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Alberto Moravia |
Alberto fu dapprincipio un ragazzo affetto da tubercolosi ossea, e perciò destinato a lunghe soste a letto. Questo favorì da subito la scrittura. Paradossalmente, fu l'impossibilità di compiere studi regolari (da adulto confesserà più volte che a suo stesso figlio, se ne avesse avuto, non avrebbe fatto frequentare oltre la quinta elementare) a formare in maniera originale Alberto Pincherle. Questo fu del resto (e dovrebbe essere tuttora) il percorso di qualunque letterato che si rispetti. Non trovare agio né benessere intellettuale entro le mura delle istituzioni scolastiche, ma trovarsi ad averli in una propria ricerca e in un proprio percorso di lettura di gran lunga più efficaci e personalizzati delle normali lezioni.
Fortuna dell'autore fu quella di trovarsi in un momento molto interessante della cultura internazionale. A cavallo tra anni '20 e anni '30 si ebbero infatti vari eventi, una specie di crocevia allargato del cosmopolitismo e dell'avanguardia. Correnti pittoriche, surrealismi, teatri spinti, primi esperimenti di cinema sonoro componevano un quadro che avrebbe attirato chiunque avesse un po' di testa e di portafogli per portarla in giro. Alberto, divenuto Moravia, aveva sia l'uno sia l'altro. La sua era una testa molto versatile e soprattutto vitale (l'autore definì il suo esistere 'vitalistico'). Trovò dunque normale e sano fare una sua esperienza, che non ebbe alcun appoggio o avallo da parte altrui. La stessa pubblicazione che lo fece conoscere, 'Gli indifferenti', potè avvenire soltanto grazie a un contributo in lire dell'autore stesso (1929). Questo romanzo, primo tra gli affreschi borghesi che l'autore costruirà per circa 60 anni, ebbe una certa fortuna. Per tanti anni ebbe la forza non solo di dare un nome all'autore ma anche di scavare una scia dietro la quale molti scrittori di quegli anni vanamente si gettarono. Nello stesso periodo anche un libro come quello finale di Italo Svevo aveva dato indicazioni sufficienti per spianare una possibile strada. Che prosa era quella di Moravia? Era una prosa problematica, calata in una scrittura fluviale, molto fluida. Nessun autore fino a quel momento aveva avuto la forza di descrivere per filo e per segno i movimenti dei protagonisti, corredandoli di articolate spiegazioni sulla psicologia che li sosteneva. Più tardi, collegandolo a Svevo, si disse che era il portato della psicanalisi. Noi oggi diremmo che era semplicemente il frutto di un insieme di esperienze che tra il 1900 e il 1925 avevano formato uomini più completi e li avevano fatti viaggiare molto più che in passato. Il romanzo realista non era tuttavia facile a dare vendibilità, in un'epoca - come quella fascista - condizionata dal moralismo esteso a tutti i settori. Moravia stesso ebbe una esplicita avversione da parte dei capetti redazionali di allora, che bloccarono anche le recensioni della sua seconda importante uscita, Le ambizioni sbagliate. Era il 1935. Il vitalismo faceva sempre gola (vedasi il breve episodio in Etiopia e le crescenti incursioni hitleriane), e così Moravia viaggia, impara ad amare il viaggio. Lo spostamento sarà sempre quel che lo terrà su più di qualsiasi altra cosa. A fine anni '30 conosce gli Stati Uniti e la Cina, tornandone con una testa ancora più grossa.
Chi era il giovane Moravia a questo punto? Essendo nato nel 1907, si trovò ad avere una trentina d'anni nel momento più tragico (leggi razziali, scoppio del conflitto). Il trentenne Moravia era un autore che seppe sopravvivere (diremmo molto meglio di altri) alla 'tempesta' nazionalistica dell'Europa centrale. Non conta il corpo atleticamente inteso, quanto la forza del proprio essere anche nella tormenta. Nonostante le varie censure e gli impedimenti dell'epoca, fece più o meno quello che intese fare, pubblicando - seppure di soppiatto - qualche libro dei suoi. Arrivò così al primo vero capolavoro, Agostino. Uscita travagliata, a fine 1943, in appena 500 copie, con disegni di Guttuso. Oggi questo libro, questa prima versione, similmente a quanto accade nel mercato del vinile, farebbe gola a chiunque. Il breve romanzo dei turbamenti di un giovane alla scoperta del sesso (poi regolarmente stampato da Bompiani) piacque e andò molto in giro. Chi scrive questa pagina lo lesse in un mezzo pomeriggio nella prima Mass Tech, trovandolo irresistibile.
Finita la guerra, Alberto Moravia - finalmente libero da censure e limitazioni - prese il largo. Sua fortuna fu anche quella di avere alle spalle un editore pronto e generoso come Valentino Bompiani, che gli pubblicò tutto, dico tutto. Divenne nel giro di pochi anni lo scrittore più noto d'Italia. La sua produzione, dalla seconda metà anni '40 all'inizio dell'Ascesa, fu di portata fluviale. In media, più di una uscita all'anno. Di seguito uscirono cose molto note e celebrate anche in seguito, come La romana, La disubbidienza, Il conformista, Il disprezzo. Nella prolificità di quest'autore era il segno più evidente di una esistenza passata ad osservare e ritrasferire su carta. Per almeno tre decenni egli fu considerato autore 'quasi proibito'. Ai tempi del liceo, ricordo che i suoi romanzi circolavano con una certa 'pruderie' anche tra i ragazzi, che se li passavano strizzando spesso l'occhio su certi passaggi. Il sesso non mancò mai ai libri di Moravia.
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Alberto Moravia negli anni '60 |
Qui come si può definire? Senz'altro romanziere. Ma poi dimostrò di essere anche un discreto saggista, soprattutto in età matura. I romanzi di Moravia erano cibi ben confezionati e per tutti. Chiunque avrebbe potuto leggerli, e una volta iniziati (qualità rara) era difficile non terminarli. La prosa infatti era chiara, scorrevole, equilibrata. L'autore incarnava 'il narratore per eccellenza', colui che ti riempie la pagina di corredi psichici, di paragoni, di 'come se'.
Si
allargava
sulla tela del cuscino la sensazione del bacio. Pareva che la notte
intera in cui era immerso esprimesse quella bocca, facendosi labbra e
lingua le tenebre, in un silenzio afoso e crepitante riempito di una
presenza indubitabile. C'era una specie di malizioso dispetto in
questo ritorno della governante dopo il fallimento della sua gita al
cimitero; come se la donna avesse voluto avvertirlo con la
giocosità e turbolenza che le erano state proprie in vita,
della vanità dei suoi sforzi di liberazione. Allegramente,
pareva che ella volesse dirgli... |
Cosa resta oggi di tutti questi romanzi? Diremmo soprattutto un'impronta. Oggi è difficile parlarne uno per uno. Molti, del resto, si somigliano. Più naturale e utile vederli come 'un unicum', qualcosa come un grande 'appartamento della mente' in cui egli svolse l'attività che il mondo consente oggi a un essere molto libero e senza vincoli.
Nello scrivere in forma di saggio, invece, fu molto abile nella connessione linguistica tra concetti generali, fornendo spesso una 'teoria generale del' che in realtà era soltanto un'idea che egli prendeva al volo da una mente molto ricca e fantasiosa.
Il
rapporto tra romanzo e società, pur essendo molto stretto,
è indiretto, cioé il romanziere ci dice ambiguamente in
maniera immaginosa e letteraria ciò che lo storico e il
sociologo ci dicono invece in maniera informativa e documentata. Ma
il romanzo è un sismografo insuperabile dei cambiamenti sociali.
(...) Da ultimo ho riletto un romanzo assai noto di Ivy Compton
Burnett,
'Fratelli e Sorelle', e ho fatto la riflessione che quasi sola tra i
romanzieri dell'Ottocento e dintorni, la scrittrice inglese si
è dedicata in maniera esclusiva e in qualche modo maniacale
alla descrizione dei rapporti familiari.
(da
'La famiglia e i tabù nella Compton Burnett', Corriere della
Sera, 1982)
Sono parole che hanno il sapore della ovvietà. Moravia però era abile nello scrivere in forma elaborata e facendo credere che anche le osservazioni più banali fossero frutto di una sua riflessione privilegiata ("Mi si chiede del nucleare e io penso che...", "Ho fatto una riflessione che...", "Di qui il carattere..."). Facendo in questo modo, riusciva anche a collegare cose molto lontane nel tempo e a farne deduzioni personali ed estemporanee. In un articolo di tre colonne, tuttavia, tra le cose interessanti abbondava anche questo genere di frasi inutili. Si veda quest'altro esempio, tratto dalla recensione a 'La voce di Otello', di Enzo Siciliano.
Flaubert
si ferma
sugli oggetti e attraverso lo stile definisce il rapporto che ha con
essi in quello spazio limitato di scrittura che d'ora in poi
verrà chiamato 'pagina'.
(da
'I grandi scrittori sanno e non sanno', Corriere della Sera, 1982)
Qualsiasi scrittore si ferma sugli oggetti. Qualsiasi persona che scrive di oggetti in un romanzo definisce mediante lo stile il rapporto che ha con essi (nella pagina scritta, naturalmente). Il procedere di Moravia, essendo discorsivo ed espresso non di rado in forma deduttiva, era sempre capace di far credere al lettore di estrapolare concetti di grande preziosità e rarità anche quando quel che scriveva era della massima banalità e semplicità. Questa tendenza si esprimeva anche nel parlare, in cui una piccola premessa ("Sulla mafia io penso questo..." oppure "Si tratta di una questione complessa") serviva al suo cervello fecondissimo per elaborare in otto decimi di secondo un certo discorso, per la massima parte improvvisandolo sul momento. Vista questa capacità, egli fu spesso invitato a intervenire e lo fece nelle occasioni più disparate, finendo per essere il primo piccolo 'tuttologo' che si sia conosciuto nell'era dei mass media. Rispetto a tanti altri il suo discorrere fu comunque piacevole e bene articolato.
In apparenza, un uomo siffatto non ebbe limiti. Né di eloquio né di vita. L'uomo Moravia era tutto e nulla. Tutto, perché con l'occhio e la mente divorava tutto (in letture ed elaborazione mentale) essendo nell'occasione un po' di tutto (si trovò a difendere alternativamente sia la classe proletaria sia quella borghese). Nulla, perché alla fine non seppe offrire ai contemporanei un'identità precisa di sé. Nulla, perché il ventenne che scriveva il primo libro era lo stesso uomo che a 80 scrisse l'ultimo. Si schierò sempre per le cause progressisticamente più nobili, talvolta enunciando tesi ovvie. Ma lo fece con una sua aria, con un rigore formale della scrittura (più che della persona) che suscitava un certo grado di ammirazione in tutti i lettori.
Amando un certo nomadismo e la rivendicazione stessa della propria libertà, non si risparmiò nell'ascoltare di tutti e di tutto, nel cavalcare un'onda perennemente sintonizzata sulle ultime del momento o sulle mode culturali di cui egli stesso avrebbe dovuto fornire una interpretazione all'istante. Il suo successo fu il fatto che per almeno due decenni, nell'era delle comunicazioni di massa, quell'interpretazione gli fu richiesta. Di continuo, diremmo. Non ebbe soste l'idea di redattori, conduttori radiofonici e colleghi che Moravia rappresentasse un'antenna molto sensibile della nostra epoca, con un bagaglio culturale che avrebbe soddisfatto sia esigenze alte sia uno strato basso all'ascolto, proprio come se egli mettesse d'accordo tutti. Non essendo uno specialista, la sua figura rimase tuttavia con un alone 'generalistico' che non favorì la sua 'umanizzazione' nei manuali e nelle scuole. Per tanti decenni gli insegnanti della scuola obbligatoria hanno avuto sui propri libri di testo quest'autore, con tutte le sue opere, senza avere una idea chiara del come classificarlo. Senza dubbio, questo non dava fastidio all'autore stesso. Peraltro, egli vi contribuì involontariamente. Tutti reclamiamo che tutti siano disponibili, al telefono ad esempio. Moravia lo era, in qualsiasi momento e con chiunque. Questo, anziché essere apprezzato, finì per dargli una etichetta qualunquistica. Tutti chiediamo che ciascuno abbia una sua cultura. Moravia ne aveva, ma la sua - come abbiamo visto - era più che altro un'elaborazione personale di qualunque cosa, e anche questo finì per dargli un'etichetta qualunquistica.
Con gli anni, si creò un piccolo plotone di suoi ammiratori colti, che ne furono amici (dando e ricevendo in misura eguale). Poeti romani come Dario Bellezza, critici letterari come Siciliano e Pasolini, altri narratori. Vivendo nella capitale, Moravia si trovò ad esercitare un suo monopolio nella cultura, soprattutto tra il 1960 e il 1974. Insomma, diremmo con Memoriale, negli anni migliori. Le annate più vive e pulsanti lo videro protagonista di tutto, pronto a raccontare di una sua esperienza con tutti. Non c'era teatro di periferia, non c'era sala di conferenze, non c'era università, non c'era cineforum in cui non si accogliesse il suo verbo, che insieme con quello di Pasolini (suo amico) dominava. Lo faceva con una onnipresenza culturale. Rubrica fissa sull'Espresso, articoli di continuo ai quotidiani, interventi sulle terze pagine, ne fecero il protagonista italiano più vivo di quegli anni. Poteva farlo, perché dall'alto di un'età e di un'esperienza ormai cinquantennale dominava il panorama. Moravia è stato veramente il letterato italiano più tipico e rappresentativo del XX° secolo. Si trovò a viverlo tutto, a conoscerne i lati migliori e peggiori, senza negarsene mai uno. La sua fu una generosità culturale, unita a una certa fortuna che lo fece essere nei posti più disparati. In ciascuno di questi, vi portò un disincanto e una presenza quasi adolescenziale. Quella di chi non essendo mai stato un marito (regolare) e un padre, si trovò ad avere soltanto 'famiglie culturali'. Nessuno come lui era capace di reggere un'intervista di un'ora parlando di cose di 100 o di 150 anni prima, come in una linea ideale del pensiero che si trasmetteva nel tempo. Nel far questo c'era una grande sapienza di improvvisazione, una grande abilità della mente, una notevole presenza di spirito. In questo si manifestò come il primo 'intellettuale' (intendo proprio il sostantivo, anche se il termine oggi è in declino) che la nazione abbia avuto, dopo Benedetto Croce. Fu colui che trasferendo il proprio pensiero oltre i limiti della narrazione, fece capire agli altri di vivere su un'onda esclusivamente cerebrale. In quest'onda era come se egli fosse stato l'erede o il continuatore autorizzato di tante cose e di tanti autori del passato. Nelle stesse interviste egli si poneva spesso accanto ad altre figure, parlandone in termini di 'ciò che mi precedette'. Gli autori divenivano una sorta di presenza lungo una linea evolutiva o dinastica nella quale a un certo punto compariva lui. Visto in questo modo, tutto in lui diveniva 'concetto', espressione in forma articolata di un'idea. Quanto poi l'uomo Moravia abbia vissuto le cose, è impossibile dire. In generale, sappiamo che quanto più una persona passa a scriverle tanto meno le vive materialmente e di per sé. Per uno scrittore c'era comunque il tanto per farle passare nel modo giusto, esperienze di cui il lettore avrebbe dovuto leggere sulla carta. Nella vita quotidiana e nelle occasioni più banali, Alberto fu quello che le situazioni richiedevano. Come dire ancora una volta che visse di tutto e di nulla. Era capace di andare a vedere un film e di restare per tre quarti della pellicola a chiacchierare con la cassiera (che egli stesso stuzzicava).
Con tutto ciò, fu comunque capace di mantenersi entro un ambiente, coltivandolo, influenzandolo e avendone in cambio una certa stima. Non è da tutti.
P.S. Qualcuno di voi si domanderà come io faccia a dire che egli usava fare quello, in qualche cinema. Lo vidi e sentii io stesso, di persona, a Roma e ne fui disturbato perché sedendo lui appena tre file dietro di me mi disturbò nella visione del film.
Pagina pubblicata il 3 gennaio 2004, con interventi successivi del 4 gennaio 2004. Post scriptum del 10 dicembre 2006