La pagina presente discende da un'altra pagina', in quanto risponde ad alcuni problemi sollevati in quella.

I° PROBLEMA.

Dal punto di vista formale e procedurale, le dimissioni da una carica possono essere:

1) un atto unilaterale 'non soggetto ad accettazione' altrui e dunque valido per il solo fatto di essere dichiarate

oppure

2) un atto unilaterale ma soggetto ad accettazione di un organo gerarchicamente superiore (es: : caso di un dipendente dell'amministrazione dello Stato, di un consiglio di amministrazione ecc.), che ne apprezzerà i requisiti sotto il profilo procedurale e spesso anche di merito (potendo ritardarle o rifiutarle, in molti casi, ma non arrivando quasi mai a prevalere su un atto di dimissioni dichiarate 'irrevocabili' dal titolare e valide nella forma)

In entrambi i casi ci si dimette da una carica, stabilendo dunque effetti con la condizione oggettiva (cessazione corresponsione stipendi, cessazione funzioni attività lavorativa, ecc.) appartenente a una determinata struttura organica (ruoli del personale, gerarchie varie nel diritto delle società, ecc.) o a una istituzione (Presidente della Repubblica, fondazione, associazioni varie) più che con una o più persone. Tanto è vero che in seguito i dimissionari potranno continuare ad avere relazioni in vario modo con organi e persone, pur non ricoprendo più la carica.

Dal punto di vista del ruolo, nel nostro caso, tutti i commenti sono stati errati poiché nessuno ha saputo interpretare la vera condizione del papa nella istituzione chiamata 'Chiesa Cattolica'. Pur essendovi in questa una gerarchia sovraordinata con un capo chiamato 'pontefice' (che non ha nessun altro uomo sopra di sé o a cui rispondere), la Chiesa Cattolica è in realtà la comunità di coloro che hanno aderito alla dottrina e alla missione di Gesù. Al tempo della sua venuta l'ekklesia aveva soltanto il senso greco di 'assemblea del popolo'. Lo stesso ruolo messianico di Gesù fu strettamente associato a quello di una comunità (il famoso 'popolo di Dio' di cui abbiamo parlato), che poi sarà storicamente la comunità formatasi a Gerusalemme per proseguire la predicazione degli Apostoli. Questo primo nucleo non prevedeva né una pluralità di 'chiese' né una 'chiesa unica' che avrebbe coordinato tutte le altre. Nulla in questo senso è presente, come disposizione, nel Nuovo Testamento. Tutti gli individui che poi aderirono al culto con la presenza alla liturgia entravano a far parte di una chiesa universale, nel senso che formavano - ciascuno come singola cellula - quella comunità di credenti. Nei secoli seguenti la parola 'chiesa' poi andò a definire più specificamente due cose: il sito, inteso come costruzione in cui celebrare le funzioni del culto, e l'organismo-istituzione che rappresentava questi credenti con degli organi consacrati e facenti funzioni all'interno di una gerarchia. Ma il vero significato di 'chiesa', secondo l'origine della parola (che, ripetiamo, è quella che fa fede) è soltanto quello di 'comunità' e non di 'autorità teocratica di uno o più uomini'.

Il potere del papato, in seguito, fu tale che esso venne a contrapporsi a quello degli imperatori e a fondare uno Stato della Chiesa che naturalmente avrebbe avuto nomine, incarichi e carriera similmente a qualsiasi amministrazione pubblica. E questi organi della Chiesa Cattolica arrivarono poi anche a darsi un diritto chiamato 'Canonico', che ebbe una sua autonomia dal tardo Medioevo, e in epoca moderna arrivò ad essere compreso nel più vasto settore del diritto pubblico che chiamiamo 'diritto ecclesiastico' (relazioni degli Stati con le Chiese). Dal punto di vista burocratico, in questo caso, a nulla rileva il fatto che esista una disposizione che contempla soltanto un atto di 'libera rinuncia', anziché un atto vero e proprio di dimissioni. Tutte le dimissioni al mondo sono un atto di libera rinuncia, perché se tali non fossero sarebbero coartate nella loro natura (costrizione, circonvenzione altrui, ecc.) e allora non sarebbero più valide. Essendo dunque dipendenti dalla semplice volontà del titolare, che fa nascere (con o senza intervento altrui) un nuovo fatto chiamato 'cessazione della carica', non possono essere diverse neppure nel diritto della Chiesa. Questo significa che anche il papa, in qualsiasi momento, si dimette dal suo incarico con il semplice annuncio alla comunità di fedeli più che (o oltre che) a un organismo burocratico. Il fatto che sopra non ci sia nessun altro organo gerarchico significa solo che le sue dimissioni, una volta annunciate, non necessitano di 'accettazione' da parte di altri (altra cosa sono le naturali testimonianze di stima e di invito a restare che tutti potrebbero dare in quel caso), e dunque rientrano nella suddetta categoria 1. Proprio il fatto che il loro codice non preveda un'apposita disposizione significa che l'atto di dimissioni non ha alcuna formalità da rispettare, cioé che acquista valore con la semplice volontà libera e dichiarata del titolare.

II° PROBLEMA.

In questo caso - come in altri di ogni ricorrenza pasquale - ci troviamo a dover leggere frasi antiche 'trasportate' artificialmente nella realtà contemporanea.

Risaliamo a quell'epoca, per capire come si formarono questi primi pensieri. Al tempo dei fatti biblici è ovvio che questa 'nuova' apparizione di Gesù significava non solo 'sua resurrezione' dalla morte, ma anche resurrezione di adepti cristiani già morti ('In Cristo saranno tutti vivificati'). Idealmente, questi uomini avrebbero fatto parte di una nuova umanità ('Il popolo di Dio') in quanto sarebbero stati considerati appartenenti a Cristo. Ed è altrettanto ovvio che in quel momento i primi entusiasti aderenti fossero convinti che non ci sarebbe mai stata 'resurrezione' per gli increduli. Attenzione, stiamo parlando di quell'epoca= in questo momento è come se fossimo nel 70 o nel 200 d.C., e ragioniamo secondo come potevano pensare quegli uomini. Cosa è successo? Essi hanno visto un uomo riapparire dopo la morte e hanno più o meno concepito questo pensiero: 'Egli è diverso da noi, ha una condizione soprannaturale e per questo è rinato, anche noi se aderiamo al suo insegnamento un giorno potremo rinascere, al contrario di questi poveri scettici che non capiscono la natura sacra di quest'uomo e della sua vita'. Di qui anche l'idea sovrana di un giudizio universale nel giorno finale in cui chi era in grazia di questo culto si sarebbe salvato e gli altri (appartenenti soltanto al primo Adamo) no. Ecco dove si installò il 'timor dei', ecco dove si formarono tutti quei pensieri frammisti di salvezza, di resurrezione e di preservazione da una collera divina. Il pensiero diventa per ovvio sillogismo: 'Gesù, secondo quanto hanno raccontato quegli uomini, ha compiuto un atto che non conoscevamo e che lo eleva a una condizione che vivifica l'intera comunità, da questo momento - stando anche agli insegnamenti di Paolo e alle Lettere - è a lui che dobbiamo guardare come ispirazione della nostra vita'. E così pian piano verrà tutta l'ideologia messianica che rinnoverà nella Pasqua l'anelito a un 'ritorno nella carne' per le anime di coloro che vi hanno aderito (credenti). L'autore e gli altri, 1900 anni dopo, riprendono pari pari quelle frasi e rivestendole di aggettivi e di entusiasmo le fanno passare come se fossero reali, come se appartenessero davvero alla nostra vita. Questo è uno dei tanti lati assurdi di tutta la questione.

Un'ideologia di 1900 anni fa non ha nulla di concreto 1900 anni dopo. E' come se io scrivessi del fuoco o dei cieli come poteva scriverne un filosofo greco della Scolastica o della Peripatetica. Farei ridere.

Allora si diceva anche: 'Attenzione, la nostra resurrezione (del corpo) avverrà solo alla fine dei tempi', e così si metteva in guardia. Chi apparteneva a Cristo si sarebbe messo in pace con la coscienza e con la collera futura di un dio che avrebbe fatto giudizio. Essere uniti a Cristo significò dapprima riconoscere quella potenza autonoma (che venne detta 'dello Spirito Santo') e poi partecipare del suo ricordo con il sacramento dell'eucarestia. Tutto partì da un semplice fatto: le testimonianze affermavano che egli aveva compiuto - oltre ai famosi miracoli - anche l'atto supremo di ritornare in vita, illuminando così gli uomini in merito a una salvezza da conquistarsi per il futuro, poiché quella risurrezione sarebbe avvenuta solo in dipendenza della fede in Cristo e nel suo atto 'unico'. Riprendendo quella antica concezione l'autore ripete che quell'atto ci riguarda tutti, cosa assolutamente non vera. Perché riguardasse tutti avremmo dovuto accedere in seguito - per mezzo della civiltà e delle scoperte - a una teoria completa del ritorno in vita anche per noi, cioè quel PRESUNTO ATTO avrebbe dovuto trovare un seguito anche nella vita di altri uomini, di modo che il loro essere (espresso in quel culto) avrebbe conquistato davvero altre 'resurrezioni', ma nulla di simile è mai accaduto. Le dottrine orientali (vedi induismo) costruirono una teorica completa e coerente sulla reincarnazione, non sul ritorno in vita pochi istanti o giorni dopo la morte. Una cosa è la reincarnazione dell'anima cinque secoli dopo, un'altra è rivedere il 13 aprile 2002 un uomo morto il 10 aprile 2002. Quest'ultimo fatto non è mai successo, nella storia dell'umanità, e noi abbiamo soltanto quelle testimonianze - povere e sommarie - del Nuovo Testamento, che restano semplicemente un mito e basta.

Non è vero, dunque, che questo mito abbia comunque aperto la strada alla vita immortale, perché di questo non abbiamo cognizione alcuna. Abbiamo - sotto ipnosi - testimonianze di vite passate, racconti assolutamente credibili dei secoli passati (e questo dà un fondamento alla teoria orientale del karma e della reincarnazione), ma non abbiamo mai avuto un uomo che sia tornato in vita appena morto o che abbia raccontato da vivo ciò che succede concretamente dopo la morte. Quella frase dunque è soltanto propagandistica e non significa nulla.

III° PROBLEMA.

Qui l'autore - di cui sappiamo l'intelligenza - è probabilmente incorso in un equivoco, affermando inavvertitamente cose opposte.

Prima cosa: corretto il riferimento alla 'teofania', ma non in quei termini. La teofania qui è soltanto di carattere letterario, poiché è postuma ed è affidata unicamente a racconti. La vera teofania - lo abbiamo scritto decine di volte nel nostro saggio - è contemporanea alla percezione dei nostri sensi. Il fatto che io la racconti anche 5 minuti dopo appartiene alla letteratura e non più alla realtà, perché le 16.10 non sono più le 16.05. Soltanto ciò che percepisco IN QUESTO MOMENTO è teofania vera. L'autore, associando elementi di realtà con un concetto filosofico come la 'trascendenza', opera un'altra 'magnificazione' irrazionale e indebita, perché qualcosa che trascende la realtà non può essere realtà osservata, ma al massimo rappresentazione simbolica di un evento. Se qualcosa è 'verificabile storicamente' (riporto testualmente le sue parole) è un documento. Se 'il suo nucleo è la trascendenza' questo è un giudizio postumo non documentabile in alcun modo. Vediamo un esempio, molto semplice. Se mi appare una immagine femminile alla luce del sole, alle 15.00 del pomeriggio, o è il mio pensiero che riproietta alla coscienza un viso o un corpo già conosciuto in passato oppure sto semplicemente sognando, cioè 'vedo' nel mio cervello in una condizione più o meno incosciente, ad occhi chiusi, dormendo, delirando ecc.ecc. Nel primo caso il cervello si è servito dell'enorme magazzino chiamato 'memoria', nel secondo ha avuto un'immagine onirica (possibile anche alla luce del sole). Ipotizziamo ora che esista un terzo caso, cioè che la visione di un'immagine femminile autonoma dal mio corpo appaia nella realtà esterna e io la percepisca con i miei sensi. In questo caso non c'è storia documentabile. Se noi prendiamo per buono che Tizio o Sempronio quel giorno hanno visto una statua lacrimare, possiamo farlo soltanto sulla base della loro parola e della fiducia in questa parola, poiché - salvo telecamere nascoste - non c'è un mezzo tecnico che documenti l'evento presunto PER TUTTI. Allo stesso modo, gli elementi che qui vengono definiti 'storicamente verificabili' (tomba, lino ecc.) non sono tali, poiché dipendono soltanto da racconti che noi abbiamo ricevuto (non si possono fare esami col radiocarbonio, non abbiamo lino, foto di quella tomba, connessioni con la vita seguente di Gesù, ecc.) Se si crede a questi, li si prende per eventi realmente avvenuti. Se non si crede, li si prende per semplici racconti (miti) e basta.

Le conseguenze sono deboli, non sono quelle forti che si vorrebbero sostenere. Un mito è sempre trascendente, poiché la mancanza di collegamento con una realtà documentabile lo pone al di fuori degli umani nessi di causalità. La realtà e la storia sono trascendenti solo quando diventano mito, cioè quando è sconosciuta l'ordinaria relazione di causa ed effetto. In quel caso diventano senz'altro simboliche, poiché si assume che un intervento estraneo alle leggi conosciute l'ha determinata (quella realtà) in un certo modo. Il diluvio e l'arca, ad esempio, diventarono un mito poiché furono collegati ad una volontà non riconducibile a un fatto umano. Se l'evento si fosse ridotto al semplice travaso di acqua nelle coste dell'Ucraina (come ha confermato il carbonio) sarebbe stato storia documentabile, come in effetti possiamo dire ora. L'incoronazione di Carlo Magno ad esempio non è per nulla un mito, poiché quel fatto è interamente riconducibile alla realtà e non uscì mai dai confini della storia per diventare mito.

Torniamo all'evento di cui si parla. Se io scopro una tomba vuota non dico che l'uomo che era morto è risorto, ma dico semplicemente 'La salma (o il corpo) è sparita dalla tomba'. E questa sarebbe la reazione di tutti, salvo precondizionamenti o scherzi di varia natura. Quando una cosa del genere accadde davvero nel 2001, cosa si disse infatti? Tutti i notiziari diedero la notizia in questo modo: 'Trafugata la salma di E.C.'. Ciò significa che implicitamente assumevano come certo il fatto che il corpo avesse subito un intervento da parte di altri, non che avesse avuto una vicenda autonoma (quale quella della resurrezione). Ancora una volta è la realtà che ci istruisce. In quel caso realmente avvenuto nel 2001 soltanto un uomo pre-condizionato, cioè prevenuto e dunque 'tifoso' avrebbe detto: 'E.C. è rinato'. Torniamo al fatto biblico, e smentiamo dunque tutte le facili ricostruzioni 'partigiane'. Tutte le testimonianze - Maddalena, apostoli, Tommaso ecc. - sono già molto successive al fatto, cioè quando questi uomini vengono accreditati di una loro testimonianza su Gesù tornato in vita è già passato del tempo dalla sparizione del corpo. E' come se, nel nostro caso, durante le indagini della polizia sulla sparizione della salma un signore di Varese telefonasse a 'Chi l'ha visto' (programma Tv) e dicesse di aver visto Enrico Cuccia passeggiare per le vie di Varese. E' chiaro che in questo caso prenderemmo con beneficio d'inventario questo racconto (non sapremmo con certezza se quel signore era Cuccia, se quel signore distingue Cuccia da un altro uomo, se non lo abbia confuso con un altro ecc.ecc.). Avere tutti questi racconti è come avere dieci telefonate a 'Chi l'ha visto' per un signore anziano scomparso da casa. Questo, tra l'altro, è confermato dalla mancanza totale di notizie sulla esistenza di Gesù dopo quei presunti istanti. La frase che qui contestiamo è significativa, ancora una volta, di una 'smaccata partigianeria', poiché nessuno - sul momento - notando una scomparsa direbbe 'Quell'uomo è risorto!'. Questo fu soltanto un pezzo della apologetica successiva, che costruì attorno all'evento un'atmosfera di entusiasmo, di adorazione, di unicità, di sovrumana bellezza, di redenzione, cose razionalmente smontabili (come noi abbiamo fatto qui e nelle altre pagine).

A che ci serve? Questa è la domanda che più volte ho agitato nel corso della trattazione. A nulla, purtroppo. Sapere che 1970 anni fa all'incirca avvenne un fatto soprannaturale non arreca nessuna utilità al genere umano, poiché comunque - anche in ipotesi che fosse realmente accaduto, e siamo nell'ordine dello 0,1% di possibilità - nessuno di noi in seguito lo ha ripetuto. In sostanza, da esso non abbiamo ricevuto CONOSCENZA.

Il seme rappresenta una realtà simbolica esattamente opposta alla resurrezione, poiché con esso si determina per generazione umana o vegetale (o comunque biologica) la nascita di un nuovo individuo, che al contrario della risurrezione è un fatto 'storicamente documentabile e verificabile' SEMPRE, poiché TUTTI vediamo una donna partorire o una pianta crescere a vista d'occhio dal seme di partenza. Allora il seme non era conosciuto come oggi. Quei testi parlavano di sperma, ma senza molta chiarezza e percezione della natura. Ecco come venne favorito tra l'altro un racconto fantasioso come quello della 'incarnazione divina'. Miti.

Oggi diremo semplicemente che quell'uomo si affermò tra i vivi con questo destino, con questa grande reputazione. Allo stesso modo si fa oggi quando si dice che il signore tal dei tali è un grande cantante lirico o un grande poeta, che un altro è un grande atleta, e così via. Ancora una volta tutto dipende dalle nostre natività. Evidentemente quella di Gesù - che non fu diversa dalla nostra - aveva le caratteristiche e i segni per lasciare sulla Terra una fama di quel genere, cioè per rimanere anche da morto un uomo particolare, con doti messianiche e di maestro. Tutto qui.

Due mi sembrano le ipotesi più realistiche:

1) Quello che videro morire non era Gesù, e così fu normale poi vedere ancora Gesù, poiché egli non era morto ma era morto un altro al posto suo; OPPURE

2) Quello che videro dopo la morte (vera) non era Gesù, ma un uomo che gli assomigliava molto.

Ogni altra ipotesi resta mito. Se piace, liberi di mantenerlo. Ma che si lasci perdere la storia.

IV° PROBLEMA.

Qui passiamo a un genere diverso, un fanatismo talmente radicato nell'individuo da portarlo ad assimilare tutto e tutti a un solo principio e a un sol uomo. L'autore sembra escludere dalla sua rigidissima dottrina una sola possibilità, che noi si possa essere Lui (quell'Essere di cui parla sempre con grande fanatismo e adesione). Questa evenienza resta fuori, poiché l'autore assimila Dio a una potenza del bene e noi a una condizione povera di peccatori da redimere. Certo, se egli mantenesse questo suo atteggiamento non avremmo scampo, poiché questo implicherebbe un momento unico nella Storia in cui la potenza di questo Dio si è rivelata e non c'è salvezza - per tutti noi - se non nella osservanza totale di quella Parola. L'autore non sta neppure a ragionare, su quel che afferma. Egli procede con la rapida imperturbabilità del dogma, per cui le sue affermazioni si susseguono una dopo l'altra come tanti inni elevati alla potenza di quel Signore. Se si immagina un Dio sempre presente, che ci viene addirittura incontro, ci si pone perfino al di fuori della fisica moderna e della normale sanità della mente, la quale oggi non riesce a immaginare qualcosa o qualcuno che sia sempre presente in qualsiasi punto ci dirigiamo e in qualsiasi momento lo facciamo. Per l'autore, probabilmente, spazio e tempo sono concetti 'aperti' come 'gelosia' e 'fedeltà' e così egli li relega in secondo piano perfino rispetto a una preghiera, che non è nient'altro che una formula che recitiamo a memoria.

Se poi si passa alla sua incarnazione si va di male in peggio. 'Pregare perché il suo sacrificio diventi il nostro' è come essere plagiati, annullando la bellezza delle differenze tra i singoli. Se vale soltanto (o meglio, più di tutti gli altri) il sacrificio di uno solo (che dovrà essere imitato, per la salvezza di ciascuno) dovremmo chiederci 'perché mai si nasca', poiché tutta l'autonomia del nostro corpo individuale, con organi che vibrano da soli, verrebbe annullata e resa vana. Chiedere di essere vero corpo di Cristo significa allora non concepire neppure che esista una realtà che si esprime attimo per attimo in tutto ciò che chiamiamo 'storia'. Se avessimo tutti le idee di questo prelato la vita media dell'uomo oggi sarebbe in tutto il mondo di 47 anni, e saremmo fermi all'uomo del 1000, con notevoli problemi anche nella comunicazione e nella lingua. Per fortuna non è così. Io mi sveglio la mattina e sapendo che le membra sono mie (perchè vi circola sangue mio) ho una mia vita e non cerco di imitare o di rifarmi a quella di un altro.

V° PROBLEMA.

Abbiamo detto che una cosa esistente può non avere una parola che la indichi solo nel caso che sia stata conosciuta da poco e noi non si abbia avuto il tempo di coniarne un termine per indicarla. Altrimenti l'oggetto ha sempre una parola (e dunque un suono) che lo rappresenti, e che è stata già accettata dalla comunità. Se un essere umano esiste, ugualmente, possiamo chiamarlo con un nome perché i genitori lo hanno 'battezzato' in un certo modo. Per gli oggetti il nome nacque logicamente per via etimologica, e così 'armadio' nacque ad esempio come 'deposito di armi'. Per noi il nome nasce per una libera scelta, poiché il fatto che i nomi propri possano anche significare qualcosa è soltanto simbolico (e se poi io riesco ad associare un viso ad Alberto, indovinando un nome, compio un'operazione magica perché penetro la realtà).

Se questo essere che fu chiamato Dio fosse esistito davvero, avrebbe dunque potuto essere chiamato così (Dio, God in ambiente anglosassone, Gott in terra germanica, eccetera) soltanto per un battesimo, operato dagli uomini improvvisamente in seguito a una loro scoperta, oppure in maniera logica per etimologia acquisita da una radice o da un'origine già esistente. La sua unicità, così come l'unicità dell'oggetto-acqua o dell'oggetto-armadio, avrebbe richiesto necessariamente un unico termine, Dio (e non Duo o Dao in questo caso). Infatti, se questo suono fu accettato e si affermò per rappresentare questo oggetto - a prescindere che esistesse o meno - significa che AVVENNE COSI' IN NATURA, cioè accadde un fatto naturale che un singolo non avrebbe potuto modificare se avesse voluto comunicare coi suoi simili (es.: io posso non essere d'accordo con il chiamare un oggetto 'giradischi' anziché 'suonadischi' ma se la parola 'giradischi' si afferma io sono obbligato a usare questa se voglio farmi capire dagli altri e capirli quando essi mi parlano). La mia unicità mi distingue dagli altri a prescindere dal nome e così posso distinguermi anche da altri uomini chiamati come me Giovanni Monni perché sono nato in un altro momento e possiedo un'anima diversa da loro, con un'altra voce, un altro movimento del corpo nello spazio ecc.ecc. Per cui la domanda non ha molto senso. Non è importante questa, quanto domandarsi - all'inverso - perché quell'essere nato il giorno tale e con quel corpo sia stato chiamato Bill Clinton o Giovanni Monni. Se si ritiene che ad ogni nome di persona siano associate delle caratteristiche è chiaro che la cosa sarebbe cambiata (o cambierebbe, strada facendo). Se viceversa si ritiene che siano cose irreali si sta alla sostanza, e allora bisogna rispondere che anche come Giorgio o Aldo sarei stato ugualmente io.

Per Dio, la questione riassume tutta questa tematica e la abbiamo affrontata - ritornandovi - in quasi tutte le pagine. Il fatto che comunque AVVENNE COSI', cioè che quel nome si affermò dimostra inequivocabilmente che l'oggetto esisteva ed era concreto. Se tale fosse stato non avrebbe generato milioni di immagini diverse, e dunque da questo abbiamo dedotto che in origine doveva indicare sicuramente un'altra cosa (in caso contrario, non si sarebbe affermato in un territorio così vasto come la Terra).

Perché abbiamo usato la lingua, ho spiegato all'inizio della pagina sulla 'dimostrazione'. Con un oggetto di cui è in questione perfino l'esistenza, la lingua è l'unico strumento che abbiamo. E come è spiegato in quella pagina, è stata proprio la lingua a tradire la falsificazione del concetto. Dicendo 'Dio' in qualsiasi circostanza volessimo non avevamo in pratica un ambito riservato alla parola (come avremmo con 'giardino' o 'tappeto', che naturalmente non si possono citare a piacimento come si faceva col 'Grazie a Dio'). E questo ha dimostrato l'atto di distacco della parola dal vero concetto PER IL QUALE era nata (che non si usava così arbitrariamente, perché era una cosa precisa con una immagine ben precisa). Dunque: io comincio a dire una parola già esistente per rappresentare una cosa diversa; se la cosa si afferma e altri mi imitano, col tempo si realizza ugualmente un fatto di natura (=successo di un nuovo uso di quella parola), ma resta una falsificazione rispetto all'atto primario. Duecento anni dopo, quando con l'uso tutti diranno in quel modo quella parola nessuno avrà consapevolezza di quell'imbroglio di 200 prima. Fino a che non arrivi uno come me che vi rivela l'inghippo, smascherando tutte le false masturbazioni ed esaltazioni con un presunto 'mistero', e riportando la parola allo stato originario.

VI° PROBLEMA.

Passare ad un mondo completamente sprovvisto di quella parola equivaleva a preparare davvero una tragedia senza pari, perché avrebbe significato non che la parola fu falsificata ma che non nacque neppure. Siamo nell'irrealtà. Tutte le nostre conclusioni sono state originate dal fatto che comunque possediamo e utilizziamo questa parola da migliaia di anni. Chi mi ha posto questa obiezione non ha pensato che io posso al massimo scoprire un'etichetta errata di un vino ma non posso prescindere dal fatto che comunque quel vino esiste da tempo e un certo giorno cominciò ad esistere nella realtà di tutti noi. Se una parola viene usata, anche con un oggetto immaginario e non documentabile o non suo dall'origine, esiste comunque un concetto (che può essere, come in questo caso, diverso da quello originario). La falsificazione determina appunto il fatto che nel nostro cervello si sia fondata con l'uso una pluralità di immagini anziché un'unica, come accade per cose realmente esistenti e documentabili come un balcone o un ferro da stiro. Allora, per tornare all'esempio, se un giorno le enoteche o i produttori avessero cominciato ad attaccare sulle bottiglie etichette con un altro nome (ad esempio, la parola Chianti su bottiglie che invece contenevano Barolo) è chiaro che tutti noi da quel giorno avremmo chiamato il Barolo con la parola Chianti scambiando appunto un vino per un altro, e così il Chianti avrebbe avuto nel nostro cervello migliaia di sapori diversi perché la gente lo avrebbe confuso non solo col Barolo ma magari con decine di altri vini. Anche questa dunque sarebbe stata una falsificazione, davanti alla quale - in caso di uso prolungato nel tempo - avremmo potuto fare ben poco (salvo una confessione di chi per primo scambiò quell'etichetta). Ma da qui a dire che quel vino non esiste o che si possa vivere SENZA QUEL VINO, ce ne passa...

VII° PROBLEMA.

Se esiste una legge che ci accompagna e che si rinnova attimo per attimo è chiaro che anche qui i valori sono compresi in questi frammenti di spazio-tempo. La necessità di un 'hic et nunc' per la nuova teofania esclude che ci si possa ancorare a credenze o convinzioni lontane nel tempo. Questo lo abbiamo visto nel 1999, nella 'consustanzialità dell'etica'. Qui mi rendo conto dell'enorme cambiamento che dovranno operare gli ex-aderenti ai culti. E non sono molto sicuro che riusciranno in tempi rapidi, in questa impresa. Nella risposta al problema VII - come ho spiegato nella pagina sui plotoncini di resistenza - noi conquistiamo una superiorità sul bene e sul male. La realtà esterna ci appare come realtà autonoma e non come terreno per innestarvi una morale acquisita. Noi la affrontiamo anzi liberi da impedimenti o legami ideologici. Se si continua ad avere un approccio già pre-condizionato non si entra mai in questa nuova realtà globale. Per paradosso, direi che 'valore stabile e duraturo' sarà proprio il fatto di non averne ereditato e di saper affrontare ogni volta la realtà con la massima libertà mentale e con la più grande forza di interferenza (nostra) soggettiva sulla realtà oggettiva con cui abbiamo a che fare. Tutte le pagine delle dottrine monoteistiche vengono chiuse e non si riapriranno più. Vivremo la vita giorno per giorno senza breviari, senza bibbie in tasca, senza illusioni che dal cielo arrivino mani di aiuto o che dal prossimo arrivino soccorsi inattesi di beneficenza (anche quando in realtà arriveranno). Tutto ciò significherà acquisire più forza e fiducia in se stessi, perché la legge di dio implica che noi siamo quel che siamo, e allora non è che aver letto una parabola o un Salmo in più possa servire in un mondo con un alto grado di specializzazione tecnologica e di interconnettività.

Questo, sia chiaro, non tocca in alcun modo caratteristiche universali come quelle della solidarietà tra i popoli, della comprensione, della tolleranza, dell'equa ripartizione. Anzi le rafforza, poiché l'incontro con dio presuppone ogni volta anche la capacità di improvvisare, di creare, di stabilire ponti, e tutto questo si fa sapendo vivere attimo per attimo, non certo portando i vangeli o libri storici in altre nazioni. Si volta pagina.

VIII° PROBLEMA.

Un dio che lascia illesi 33 passeggeri coesiste con un dio che appena 48 ore dopo lascerà morti altri 200 dalla caduta di un aereo. Qui ho distinto nettamente tra l'atteggiamento soggettivo e il fatto in sé e per sé considerato. Il problema diventa: 'Esiste ancora la fortuna o la sfortuna?'. La risposta è: 'Sì, ma nei singoli settori', poiché abbiamo detto che questo nuovo concetto si applica a tutti e a tutto, ma incontra in ciascun settore altre leggi (ad esempio, il clima, la resistenza fisica dei singoli, la capacità di attrazione sociale, di simpatia, di comunicativa, ecc.). Se si dice che 'dio ha lasciato 2700 morti sulle ceneri del World Trade Center' si dice che 2700 persone hanno incontrato la morte e che non sarebbe potuto succedere altrimenti, considerati tutti i fattori intervenuti in quell'evento (condizioni del materiale di costruzione del palazzo, temperatura di fusione, resistenza fisica al fuoco, ecc.). Tuttavia, molti - di quelli che erano all'interno - si sono salvati. Essi hanno compiuto delle azioni per cui non hanno accettato in quel momento di staccarsi dalla vita (fuga precipitosa dalle scale, lancio da una finestra, viaggio rapido in ascensore). A posteriori non si può calcolare con precisione quanti di quelli periti desiderassero realmente morire. E' evidente che ci fu anche questo, cioè una piccola parte di persone che deliberatamente non fecero uno sforzo sufficiente per restare in vita. Fin qui lo abbiamo detto. Come entra in tutto questo il concetto di buona o di cattiva sorte?

Entra soltanto settorialmente, perché soltanto una legge chimica o fisica ha potuto in quei casi contribuire a far morire o viceversa a far restare in vita. Chi non aveva riflessi, per via della età avanzata, non può che aver subito i rigori del fuoco e del calore più di quelli che con agilità si sono sottratti a un piano invaso dalle fiamme o a un'ala dell'edificio più fragile come strutture. Abbiamo anche nel crollo del WTC quattro casi, a cominciare da quello teorico di chi voleva morire e non è morto (molto improbabile, poiché non ci sarebbe stata occasione più facile dell'11 settembre). C'è poi il caso di chi voleva morire ed è morto, che avrebbe potuto dirsi fortunato nel trovarsi in quel momento a risiedere in un ambiente più infuocato degli altri, avendone una morte accelerata. Il terzo è quello di chi non voleva morire ed è morto (sicuramente la maggior parte), che avrebbe dovuto maledire 'un ascensore occupato' o ad esempio il fatto di essere debole per una operazione recente, oppure anziano ecc.ecc. L'ultimo è il caso (normale) di coloro che vollero restare in vita e vi riuscirono.

Noi non siamo abituati ad operare questa classificazione, sia perché in genere non se ne parla sia perché è molto improbabile che si possa sondare la volontà vera di persone che non sempre confessano la verità (frequenti i casi di persone che mostrano in pubblico un atteggiamento che non corrisponde alla propria interiorità). Ecco il vero mistero, l'unico, di dio. Qui si esprime il lato dell'uomo e della realtà fisica che non conosciamo ancora. D'altra parte, nessuno potrebbe indagare ad esempio sul momento in cui ciascuno dei 200 passeggeri dell'aereo caduto abbia incontrato la morte, e su quale sia stato il suo atteggiamento finale.

Parlare di 'fortuna' implica che si debba ringraziare il concorso di una causa imprevista che ha aiutato un evento (se l'individuo lo desiderava) o lo ha impedito (se l'individuo non lo desiderava). Il concetto si pone dunque in un punto non localizzabile e non osservabile da nessuno, in cui è come se gli eventi venissero guidati (se devono accadere) o scongiurati (se non devono accadere). Quel punto rappresenta la legge di dio. Il concetto si ripete anche all'inverso, quando facciamo lo stesso ragionamento per la 'sfortuna', maledicendo anziché ringraziando. Una volta che il fatto sia successo, la legge di dio ha operato. Due sono i punti di osservazione possibili. Dal nostro, l'umanità resta ancora impigliata nei concetti di buona e cattiva sorte e vi resterà - secondo me - a lungo. E' umano che sia così. Tutti godiamo a riferire di un colpo di fortuna, perché - come gli antichi - ci riteniamo quasi protetti da una volontà esterna. Dal punto di vista dell'evento, però, se questo avesse una sua umanità e una sua localizzazione diremmo che non c'è nulla di tutto ciò. Non ci sono fortune o malesorti. Ecco perché abbiamo invitato a dimenticare (o comunque a ridimensionare) queste cose. La consapevolezza di quella legge implica la necessità di un tirocinio fuori da noi, per interpretare la realtà. Questa è la nuova strada che dobbiamo percorrere. Un cammino difficile, ma inevitabile. Dall'incontro tra noi e l'evento nasce la Nuova Teologia.

Pagina del 12 aprile 2002

La pagina ha ricevuto un diverso trattamento grafico in data 16 febbraio 2005