli sembrano ancora più autentiche.

'Perché non hanno parlato subito? Perché hanno aspettato proprio il giorno di uscita del nostro libro sul ritrovamento? Non so cosa stia dietro a quei ragazzi e so invece che parlare di mafia è un fatto delicato. Io, ora come ora, non ho prove di sorta su eventuali complotti. Ma da sempre i fatti mafiosi lasciano solo indizi e mai tracce sicure. Sta di fatto che la mostra ha trovato fin dall'inizio persone accanitamente interessate a screditarla: montature che sono sempre finite nel niente. Basta scorrere i giornali per capire quanti strani interessi stiano ruotando intorno alla figura di Modì'.

Durbé non vuol dire di più sull'argomento. Forse allude alla lettera di Jeanne Modigliani che contestava l'autenticità di un ritratto di Picasso. Un dubbio che fu presto cancellato dall'autografo del pittore spagnolo sul retro dell'opera. Sicuramente il soprintendente allude anche alla contestatissima mostra di Modigliani tenuta a Barcellona dalla Caixa de Pensions, da molti considerato un vero deposito di falsi. Anche Roma doveva ospitarla ma grazie anche all'intervento dello stesso Durbé non se ne fece niente. Che qualcuno ce l'abbia con lui per aver fermato l'espansione del 'mercato Modigliani'?

Durbé si è fatto preparare dal capo restauratore della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, Enzo Pagliani, una lunga relazione che porterà nei prossimi giorni alla riunione con la Soprintendenza di Pisa, convocata per dirimere la questione. Il funzionario scrive che la testa fu tirata su nel tardo pomeriggio, dopo che per tutta la giornata erano venute alla luce pietre di mille tipi e dimensioni. Dunque era a grande profondità. Il blocco era coperto di melma difficilissima da rimuovere: i bisturi della Usl di zona, entrati nelle pieghe più nascoste della scultura ne titarono fuori fango che dimostrava una permanenza decennale in acqua.

'E poi nessun essere pensante può credere che il professor Rino Giannini, docente di tecnica di lavorazione del marmo, non sia stato capace di distinguere il tocco di uno scalpello e di un ugnetto da quello di un cacciavite e di un trapano Black and Decker armato di spazzola di ferro.'

Ma i ragazzi confermano

Il ragazzo si chiama Michele Genovesi, è uno studente della Bocconi di Milano, alto, magro, silenzioso, preoccupato per l'ampiezza che la vicenda ha assunto in questi giorni. Le sue dichiarazioni confermano in pieno lo scherzo. In mattinata, il giovane è andato con l'avvocato Uccelli dalla soprintendente Giovanna Piancastelli a Pisa. Le ha consegnato un pacchetto che conteneva le famose prove: il negativo della fotografia pubblicata da 'Panorama', altre foto a colori scattate mentre il gruppetto di amci si dava da fare con la pietra trovata nel boschetto dietro la sua casa. E infine le schegge: una decina, lunghe alcuni centimetri, staccatesi dalla pietra mentre veniva scalpellata.

'Confermo che la testa Modì 2 è stata realizzata nei giorni precedenti il ritrovamento. L'abbiamo fatta in pochi giorni di lavoro, dedicandole una o due ore al giorno. La pietra è stata lavorata con attrezzi che chiunque può avere in casa (scalpello da muratore a punta grossa, cacciavite, trapano per smerigliare) nel mio giardino. La statua è stata gettata nel fosso fra il 23 e il 24 luglio mentre una persona forse ci ha visti dal piano alto di un edificio dall'altra parte del fosso (noi l'abbiamo buttata dalla parte del mercato del pesce). Eravamo sicuri che sarebbe stata subito riconosciuta come un falso, anche perché nessuno di noi ha mai compiuto o compie studi artistici né ha dimostrato di avere doti artistiche, almeno fino ad ora.

Le reazioni entusiastiche della critica ci hanno un po' spiazzato e ci hanno indotto ad attendere il parere dei chimici, in quanto sapevamo che la statua era stata in acqua solo poche ore. Adesso è necessario evitare che la storia assuma aspetti sgradevoli e che coinvolga persone che non hanno colpa di niente, il mio intervento si propone questo. La verità vera è quella che vi ho raccontato e tengo infine a precisare che questa iniziativa, questo scherzo è nato, è cresciuto solo per opera di noi ragazzi e che non esiste alle nostre spalle alcun potere occulto o forza oscura, solo la voglia di fare uno scherzo che doveva essere, almeno sulla carta, simpatico e innocente. Qui a Livorno erano in molti a sapere di questo scherzo.

Articolo da 'Repubblica', 1984

Cosa disse Federico Zeri

Nello scherzo sono caduti nomi molto illustri come Argan, Leymarie e Cesare Brandi. I ragazzi di cui si parla si chiamano Pietro Luridiana, Pierfrancesco Ferrucci, Michele Ghelarducci più il quarto amico Michele Genovesi che si è assunto la responsabilità di andare da un avvocato e consegnare alle autorità le prove dell'iniziativa. Prudente Federico Zeri, che però scrive un articolo per 'La Stampa' in cui giudica le teste in questo modo.

'Vere o false, le tre pietre sono pezzi di anodino livello così scarso che per esse non valgono neppure gli epiteti di giudizio qualificante. Se autentiche esse rappresentano per così dire la preistoria di Modigliani, che fece bene a disfarsene. Ma qui nascono, in folla, le considerazioni che suscita la vicenda. La prima è l'arroganza con cui la critica d'arte comtemporanea impone al pubblico tutto ciò che essa considera valido e degno di nota. Il pubblico è considerato dai Vati e dai Druidi della critica come una massa amorfa, incapace di giudicare senza la guida di 'color che sanno', cioé di quella odierna varietà dei chierici di un tempo che sono i critici d'arte. Costoro adoperano un linguaggio oscuro, involuto, profetico, degno della Pizia e della Sibilla Cumana. Beninteso, dietro gli ispirati vaticini dei critici si muovono interessi commerciali: da almeno cento anni tutto il fenomeno dell'arte contemporanea riconosciuta dai critici è un colossale fenomeno di mercificazione e di speculazione, del tutto staccato dai reali interessi figurativi della società e delle masse.

Guai se queste ultime si ribellano: esse debbono restare docili, subire l'arte. In realtà l'arte contemporanea è uno smaccato fenomeno di élite, ad uso e consumo degli intellettuali. Ed è deplorevole che la corrente critica di ispirazione marxista si sia lasciata irretire da questi e non li abbia combattuti come meritano; a meno che l'autentica arte moderna destinata alle masse non vada riconosciuta nel cinema, nei fumetti, nei manifesti pubblicitari.

L'episodio inaudito di Livorno sollecita un'altra considerazione, ed è la facilità con cui si riesce a falsificare l'arte moderna. Che una o più delle teste ripescate abbiano potuto suscitare un tale clamore in quanto sospettate false, tale ipotesi, presa sul serio è di per sé una prova della vacuità di quei prodotti. Il filo tra vero e falso viene a fondersi in un unico calderone in cui, come in talune zuppe di verdura, tutto è buono, tutto fa brodo.